martedì 31 marzo 2015

Le palestre setta



Secondo la tradizione cristiana il mondo, gli animali e l’uomo sono stati creati da Dio. I punti salienti della genesi e delle vicende di interazione tra Dio e gli uomini sono raccolte in un libro chiamato Bibbia.
Altre culture hanno altri libri sacri che narrano vicende diverse e danno nomi diversi alle loro divinità.
Ci sono religioni che parlano di un unico Dio e altre che raccontano di gerarchie fatte da più divinità.
C’è anche chi crede negli alieni, nei rettiliani, negli anunaki, nella luna cava e in altre forme di interazioni tra il divino e l’uomo…
…ma che io sappia non esiste traccia in nessuna sacra scrittura di una specifica arte marziale rivelata agli uomini direttamente da Dio.
Eppure ci sono molti maestri che insegnano le loro arti come se fossero una religione rivelata e all’interno della loro palestra il primo comandamento recita sempre “non avrai altro maestro (shifu, sensei, guro, ecc) all’infuori di me”.



Perché si insegnano ancora le arti marziali?

Le arti marziali rappresentano un grande strumento per migliorare le abilità fisiche e mentali di chi le pratica
Storicamente la maggior parte delle arti marziali sono nate per la difesa personale ma nel tempo molte hanno preferito non adeguarsi alle esigenze moderne per conservare sia la loro filosofia originaria che una certa etica dello scontro.
Altre arti si sono modificate (o sono nate dalle costole di altri stili) per coltivare alcuni aspetti specifici diversi dalla difesa personale come per esempio l’aspetto artistico, sportivo e salutistico.
Inoltre non tutte le persone che decidono di praticare arti marziali lo fanno necessariamente per la difesa personale.
Molte scelgono alcuni stili perché semplicemente sono belli da praticare o perché sono alla ricerca di nuove abilità (fisiche e mentali) o di nuovi punti di vista motori.
Esiste poi l’aspetto agonistico e alcune arti, (a volte chiamate anche sport da combattimento) danno la possibilità di confrontarsi atleticamente contro un altro praticante.
Infine alcuni cercano esclusivamente l’aspetto salutistico o praticano un certo stile perché amano il tipo di cultura che quell’arte promuove.
Sarebbe quindi sciocco banalizzare l’intero fenomeno delle arti marziali cercando di ridurre il tutto ad un mero esercizio di difesa personale.
Riassumendo possiamo dire che le arti marziali nel loro complesso offrono una grande varietà di ragioni per essere praticate ed è molto semplice per chi si avvicina a questo mondo trovare uno o più stili che corrispondano ai propri gusti e alle proprie esigenze.
E’ quindi probabile che chi fa scherma medievale sia mosso da ragioni e preferenze diverse rispetto a chi fa aikido o pugilato ma non è da escludere perfino che esista anche qualche persona a cui piacciano contemporaneamente tutte e tre queste arti.
E allora qual è l’arte migliore?
Similmente ad altri aspetti della vita la risposta non è univoca.
Tutto dipende dagli obiettivi che muovono il praticante.
Potrei farti un esempio con altri sport:
è meglio il calcio, la pallavolo, la pallamano o il basket?
Sono tutti e quattro sport con la palla ma non ne esiste uno migliore in modo oggettivo quanto piuttosto uno che ci può piacere di più o uno che più si adatta ai nostri obiettivi o alle nostre caratteristiche fisiche.
Se mi chiedi lo sport dove potenzialmente si possono fare più soldi la risposta è il calcio ma sono pronto a scommettere che ci sono persone che lo praticano solo per piacere personale, e non perché intendono fare per lavoro il calciatore, così come ci sono atleti professionisti che se ne fregano dei soldi e preferiscono comunque uno degli altri 3.
L’idea del migliore esiste quindi solo a livello soggettivo o confrontando determinati parametri.
La stessa cosa vale anche nelle arti marziali ma non tutti sono abbastanza maturi da ammetterlo così non è raro che di tanto in tanto qualcuno alzi la mano per dire che la sua è l’arte più “migliorissima” di tutte sotto ogni aspetto: sia oggettivo che soggettivo.
Quando questo accade, quest’arte finisce quasi sempre per essere rivenduta agli allievi con gli stessi meccanismi di una religione rivelata.

