lunedì 27 maggio 2019

KHAIR ED-DIN BARBAROSSA: PROTETTORE DELLA FEDE E FLAGELLO DEL MEDITERRANEO (1476-1546)

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L'eroe nazionale turco, fondatore della marina da guerra ottomana, invincibile ammiraglio di Suleyman e dominatore del Mediterraneo nacque a Mitilene (isola di Lesbo) nel 1476 da una famiglia di origine greco/albanese. Fu il primogenito della coppia, Aruc, ad iniziare l'attività piratesca nelle acque dell'Egeo con alterne fortune. Infatti, dopo essersi liberato dai cavalieri di Rodi che l'avano imprigionato e messo ai remi, raggiunse le coste dell'Africa Settentrionale, portando con sé il fratello Khizr, il futuro ammiraglio. La fama dei fratelli Barbarossa, così chiamati per la barba fulva di Aruc, crebbe insieme alle navi e agli uomini ai loro ordini. La cattura del porto di Djidjelli, fra Tunisi e Algeri, fu il primo passo della conquista della costa nord-africana. Caddero anche Cherchell e Algeri, ma non la fortezza del Penon, eretta dagli spagnoli sull'isola davanti alla città per controllare i traffici marini. Alcune città come Ténés e Tlemcen caddero, mentre altre, come Bugia, resistettero ai loro attacchi. Riconoscendo la difficoltà di contrastare sia le popolazioni locali sia gli spagnoli da solo, nel 1517 Aruc aveva deciso di collegare i suoi domini all'Impero turco, ricevendo dal sultano Selim I il titolo di beylerbeyi (capo dei capi) di Algeri, oltre alle truppe necessarie per reprimere una rivolta e respingere un attacco spagnolo.
Ma proprio nel corso di uno scontro con gli spagnoli, Aruc venne ucciso nel 1518. In memoria del fratello, Khizr iniziò a tingersi la barba di rosso con l'henné, raccolse la sua eredità e si apprestò a diventare il vero e unico Barbarossa.
Nonostante i giannizzeri al suo servizio, Khizr venne sconfitto da un esercito hafsida e dovette abbandonare Algeri, che riconquistò nel giro di pochi anni, dopo aver depredato le coste della Sicilia e del Meridione d'Italia. Fu a quel punto che ricevette il titolo di Khair ed-Din, ovvero "benefattore dell'Islam". Le sue scorribande terrorizzarono la Francia, la Spagna, l'Italia e chiunque dovesse navigare attraverso il Mediterraneo Occidentale. Nel 1526 una sua razzia in Toscana fu sventata dall'ammiraglio genovese Andrea Doria, che divenne la sua nemesi, e con il quale si sarebbe scontrato più volte.
Tre anni dopo, mentre i turchi si preparavano ad assediare Vienna per la prima volta, il Protettore della fede riprese l'offensiva contro le piazzeforti spagnole in Africa. Rase al suolo anche la fortezza del Penon, nonostante l'eroica difesa dell'esigua guarnigione spagnola, trasformando Algeri nella capitale della guerra di corsa nel Mediterraneo da lì fino ai tre secoli successivi. Le sue imprese, che annoveravano decine di navi cristiane catturate o affondate, la devastazione di innumerevoli città, porti e villaggi, il saccheggio di un bottino immenso e il successo nel contrastare spagnoli e genovesi gli procurò l'attenzione di Ibrahim, il visir del sultano Suleyman, grazie al quale ricevette la nomina di kapudan-i dayra, capitano del mare, ovvero comandante supremo della flotta ottomana. Dopo aver riorganizzato e potenziato la flotta del sultano, seminò il panico sul litorale occidentale della Penisola, arrivando a sfidare il rivale Andrea Doria sfilando quasi davanti al suo palazzo. Ma il suo obbiettivo era Tunisi, la cui caduta allarmò l'imperatore Carlo V, in quanto il porto era in una posizione strategica fondamentale per il controllo del canale di Sicilia. La poderosa flotta cristiana guidata dal Doria riconquistò la città e la consegnò al suo precedente signore, Mulay Hasan, mentre il Barbarossa si sottraeva allo scontro e ne approfittava per devastare i possedimenti nemici.
Lasciata Algeri nelle mani del suo pupillo di origini sarde Hassan Agha, ritornò nel Mediterraneo Orientale, dove a fare le spese delle sue incursioni furono i possedimenti veneziani, che caddero o vennero devastati dai suoi uomini. A causa di queste perdite, Venezia si alleò col papa Paolo III, che formò una Lega Santa per contrastare l'espansione musulmana. Le navi spagnole, pontificie e veneziane al comando di Andrea Doria ebbero però la peggio nella battaglia di Prevesa (1538), la più celebrata vittoria del Barbarossa. L'ammiraglio poté così continuare a saccheggiare e conquistare isole e fortezze spagnole, genovesi e veneziane, apparentemente invincibile. Non potendolo convincere ad unirsi a lui, Carlo V intraprese una spedizione contro Algeri nel 1541, guidata da Andrea Doria e Hernàn Cortés, che inutilmente provarono a convincere il sovrano a desistere dall'impresa. Infatti la stagione era pessima e l'attacco fallì. Ancora scosso dalla sconfitta, l'imperatore del Sacro Romano Impero si vide dichiarare guerra dallo storico rivale Francesco I di Francia, alleatosi col Turco.
Il comando dell'immensa flotta fu affidata al Barbarossa che risalì le coste imponendo riscatti e saccheggiando le città che non si piegavano alla sua volontà, come Reggio Calabria, salvata dall'invaghimento che prese l'ammiraglio per la giovane figlia del governatore. La flotta turca dunque assaltò Nizza,ma l'attacco si risolse in una razzia della città, mentre la fortezza resistette agli assalti della flotta franco-turca. Dopo aver svernato a Tolone e inviato squadre per razziare le coste spagnole, sulla via per tornare a Istanbul arrivò a minacciare Genova stessa, razziò le coste sarde, toscane, liguri, laziali e siciliane. Il vecchio ammiraglio, tornato nella capitale nel 1545, costruì un sontuoso palazzo e si ritirò per riposare e dettare le proprie memorie, cinque volumi noti come Gazavat-i Hayreddin Paşa.
Morì nel suo palazzo l'anno successivo, stroncato da una violente febbre.
La sua memoria divenne tanto venerata che ancora agli inizi del Seicento nessun viaggio di mare veniva intrapreso da Istanbul senza prima visitare la sua tomba e recitarvi la fatiha, preghiera propiziatoria del Corano.

martedì 14 maggio 2019

TADEUSZ KOSCIUSKZO: EROE DI DUE MONDI

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Il futuro eroe nazionale di Polonia, Lituania, Bielorussia e Stati Uniti nacque il 4 febbraio del 1746 in un maniero a Mieračoŭščyna, nel voivodato di Nowogródek. Ultimo dei figli di Ludwik Tadeusz Kościuszko, apparteneva a una famiglia della slazchta (nobiltà) di modesta ricchezza. Battezzato come Andrzej Tadeusz Bonawentura sia dalla Chiesa Cattolica che da quella Ortodossa, la sua famiglia era di origini lituane-rutene ma parlava polacco e si identificava con la cultura polacca. Nel 1755 iniziò a frequentare la scuola a Lyubeshiv, ma non riuscì a terminare gli studi a causa delle difficoltà economiche della famiglia e alla morte del padre, avvenuta nel 1758. Ma grazie al patrocinio della famiglia Czartoryski, nel 1765 il giovane poté entrare nel Corpo dei Cadetti, dove studiò arti liberali e militari. L'anno successivo si diplomò ricevendo il ragno di chorąży, circa equivalente al rango di tenente. Dopo due anni passati come studenti istruttore, venne promosso al rango di capitano. Nello stesso 1768 scoppiò la guerra civile nel Commonwealth Polacco-lituano, quando l'associazione di nobili nota come la Confederazione di Bar insorse contro il sovrano Stanisław August Poniatowskj. Trovandosi scisso fra la fedeltà dovuta al re e l'affetto per il fratello Jòzef che invece supportava gli insorti, Tadeusz decise di lasciare il paese e raggiunse Parigi con l'amico Aleksander Orłowski (che diventerà un famoso artista). Essendo stranieri, ai due venne proibito di entrare nelle accademie militari francesi, così che i due entrarono nell'Accademia Reale di Scultura e Disegno. Tadeusz tuttavia non smise di studiare gli argomenti militari, tramite l'assidua frequentazione delle librerie delle accademie militari. Mentre studiava arte (dipingerà per tutta la vita) e arte militare, il giovane venne molto colpito dalla cultura dell'Illuminismo, soprattutto dalle teorie fisiocratiche. Nel 1772 lo raggiunse la notizia dell'avvenuta Prima Spartizione della Polonia, con la quale Austria, Russia e Prussia annetterono consistenti territori polacchi e aumentarono la propria ingerenza nei rimanenti stati lituano-polacchi. Due anni dopo Tadeusz tornò a casa, per scoprire che il fratello Jòzef aveva ridotto la famiglia sul lastrico, così che il giovane non poteva comprarsi un posto da ufficiale nell'esercito. Dunque entrò alle dipendenze del voivoda (governatore) e atamano Józef Sylwester Sosnowski, per poi innamorarsi della figlia dello stesso. Ma la differenza fra i due era troppo grande, e Tadeusz dopo essersi visto rifiutato come sposo dal padre e battuto dai servi del governatore, decise di emigrare. Da questo episodio Kościuszko sviluppò una forte insofferenza per le differenze di classe. Dopo essere stato rifiutato dall'esercito sassone, decise di tornare a Parigi, dove apprese dell'insurrezione dei coloni americani nei confronti della corona britannica. Influenzato dalla positiva propaganda francese, naturalmente di ispirazioni rivoluzionarie e convinto sostenitore dei diritti umani, l'ufficiale polacco il 30 agosto del 1776 si mise a disposizione del Secondo Congresso Continentale. Nominato ingegnere, il suo primo incarico consistette nel fortificare le rive del fiume Delaware per proteggere Philadelphia. La primavera dell'anno successivo era al confine col Canada, a forte Ticonderoga, una delle più possenti fortezze sul suolo americano. Il suo consiglio di piazzare una batteria su punto elevato sovrastante il forte fu ignorato dal comandante della guarnigione. Quando gli attaccanti inglesi arrivarono intuirono la bontà del punto e vi piazzarono una batteria, costringendo i difensori ad abbandonare la fortezza prima che cominciasse l'assedio vero e proprio. Kościuszko salvò le forze continentali, in inferiorità numerica e esauste, rallentando gli inseguitori col taglio di alberi, la distruzione di ponti e l'ostruzione delle vie di comunicazione. Incaricato poi di trovare e fortificare il punto più favorevole per ingaggiare le forze del generale Burgoyne, Kościuszko fu decisivo per la vittoria americana a Saratoga.
Rimase poi per due anni a West Point, New York, realizzando delle fortificazioni innovative prima di richiedere di tornare al fronte, cosa che avvenne nell'ottobre del 1780. Pochi mesi dopo le chiatte, le fortificazioni, le opere di esplorazione ed intelligence dell'ufficiale polacco si riveleranno fondamentali per salvare l'Armata del Sud dal generale Cornwallis durante la famosa "Corsa verso il [fiume] Dan". Grazie al suo contributo strategico, le forze del Congresso poterono dare avvio alla riconquista della Carolina del Sud. Durante i due anni successivi partecipò a diversi piccoli scontri e assedi, ricevendo una ferita di baionetta e quasi venendo ucciso nella battaglia di James Island. Nonostante i grandi meriti acquisiti presso i neonati Stati Uniti, Kościuszko dovette tornare in Europa nel 1784 senza essere riuscito a ricevere il giusto salario dovutogli dal governo americano. Le terre di famiglia erano in stato di abbandono a causa della scellerata amministrazione del fratello, ma grazie all'aiuto della sorella Anna riuscì ad ottenere parte dei terreni per sé. Rinunciando a un'ottima e sicura fonte di guadagno, limitò le corvée a due soli giorni per i contadini maschi, abolendole per le donne. Il nobile si avvicinò al partito liberale, supportandolo durante la Grande Sejim (parlamento) del 1788-92. Grazie all'ascesa del Partito Patriotico, che propugnava le moderne idee ispiratrici della Rivoluzione Francese, Kościuszko ottenne la carica (e lo stipendio) di maggiore generale del riformato esercito polacco-lituano. La Costituzione Polacca di Maggio, promulgata nel 1791, deluse parzialmente le aspettative di Tadeusz, in quanto manteneva la monarchia e faceva poco per migliorare la situazione di servi ed ebrei. Ma proprio questo documento scatenò la reazione dei magnati riuniti nella Confederazione di Targowica, che invocò l'aiuto della zarina Caterina II. Circa 37.000 polacchi inesperti si trovarono a difendere il proprio paese da 100.000 esperti soldati russi, divisi in tre armate che penetrarono nel paese. A Kościuszko fu assegnato il comando di una delle tre divisioni che componevano l'Esercito della Corona, ma il suo consiglio di tenere unito l'esercito per affrontare una ad una le armate russe fu ignorato. Dopo la vittoriosa battaglia di Zieleńce, a Kościuszko venne ordinato di difendere il fianco meridionale del fronte, e grazie alla sua leadership nella battaglia di Dubienka 5.300 polacchi con 10 cannoni respinsero 25.000 russi, che lasciarono 4.000 caduti sul campo. Per questa vittoria Tadeusz ricevette la più alta onorificenza polacca, la croce Virtuti Militari, e la promozione a generale di corpo d'armata. Ma con gli onori giunsero anche le cattive notizie: il re Stanisław August Poniatowski aveva deciso di capitolare ed entrare nella Confederazione di Targowica. Deluso e amareggiato, il comandante che era diventato in breve tempo famoso come patriota e sostenitore delle idee progressiste, dovette lasciare il suo paese in quanto era diventato un bersaglio per gli occupanti. A Lipsia si formò una piccola comunità di rifugiati polacchi impegnata a progettare un'insurrezione, con l'eventuale aiuto della Francia rivoluzionaria. Il 23 gennaio del 1793 Prussia e Russia decretarono la Seconda Spartizione della Polonia, riducendo il paese alla misera ombra di quello che era stato un tempo. I preparativi per la ribellione fremevano, ma la data dell'insurrezione dovette essere anticipata per evitare che gli agenti zaristi troncassero la rivolta sul nascere. Sfruttando l'assenza della guarnigione russa, il 24 marzo 1794 Kościuszko occupò la città, assunse il titolo di comandante in capo e proclamò la mobilitazione generale per cacciare i russi. Questi riuscirono a radunare una piccola armata per difendere Varsavia dai circa 6.000 uomini di Kościuszko, contro i quali si scontrarono nella battaglia di Racławice. Lo scontro fu deciso dalla carica degli kosynierzy, i contadini volontari che armati di falci e guidati da Kościuszko in persona, al grido di "Per Dio e la madrepatria!" calarono sui russi. Ma questi tornarono con forze maggiori, rinforzate dal supporto prussiano. Nella battaglia di Szczekociny 27.000 prusso-russi, supportati dal fuoco di 124 cannoni misero in rotta i 15.000 ribelli polacchi, armati molto peggio. L'eroe contadino Wojciech Bartosz Głowacki trovò la morte, e Kościuszko stesso venne ferito gravemente. La speranza sembrò affievolirsi quando il comandante venne nuovamente ferito, e non essendosi potuto suicidare, catturato nella battaglia di Maciejowice. L'Insurrezione di Kościuszko si concluse nel sangue quando l'esercito russo dopo aver sconfitto i difensori di Varsavia massacrò 20.000 civili, contravvenendo agli ordini del generale Suvorov. La seguente Terza Spartizione della Polonia sancì la fine dello stato polacco per i successivi 123 anni. Il comandante sconfitto rimase prigioniero per due anni a San Pietroburgo, fino a quando il nuovo zar Paolo I lo liberò, e, in cambio del giuramento di fedeltà, liberò anche 20.000 prigionieri polacchi. Dal 1797 al 1798 visse in America, dove liberò gli schiavi delle sue tenute e gli diede i mezzi per educarsi. La speranza che la Francia di Napoleone avrebbe supportato la causa polacca per indebolire il nemico russo lo riportò in Europa, dove si unì alla Società dei Repubblicani Polacchi. Ma l'incontro con Napoleone non portò ad alcuno sviluppo, in quanto Tadeusz non si fidava dell'ambizioso corso e vide la creazione del Granducato di Varsavia come un espediente. Amareggiato e provato dalle ferite, si ritirò dalla politica attiva. Dopo la caduta di Napoleone, lo zar Alessandro I cercò il suo supporto per creare uno stato polacco alleato e satellite della Russia, ma quando il vecchio patriota seppe che il nuovo stato sarebbe risultato perfino più piccolo del Granducato di Varsavia lo definì "una barzelletta" e rifiutò di aiutare i russi. Dopo aver provato ad emancipare i servi nelle sue tenute in Polonia, si ritirò in esilio volontario a Solothurn, in Svizzera. Qui morì il 15 ottobre 1817, a 71 anni, a causa di una caduta da cavallo. Venne seppellito nella cattedrale del Wawel, entrando a buon diritto nel pantheon degli eroi nazionali polacchi. Gli Stati Uniti non avrebbero dimenticato il loro debito di gratitudine nei suoi confronti, e nel momento del bisogno, sarebbero accorsi in aiuto dei loro fratelli polacchi...



