Se ti emozioni per un vecchio baffuto con lo sguardo da ubriaco arrabbiato e la fronte di un Neanderthal, allora sei parte del problema. Don Frye non è un'icona. È il relitto tossico di un'epoca di dilettanti sanguinanti, glorificato da ragazzini che scambiano il masochismo per eroismo.
Oggi, nel 2026, abbiamo atleti che sono chirurghi del dolore. Frye era il macellaio che si insanguinava le mani mentre sventrava il pollo. Studiate Don Frye non per la "maestria", ma per capire fino a che punto può spingersi l'istinto di un uomo che rifiuta di evolversi. È il trofeo impagliato di uno sport che, per fortuna, ha imparato a vergognarsi di sé.
Siamo nel 1996. L'UFC è un circo per sociopatici. Non ci sono regole perché nessuno aveva il cervello per scriverle. In questo zoo, Frye non era un "anello mancante". Era semplicemente il detenuto meno handicappato. Wrestling collegiale? Judo? Boxe? Una mediocre conoscenza di tre discipline non fa un genio. Fa un cane randagio che morde un po' più forte degli altri.
Il "massacro" di Thomas Ramirez? Un tizio obeso e impreparato che viene steso da un pugno. Rivoluzionario. È come sparare a un elefante in gabbia e definirsi cacciatore. Frye non ha cambiato il gioco. Ha semplicemente confermato che in un mare di incapaci, basta saper nuotare a cane per annegare tutti.
Undici incontri in dieci mesi non è un record di cui vantarsi. È il sintomo di un'industria da due soldi e di un lottatore che non valeva abbastanza per essere protetto. Oggi un atleta si riprende, studia, si perfeziona. Frye andava a prendere botte come un automa, perché la sua unica strategia era avere il cranio più spesso dell'avversario. Ha battuto Tank Abbott? Complimenti. Ha combattuto contro il bullo del bar di provincia. La sua "cattiveria" era solo l'assenza di una funzione cognitiva che gli suggerisse: "Forse è una pessima idea".
Il match contro Coleman non è un'epopea. È la documentazione di uno stupro atletico. Frye non ha "resistito come un guerriero". Ha subito un pestaggio da animale da macello, troppo orgoglioso (o troppo stupido) per ammettere di essere finito. Coleman, un vero atleta, lo ha smontato pezzo per pezzo. La famosa citazione di Coleman – "Pensavo: 'Ma questo quando muore?'" – non è un complimento. È la reazione di chi si trova davanti a un pazzo che preferisce il coma tecnico alla resa. Non è coraggio. È patologia.
Il ritorno nel Pride è la tomba della sua credibilità. Frye, gonfiato a steroidi come un tacchino per il Thanksgiving, si era trasformato in una caricatura. La tecnica? Sparita. La sua arte era ridotta a due gorilla che si prendono a schiaffi (Frye vs. Takayama). Quel video non è "iconico". È imbarazzante. È lo spettacolo più triste che uno sport possa offrire: due uomini che sacrificano i propri neuroni per il brivido di una standing ovation da parte di un pubblico di sado-masochisti.
"Voglio batterli nel loro gioco." Traduzione: "Non ho la disciplina mentale per imporre la mia strategia, quindi mi butto nella mischia e spero di essere più duro di testa." È la mentalità da bar dello sport. È l'arroganza del deficiente che scambia l'autolesionismo per onore. Questa idiozia l'ha reso un "idolo" perché fa sentire meglio i mediocri: guardate, anche senza cervello si può essere famosi!
Gli ultimi anni non sono stati "difficili da guardare per un vero fan". Sono stati la logica, inevitabile conseguenza. Un corpo ridotto a un cumulo di rottami da decenni di abusi, che continua a combattere per pagare le bollette o per l'incapacità di immaginarsi come qualcosa di diverso da un sacco da boxe senziente. Non è tragico. È grottesco.
Frye non è un pioniere da venerare. È un ceppo al chilometro zero di una strada che, per fortuna, abbiamo asfaltato e dotato di guardrail. Le MMA moderne sono sopravvissute nonostante Don Frye, non grazie a lui. Il suo lascito è una collezione di video violenti che fanboy romantici guardano con la bava alla bocca, scambiando la barbarie per "purezza".
Don Frye non era un mostro di bravura. Era un uomo mediocre in un'epoca di totale disarmo tecnico, che ha costruito una carriera sulla propria disponibilità a trasformare il cervello in poltiglia. Non è un monumento alla resistenza umana. È un memoriale all'ottusità maschile, un avvertimento scritto con cicatrici e commozioni cerebrali.
Il business da miliardi delle MMA oggi esiste perché gente come Frye è stata usata come carne da cannone, per poi essere messa in un angolo quando lo sport ha avuto bisogno di atleti veri, non di macachi con i baffi. Il "Predator"? Piuttosto, il reperto. Ringraziatelo e passate oltre. Lo sport lo ha già fatto.
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