Le scuole setta

Di solito la nuova religione marziale va abbracciata in via esclusiva ripudiando le altre arti marziali pagane ed eretiche.
Nella mitologia delle scuole setta di solito c’è un profeta marziale (spesso morto) che avendo ricevuto per illuminazione divina la verità sul modo marziale viene venerato come un dio.
Per lignaggio diretto il profeta ha lasciato a un unico erede l’ottavo segreto di Fatima delle arti marziali.
Il nuovo erede, che va venerato solo un filino meno del profeta, è l’unico depositario della verità e per avere accesso alla sua mistica conoscenza occorre giurargli cieca obbedienza.
La vera fede può essere una sola per cui ogni interazione da parte del praticante con altre arti marziali porterà alla scomunica.
Purtroppo potrei continuare oltre col parallelo tra religioni e scuola setta ma credo che se anche hai poca esperienza tu abbia già capito l’antifona per cui senza indugiare oltre è ora di svelare l’elefante nella stanza.
Einstein ha detto:
“Due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, ma riguardo l’universo ho ancora dei dubbi”
ma io suppongo che anche l’ego di certe persone potrebbe tranquillamente avere le stesse potenzialità della stupidità.
E tra le tante ragioni sbagliate per cui le persone si avvicinano alle arti marziali c’è anche una sorta di ipertrofia dell’ego mescolata a un meccanismo deviato di riscatto sociale.
Quando qualcuna di queste persone disturbate trova il modo di diventare insegnante possiamo assistere alla nascita di una nuova scuola setta.
Il maestro della scuola setta, al pari dell’istruttore di Krav Magia (che per magia è diventato istruttore in un fine settimana) è uno dei peggiori pericoli posti sulla strada del praticante.
Di scuole setta ne esistono per ogni arte marziale ma se devo fare la classifica di quelle per cui la gente mi parla di più e mi racconta le storie più assurde ce n’è sicuramente una che le batte tutte ed è la setta di Wing Chun ology.



Attenzione

In questo articolo userò il Wing Chun come agnello sacrificale per tutte le altre scuole setta per cui se fatalità tu sei un praticante di quest’arte e pensi che le mie parole possano offendere la tua sensibilità allora parafrasando “l’Esorcista” ti dico:
Esci da questo blog!!!
…o se proprio vuoi dare un’occhiata al resto dell’articolo valuta l’idea prima di leggerlo di stamparlo e con scolorina e penna sostituire il nome Wing Chun con l’arte che vuoi tu.
Giusto perché qualche talebano non parta per la tangente leggendo queste mie parole ci tengo a precisare che non ho niente contro il Wing Chun e ho degli amici che sono degli ottimi insegnanti di quest’arte ma per qualche ragione che mi sfugge, il Wing Chun (o Wing Tzun così non facciamo torto a nessuno) è anche quella, come dicevo prima, che se devo fare una statistica (basata su ciò che mi scrivono e mi raccontano le persone quando le incontro) vanta il maggior numero di segnalazioni di scuole setta.
Il problema con alcuni insegnanti di Wing Chun parte da lontano e giusto per darti l’idea la parola Wing Chun ology (che deriva dall’accostamentro tra il wing Chun e Scientology) non l’ho inventata io ma già verso la fine degli anni 90 girava nel mondo delle arti marziali perché fin da allora molti Shifu avevano la tendenza, più che a insegnare un’arte marziale, a costruire un mix tra un sistema spilla soldi e un vero e proprio culto ostile verso le altre arti.
A quei tempi molte scuole di Wing Chun erano gestite con un complesso sistema piramidale per cui i costi crescevano di lezione in lezione in modo così esponenziale che dopo qualche anno gli esami arrivavano a costare anche più di un milione di lire.
A tutto ciò vanno ad aggiungersi in certi casi:
  • dimostrazioni di energie mistiche vendute come poteri soprannaturali
  • punizioni e umiliazioni degli allievi che fanno domande scomode
  • sistemi per estorcere soldi ad ogni occasione (come il ragazzo che mi ha raccontato che per fare una domanda al suo Shifu bisognava pagare un extra)
  • e altro ancora
E’ facile quindi capire che tra il sistema mangia soldi e la struttura a setta di alcune scuole di Wing Chun non c’è voluto moto perché alcuni ex praticanti scottati dall’esperienza iniziassero a prendere in giro quest’arte chiamandola Wing Chun ology.
Io qui non voglio assolutamente fare di tutta l’erba un fascio e non intendo dire che tutte le scuole di Wing Chun siano dei corsi setta; esattamente come quando ho svelato i retroscena del Krav Maga non intendevo dire che tutti i corsi con quel nome siano una truffa.
Il mio intento è quello di aiutare le persone non ancora esperte informandole sui potenziali pericoli perché a quanto pare è più facile trovare un corso di Wing Chun Ology e di Krav Magia (dove l’insegante per magia è diventato istruttore in un fine settimana) che non un corso serio di Wing Chun e Krav Maga.