lunedì 13 maggio 2019

MORIRE PER LA PROPRIA CITTA': PIETRO MICCA 1677-1706

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L'ennesimo conflitto infuriava per l'Europa.
La guerra vedeva questa volta schierati da una parte l'Inghilterra, l'Impero Asburgico, il Portogallo, la Danimarca e i Paesi Bassi, dall'altra la Francia e la Spagna, il cui inetto re Carlo II aveva indicato nel testamento come successore il nipote di Luigi XIV, Filippo di Borbone. 
In tutto ciò Il Ducato di Savoia si trovava tra la Francia ed il milanese, che era nelle mani della Spagna e costituiva il naturale corridoio di collegamento tra i due alleati, per cui Luigi XIV impose al duca Vittorio Amedeo II l'alleanza con i franco-ispanici.
Ma Vittorio Amedeo II, sostenuto dal cugino Eugenio di Savoia-Carignano, conte di Soissons e gran condottiero delle truppe imperiali, ebbe l'intuizione che questa volta la partita principale tra la Francia e l'Impero si sarebbe giocata in Italia e non più nelle Fiandre o in Lorena. Sulla base di questa sicurezza strinse alleanza con gli Asburgo, gli unici che avrebbero potuto garantire la reale indipendenza dello Stato sabaudo.
Strette tra due fuochi, però, le terre sabaude vennero circondate e attaccate da tre eserciti: perdute Susa, Vercelli, Chivasso, Ivrea e Nizza (1704), a resistere rimaneva solo la Cittadella di Torino, fortificazione fatta erigere dal duca Emanuele Filiberto I di Savoia circa centoquarant'anni prima, ovvero intorno alla metà del XVI secolo.
Protetta da ottime gallerie di contromina, scavate al di sotto degli spalti della cittadella, nelle quali la compagnia minatori del battaglione d'artiglieria, formata da 2 ufficiali, 2 sergenti, 3 caporali e 46 minatori con, in appoggio, 350 manovali (addetti agli scavi) e 6 sorveglianti, la fortezza si garantiva il controllo del sottosuolo e la collocazione delle cariche di esplosivo destinate a frustrare i lavori degli assedianti.
All'interno della cittadella invece rivestiva particolare importanza il cisternone, un edificio circolare situato al centro della piazza d'armi. Questo pozzo assicurava una costante riserva d'acqua che prendeva rifornimento dalla falda freatica sottostante. I franco spagnoli sapevano bene, dunque, che l'unico modo per penetrare all'interno del fortilizio era ritorcere il controllo del sottosuolo contro i difensori.
Era proprio tra questi che militava il giovane Pierre Micha, conosciuto come Pietro Micca.
Si sa poco sulla sua persona, tranne che proveniva da famiglia modesta. Nacque dal matrimonio tra il muratore Giacomo Micca, nativo di Sagliano, (oggi Sagliano Micca), con Anna Martinazzo, originaria della frazione Riabella di San Paolo Cervo. Il 29 ottobre 1704 aveva sposato Maria Caterina Bonino, e ne ebbe il figlio Giacomo Antonio (1706-1803). Pietro Micca lavorava inizialmente come muratore.
Rimasto disoccupato, si arruolò nella compagnia minatori nell'esercito sabaudo, allora impegnato nel difficile conflitto contro la Francia, così da finire a lottare in quel dedalo di cunicoli così importante per la difesa di Torino.
Nella notte tra il 29 e il 30 agosto 1706, degli incursori nemici riuscirono a entrare in una delle gallerie sotterranee della Cittadella, uccidendo le sentinelle e cercando di sfondare una delle porte che conducevano all'interno. Ciò sarebbe stato un sicuro disastro per i piemontesi: anche se fossero stati successivamente respinti, i francesi potevano raggiungere il cisternone e renderlo inutilizzabile, segnando la fine per i difensori. Pietro Micca, i cui commilitoni chiamavano Passepartout per l'abilità di infiltrarsi e "rubacchiare" era di guardia ad una delle porte insieme ad un commilitone.
I due soldati sentirono dei colpi di arma da fuoco e compresero che un gran numero di nemici stava per raggiungerli. Certi che non avrebbero resistito a lungo pensarono di far scoppiare della polvere da sparo (un barilotto da 20 chili posto in un anfratto della galleria chiamata capitale alta) allo scopo di provocare il crollo della galleria e così non consentire il passaggio alle truppe nemiche.
Tuttavia, non potendo utilizzare una miccia lunga perché avrebbe impiegato troppo tempo per far esplodere le polveri, Micca decise di impiegare una miccia corta, conscio del rischio che avrebbe corso. Senza altro pensare, allontanò il compagno con una frase che sarebbe diventata storica: «Va via, It ses pì long che na giornà sensa pan!» («Alzati, che sei più lungo d'una giornata senza pane»).
Così, mentre il compagno fuggiva lungo le galleria, senza esitare il soldato diede fuoco alle polveri.
Micca venne travolto dall'esplosione e il corpo fu scaraventato a una decina di metri di distanza. I francesi sopravvissuti allo scoppio, ormai giunti alla porta trovarono davanti a sé un muro franato di pietra e furono costretti a desistere nell'attacco.
Pietro, con il suo sacrificio, aveva salvato Torino.
Poiché stretti nell'assedio, il soldato venne sepolto in una tomba comune, ma la sua fama già riecheggiava tra i difensori, che furono ispirati dal suo gesto disinteressato.
Quando, il 7 settembre 1706, i francesi vennero respinti, frotte di miliziani e regolari inneggiavano al nome del buon minatore, affiancandolo a quello dei nobili comandanti, dei santi e pure a Dio. In una supplica inviata al duca Vittorio Amedeo II il 26 febbraio 1707, la vedova di Pietro Micca chiese una pensione. Nella richiesta è scritto che il marito eseguì un ordine del colonnello Giuseppe Amico di Castellalfero, magari offrendosi volontario «invitato dalla generosità del suo animo a portarsi a dare il fuoco a detta mina, nonostante l'evidente pericolo di sua vita». La vedova Maria Bonino ottenne così un vitalizio di due pani al giorno e si risposò nel 1709 con un certo Lorenzo Pavanello, da cui ebbe il figlio Francesco.
Tutt'ora, oltre a tantissimi luoghi rinominati con il nome Micca, la statua del soldato minatore svetta davanti alle mura di Torino, una sentinella di pietra a testimoniare l'importanza del suo glorioso sacrificio.



domenica 12 maggio 2019

Faccia a faccia con un coltello


Ti sei mai chiesto cosa accadrebbe se un giorno fossi costretto ad affrontare un attacco di coltello. Onestamente, il mio primo istinto sarebbe quello di correre ... In un confronto con un coltello, l'unica certezza che esiste è che ci saranno tagli o, peggio ancora la possibilità di essere colpiti mortalmente.
In un attacco di coltello, non si può più parlare di combattimento, autodifesa, ma di sopravvivenza contro un individuo che vuole ucciderti, che non gioca per una vittoria, un riconoscimento, ma per la sua vita.   
Le tecniche e soprattutto la psicologia dello scontro sono totalmente differenti da quelli a cui sei stato abituato in palestra.
L'inserimento di un'arma in un conflitto, trasforma uno scontro da “rituale” a battaglia e ti proietta direttamente in strada (o nella giungla!) senza regole, senza compromessi.
Dovrai agire in un modo che probabilmente sarà contrario ai tuoi principi e alla tua educazione. Dovrai avere la capacità di muoverti rapidamente con un atteggiamento da artista marziale, combattendo con un puro istinto di sopravvivenza senza stato d'animo.
La tua risposta deve essere veloce, efficiente e brutale.
D'altro canto, non c'è da vergognarsi a fuggire da una situazione dove puoi lasciarci la vita.
Ma a volte le circostanze ci costringono ad accettare lo scontro, perchè ci troviamo in uno spazio chiuso, dove dobbiamo difendere qualcuno, o perchè non c'è un poliziotto, a neutralizzare chi ci minaccia.
Ecco perché dobbiamo imparare a difenderci.
Imparare l'autodifesa oggi è diventata una necessità, a causa dell'aumento del numero di aggressioni, mancanza di solidarietà e un senso di reale o percepita insicurezza.
Così, tante persone cercano una soluzione rapida nelle arti marziali.
All'inizio dell'apprendimento si potrebbe pensare che ci sono tecniche segrete per sbarazzarsi di qualsiasi attaccante. Ma più si procede con lo studio dell'arte del combattimento, tanto più ci si accorge che l'uomo è più importante della tecnica.
Il nostro cervello così acuto in alcune occasioni si può paralizzare dalla paura, nonostante la pratica regolare in palestra, egli può impedirci di rispondere in modo efficace.
Il primo passo per superare una situazione di emergenza è considerare la possibilità che accada.
La tecnica è importante, ma rappresenta solo una parte della legittima difesa.
La preparazione mentale, è altrettanto importante.
L'addestramento nella difesa contro i coltelli è una delle più difficili e più complesse, non c'è spazio per gli errori.
L'apprendimento deve essere il più realistico possibile con gli scenari, gli aggiornamenti le difficoltà e l'incapacità del tenere a fuoco il pericolo durante la realtà del combattimento.
Gli insegnanti di arti marziali devono essere il più onesti e responsabili possibili con i loro studenti. Non c'è niente di peggio che dare false certezze e troppa fiducia nelle tecniche studiate.
Possiamo dire che ci sono due serie principali di circostanze in cui possiamo trovarci coinvolti in un attacco con il coltello, attacco in cui si vede l'arma e quello in cui non si vede.
Nel primo caso, un individuo attacca dopo aver esternato le proprie minacce o intimidazioni con un'arma, o quando un individuo che durante una discussione o un momento di follia sequestra al primo un utensile tagliente.
In questi casi se è possibile prendi e mantieni una distanza di sicurezza oppure blocca e rispondi rapidamente e brutalmente.
Nel secondo caso, tutte le tattiche specifiche e le tecniche saranno difficili da usare e non possiamo certo fare affidamento sulla fortuna o la goffaggine del nostro aggressore.
Purtroppo il secondo scenario è il più comune, secondo statistiche statunitensi, l'80% degli agenti di polizia uccisi o aggredito con un coltello non ha visto l'arma.

Principi generali di sicurezza
Parametri da considerare:
L'attaccante ha l'intenzione di utilizzare il coltello per spaventare o minacciare? o per uccidere?

L'attaccante è sotto l'influenza di droghe o alcool, sembra avere problemi mentali?

Possiamo risolvere la situazione attraverso il dialogo?

L'attaccante è solo lui?

Il luogo in cui avviene lo scontro è alla luce o al buio?

Ci sono oggetti o mobili che mi potrebbero servire come protezione, o come una difesa?

Ho l'opportunità di scappare?

Puoi attaccare per primo? (migliore opzione)

L'aggressore ha uno o due coltelli?

Che tipo di coltello (dimensioni, a doppio taglio ...)?


Azioni da intraprendere contro un individuo armato di coltello:
Regola # 1: continua a muoverti, non essere un bersaglio fermo. Intanto studia il terreno.
(Oggetti, mobili che offrano una possibile protezione o per una possibile difesa).
Attenzione alle persone che ti circondano, spesso gli aggressori non sono soli.

Regola # 2: proteggere gli organi interni, Come difesa usa sempre la faccia esterna dell'avambraccio (sul lato interno sono posizionate le arterie e i tendini). A volte si devono usare tecniche definite di sacrificio, è meglio sacrificare la parte esterna degli avambracci che non la gola!

Regola 3: Mai andare a terra con un individuo armato di coltello. Mantieni la distanza di sicurezza, crea una situazione di stallo. Non cercare di disarmare il tuo aggressore con un colpo sferrato con la gamba. Puoi mancare il coltello e ti troveresti fuori equilibrio, ma soprattutto rischi che il tuo aggressore ti recida l'arteria femorale.

Regola 4: la difesa (blocco o parata) e la risposta devono essere simultanee. La risposta deve essere forte (alla gola o negli occhi) per destabilizzare il nostro avversario, seguito a catena da un secondo attacco, con cui è possibile disarmarlo, per neutralizzarlo o fuggire.

Regola 5: Se hai un bastone come arma, o un bastone telescopico, un tonfa, utilizza la lunga distanza per colpire.

Regola 6: Se sei riuscito a disarmare il tuo avversario fai attenzione quando stai per recuperare o rimuovere l'arma, attento che qualcuno non la recuperi prima di te.

Dopo lo scontro, quando tutto è finito, assicurati di non stare male. Molte persone che sono state tagliate con un coltello durante uno scontro non se ne rendono subito conto.
La Difesa contro un coltello è molto complessa, con molti parametri su cui basarsi per le tecniche, le tattiche, ambientale e soprattutto psicologico.
Tutto ciò richiede una formazione costante, specifica e il più vicino possibile alla realtà.
In questo campo di battaglia, come negli altri, si deve essere di mentalità aperta, sii curioso, non avere paura di rimettere in discussione tutto, segui molti corsi con insegnanti diversi che hanno stili diversi e che per ciascuna tecnica, saranno disposti a condividere con te le proprie esperienze.
Ma sappi che nessuno possiede la verità, e si sceglie quello che meglio si adatta, perché dopo tutto è la tua vita in gioco.

sabato 11 maggio 2019

Discipline esoteriche giapponesi: Kobudera, Shugendo, Mikkyo, Kuji Kiri...

L'interpretazione odierna delle arti marziali è ormai globalmente quasi sempre equivocata relegando in uno spazio sempre più esiguo una realtà molto rara.
Tecniche sviluppate in secoli di guerre, battaglie, duelli si sono ormai trasformate in uno sport o nel peggiore dei casi in spettacoli da baraccone... ma è davvero tutto qui, quello che rimane di tradizioni, leggende, cultura?
Davvero le tradizioni che hanno sfidato i secoli devono cedere l'onore delle armi alla modernizzazione, perdendo il loro vero obiettivo? O qualcosa è sopravvissuto...?
Molte Arti Marziali sono indissolubilmente legate alle religioni tradizionali orientali del luogo dove sono nate e si sono sviluppate, buddismo e taoismo in Cina, buddismo e shintoismo in Giappone solo per citarne alcune.
Eppure all'adepto viene insegnato ad uccidere, donando in molti casi la quasi certezza dell'impunità. Questo dualismo incomprensibile per la mentalità occidentale, è in realtà una condizione normale in oriente... Yin Yang, gli opposti che si rincorrono, si uniscono, la Luce che esiste come dualità dell'oscurità e viceversa...
Anche le Arti Marziali riflettono questa ideologia, con profondi studi di psicologia e sullo spirito da una parte, unito a tecniche che portano all'uccisione del nostro avversario come controparte, in una apparente contraddizione, che è tale solo se osservata superficialmente.
Questo si è riflettuto per secoli sui diversi "destinatari" dell'Arte.
Da una parte individui capaci di gesta straordinarie, gli Yamabushi, monaci guerrieri erranti che le leggende vogliono in possesso di poteri mistici, dall'altra i guerrieri dell'ombra, gli assassini silenziosi, i ninja, guardati con orrore e terrore da tutti, odiati perchè temuti...
Uomini che si trovano agli antipodi dell'arte, eppure cosi simili nelle conclusioni a cui sono giunti sul rapporto dell'uomo e della natura. E che praticano discipline esoteriche molto simili, che derivano da sette buddiste e da antiche credenze scintoiste: il Kobudera, il Mikkyo, lo Shugendo, il Kuji Kiri.
I primi le usano come mezzo per giungere all'Illuminazione, i secondi per aumentare esponenzialmente le proprie capacità "trasformandosi" così in infallibili macchine dispensatrici di morte. O almeno questo è quello che può sembrare a una prima occhiata, leggendo le poche (o molte) pubblicazioni che possiamo trovare in giro. In realtà la distinzione non è affatto cosi netta. Perchè in realtà quando un ninja usa le sue conoscenze per terminare una vita egli è solo un emissario del Karma, poiché sa che sta per commettere un'azione irreversibile...
Yamabushi e ninja, Shugendo e Kuji Kiri, leggende, storie, tradizioni profondamente radicate nell'animo di ogni giapponese, leggende, storie... nulla di vero dunque?
Solo trucchi da baraccone, suggestione e duro allenamento?
Forse. O forse no?
Perchè ancora oggi, nel moderno Giappone ipertecnologico, non è inusuale assistere a riti ancestrali che si perdono nella nebbia del tempo, quando un monaco, lacero e sporco, lascia il suo rifugio tra i monti e scende tra la gente dei villaggi.
Le Arti Marziali all'inizio del 21° secolo sembrano aver compiuto compiuto lo stesso percorso che ha portato il lupo ad essere addomesticato fino a diventare il tranquillo cane domestico che tutti conosciamo... ma non tutti hanno scelto questa Via... non tutti hanno abbandonato le zanne del Lupo... pochi eletti, in una società moderna e solo in apparenza radicalmente cambiata, percorrono la loro Via, e finchè loro esisteranno le leggende non moriranno, Shugendo e Kuji Kiri si perpetuano e si rinnovano, in un processo vecchio di secoli, nell'eterno, infinito processo di conoscenza di sè... come un cerchio che si chiude in eterno su se stesso.


Questo post è in tua memoria Maestro.
Prima da Maestro ad allievo.
Poi da Maestro a Maestro.
Infine da Padre a figlio.
Questa è l'arte.

giovedì 9 maggio 2019

Xu Huang

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Xu Huang (in lingua cinese 徐晃) (169 – 227) è stato un generale cinese durante il regno del signore della guerra Cao Cao e del suo successore, Cao Pi, durante la fine della Dinastia Han e i Tre Regni. È ricordato soprattutto per aver rotto l'assedio nella Battaglia di Fancheng (219).
Chen Shou, l'autore delle Cronache dei Tre Regni, considera Xu Huang tra i cinque generali del Regno di Wei, assieme a Zhang Liao, Yue Jin, Zhang He e Yu Jin.

Vita

Nato nella contea di Yang ((, oggi Hongdong, Shanxi) negli ultimi anni della Dinastia Han, Xu Huang lavorò in gioventù come ufficiale nell'amministrazione locale. Più tardi seguì il generale Yang Feng (楊奉) nella campagna militare contro l'Insurrezione dei Turbanti Gialli e fu nominato comandante della cavalleria (騎都尉).
Nel 196, dopo la morte del tirannico signore della guerra Dong Zhuo, Xu Huang e Yang Fen scortarono l'imperatore Xian da Chang'an a Luoyang, il quale da allora in poi cadde in rovina. Nello stesso anno, Cao Cao andò personalmente a Louyang per costringere l'imperatore a muovere verso Xuchang
Xu Huang allora suggerì a Yang Feng di entrare nelle forze armate di Cao Cao, ma Yang Feng non gli diede retta e inviò una truppa nel futile tentativo di respingere l'imperatore Xian. Cao Cao presto si vendicò e sconfisse Yang Feng, dopo di che Xu Huang si arrese a Cao Cao.
In seguito Xu Huang partecipò in ogni campagna maggiore di Cao Cao, incluse le offensive contro Lü Bu, Yuan Shao, Ma Chao, e Ta Dun (蹋頓). Xu Huang combatté bene in tutte, facendosi notare specialmente per la sua ingegnosità.
Durante la campagna contro l'erede di Yuan Shao nel 203, il difensore della città di Yiyang (易陽) inizialmente si arrese ma presto cambiò idea. Vedendo come si comportava, Xu Huang riconobbe i dubbi che turbavano il suo nemico e gli scrisse una lettera per persuaderlo ed incendiò la città. Il difensore fu sconfitto e Xu Huang conquistò la città senza spargimento di sangue.
Nel 215, Xu Huang si appostò nel Passo Yangping (陽平關) per difendere Hanzhong contro l'avanzata dell'esercito di Liu Bei, che tentava di troncare le rotte commerciali della città. Xu Huang si mosse in modo da colpire frontalmente l'esercito nemico. Molti soldati nemici caddero dal dirupo su sui combattevano di fronte al furioso attacco di Xu Huang e la città fu messa in sicurezza.
Il momento di maggior gloria nella carriera militare di Xu Huang avvenne nella Battaglia di Fangcheng, nel 219. Quando la città di Fangcheng (樊城), al giorno d'oggi un distretto di Xiangfan, Hubei, fu assediata dal generale nemico Guan Yu e i primi rinforzi inviati da Yu Jin furono sconfitti, Xu Huang fu inviato come un secondo rinforzo per aiutare e proteggere la città.
Sapendo che la maggior parte dei suoi soldati non avevano ricevuto un adeguato addestramento, Xu Huang non entrò direttamente nella battaglia ma si accampò dietro il nemico avendo così un effetto deterrente. Intanto, intanto ordinò ai suoi uomini di scavare trincee intorno alla città nemica di Yancheng (偃城) con l'idea di bloccare i rifornimenti alla città. I nemici furono così ingannati ed abbandonarono le loro posizioni. Xu Huang stabilì a Yan il suo punto d'appoggio.
In questo periodo arrivarono altri rinforzi coi quali l'esercito di Xu Huang attaccò l'accampamento di Guan Yu. Guan Yu inviò 5000 uomini a cavallo incontro all'esercito, ma furono sconfitte. Molti di questi soldati furono spinti nel vicino Fiume Han e annegati. L'assedio di Fangcheng fu rotto. Quando Cao Cao venne a conoscenza della vittoria, lodò Xu Huang e lo paragonò a Sun Tzu and Tian Rangju(田穰苴).
Quando Xu Huang fece ritorno, Cao Cao inviò sette li fuori dalla città per accoglierlo, dandogli pieno merito per la vittoria conseguita. Durante il ricevimento, i soldati di altri comandanti si spostarono in modo da dare modo a Cao Cao di vedere nel migliore dei modi, ma gli uomini di Xu Huang si fermarono ordinatamente in coda. Vedendo questo, Cao Cao lodò: "Il generale Xu ha veramente ereditato la classe di Zhou Yafu".
Dopo la morte di Cao Cao nel 220, Xu Huang continuò ad essere un uomo di fiducia del suo successore, Cao Pi. Divenne Generale del Diritto (右將軍) e marchese di Yangping (陽平侯). Quando Cao Rui subentrò a Cao Pi nel 227, inviò Xu Huang a difendere Xiangyang contro l'invasione del Regno di Wu. Xu Huang morì lo stesso anno di malattia, domandando una sepoltura in abiti non ufficiali. Gli fu dato il titolo postumo di marchese di Zhuang (壯侯), letteralmente "marchese robusto". Gli successo Xu Gai (徐該), che insieme ai discendenti di Xu Huang ereditò il titolo di marchese.

Romanzo dei Tre Regni

Il Romanzo dei Tre Regni è un romanzo storico scritto da Luo Guanzhong ed è una novellizzazione dei fatti avvenuti prima e durante il periodo dei Tre Regni. Xu Huang appare per la prima volta nel trediceismo capitolo, dove presta servizio a Yang Feng, un ufficiale militare nella capitale Chang'an. Insieme scortano l'imperatore Xian a Luoyang dopo la morte di Dong Zhuo, che teneva l'imperatore in ostaggio.
Quando Cao Cao arriva a Louyang per andare a prendere l'imperatore a Xuchang, Yang Feng manda Xu Huang a dissuaderlo. Vedendo il formidabile Xu Huang sul suo cavallo, Cao Cao conosce quest'uomo straordinario. Il signore della guerra mandò la sua guardia del corpo ed uno dei più fieri guerrieri, Xu Chu, a duellare col nemico.
Nessuno dei due poté avere un vantaggio sull'altro anche dopo cinquanta attacchi, e Cao Cao fu sorpreso dell'abilità di Xu Huang. Non volendo che nessuno dei due si facesse del male, Cao Cao chiamò Xu Chu alla ritirata. Venuto a conoscenza che il suo signore voleva reclutare Xu Huang, Man Chong, un suddito di Cao Cao e concittadino di Xu Huang, si ovffrì volontario per convincere Xu Huang a disertare.
Quella notte, Man Chong si travestì come un soldato comune e spiò nella tenda di Xu Huang. Dopo qualche tentativo di persuasione, Xu Huang cedette. Man Chong gli propose di uccidere Yang Feng per suggellare la diserzione. Comunque, Xu Huang fu onesto e rifiutò di uccidere il suo ex superiore.
Nel libro Xu Huang incontra la sua fine fuori Xincheng (新城), dove viene colpito in fronte da Meng Da dalle mura della città. I suoi uomini lo riportano immediatamente al campo, dove il medico rimuove la freccia e tenta di curarlo, ma alla fine il generale muore a notte fonda. Nel romanzo muore a cinquantanove anni, ma questo dato non è supportato da fonti storiche. Xu Huang è anche popolarmente considerato come uno dei più grandi generali di Cao Cao, al fianco di Zhang Liao, Yue Jin, Xiahou Dun.