I campanelli di allarme delle scuole in stile Wing Chun ology

Per molte persone il viaggio nelle arti marziali è limitato a una sola disciplina ma non esistono ragioni valide per cui un essere umano nella propria vita non possa sperimentarne con successo più d’una.
Bruce Lee, Dan Inosanto, e altri grandi maestri ne sono la prova…
…ma nel loro piccolo lo sono anche tutti i praticanti di MMA (Mixed Martial Arts) o di sistemi di autodifesa che prevedono al loro interno più di un’arte.
Ovviamente studiare più arti dovrebbe voler dire dedicare sufficienti tempo ed energie ad entrambe per cui se un corso prevede 2 allenamenti e tu ne vuoi saltare uno per fare un’altra arte è ragionevole pensare che stai disperdendo le tue energie e che in questo modo non diventerai bravo in nessuna delle due.
Ma se gli allenamenti non sono in conflitto e hai tempo, energie e denaro per seguire con profitto entrambi i corsi non c’è mai un vero problema.
Per cui quando qualcuno mi scrive per chiedermi consiglio perché il suo Shifu (maestro) gli ha detto che deve fare una scelta: “se fai Wing Chun non puoi fare nessun altra arte marziale” (a volte sostituito da frasi più diplomatiche come: ti sconsiglio, devi fare una scelta, non hai la mia approvazione, mi deluderesti, vuol dire che non hai capito niente, ecc) allora dico sempre a chi mi scrive che ha trovato un vero corso di Wing Chun ology.
A titolo esemplificativo citerò qui una delle tante testimonianze giusto per chiarire la follia di certi maestri:
Un ragazzo poco più che trentenne che praticava da 10 anni Wing Chun iniziò a frequentare delle lezioni private di un’altra arte perché era interessato all’aspetto armato (non presente nella sua scuola di Wing Chun).
Con ingenuità il ragazzo confessò al suo insegnante di aver iniziato quel percorso al che il Shifu gli ha detto: “non puoi fare anche quello stile perché contamineresti quello che ti ho insegnato fino ad ora. Devi scegliere o me o lui.”
Dopo 10 anni di leale frequentazione della scuola il ragazzo ci rimase così male che decise di smettere col Wing Chun e continuare gli allenamenti della nuova arte ma poiché il problema non era il Wing Chun ma l’atteggiamento del Shifu egli continuò ad allenarsi al parco con alcuni dei sui ex-compagni.
Quando il Shifu di Wing Chun lo scoprì vietò a tutti gli studenti della sua scuola di allenarsi con l’allievo esiliato e minacciò di cacciare dalla scuola chi al parco si fosse allenato ancora con l’eretico.
Non credo ci siano tante cose da aggiungere…
Provando a immaginare la delusione di chi si trova ad aver dedicato 10 anni della propria vita (oltre che molti soldi) ad un’arte per poi essere trattato a pesci in faccia solo per aver avuto la curiosità di guardarsi intorno non posso che provare molta tristezza.
Debellare certi modi di ragionare so che è impossibile ma mi piacerebbe sperare che anche grazie alla velocità con cui le informazioni si diffondono in rete (magari grazie anche alla condivisione di questo articolo) in un futuro molto vicino nessun praticante sano di mente finisca più in scuole del genere.
Se sei un principiante usa la testa e drizza le antenne:
se davanti a te trovi persone poco preparate o che millantano strani poteri o che ti vogliono evangelizzare al loro credo marziale: cambia palestra.
Nessuno stile marziale è l’opera di qualche essere illuminato superiore ma ogni arte è il frutto di elaborazioni ed esperienze empiriche di molti uomini che hanno dedicato la loro vita alla ricerca.
Alcuni di questi uomini furono dei grandi personaggi e nella storia delle arti marziali sono esistiti anche molti maestri meritevoli di rispetto e che sono stati delle preziose guide per i loro studenti…
…ma la verità non vive mai in un solo posto e come suggeriva saggiamente anche Bruce Lee (che tra le varie esperienze da ragazzo fece anche un po’ di Wing Chun) il segreto è “usare la via come non via” e “l’assenza di limiti come unico limite”
Che tradotto vuol dire:
per imparare hai bisogno di un percorso (usare la via) perché imparare da soli è impossibile ma per crescere davvero a un certo punto dovrai superare i limiti del percorso stesso per non rimanerci intrappolato.
Se il tuo insegante si rivela più un limite che un acceleratore della tua crescita quando sarai sufficientemente esperto (avrai usato la via) dovrai trattare il percorso non come un dogma ma come una “non via” perché non ci sono limiti a quello che puoi imparare tranne quelli che tu stesso ti imponi.