mercoledì 8 maggio 2019

Storia e definizione delle Arti Thai: Muay Thai e Krabbi Krabong Muay Thai

Il Muay Thai è la devastante “Scienza degli Otto Arti” originaria dalla Thailandia e sviluppata in migliaia di anni. La data precisa della creazione di quest’Arte Marziale non è nota ma si crede che abbia più di 2000 anni. Per “Scienza degli Otto Arti” si intende il sistema di combattimento basato non solo su pugni e calci ma anche su gomitate e ginocchiate. In tutta la storia Thai, il Muay Thai (è questo il suo nome corretto) ha avuto una notevole importanza.
Ma, durante il regno di Pra Chao Sua (che era conosciuto come il "Re Tigre"), il pugilato Thai ottenne nuova forza ed importanza poiché il Re stesso era, non solo un seguace ed un appassionato di quest'arte, ma ne era anche un grande campione. Viaggiava solitamente di villaggio in villaggio, partecipando alle varie fiere in incognito e combattendo contro i campioni locali per premi di denaro, senza che nessuno riuscisse mai a capire chi fosse in realtà. A quei tempi i guantoni da boxe erano prodotti con corde di canapa intinte in una soluzione di colla. Se, addirittura, alla colla venivano mischiate schegge di vetro, i risultati erano chiaramente devastanti. Un primo esempio di protezione per l'inguine aveva la forma del guscio di un mollusco, e le comunità delle zone interne utilizzavano, al posto della conchiglia, un pezzo di corteccia d'albero. Ma questo sport era così violento che, agli inizi del 20° secolo, i decessi che avvenivano sul ring erano molto frequenti. Nonostante l'intervento del governo con nuove regole molto rigide, che si sperava sarebbero servite a ridurre o a eliminare questo tipo di morte violenta, continuarono a verificarsi danni al cervello, ferite molto gravi e decessi. Entro il 1930, tuttavia, furono introdotti i moderni guantoni da boxe, nuove regole, regolamentazioni, divisioni a seconda del peso e combattimenti sempre aventi luogo all' interno del ring, accorgimenti che resero quest' arte molto più sicura.
Il Muay Thai era quindi divenuto "maggiorenne", ma non era ancora, del tutto privo di pericoli. Nonostante il nuovo corpo di leggi, infatti, i decessi erano ancora piuttosto frequenti, per lo più dovuti allo shock del colpo di gomito alla tempia. Il pugilato Thai è probabilmente lo sport di contatto tra i più violenti tra tutti gli altri che compongono il vasto panorama degli sport da combattimento (anche se non necessariamente il più efficace), le sue tecniche letali possono entrare benissimo anche nella guardia più solida, arrecando danni irreparabili. L'occidente, tuttavia era così conscio della reputazione di quest'arte e del pericolo insito, che si decise di eliminare i colpi di gomito e le altre caratteristiche letali, per creare il nuovo, più sicuro sport della boxe unita anche alle percussioni con calci. Tutto l'allenamento del Muay Thai ruota attorno ad abilità combattive di primo livello. Agli studenti principianti viene per prima cosa insegnato il movimento dei piedi e delle gambe, in quanto formano la gamma di possibilità dell' attacco e della difesa del combattente. Non vi sono veri e propri preliminari nell'arte, solo una serie di tecniche brevi, ben organizzate, che si dispongono in un preciso schema d' attacco. Nel pugilato Thai, a differenza delle altre arti marziali, il combattente apprende le tecniche per calciare utilizzando la propria cresta tibiale, e non le altre parti del corpo. La cresta tibiale viene quindi deliberatamente rafforzata durante gli allenamenti, percuotendola ripetutamente contro un cuscinetto o una borsa pesante. Ma, alla fine dopo questo duro allenamento si è ottenuta la consistenza di una sbarra di ferro. L'allenamento per l'acquisizione della forza fisica nel Muay Thai è probabilmente il più severo e faticoso rispetto a tutti gli stili di combattimento asiatici. Gli studenti che vivono in speciali campi di allenamento, percorrono circa 8/9 km per volta, seguiti da una percorso di 3/5 km di nuoto. Senza fermarsi neppure per una pausa, il combattente si sposta verso l'area dove si trovano i sacchi appositi, per passare almeno un'ora a colpirli con pugni e calci. Poiché il combattimento può durare anche per un lungo periodo di tempo, è di fondamentale importanza che i combattenti siano sempre in ottime condizioni fisiche.

Gli Antichi Stili di Muay Thai

La storia dietro al Muay Thai

Molti di voi conosceranno l’Arte Marziale e lo sport del ring chiamati “Muay Thai” o “Thai Boxe”, le sue tecniche esplosive e devastanti hanno elettrizzato il pubblico in tutto il mondo e assicurato la sua popolarità, ma da dove viene questo sport, quali sono le sue origini?
Si crede che il popolo Siamese abbia avuto il suo unico stile di combattimento, uno stile diverso per ogni Regno. Questi sistemi di combattimento si sono ovviamente evoluti per diverse centinaia di anni e sono stati conosciuti sotto diversi nomi come per esempio “Arwut Thai” (che significa Armi Thailandesi) e “Pahuyut” (combattimento sia armato sia disarmato).

Insegnando l’antica Muay Boran

Molto tempo dopo, alla fine del Periodo Ayuthaya, o intorno all’inizio del Periodo Thonburi dopo una lunga storia di guerra contro i Birmani, Re Phra Thaksin “Il Grande” finalmente respinse tutti gli invasori dai Regni del Siam e da qui iniziò la dinastia Chakri. La dinastia Chakri con Re Rama I sul trono, segnò un periodo dove quasi tutti i Regni divisi del Siam si unirono insieme per diventare lo Stato che conosciamo come Thailandia.
Alla fine del ‘700, finite le guerre contro gli invasori, i combattenti cominciarono a competere localmente, e spesso al cospetto del Re per poter vedere chi avesse il miglior stile. Si identifica questo periodo della storia del Muay Thai perché i combattenti avvolgevano le loro mani con spaghi di cotone. Oggi, ci si riferisce a questo stile di combattimento (di questo periodo) come “Muay Kaat Chueak” anche se all’epoca, non si usava questo termine. “Muay Kaat Chueak” iniziò a declinare intorno agli anni ’20, finendo una volta per tutte nel 1929 con un caso di morte sul ring.
Anche se il governo del tempo proibì questo stile di combattimento (con le mani fasciate) si continuò lo stesso a praticare l’Arte e a combattere clandestinamente. Infine, introducendo regole, e fornendo ai combattenti protezioni migliori, la competizione divenne più sicura, e nacque il Muay Thai sportivo.
Ecco una lista dei più popolari stili di “Muay Kaat Chueak”. Questa sezione cercherà di spiegare le caratteristiche che definiscono ogni stile con informazioni addizionali sulla storia.

Paak Tai – Stili del Sud

Muay Chaiya
Muay Chaiya è lo stile del Sud, creato nella città di Chaiya nella provincia di Surathani nella Thailandia del Sud. Lo stile è stato creato da un soldato chiamato Por Tan Mar di Bangkok che divenne un monaco del tempio di Wat Tung Jab Chang nella città di Chaiya, dove rimase fino alla sua morte.
Fu durante la permanenza al tempio che Ajarn (Maestro) Por Tan Mar sviluppò lo stile Muay Chaiya. Insegnò lo stile al governatore di Chaiya ("Praya Vajisata Ya Rat") che si chiamava “Kam Sriyaphai”. Il governatore aveva un figlio chiamato “Kiet Sriyaphai” che imparò il Muay Chaiya dal padre. Kiet Sriyaphai imparò anche gli stili di 12 differenti Ajarn. Era diventato il Maestro dello stile Muay Chaiya.
L’ultimo Ajarn di Kiet Sriyaphai fu il famosto Ajarn Kimsaing che era il Maestro dello stile Paak Klang.
Uno dei migliori studenti di Ajarn Kiet Sriyaphai, Kruu (insegnate) Tong, ha insegnato a moltissimi Thailandesi che vivono tuttora.

Muay Chaya boxer
Si crede che lo stile Muay Chaiya abbia più di 250 anni. La posizione del Muay Chaiya è molto bassa e compatta, col centro di gravità fra le gambe. Entrambe le ginocchia sono piegate e tutte le giunture guardano avanti, pronte ad essere usate come scudi contro qualsiasi attacco in arrivo. Nel Muay Chaiya, una mano è sempre più in altro dell’altra, chiuse a pugno che guardano in alto. I praticanti di questo stile di solito usano una guardia destra ma possono usare molto bene anche l’altra.
Il Muay Chaiya si specializza nel parare con gomiti e ginocchia.
Ogni gamba o braccio è piegato, perfino quando il boxer attacca. Gli arti non sono mai completamente distesi. Alcune persone lo chiamano “Stile del Durio”, dal nome di un frutto cosparso di punte molto affilate.
Il footwork è veloce e liscio, e qualche volta il peso del corpo è caricato interamente su una gamba. Il boxer Muay Chaiya si muove spesso molleggiando. Gli attacchi sono molto veloci e si presentano come raffiche da tutti gli angoli. Il Muay Chaiya è considerato da alcuni insegnanti come uno stile ibrido. Questo perché la persona che sviluppò lo stile, Ajarn Por Tan Mar, importò lo stile da Bangkok.
Lo stile Muay Chaiya fu sviluppato da un monaco, quindi lo stile annovera molti concetti Buddhisti tra i suoi insegnamenti. I boxer Muay Chaiya erano addestrati nella meditazione e nel Thamma (insegnamenti di Buddha).
I boxer Muay Chaiya fasciano solo le loro mani perché vogliono la loro arma primaria, il gomito, il più efficace possibile.

Muay Maa Yang
Muay Maa Yang è un altro stile di Muay Thai del Sud meno conosciuto.
Il nome, “Maa Yang” tradotto dal Thai significa “La Camminata del Cavallo”. Il Maestro di questo stile era Kruu Tankee.
La posizione classica di questo stile vuole il boxer con una gamba alzata in posizione di guardia, con la mano corrispondente tenuta chiusa al fianco, l’altra mano davanti al volto in posizione anch’essa di guardia.
Kruu Tankee era molto conosciuto per la sua crudeltà in combattimento, quindi non era molto apprezzato come insegnante. Una storia dice che Kruu Tankee abbia rimosso l’occhio del suo avversario, Kruu Noree (Stile Muay Chaiya) che aveva spezzato a Kruu Tankee la fronte con un calcio saltato. Kruu Noree avrebbe continuato a combattere dopo aver perso l’occhio, per morire più tardi a causa delle sue ferite degenerate in emorragie.

Paak Eesaan (Lo stile di Muay Thai dell’Est, atrimenti conosciuto come Muay Korat)
Il Muay Korat porta il nome del luogo dove lo stile si è originato; Na Khorat Rachasima che si trova nel centro della Thailandia verso l’Est. Lo stile del Muay Korat è comparso al pubblico durante il periodo di Re Rama IV, ma forse il popolo di Korat aveva custodito questo stile per più di cento anni.
Il governatore della città di Na Khorat Rachasima, Phra Hemsamahan è tra le persone che hanno trasmesso il Muay Korat la più antica scuola che si conosca. Phra Hensamahan insegnò lo stile a Deng Thaiprasert che divenne il primo combattente a rappresentare lo stile Korat combattendo al cospetto del Re, e vincendo la competizione acquisì il titolo di “Muan Changat Cherng Chok”, che significa “Il Campione del Re”.
Un altro studente dell’Arte, che ricevette gli insegnamenti di Phra Hemsamahan, fu Kruu Bua Wathim. Questo è considerato il vero Maestro del sistema Muay Korat. Kruu Bua divenne un soldato e insegnò ai cadetti dell’Esercito per tutta la vita. Il suo vero nome era Kruu Bua Ninarcha, che singifica “Il Cavallo Nero”.
Il Muay Korat è considerato il Muay Thai dell’Est.
La posizione nel Muay Korat è un po’ diversa da quella degli altri stili. La posizione è un po’ lunga e molto stretta con entrambi i piedi quasi in linea, entrambi che puntano avanti. Le mani sono messe una di fronte all’altra, in linea davanti al naso. La gamba che si trova in avanti è diritta e il ginocchio è bloccato. L’altra gamba è anch’essa diritta, tesa e pronta a calciare verso l’alto, o per usare il footwork per cambiare l’angolazione da cui si attacca l’avversario. Il tallone della gamba che è dietro non è a contatto col pavimento. Il centro di gravità del corpo è vicino alla gamba frontale con la testa posizionata oltre il piede frontale, il corpo che pende in avanti.
I calci e i pugni del Muay Korat vogliono gli arti diritti. Il calcio viaggia in un arco verso l’alto, ruotando un pochino per raggiungere la testa o il collo dell’avversario.
Questo stile di Muay Thai preferisce intercettare un attacco con colpo e parata simultanei, o di scegliere di schivare un attacco muovendosi al di fuori dalla sua portata. Raramente nello stile Korat si insegna a parare prima e ad attaccare dopo. Il footwork utilizzato è “Suu Yang”, che significa “Camminata della Tigre”.
Questa tecnica usa una guardia stretta. L’arma più potente del Muay Korat si chiama “Viang Kwai”, che significa “Sventagliata del Bufalo”. Questa tecnica è eseguita dopo un calcio e usa le nocche delle dita per colpire l’avversario dietro l’orecchio. Un altro attacco famoso si chiama “Taa Krut” che è utilizzato come contrattacco, lanciando due colpi simultaneamente.
Nell’antichità, i boxer del Muay Korat seguivano un Codice Buddhista conosciuto come “Sin Haa”, i cinque precetti. La meditazione era una parte molto importante del loro allenamento, seguita da un forte rispetto per i più anziani e la regola d’oro di non combattere sul ring con altri boxer Muay Korat.

Paak Klang (Lo stile centrale del Muay Thai, conosciuto anche come Stile di Bangkok)
Muay Paak Klang è lo stile di Bangkok o centrale. Probabilmente il Muay Lopburi fu parte del Muay Paak Klang.
Il Maestro di questo famoso stile fu “Ajarn Kimsaing”, che veniva da Ayuthaya. Ajarn Kimsaing imparò il Muay Ayuthaya da Kruu Kiao. Poi si trasferì a Bangkok per studiare il pugilato internazionale e Muay Paak Klang insieme a “Luang Vitsam Darunkon”.
La posizione del Muay Paak Klang non è molto larga. Le braccia sono tenute basse e i pugni sono chiusi e guardano avanti. Entrambe le braccia sono alla stessa altezza, paralleli e puntano in avanti, con la mano sinistra leggermente più avanti.
A volte il piede frontale è tenuto sopra al terreno, esteso in avanti, ma che punta in basso verso l’avversario. Il footwork di questo stile è molto interessante; quando il boxer Muay Paak Klang fa un passo, i suoi piedi si uniscono con le mani tenute davanti al viso in una posizione di guardia molto alta, poi il boxer fa un altro passo, i piedi si separano e la guardia si abbassa.

Muay Paa Klang boxer
Questo stile è qualche volta conosciuto come “Passi del Fantasma” perché il boxer Muay Paak Klang si muovono molto velocemente e con poco sforzo, quasi sembra che coprano il terreno in più posti diversi contemporaneamente.
Il Maestro di questo stile, Ajarn Kimsaing fu l’ultimo Ajarn del famoso insegnatne dello stile Muay Chaiya; Ajarn Kiet Sriyaphai.
I boxer Muay Paak Klang avvolgono le mani fino a metà avambraccio.

Paak Klang - Muay Lopburi
Questo stile è nato nel Periodo Ayuthaya quando Re Narai era sul trono. All’epoca molti stranieri stavano lavorando col Re, quindi si crede che Ajarn Muun Men Mat abbia imparato qualche abilità letale da loro.

Muay Lopburi boxer
La posizione tipica del Muay Lopburi sembra quasi identica a quella di un pugile occidentale del 1900, la classica posizione dritta con entrambe le braccia estese in fuori, con entrambe le braccia che puntano in avanti. Questo stile si basa su pugni precisissimi e letali. Le armi più pericolose del Muay Lopburi furono i montanti al pomo d’adamo dell’avversario e i colpi coi pollici agli occhi.
Questo stile si qualificò come uno dei più furbi e scaltri dell’era.
A volte i boxer avrebbero finto un infortunio solo per aspettare un’opportunità di attacco. Alcuni ritengono che questo stile fu parte di un altro stile chiamato “Muay Paak Klang” o stile centrale.
I boxer Muay Lopburi avvolgevano il braccio solo a metà con gli spaghi di cotone, e a volte non si usava nessuna fasciatura.
Tristemente, questo stile è stato perduto completamente. Il primo Ajarn (insegnante) di questo pericoloso stile si chiamava “Muun Men Mat”, che significa “Diecimila Pugni Precisi”. La leggenda vuole che Ajarn Muun Men Mat non abbia insegnato al popolo Thailandese la sua Arte perché in uno degli ultimi combattimenti aveva ucciso un uomo con un colpo fatale. Dopo questo decise di smettere di insegnare e visse in un Tempio Buddhista ad aiutare i Monaci. Tutto questo fu nel Periodo Ayuthaya.

Paak Klang - Muay Ayuthaya
Il Maestro dello stile Muay Ayuthaya si chiamava “Kruu Kiao”, che significa “L’insegnante verde”. Veniva da Ayuthaya e fu il maestro di Ajarn Kinsaing che dopo divenne il Maestro del Muay Paak Klang.

Muay Ayuthaya boxer
Una delle caratteristiche di questo stile era la posizione del boxer, che ha la spalla sinistra alzata, vicina al mento a proteggere il viso. Il Muay Ayuthaya attaccava con due armi alla volta al fine di contrastare efficacemente gli altri stili. Uno dei contrattacchi più comuni contro il Muay Chaiya era un calcio circolare sinistro e un cross corto verso il basso a tagliare.
Questo stile non era molto famoso ma divenne conosciuto da molti a causa del Maestro del Muay Paak Klang che aveva imparato il Muay Ayuthaya prima di andare a Bangkok.

Paak Klang - Muay Uttaradit
Si sa poco di questo stile particolare, ma il suo esponente più famoso fu un guerriero molto noto che si chiamava Kon Phra Pichai Daab Haak.

Paak Nuua (Lo stile del Nord del Muay Thai, altrimenti noto come Muay Lampang or Muay Chiang Rai)
Nell’era di Re Rama V quando il Regno di Lanna (le provincie dell’estremo Nord) fu unificato, e diventò parte del Regno del Siam (che poi divenne la Thailandia), la legislazione proibì la pratica delle Arti Marziali nel Nord. Mentre la gente di Bangkok potevano allenarsi con le armi, la gente del Nord (Lanna) non poté, e così col tempo questo stile sparì.
I boxer Muay Paak Nuua erano famosi per le loro vaste conoscenze dei punti vitali del corpo. I boxer Muay Lampang avrebbero colpito spesso usando le mani con un movimento a pinza, afferrando ed esercitando pressione sulle parti vulnerabili del corpo.

Muay Boran
La Muay Boran è l’Arte Marziale madre da cui si è sviluppata in tempi molto recenti lo sport da combattimento apprezzato ormai nel mondo e conosciuto con il nome di Boxe Thailandese. Ciò che ormai comunemente viene indicato come Muay Boran è in realtà un sapiente mix degli elementi caratteristici di diverse impostazioni tecniche definite dagli studiosi come Stili Regionali (ad esempio il Muay Chaiya o il Muay Korat) e dei principi combattivi che seguivano una logica comune (vedi ad esempio le tecniche della Scimmia Bianca o quelle praticate dal plotone scelto della guardia reale del Damruot Luang da cui il nome di Muay Luang) rese attuali ed effettivamente utilizzabili da un moderno praticante occidentale grazie ad un sapiente e continuamente riveduto sistema metodologico. In questo senso è corretto dire che la Muay Boran attuale è nel contempo una disciplina antica e moderna: antica per le strategie e le tecniche tradizionali che risalgono ad epoche molto remote, moderna perché la codificazione di un bagaglio tecnico così variegato e disperso è
stata fatta pochi anni fa da esperti di Muay Thai e studiosi delle tradizioni marziali siamesi immersi nella realtà di oggi e proiettati verso grandi sviluppi futuri. In Europa la stessa Commissione Cultura Thailandese, grazie all’opera ed alla spinta instancabile di un noto senatore thailandese, il Generale Tienchai Sirisompan, diede vita ad una Federazione Sportiva denominata IAMTF (che in seguito divenne IMTF, International Muay Thai Federation) di cui facevano parte come tecnici tutti i membri della commissione ed il cui Coordinatore Internazionale era, ed è tuttora, il Gran Maestro Chinawooth Sirisompan, thailandese residente da anni a Manchester e per questo perfetto “ponte” tra i due mondi. Proprio quest’ultimo ebbe il compito, tra l’altro, di diffondere in Occidente il frutto del lavoro della Commissione al fine di far comprendere nel migliore dei modi ai praticanti non thai, la ricchezza delle tradizioni marziali siamesi. A tale fine il maestro Sirisompan si vide nella necessità di strutturare in maniera coerente l’apprendimento tecnico e, dopo numerosi tentativi, brevettò la prima versione di un programma tecnico, articolato e suddiviso in livelli detti Khan che, in seguito sarebbe divenuto la base per i programmi ufficiali ormai in uso in molti paesi d’Europa ed in tutti i club aderenti all’Accademia Internazionale di Muay Boran (IMBA). Proprio dalla stretta e costante collaborazione del Gran Maestro Sirisompan con l'Arjarn Marco De Cesaris si è arrivati oggi ad avere un’Arte Marziale tradizionalmente siamese perfettamente adattata alle esigenze reali del praticante occidentale (leggi autodifesa, fitness, self confidence, studio culturale ed eventualmente pratica sportiva agonistica). Quando Oriente ed Occidente si incontrano rispettandosi vicendevolmente e prendendo il meglio dell’altro universo, come in questo caso, le sinergie generate non possono non creare un prodotto evoluto e fruibile ma ancora ricco di quelle tradizioni secolari che ne caratterizzano l’unicità.

Stili moderni di Muay Thai
Oggi in Thailandia, nuovi stili si sono sviluppati da questi antichi stili sopra menzionati. Muay Chaiyut, Muay Nawarat and Muay Sangka sono alcuni di questi.

Varianti sul Muay Thai
Muay Thai era il termine utilizzato al posto di Pahuyuth (stile di combattimento dalle molte facce) un paio di secoli fa, ma il Muay Thai in sé è solo una parte dell'intero sistema di combattimento Thai che copre anche armi e lavoro a terra, che molti chiamano "Ling-Lom", anche se non è il nome corretto. Molte persone non conoscono questo "Muay Thai senza esclusione di colpi" e ci sono ancora meno persone in grado di insegnarlo. Ling-lom è una forma di lotta.

Lerd-Rit è il nome che si usa per il Muay Thai Militare, che comprende allenamenti contro multipli avversari e tecniche di difesa contro le armi. Trovare un istruttore di questa applicazione di Muay Thai è praticamente impossibile fuori dalla Thailandia. A differenza degli altri stili di Muay Thai, il Lerd-Rit usa solo mani aperte invece che pugni chiusi.