venerdì 20 marzo 2015

I testimoni di Geova delle arti marziali



Ecco perché spero che il darwinismo faccia presto il suo corso portando all’estinzione i maestri disonesti e i testimoni di Geova delle arti marziali.


È domenica mattina, stai dormendo e non hai nessuna intenzione di alzarti per almeno un’altra ora.
Senti squillare il campanello, con insistenza.
Ti metti un cuscino in testa, cerchi di fare finta di nulla ma il campanello continua a suonare.
In preda alla disperazione ti alzi, apri la porta e in men che non si dica ti trovi a cercare di convincere un Testimone di Geova che della salvezza eterna non te ne frega nulla.
Cosa c’entrano i testimoni di Geova con le arti marziali?
Drammaticamente molto.
Il settore delle arti marziali in Italia è molto compromesso se non addirittura sputtanato, e la colpa di tutto ciò è dovuta soprattutto a due categorie di persone: i maestri disonesti e gli allievi di questi ultimi.
Sono loro i testimoni di Geova delle arti marziali.
Negli ultimi dieci anni abbiamo assistito a un terribile impoverimento nelle arti marziali, dovuto a troppe persone che (in modo tipicamente “italiano”) hanno pensato di poter fare soldi fregando il prossimo e sono riuscite a creare una falsa cultura, discreditando il lavoro di chi si impegna a diffondere la propria arte (di bravi insegnanti e maestri per fortuna ce ne sono ancora parecchi).
Spero che sempre più persone diventino consapevoli e che questa categoria di maestri si possa estinguere in fretta.



Le arti marziali sono un’attività motoria estremamente complessa.

Questo è forse il cardine della faccenda.
Non ci si può improvvisare maestri!
La formazione non è qualcosa su cui scherzare, in particolar modo quando coinvolge la trasmissione di un sapere molto articolato come le arti marziali.
Ti fideresti a farti mettere dei punti di sutura da qualcuno che dice di essere diventato medico grazie a un corso fatto in un fine settimana?
Ovviamente la risposta è NO.
Tuttavia, dal momento che le arti marziali non sono un’attività che le persone sono costrette a fare per vivere, si tende ad essere molto più rilassati e indulgenti nei confronti di qualcuno che cerca di venderci del fumo.
Mi spiego meglio: un insegnante che si improvvisa, che non ha una formazione solida e alle spalle l’esperienza sufficiente per insegnare a qualcuno, ha così poco da trasmettere che si trova costretto a mettere in atto dei veri e propri plagi per continuare ad avere allievi ai quali spillare quattrini.
Questi improvvisati delle arti marziali raccontano balle, convincono la gente di essere gli unici detentori della verità, traumatizzando le persone.
È molto semplice: se qualcuno là fuori ne sa più di te e ha una professionalità maggiore della tua, sei costretto a imbrogliare per tenerti stretti gli allievi, perché sai già che nel momento in cui un allievo entrerà in un’altra palestra tu avrai perso un cliente.
I maestri che si spacciano per profeti sono la rovina di questo settore.
Un bravo maestro di arti marziali dovrebbe lavorare con serietà, specializzandosi in uno specifico settore in modo da mettere la sua esperienza al servizio degli allievi.
Non ci sono scorciatoie, corsi di pochi giorni, segreti rivelati o pillole magiche che ti possano trasformare in maestro in brevissimo tempo – chi sostiene una cosa simile è solo un truffatore.



La cintura del maestro vale meno di quella dell’allievo.

È un dato di fatto: se un insegnante o maestro si rende conto di non avere strumenti per reggere una concorrenza più preparata e strutturata può fare due cose:
a) Farsi un esame di coscienza, rivedere la struttura dei suoi programmi, mettersi in discussione e migliorare
b) Barricarsi dietro a ogni sorta di titoli astrusi, titoli e riconoscimenti sconosciuti, convincendo i suoi allievi di essere il detentore dell’unica verità
Eccoci al secondo punto fondamentale: un maestro insicuro (nel migliore dei casi) o disonesto ha paura che i propri allievi facciano esperienze in altre palestre o contesti.
La soluzione?
Trasformare la propria scuola in una specie di setta.
Io non so davvero come questo riesca ad accadere, ma gli allievi sfornati da tali maestri si riconoscono subito: sono degli invasati (e parlo di fanatismo, non di entusiasmo) che non fanno che rompere le scatole a tutti gli amici per convincerli ad andare in palestra con loro.