KRABBI KRABONG
Circa 4000 anni fa, gli AI LAO (come i Thailandesi venivano chiamati dai Cinesi), si stabilirono nel centro - ovest asiatico dopo aver combattuto per "aprirsi la strada" dal continente indiano.
La loro federazione di regni crebbe e fiorì fino al 200 D.C., quando la dinastia Han della Cina cominciò la sua guerra di espansione. Gli Ai Lao, notevolmente maggiori di numero, riuscirono a contenere l'ondata di espansione, principalmente grazie alla loro grande abilità con le armi.
Alla fine, il maggior numero di Cinesi, ebbe la meglio e gli Ai Lao divennero vassalli dell'impero Szechuan. Piuttosto che vivere sotto le regole cinesi, molte tribù gradualmente migrarono al sud, nelle foreste e nelle giungle del Sud - Est Asiatico.
Il primo leggendario esperto marziale Thailandese, fu il Principe Naresuan, che trascorse la sua giovinezza studiando l'Arte della Guerra, mentre veniva allevato e cresciuto come ostaggio alla corte dei Birmani, convinti che un giorno il giovane thailandese sarebbe stato loro fedele vassallo.
Egli aveva appreso l'uso di tutte le armi bianche e della lotta a mani nude.
Per esempio questo sovrano non solo era un esperto nell'uso dell'alabarda, con la quale uccise il principe Birmano invasore, a dorso di un elefante, ma eccelleva anche nell'uso della spada, con la quale lottò ed uccise poi un altro principe Birmano ancora. Come accennato in precedenza, egli fu ostaggio in Birmania per ben nove anni e si era fatto dunque le ossa, tra le più dure ed aspre lotte della vita. Se suo padre, il re Maha Thammaracia, avesse fatto il furbo, egli come ritorsione sarebbe stato ucciso subito. A sedici anni aveva già dimostrato doti strategiche ed un’abilità nel Krabbi Krabong eccellenti, così suo padre chiese al re della Birmania di riaverlo con lui, offrendo in cambio la principessa sua figlia Supha Thevi al suo posto. Il principe Birmano, con il quale Naresuan era cresciuto, covava un’invidia terribile nei suoi confronti e si sentiva offeso ed umiliato dalla magnifica abilità che egli possedeva in ogni materia di studio. Si narra che un giorno i due principi avessero scommesso sul combattimento tra due galli (sport cruento tuttora diffusissimo) e che il gallo di Naresuan avesse battuto quello di Ming Kassava. Questi allora, sdegnato disse con disprezzo a Naresuan: "Solo un gallo vassallo può essere tanto sfacciato!". Al che di ripicca Naresuan rispose: "Il mio gallo è capace di combattere non solo per una stupida scommessa, ma anche per la conquista di un Regno!". La frase era troppo allusiva e fu naturalmente dal principe ereditario riferita al padre che, da allora in poi, cominciò non solo a sospettare, ma anche a diffidare di Naresuan. E lo dimostrò con l’immediata preparazione di un potente esercito, per attaccare Ayutthia, allorchè se ne presentasse la necessità.
Di Naresuan, il leggendario Principe Nero, si narrano ancora molti altri episodi sul suo coraggio e prontezza d'azione. Una volta ad esempio, recandosi a fare visita a sua madre in Ayutthia, ebbe l'occasione di conoscere un nobile Cambogiano che aveva chiesto asilo politico al re, suo padre, e si era stabilito nella capitale.
Ma in realtà non era un perseguitato politico, bensì una spia al soldo del re della Cambogia. E infatti, un giorno, Naresuan lo vide fuggire su di una giunca cinese. Intuì allora subito la verità e, raccolto un pugno di uomini, saltò su di una barca reale e si mise all'inseguimento del fuggiasco. Raggiuntolo, imbracciò il fucile e gli sparò; disgraziatamente la canna della sua arma scoppiò e stava a sua volta per essere preso di mira dal cambogiano, quando il fratello Eka Thotsarot, che era accorso con lui, fece a tempo a metterlo al riparo dal colpo che lo avrebbe raggiunto in pieno petto. La giunca nel frattempo guadagnava tempo e, giunta alla foce del fiume Chao Phraya, spiegò le vele e si dileguò in alto mare.
Naresuan, non potendo con la sua piccola barca affrontare i marosi, dovette a malincuore far ritorno ad Ayutthia. Un’altra volta i Cambogiani fecero una delle solite sortite fuori dai loro confini, per saccheggiare le città Thai e portarne via gli abitanti come schiavi. Naresuan, saputolo, intervenne rapidamente con tremila uomini, inviandone cinquecento in avanscoperta, allo scopo di tendere un agguato ai Cambogiani. Questi, infatti, quando giunsero, si trovarono inavvertitamente attaccati di fronte e alle spalle; pochissimi furono i sopravvissuti.
Ma l'apoteosi di Naresuan doveva ancora arrivare. Mentre accadevano questi eventi, in Birmania il principe Ming Kassava, aveva sposato alcune principesse di stati vassalli e le maltrattava. Una di queste fu colpita con un pugno così forte che ebbe un'emoraggia al naso, così raccolse il sangue in un fazzoletto e lo inviò al padre come prova lampante dei maltrattamenti ai quali era sottoposta alla corte birmana. Il re di Ava, addolorato e giustamente adirato, si dichiarò libero dal vassallaggio e, ottenuto l'appoggio degli stati Shan, scrisse lettere anche a tutti gli altri governanti chiedendo loro di unirsi a lui contro il re della Birmania. Gli altri stati rifiutarono l'invito, ma non il principe Naresuan che partì con un esercito.
Il principe birmano, che covava un odio implacabile contro Naresuan, saputolo inviò due generali con i loro eserciti a fargli le feste, ossia di attaccarlo alle spalle e distruggerlo. Ma per fortuna, i due generali appartenevano alla stirpe Mon, avevano avuto un passato glorioso ed erano successivamente stati sopraffatti dai birmani e ridotti in schiavitù dall'attuale dinastia regnante, perciò odiavano il loro re ed il principe ereditario, mentre simpatizzavano per il coraggioso Naresuan, che avevano già avuto modo di conoscere durante la sua lunga permanenza presso la corte birmana.
Prima di partire essi vollero dunque chiedere un consiglio al loro maestro, abate di un tempio, il quale consigliò loro di non eseguire gli ordini ricevuti, perchè Naresuan non aveva commesso alcun male e perciò non meritava alcun castigo. Filosofia spicciola, ma sublime del buddhismo. Poi tutti e tre andarono segretamente ad avvisare Naresuan, che nel frattempo era giunto nella città di Muang Khreng la quale, per ulteriore fortuna e coincidenza, apparteneva ai Mon suoi sostenitori. Egli, grato ai suoi amici Mon ed indignato per il perfido complotto ordito da Ming Kassava, adunò il consiglio della città e, dopo aver esposto i fatti, dichiarò apertamente di volersi staccare dalla Birmania e riscattare nuovamente la libertà e l'indipendenza per la sua nazione.
Entrato quindi nella capitale birmana, senza colpo ferire, raccolse tutti i prigionieri Thai ancora superstiti e li invitò a far ritorno con lui in patria.
Il principe Ming Kassava, sconcertato e sorpreso dalla fulminea svolta degli eventi, non riuscì ad intervenire tempestivamente e, abbandonato dai suoi due generali, non si sentì di affrontare il nemico da solo e preparò con calma un esercito numerosissimo.
Naresuan cercò di coalizzare le città del nord, per avere più uomini, ma quando i governatori di Sukhothai e di Phi Chai, per paura rifiutarono, fece un giretto dalle loro parti e presili, li fece decapitare. Democratica soluzione del problema!
Poté così riavere in pugno tutte le città del nord della Thailandia e tutte decisero di combattere con lui i birmani.
Malgrado tutti questi sforzi, di uomini validi ce n'erano rimasti davvero pochi e, per quanto i Thai rispondessero ai suoi appelli, non potè raccogliere più di 10.000 uomini atti alle armi. Mentre sapeva benissimo che l'armata Birmana era formata da un contingente che era ben tredici volte superiore al suo. Naresuan tuttavia non si perse d'animo e, forte della sua audacia e incrollabile fiducia nella vittoria, ma sopratutto sorretto dalla sua profonda conoscenza del nemico, non desistette dall'impresa e puntò tutto sulla qualità della preparazione marziale nel Krabbi Krabong dei suoi uomini.
Naresuan curò personalmente l'addestramento fisico e morale dei suoi pochi guerrieri, con una durissima ma umana disciplina, dando lui stesso esempio di abnegazione, ordine, puntualità e spirito d'ardimento, buttandosi sempre per primo dove la battaglia infuriava con più forza. Si guadagnò così in breve tempo, la piena fiducia e tutta la stima dei suoi soldati, dai più umili fanti ai generali, tramutando dei pavidi uomini ancora terrorizzati dalle efferate brutalità e rappresaglie dei Birmani, in autentiche "macchine da guerra" sprezzanti di ogni pericolo. I suoi soldati lo idolatravano e non combattevano più, come i Birmani, da mercenari per il bottino o il saccheggio, ma per la patria e l'onore del loro valoroso capo.
Il loro morale era sempre alto, anche nelle più dure prove, e sempre ferma la loro fiducia di poter vincere il nemico, perchè tale era la loro preparazione nel Krabbi Krabong e ferrea la volontà del loro comandante.
Infatti, dopo aver contenuto e respinto le cinque poderose invasioni tentate dai Birmani, Naresuan e i suoi fedeli e coraggiosi Thai, passarono all'attacco del nemico e con tale impeto da prendere il sopravvento, annientare l'enorme armata dei nemici e soggiogarne la nazione.
L'ultima grande battaglia si svolse nella provincia di Suphan Buri, nella piana di Nong Sarai. Qui il neo Re Naresuan corse il più grande pericolo di tutte le precedenti battaglie e spericolate imprese.
Il suo elefante, infatti, e quello del fratello Eka Thotsarot, improvvisamente adombratisi, uscirono precipitosamente dallo schieramento Thai e si avvicinarono pericolosamente da soli verso le file dei birmani, proprio sotto gli occhi del principe Ming Kassava che avrebbe potuto farli circondare e catturare dai suoi uomini, se proprio in quel preciso istante, il Re Naresuan non avesse avuto l'istintiva e fulminea presenza di spirito, di sfidare a singolar tenzone il suo rivale Birmano.
Il principe Ming Kassava fu così condannato. Infatti, secondo le leggi della cavalleria e dell'onore
militare, egli non potè rifiutare il duello, ne scagliare i suoi uomini contro il re Thai, senza coprirsi d’infamia. Accettò dunque la sfida e ordinò ai suoi uomini di farsi largo.
Il principe Birmano ed il re Thai, si affrontarono con l'alabarda, dal dorso dei reciproci elefanti, ma quanto a destrezza non c'erano paragoni e dopo due secondi tutto era già finito. Secondo i dettami del Krabbi Krabong, re Naresuan lo aveva subito ingaggiato con una serie violentissima e rapidissima di colpi, uccidendolo quasi all'istante.
A tale vista i birmani si buttarono sui due fratelli decisi ad abbatterli o a farli prigionieri, ma i Thai, ripresisi dalla momentanea sorpresa, si lanciarono precipitosamente nella mischia, sbaragliarono completamente la compagine nemica e la misero in rotta. Ai Birmani non rimase altro che una precipitosa fuga, per sganciarsi dai Thai, e mettersi in salvo oltre i confini. Sul luogo del memorabile duello, fu cavallerescamente fatto erigere da Naresuan, un monumento a ricordo del povero principe Birmano contro il quale si era misurato.
Il Principe Naresuan, chiamato "Principe Nero" creò duetti ed esercizi di combattimento, organizzò competizioni di Muay Thai ed esercizi di combattimento a larga scala per aumentare il coraggio, la resistenza e la forza, insegnando contemporaneamente la scienza della guerra alla gente.
Dallo studio delle armi corte (Krabi) e delle armi lunghe (Krabong) nacque il nome della disciplina.
La Muay Thai o Boxe Tailandese si sviluppò molto a causa dell'eccessivo numero di guerrieri che venivano uccisi o feriti durante l'addestramento con le armi, inoltre essa completava tale addestramento fornendo al lottatore un panorama vasto e completo delle sue possibilità di difendersi con o senza armi.
Il Principe Nero morì attorno al 1590, mentre conduceva un'ennesima armata vittoriosa contro i Birmani.
In un capitolo del libro "I tre Regni" Khao Phu lottò con Machiko davanti il Re Cho; Machiko lotta con la lancia, Khao Phu con l'alabarda. Essi combattono a singolar tenzone con le armi di cui sono esperti per ben 230 tornei.
Ad un certo punto Khao Phu si arrabbia e sferra un colpo micidiale con l'alabarda, Machiko si scansa e a sua volta sferra un colpo di lancia che colpisce Khao Phu al petto, Khao Phu allora getta lontano la sua alabarda e afferra la lancia di Machiko; i due contendenti tirano la lancia ognuno dalla sua parte fino a che questa non si spezza in due tronconi e i due guerrieri imperterriti continuano la lotta con i due pezzi di lancia.
Questo dimostra come i due valorosi guerrieri fossero abilissimi sia nell'uso delle armi lunghe che in quelle corte.
Nel libro Inao, Kaman Kuning lotta contro il generale Raden Montri a corpo a corpo. I due generali sono abilissimi nell'uso di varie armi e sono pronti ad affrontarsi all'ultimo sangue.
Cominciano con la spada a cavallo, ma vedendo che non riuscivano a prevalere l'uno sull'altro, scesero da cavallo e continuarono la lotta a piedi con la sciabola, esaurendo tutte le mosse di attacco e difesa. Ambo le parti attaccano e si difendono egregiamente senza venire ad una conclusione, e allora passano all'uso del pugnale.
Questa sarà l'ultima arma con la quale Raden Montri riesce a battere l'avversario Kaman Kuning.
Questi due episodi della letteratura Thai dimostrano come tutti i guerrieri fossero abili nell'uso di varie armi.
Grazie al Principe Narsuan le Arti Marziali si diffusero tra la popolazione che le apprese benissimo trasformandole, di fatto, in tradizioni coltivate da tutti, tanto più che le invasioni da parte dei popoli limitrofi erano frequenti e di volta in volta, sia contadini sia operai, guerrieri professionisti, donne e ragazzi, si ritrovavano a dover respingere di volta in volta Birmani, Cinesi, Laotiani o Vietnamiti.
Tutti in casa tenevano le loro armi, generalmente di ottima fattura e quotidianamente si addestravano, cosi che in caso di invasione la nazione non doveva perdere tempo ad istruire la gente, ma bastava solamente organizzarla in gruppi. L'Arte della Guerra era una dote naturale che si portavano da casa e la maestria era cosa comune.
Il motivo poi per il quale la Nazione in quel tempo aveva molta fiducia nell'abilità dell'uso delle armi dei suoi soldati, era dovuto al fatto che tutta questa gente aveva ricevuto una validissima istruzione anche da parte dei numerosissimi maestri d'armi, schermitori formidabili e sempre pronti ad affrontare ed uccidere il nemico.
Inoltre avevano piena fiducia nelle loro armi, che erano fatte del metallo più duro e resistente possibile, forgiato con metodi simili a quelli in uso presso i Giapponesi. Le armi dunque non si spezzavano, non sfuggivano di mano, erano ben studiate e bilanciate.
Questi Maestri che a quel tempo abbondavano erano inoltre decisi a perpetuare questa loro arte affidandola alle nuove leve di giovani, come una sacra eredità da conservare pura nella sua tremenda efficacia, fino ai giorni nostri.
Questi tre punti sono la base generale di tutti i popoli, per una seria preparazione alla guerra.
In pratica non si sa con certezza quando abbia avuto origine il Krabbi Krabong, chi lo abbia inventato, giacché non abbiamo nessuna fonte storica precisa. Da questo possiamo dedurre che i Maestri d'armi imparavano e insegnavano con la pratica, senza preoccuparsi minimamente della teoria, di cui non ci hanno lasciato traccia.
Poichè il popolo Thai è da sempre stato una razza guerriera fin dall'antichità, ed essendo il Krabbi Krabong il principale degli esercizi marziali, è logico ritenere che sia antichissimo, almeno quanto la stessa razza che, è giusto ricordare non è mai stata dominata da alcun popolo straniero, nemmeno dai cinesi con i quali vi furono solamente influenze culturali e commerciali.
Possiamo ritenere come punto storico certo, il periodo del 2° Regno Ciakri di Bangkok, poichè Sua Maestà il Re Rama II stesso ne parla nel libro di Inao dal quale riporto il seguente brano:
"In quel tempo il Re Man Ja Kida - Lan fu felice di vedere Inao che era venuto a trovarlo e gli disse: -Ho sentito che sei molto abile nella scherma del Krabi, perciò ti pregherei di darmene una dimostrazione: allora il capo dei funzionari che si chiamava Kida - Ian, ordinò di chiamare alcune coppie di duellanti, per questa dimostrazione -".
Da questo racconto possiamo arguire che il Krabbi Krabong era già conosciuto da tanto tempo.
Più tardi durante il regno del Re Rama III, il poeta Sunthonphu scrisse il poema dei due Principi fratelli Aphai Mani e Sisuwan e narra che vanno a congedarsi dal Re padre, per andare nella foresta in cerca del Maestro che allora era chiamato Thisapamok, secondo la consuetudine di quel tempo. Trovato il Maestro, essi appresero ognuno un sistema di lotta diverso dall'altro; come si può capire dal seguente brano: Ban Chanta Kham Phram Phrùt Tha:
"Dopo aver camminato per 15 giorni giunsero in un paese dove c'era il Maestro Thisapamok. Uno divenne molto abile nel suonare il flauto al punto che chi l'ascoltava perdeva i sensi, l'altro era abile con le armi".
In seguito durante il regno di Rama IV, al Re piacque tanto il Krabbi Krabong che inviò i figli a studiare quell'Arte Marziale fino a farli diventare maestri.
Nel 2409 dell'Era Buddhista, ossia nel nostro 1866 ci fu la cerimonia di ingresso nella Pagoda del Buddha di Smeraldo, del Principe Ereditario Ciulalongkorn come aspirante bonzo.
Ebbene subito dopo la cerimonia il Re obbligò il principe a rivestire gli abiti principeschi e ad assistere a una dimostrazione di Krabbi Krabong con tutte le armi tradizionali, nessuna esclusa.
Tutti i figli del Re Rama IV divennero Maestri esperti di Krabbi Krabong e lui stesso lo praticò assiduamente durante tutto il suo regno. Il Re stesso Phrabat Somdet Phrachula Chom Klao studiò e praticò ad altissimo livello sia il Krabbi Krabong sia il Muay Thai sotto la guida del Maestro di corte Phon Jotha Nujot, organizzò tornei nazionali, invitò presso il suo palazzo i migliori Maestri del paese e divulgò l'arte tra la gente fino a farla diventare la più importante delle discipline ufficialmente riconosciute.

LE ARMI DEL KRABBI KRABONG
L'armamento dei Thai fin dall'antichità consisteva in armi per tagliare o infilzare che erano in dotazione a tutti i soldati e cioè: Sciabola, Spada, Coltello a due punte, Lancia, Picca, Alabarda, Armi da lancio in generale, Bastoni lunghi e corti, Coltello Khukry, Pugnale Kriss; come armi di difesa avevano lo scudo curvato come un coppo o a corteccia d'albero, lo scudo piatto e lo scudo rotondo.
I Thai chiamano queste armi KHRU'ANG MAI e le dividono in due gruppi:
1) KHRU'ANG MAI RAM (K.M.R.)
Le K.M.R. sono il Krabbi Krabong che hanno dedotto (riprodotto) da armi vere e proprie, ma non esattamente perchè, curandone la bellezza le hanno modificate in forme diverse e, nello stesso tempo le hanno indebolite, per cui quando si usano bisogna stare attenti a non dare dei colpi troppo forti, altrimenti si corre il rischio di romperle; sono per lo più armi cerimoniali.

2) KHRU'ANG MAI TI (K.M.T.)
Anche le K.M.T. sono derivate da armi vere e proprie, ma ne hanno solamente la somiglianza, nella sostanza infatti sono più leggere, più dure e forti per cui non si rompono facilmente e durano più a lungo.
Se infatti non si impiega del materiale adeguato, come si è detto, oltre che a deteriorarsi, spesso possono essere di pericolo a chi le usa nella lotta.

MID SAN: IL COLTELLO
Nella pratica del Krabbi Krabong vengono studiati tre tipi di coltello:
Il Kriss Pattani (Krish o Krid in lingua Thai), dal nome della provincia nella quale venivano fabbricati i migliori di questo tipo, è un coltello cerimoniale dalla classica foggia a raggio di sole, che viene impiegato per lo più per attacchi di punta ed è diffusissimo tra la popolazione Mussulmana che vive nel sud del paese. Molto diffuso in Malesia e Indonesia, le ferite che produce sono difficilmente rimarginabili, tuttavia la tecnica d'uso è tutto sommato abbastanza semplice e facilmente contrastabile.

Il Khukri, coltello tipico del Nepal, ma diffusissimo in tutto il sud - est asiatico, dalla classica linea curvata in avanti, viene usato con movimenti di polso circolari ed è molto, ma molto più letale del Kriss. Il peso, la rastamatura sbilanciata in avanti e il filo tremendo della lama, gli permettono di mozzare e decapitare facilmente arti o teste, le ferite che produce sono profonde e portano comunque alla morte per dissanguamento rapidamente. E' questo il coltello più amato dai praticanti di Krabbi Krabong, nella versione Thai del coltello è stata modificata la punta facendola ad "unghia"rivolta all'insù, così da poterlo impiegare anche per attacchi di punta, molto più difficili da eseguirsi diversamente, con la versione "Nepalese". Il manico è fatto di legno o di corno di bufalo, osso o avorio, in genere è abbinato a due mini coltelli da fodero; uno è per affilare l'arma, l'altro serve per scuoiare. Il Khukri non fu usato solamente per il combattimento, si può infatti usare per disboscare, per tagliare legna da ardere e per altri lavori domestici. Durante la Seconda Guerra Mondiale, un fuciliere Thaman Gurung, da solo, si avvicinò furtivamente di notte ad un campo di Tedeschi e li decapitò silenziosamente. L'effetto sul morale Tedesco fu devastante. Questi tipi di coltello possono essere di svariate dimensioni, il classico utilizzato dalle forze speciali Thai, simbolo come per i Gurkha di ferocia senza pari, è lungo circa 45 cm.
Adottato dai reparti dei Gurkha dell'esercito Inglese, si vede spessissimo anche nell'equipaggiamento dei Royal Para Commando Thailandesi. Nella scuola Thai si impara anche a duellare impugnandone due, uno per mano. Molto probabilmente è una derivazione dell'antico pugnale greco chiamato "Copis", importato dalle truppe di Alessandro Magno durante la sua conquista dell'India.

Il terzo tipo di coltello è il Kabar, chiamato anche Camillus che, al di là del nome apparentemente esotico, è un classico coltello da sopravvivenza e combattimento simile a quelli in vendita in tutti i negozi in stile Rambo. Il Kabar originale aveva il manico composto in cerchietti di cuoio sovrapposti e la sua lama, di fattura semplice, era tuttavia robusta e si prestava ad attacchi sia di punta che di taglio.

SCIABOLA KRABI
La sciabola (Krabi) è composta di varie parti e cioè: la lama, l'impugnatura o elsa, la coccia e il fodero. Il Krabi o la vera sciabola è un tipo d'arma che si usa per difendersi e per trafiggere. Pertanto è fatta di acciaio di buona qualità, e ha forma acuminata; è lunga all'incirca 90 cm. Ha un peso non molto elevato, quanto basta per manovrarla agevolmente con una sola mano, sia per la difesa che per l'attacco.
In gran parte le sciabole vengono fabbricate adattandole alla mano dell'utente, in modo che questi sia facilitato nel suo uso di difesa ed attacco.
La tecnica armata Thailandese invece trova molte più rassomiglianze con quella in uso in Europa ovvero la nostra scherma. Oltre alla spada e alla sciabola, in Thailandia, malgrado s'insegni a combattere con svariate armi che vanno dalle doppie spade, allo scudo-sciabola, al bastone, alla lancia, all'alabarda ecc..., la tecnica schermistica è a carattere meno esoterico-filosofico e più pratico e sostanziale. A questo dobbiamo aggiungere anche che, per esempio, la tecnica di spada giapponese doveva considerare il fatto che l'avversario, vestiva spesso una corazza d'acciaio resistente.
In Tailandia con spesso 40° all'ombra, i guerrieri non potevano indossare alcuna corazza quindi combattevano quasi nudi, di conseguenza le spade dovevano essere maneggevoli e veloci, ferirsi e morire diveniva estremamente facile. Così la tecnica in uso nel Siam era più sofisticata e ricca di trucchi, priva di regole o codici etici, pragmatica e strutturata per proteggersi abbattendo il nemico. La Thailandia inoltre era una terra, che, come già descritto, per la sua posizione sul Golfo del Siam e Mar Cinese meridionale era strategica per tutti, così talvolta i Cinesi, talvolta i Birmani, i Vietnamiti, i Malesi ecc.... tentavano a turno di invaderla. Per questo, contadini e guerrieri dovevano continuamente misurarsi con eserciti agguerriti, ognuno dei quali addestrato con le tecniche della propria, specifica, arte marziale. Per sopravvivere dovettero quindi continuamente modificare, adattare e migliorare il Krabbi Krabong, e con esso naturalmente il pugilato tradizionale Muay Thai.
La tecnica di scherma Siamese, il DAAB THAI, ha carattere scientifico come quella internazionale europea, anche se contempla l'uso di armi affilate di fattura tradizionale. L'arma base si chiama Krabi, ed è a tutti gli effetti, una sciabola di tipo europeo. Non s'impugna dunque a due mani, ma con una; essa viene caricata con movimenti circolari dietro la testa e portata con stoccate fendenti i cui angoli sono vari e mutabili. Le parate sono eseguite formando angoli di protezione di 45°. E' stato provato che questa angolazione e la migliore per scaricare la forza dei colpi.
Il corpo si sposta sui tarsi e compie movimenti circolari con le gambe per uscire sempre dalle traiettorie di tiro dell'avversario.
L'applicazione corretta di questi principi, unita alla semplicità, essenzialità ed eleganza strutturale della tecnica rende il tutto di un'efficacia estrema ed affascinante a vedersi.
Il duello con le due spade corte ed affilate, chiamate DAAB SONG MUE, è poi impressionante.
I colpi sono portati con ferocia e determinazione, a velocità che sembrano impossibili. Solo l'esatta
conoscenza delle tecniche e dei loro possibili concatenamenti, permette di salvarsi la vita. Nelle competizioni che si svolgono ogni anno in Thailandia, sono state giustamente introdotte armi di legno le quali, pur non evitando ferimenti, cercano di evitarne tuttavia l'esito letale.
Mentre la sciabola Krabi è a tutti gli effetti identica per fattura a quelle in uso in Europa, le corte spade Mi Daab (o Mee Daab), assomigliano ad una via di mezzo tra un Machete e un Dao cinese. Il Mi Daab è lungo circa 90 cm. di cui 30 occupati dal manico e dall'elsa. La lunghezza del manico ha due funzioni: la prima è di proteggere l'avambraccio nelle parate, la seconda quella di equilibrare il peso della spada affinché, nonostante il suo peso sia di una certa rilevanza (1,5 kg), essa possa essere maneggiata agilmente ad alta velocità. Le spade in Thailandia vengono sempre impugnate con una mano, mai con due, tranne in qualche situazione che richiede l'altra mano come appoggio di sostegno nella ricezione dei colpi più potenti.
Un altro tipo di spada si chiama Pakham ed assomiglia molto ad un gladio romano, con lama corta a goccia ed un manico molto lungo come quello del Mi Daab.
Anche l'arte della spada in Thailandia ha connotazioni spirituali.
Infatti, prima di essere impugnata, essa viene sempre rispettata attraverso il saluto rituale Wai, questo perché si ritiene che contenga gli spiriti di antichi guerrieri e che rappresenti essa stessa il Maestro. Non va mai lasciata distesa al suolo, né la si può scavalcare con le gambe. L'arma attraversa una cerimonia battesimale con la quale acquisirebbe proprietà magiche. Sulla lama, Maestri fabbri incidono dei sacri Mantram allo scopo di proteggere il guerriero dai colpi nemici.
L'arte del Krabbi Krabong si pone l'obiettivo di forgiare il carattere attraverso la disciplina mentale. Disciplina significa coerenza spirituale; essa deve essere armonia di parola, pensiero e azione.
E' necessario quindi imparare a dominare il proprio pensiero. Per questa ragione le pratiche di meditazione legate alla tradizione Buddhista Theravada (del piccolo veicolo) accompagnano da sempre la pratica di questa disciplina. Inoltre ci si esercita a sviluppare, adottare ed impostare, strategie diversissime in tempi rapidissimi.
C'è un librettino grazioso, scritto da uno dei più grandi scrittori giapponesi contemporanei : Yukio Mishima, morto suicida facendo Hara kiri, che descrive in modo mirabile delle sensazioni e dei principi sull'arte della spada, che sembrano perfetti anche per descrivere la tecnica Thailandese .
Nel libro. "Lezioni spirituali per giovani Samurai" dice testualmente:
"La spada, una volta estratta dalla guaina, inizia un suo caratteristico movimento. Proprio come accade ad una pallottola nell'attimo stesso in cui viene esplosa e che, proiettata contro il nemico, percorre una traiettoria ineluttabile; per strano intervento del destino, tuttavia, può centrare l'elmo calato sulla fronte, penetrare al suo interno, scivolare ed uscire senza provocare alcun danno. In molti casi l'azione può concludersi senza aver conseguito il suo scopo, ma è comunque sempre costretta a conformarsi alla legge ed alla logica che la obbligano a dirigersi in linea retta verso l'obiettivo. Immaginiamo di rivolgerci alla pallottola in volo e di domandarle: "Dove stai andando ?" La pallottola ci risponderebbe: "Vado ad uccidere il nemico !" e continuerebbe ineluttabilmente la sua corsa. Sarebbe impossibile per lei perdersi in un'attività secondaria. In questo senso anche la spada, sebbene non rapidamente come le pallottole, una volta snudata non può essere rinfoderata senza aver ucciso. Quando non è snudata con questo scopo, la spada viene sconfitta ed umiliata agevolmente.
Lo dimostra con efficacia ciò che accadde all'Università di Tokio, quando un gruppo di studenti del club di ginnastica fece irruzione brandendo spade, e venne subito disarmato e sopraffatto. Sembra incredibile che costoro si siano lasciati togliere le spade senza neppure scalfire gli avversari. Probabilmente le avevano snudate non per uccidere, ma soltanto per minacciare. Questo è un obiettivo estraneo alla natura delle spade, e quando un’arma viene usata per uno scopo diverso da quello per cui è stata forgiata, perde istintivamente la sua forza."
Ecco, In Thailandia le spade vengono utilizzate con questo spirito guerriero così ben descritto da Mishima; anche in allenamento, quando si colpisce, la determinazione rimane sempre quella necessaria ad uccidere inevitabilmente ed ineluttabilmente il nemico. Questo naturalmente rende gli allenamenti molto più pericolosi di quanto ci si aspetti, ed è la ragione per la quale un europeo sarà bene che impari molto velocemente ad unificare mente e corpo. Egli otterrà questo obiettivo, non con pratiche mistiche, ma concentrandosi completamente su quanto sta facendo, nella consapevolezza che un piccolo errore potrebbe avere anche tragiche conseguenze per la sua vita.
La mente deve essere in grado di mutare strategie, tecniche e schemi rapidamente e senza soluzione di continuità.
Parate ed attacchi devono essere netti, puliti e rapidissimi; inoltre occorre abbandonare l'idea che l'attacco e la difesa siano due azioni distinte. Anzi in questa scienza marziale viene insegnato a non pensare che la scherma sia l'unione di diversi movimenti semplicemente tra loro collegati.
Il livello di aggressività dunque, viene mantenuto costante sia nella difesa che nell'offesa. Si inspira nella parata e espira nell'attacco, spostandosi sugli avampiedi e mantenendo il baricentro del corpo basso.
Lo scopo ovviamente è di colpire rapidamente il bersaglio più vitale del vostro rivale. Talvolta occorrerà accontentarsi di meno, ritirandosi, per creare le opportunità migliori per il colpo risolutivo.
L'affondo, per esempio, è uno dei modi privilegiati per sferrare l'attacco finale. Nel duello, la lama trafigge fino alla schiena, compiendo il suo lavoro di devastazione senza spreco di movimento.
In sostanza, mentre l'avversario attacca il vostro corpo, la vostra aggressività e determinazione devono demolirgli la mente.
Chi vede gli incontri, ha spesso l'impressione che tutto sia preordinato, come se i combattenti si fossero messi d'accordo. In realtà non è così. Tutte le tecniche sono basate su passi e principi che sono bene conosciuti da tutti i praticanti; essi prevedono tutte le possibilità e angoli d'attacco e vengono chiamati Khrom. I principali sono solo una decina, ma le possibili varianti che possono nascere dalla libera interpretazione e fusione tra i vari khrom, danno un numero altissimo di tecniche a disposizione del combattente, creando un gioco vario ed imprevedibile nel quale soltanto l'astuzia e l'abilità permettono di conseguire vittoria.
La spada quindi va "sposata", deve diventare un'estensione del corpo e dell'anima. Nel duello di Krabbi Krabong essi devono agire di perfetto accordo, in sincronia. I pensieri devono essere tradotti in azione subito, non vi è tempo per riflettere sul perché di una certa tecnica. L'anima suggerisce alla mente quello che deve essere fatto e, prima che essa possa analizzare la mossa, il corpo deve averla già eseguita. Il corpo cioè fa quello che è necessario, mentre la mente rimane serena e quasi distaccata. Occorre dunque esercitare la propria forza interiore e andare alla ricerca di quell'equilibrio, che ci condurrà a quell'azione unica, perfetta, irripetibile.
A questo scopo concorrono la pratica delle Danze sacre Ram Awut eseguite con l'ausilio della musica rituale Sarama e la recitazione dei mantram. Esse erano presenti in tutti quei momenti cerimoniali inerenti la vita e la morte, come si può costatare anche nella scena dell'esecuzione capitale nell'ultimo e bellissimo film: "Anna and the King".

SCIABOLA TI (Krabi Ti) - Per Battere
Anche la sciabola Krabi Ti ha le stesse caratteristiche della sciabola Krabi - Ram; il suo peso maggiore è dalla parte dell'impugnatura, per renderla più leggera in punta e nella metà, è corredata da due scanalature; la punta è curvata all'insù, mentre l'estremità opposta ha una barca per fissare meglio la coccia.
L'impugnatura della sciabola Krabi Ti è fissata saldamente al corpo della lama ed è lunga all'incirca 12 cm e grossa quel tanto che si possa afferrare saldamente ed agevolmente con la mano.
La coccia ha la forma di una mezza palla da takrò, o da piccola cesta semisferica usata anche per raccogliere la frutta, ma è fatto di stecche di ferro saldamente fissate nelle due estremità dell'impugnatura e serve a difendere la mano che impugna la spada, dai colpi dell'avversario.
Il fodero del Krabi - Ti che si porta a tracolla e serve a riporre la spada quando non la si usa, ha le stesse dimensioni della lama dell'arma e può essere di metallo, di cuoio o di legno.
L'interno è foderato di pelle morbida o di stoffa per evitare di scalfire sia la lama che il fodero.
L'impugnatura è avvolta da filo attorcigliato ricoperto da lacca. Il motivo per il quale la si fa con il vimine è perchè esso è leggero, flessibile e molto resistente. Un’arma così, può facilmente essere mortale. Per rendere qualche volta le esibizioni più entusiasmanti ed eccitanti, alcuni lottatori di Krabbi Krabong si fanno delle sciabole speciali che hanno le parti essenziali, e cioè la lama, l'impugnatura e la coccia come al solito; ma hanno la punta modificata con l'aggiunta di una striscia di pelle di bufalo che viene arrotolata e legata salda con uno spago sottile, spalmato poi di lacca.
Questa punta è molto elastica e quindi dà una botta molto più pesante e dolorosa; serve perciò ad abituare il duellante a ricevere e a sopportare il dolore.
Chi si esercita infatti in questa disciplina, non può evitare di ricevere qualche colpo doloroso.

KRABI RAM - Sciabola Ram per la danza
La sciabola Ram ha le stesse caratteristiche della sciabola vera (Krabi Cing); è lunga all'incirca un metro e la sua lama è fatta solitamente di un vimine speciale più grosso di un dito pollice che termina in una punta più sottile e ricurva, avvolta in una guaina di filo sottile spalmata di lacca dorata. L'impugnatura è ricoperta di velluto, mentre la coccia è formata da una striscia di cuoio duro
laccato in oro con disegni vari in stile Thai. Questo tipo di sciabola Ram (Krabi Ram) qualche volta è fatto di legno tempestato di lustrini piccolissimi su tutta la sua superfice. Come dicevo essa serve per la danza. La danza non è un Kata o una forma, bensì una serie di lenti movimenti ritmati che non hanno alcun scopo tecnico - marziale, ma hanno solamente il compito di liberare la forza interna (Phlang Chit), invocare la protezione del Buddha e rendere omaggio a Bhrama quadrifronte.

Spada vera – Daab
La vera spada è un’arma che serve per tagliare e trafiggere. E' fatta di acciaio di buona qualità: ha la lama piatta che dalla metà in poi si va restringendo fino a terminare in una punta aguzza; la sua lunghezza raggiunge i 90 cm. circa.
Ha un peso maggiore della sciabola, che diminuisce a mano a mano che si sposta verso la punta.
La lama, come si è detto, è piuttosto pesante e fatta di buon acciaio; la sua larghezza al massimo può raggiungere i 22 cm, mentre la lunghezza si può dividere in due metà; la parte grossa e rotonda
dell'impugnatura e la parte piatta ed appuntita della lama.
L'impugnatura, fissata saldamente alla lama, è di forma rotonda e lunga all'incirca 30 cm; grossa quanto si possa impugnare con una mano agevolmente e fortemente. E' solitamente di legno molto duro.
La sua lunghezza è dovuta al fatto che deve difendere tutto l'avambraccio, dalla mano al gomito.
La coccia della spada è una lamina di ferro fissata saldamente fra l'impugnatura e la lama, per difendere le dita della mano che impugna la spada.
Il fodero ha le stesse caratteristiche del fodero della sciabola. E' da notare che anticamente, allorchè il duellante era abile nell'uso delle armi corte, solitamente preferiva armarsi di sciabola; ma se doveva usare un'arma lunga di solito preferiva la spada, impugnandola con due mani, da cui il nome: "Spada a due mani". E tale spada veniva portata dietro le spalle, con il manico che spuntava sopra una di esse; facile quindi da afferrare ed estrarre dal fodero per usarla tempestivamente contro il nemico. Alcuni guerrieri solevano tenere in mano la spada e nell'altra lo scudo: questo sistema di difesa ed offesa, era chiamato "Spada - Scudo"(Daab-Dan).

SPADA - RAM (Per la Danza Sacra)
La Spada Ram ha la stessa forma della spada vera, ma non ha la punta aguzza che è smussata e la lama stessa è di larghezza uguale per tutta la lunghezza. La si può fare in vari modi, prendendo del legno leggero, gli si dà la forma di una spada e la si ricopre con lacca dorata; viene decorata poi con vari disegni Thai. All'impugnatura si dà la forma della bocca di un drago e la si dipinge con colori vivaci. Per rendere bella la spada - Ram, si può ricorrere a qualsiasi elaborazione raffinata; nessuno lo impedisce, purché mantenga una certa rassomiglianza con la spada vera.

SPADA - TI (Per Battere)
Ha la stessa forma della spada Ram ed è fatta in maggior parte con vimine della grossezza facile da essere impugnata dalla mano.
Conviene usare un vimine vecchio con la scorza che è stato asciugato bene esponendolo al sole. La coccia è fatta con cuoio. Le estremità vengono intrecciate e legate in modo che non si rompono e quindi laccate e dorate. Non è consigliabile usare il vimine sottile perché non è adatto a dare i colpi (fendenti); è preferibile il vimine più grosso, perché ha due vantaggi: maggiore leggerezza e più elasticità.

ALABARDA NGAO
L'Alabarda vera (Ngao Cing) è un'arma che serve per colpire e per trafiggere. L'asta è di ferro di buona qualità e termina con una lama leggermente ricurva come una sciabola. L'utilità dell'alabarda non differisce molto da quella della sciabola, ma ha il vantaggio di poter colpire a maggiore distanza data la lunghezza dell'asta o impugnatura. Serve quindi non solo quando si combatte a terra, ma specialmente quando si combatte a dorso degli elefanti o a cavallo, giacché è provvista anche di un uncino per dare ordini all'animale.
Questo uncino si chiama:" Kho Ngao".
Anche l'alabarda ha la forma e si compone delle medesime parti di una spada e cioè: impugnatura (o Asta), lama e coccia. Differisce solo per la lunghezza. L'impugnatura ad asta è lunga all'incirca 170 cm, grossa quanto basta per impugnarla saldamente ed agevolmente, ed è fatta di legno elastico, forte, che non si rompe facilmente.
Alcuni tipi di alabarde sono di metallo, ma sono pochi perché pesanti e quindi poco maneggevoli e adatte a colpire.
Queste armi si usano impugnandole con due mani. L'impugnatura corretta, consiste nell'afferrarle con la mano sinistra a 25 cm dall'estremità dell'asta, e con la destra a una distanza dalla sinistra più opportuna e comoda. La coccia della lancia ha la stessa forma di quella della spada e serve a parare il colpo dell'avversario, quando fa scivolare la sua lancia lungo all'asta.

ALABARDA - RAM (Per le Danze Sacre Ram Awut)
Ha le stesse caratteristiche dell’alabarda vera. In maggior parte sono fatte e decorate allo stesso modo delle spade di cui abbiamo detto sopra. 

ALABARDA - TI (Ngao Ti)
Ha le stesse caratteristiche dell'alabarda Ram; anche questa fatta con vimine del tipo grosso, che però viene ricoperta da un tessuto spesso o da feltro, per attutire i colpi.

IL BASTONE GROSSO (Phlong)
Il bastone grosso vero e proprio, è un’arma usata per picchiare; viene anche chiamata SISOK: "Quattro gomiti". E' fatto con legno resistente che non si rompe facilmente. Alcuni sono fatti di metallo. Il bastone grosso è lungo all'incirca 200 cm ed è grosso circa 20 cm e cioè quel tanto che si possa afferrare e fare scorrere agevolmente. Non ha la testa e la coda, ma è di grossezza pari su tutta la lunghezza.
Il sistema di impugnarlo è di afferrarlo con le due mani al centro e in modo che le mani siano a uguale distanza dalle estremità e anche ad una distanza fra loro tale da poterlo equilibrare e maneggiare agevolmente con disinvoltura. Si può usare da tutte due le parti, per battere e per questo differisce dalla lancia che viene usata solo da una parte.

IL BASTONE GROSSO - RAM (Per le Danze Sacre)
Ha la stessa forma del precedente, ed è fatto con la radice del Fico d'India, che ha il pregio di essere diritta, leggera, resistente e talvolta con dei bei fregi naturali. La radice tolta dalla pianta si pialla e poi si pulisce con carta vetrata, in modo da renderla liscia. Si lucida quindi con olio per cui prende l'aspetto lucido del legno d'arancio - gelsomino. Le due estremità di 40 cm ciascuna, vengono solitamente ricoperte con stoffa di broccato o di seta per renderle più belle.

IL BASTONE GROSSO - TI
Ha le stesse caratteristiche dell'altro, Ram, ma di qualità inferiore; ad esempio si usa ugualmente la radice del Fico d'India, ma lo si orna di stoffe meno pregiate perché serve a picchiare selvaggiamente e non a sfoggiare la sua bellezza durante la danza sacra.

LO SCUDO A FORMA DI TARGA – DUNG
Lo scudo a forma di coppo, è un'arma di difesa che serve per l'appunto a proteggere il corpo dai colpi dell'avversario. Ha la forma di un rettangolo curvato come un guscio della pianta di banana; largo all'incirca 15 cm e lungo 100 cm; è fatto con cuoio o vimine sostenuti da stecche di legno.
Nella parte interna è munito di due bracciali: uno per infilare il braccio e l'altro da infilare e tenere saldamente con la mano.
Questo scudo si usa con la spada e perciò si chiama: "Spada - Scudo curvo".

SCUDO PIATTO - KAEN
Anche lo scudo piatto Kaen è un'arma di difesa come lo scudo curvo Dung. Ha la forma di un rettangolo piatto con la lunghezza superiore alla larghezza. E' fatto di cuoio duro ricoperto esternamente con oro e disegni vari, per cui lo si chiama :"Scudo d'oro". La parte interna ha due anelli , come lo scudo Dung, per manovrarlo saldamente. Anche questo si usa con la spada e perciò viene chiamato: "Spada - Scudo Piatto".

LO SCUDO ROTONDO - LOH
Lo scudo rotondo Loh è ugualmente un'arma di difesa come gli scudi Dung e Kaen, ma differisce molto da quelli per la forma che è rotonda come una padella. E' fatto anch'esso con cuoio, vimini o metallo. Nell'interno ha ugualmente due anelli per poterlo impugnare bene con fermezza.

PALO - GOMITO A DUE CAVICCHI MAI SAN (o MAI SOK)
E' molto simile alla più conosciuta arma chiamata in genere Tonfa tra gli addetti, ma tuttavia ha delle caratteristiche particolari che lo rendono sostanzialmente diverso. Il Mai San è un arma che si differenzia da tutte le altre di cui abbiamo parlato, perché esse derivano tutte da armi vere, mentre questa no. Questa, seppur antica, è stata creata da un grande maestro di Krabbi Krabong, per difendere il braccio nella parte inferiore: dalla mano al gomito.
Il Mai San ha le dimensioni dell'avambraccio, ed è ricavato da un tronco di legno lungo circa 45 cm e largo 7 cm, scavato nella parte interna come un coppo, per poter infilare l'avambraccio e tenerlo saldamente. Ad un'estremità ha due fori, dove si fissa una corda grossa quanto un dito mignolo, a mo’ di anello. Per usarlo si infila il braccio in questo anello e, con la mano si va ad afferrare uno dei due pioli o cavicchi, quello interno; quello esterno invece serve a proteggere la mano dai colpi spietati dell'avversario.
Il motivo che ha spinto l'ideatore di quest'arma, è stato il pensiero che, nonostante l'esperto di Krabbi Krabong si possa difendere anche a mani vuote con la tecnica del Muay Thai, sforzandosi di avvicinarsi il più possibile all'avversario (così da impedirgli di usare la sua arma), corre il rischio che, se costretto ad intercettare l'arma, gli venga magari spezzato l'avambraccio. Ciò è normale e succede di frequente. Con il Mai San questo problema viene risolto egregiamente; la tecnica marziale e la danza sacra si rifanno ai movimenti del Dio Scimmia Hanuman.

A questo elenco di armi andrebbe aggiunta l'ascia (kwan) sulla quale so troppo poco in quanto arma poco usata dai Thai e quindi considerata secondaria anche nell'allenamento del Krabbi Krabong.
Nel Krabbi Krabong, come del resto nella Boxe Thailandese, vi è l'accompagnamento della musica; musica che viene chiamata PI CHAO - KLONG KHEK i cui strumenti sono:
1) Pi Chao;
2) Klong Khek Tua Phu (Tono Alto);
3) Klong Khek Tua Mia (Tono Basso);
4) Ching Chap Chang Va;
Presumo che sia il duello Krabbi Krabong, che il pugilato Thai, non siano stati accompagnati dalla musica fin dalla nascita, ma certamente dopo. Questa musica infatti non è Thai: Le parole Pi e Klong infatti sono straniere: Forse solo Ching Chap Chang Va sono Thai, e sono state aggiunte in seguito.
Il Pi Klong è molto usato dai Giavanesi nella loro musica. I Thai l'hanno preso da loro e unendolo al Ching hanno creato la loro musica, adatta ai tornei di ogni arma.