Sono il corrispettivo dei testimoni di Geova applicati alle arti marziali.
Vi propongo un esperimento.
Provate a chiedere tra i vostri conoscenti in quanti hanno provato a fare una qualche arte marziale.
Scoprirete che sono tanti, e che la maggior parte di loro è rimasta delusa dall’esperienza.
Troverete sicuramente alcuni praticanti seri e appassionati. E troverete anche loro, gli apostoli delle arti marziali.
Premetto che di solito al di fuori della palestra io non parlo quasi mai di arti marziali e ho una vita sociale indipendente dal mio lavoro: dal momento che il mio settore è molto sputtanato preferisco parlarne il meno possibile con chi non mi chiede espressamente informazioni in merito.
Tuttavia, parlando con persone appena conosciute, a volte capita che casualmente scoprano che lavoro faccio.
Ciò che succede poi è talmente prevedibile che se ci si potessero fare dei soldi scommettendo, ora sarei ricco.
Quasi tutti mi dicono: “anch’io ho fatto arti marziali. Ho fatto un paio di mesi o ho preso la cintura gialla nell’arte X ma non mi sono trovato bene.”
I pochi che ancora praticano nella migliore delle ipotesi hanno avuto un’esperienza secondo loro positiva o, molto più probabile, mi tirano una pippa di mezz’ora su come l’arte che fanno loro è la migliore nell’universo e il loro sensei, sifu, guro, arjan, gran maestro sia l’ultimo depositario del vero 3° segreto di Fatima.
Partono in quinta senza prendersi la briga di capire quanto davvero io ne sappia, e comincia di solito la loro opera di evangelizzazione in cui cercano di convincermi a mollare tutto per seguire il loro maestro.
Quando sono più fortunato si limitano a guardarmi con disprezzo come se improvvisamente fossi diventato un eretico dato che non pratico la loro religione-marziale.
Questi sono i testimoni di Geova delle arti marziali. Rompono i coglioni al prossimo per tirarli dentro alla loro setta.
  • Se fai arti marziali e ti piace, pratica e non evangelizzare il prossimo.
E’ un po’ come i vegani: non ho nulla contro di loro, ma di solito chi fa questa dieta rompe le scatole agli altri per cercare di convincerli a diventare come loro.
La differenza sta nella proposta dell’informazione: se sono io a chiederti informazioni sul perché non dovrei mangiare il pesce, fai benissimo a spiegarmelo utilizzando tutte le tue conoscenze.
Se sto mangiando del salmone e non ti ho chiesto niente però, fammi il favore di lasciarmi mangiare in pace e non rovinarmi la cena.
Credo che il cambiamento vero possa avvenire solo tramite la buona volontà e il buon esempio, facendo il proprio lavoro al meglio.
Mistificare, fare false promesse, stressare il prossimo per convincerlo forzosamente delle tue idee non è cambiamento, è truffa.
Prendi questo blog: non costringo nessuno a leggerlo. Se mi incontri per strada non cerco certo di convincerti a leggerlo o te ne recito delle parti a memoria.
Se lo stai leggendo è perché probabilmente ti interessa, altrimenti avresti abbandonato al massimo due righe sotto al titolo.
Il concetto è molto semplice, e si basa sulla professionalità, quella vera e che dovrebbe essere presente in ogni lavoro, dal più semplice al più complesso: un bravo insegnante non si dovrebbe mai spacciare per profeta.
Non si riempie la bocca di titoli e non mette i propri allievi in condizione di fare proselitismo.
In palestra i miei allievi sanno perfettamente il mio valore indipendentemente da qualsiasi titolo.
Tollero a malapena di essere chiamato maestro durante le lezioni, ma di sicuro non accetto che in spogliatoio o fuori dalla palestra mi chiamino con qualche titolo.
È una questione di rispetto nei confronti del prossimo: i miei allievi sono disciplinati e raggiungono gli obiettivi senza bisogno di umiliarsi rivolgendosi a me come se fossi superiore a loro.
  • Chi possiede autorevolezza non ha bisogno di imporre la propria autorità.
Non solo: penso sia dovere di ogni insegnante promuovere l’intera categoria, e incoraggiare i propri allievi a raccogliere nuove esperienze formative.
Quando ho conosciuto maestri molto qualificati, li ho invitati a insegnare nella mia palestra.
  • Sono sempre felice di conoscere e accogliere grandi esperti di arti marziali.
Per concludere, chi insegna male o truffa le persone può avere anche un piccolo guadagno personale, ma di fatto crea un grave danno all’intera categoria di marzialisti e maestri che si sono sempre impegnati per diffondere le loro arti.
Se tutti coloro che si iscrivono a un corso riuscissero a fare un’esperienza costruttiva e venisse insegnata la qualità della formazione di valore, non ci sarebbero più scuole sette, rivalità né difficoltà a diffondere la conoscenza e le esperienze valide.
Il concetto è molto semplice: chi riceve una corretta formazione sarà in grado di dare lustro all’intera categoria.
Chi compra abitualmente formazione di qualità e non viene traumatizzato da cattive esperienze continuerà a comprare e fornirà una buona immagine del settore a chi si rivolgerà a lui per avere informazioni.
Al contrario chiunque venga truffato (esplicitamente o meno) e si trova di fronte ad esperienze negative, poco formative o prive di risultati concreti sicuramente smetterà di praticare arti marziali e diffonderà una cattiva immagine del settore.

Perché tutto questo discorso?

Perché la professionalità e la formazione sono aspetti importanti, imprescindibili per chi desidera diffondere la conoscenza.
Si può essere dei grandi marzialisti, ma non avere la minima idea di come si imposta una didattica o di come si trasmette il sapere.
L’insegnamento è una disciplina a sé stante, complessa ed entusiasmante, che fa la differenza tra un allievo insoddisfatto e uno realizzato.
Per questo sto portando avanti un progetto che punti a realizzare un corso professionale di formazione per insegnanti, che dia la possibilità di certificare l’onestà e la solidità della didattica in primis.
Per portare a compimento il progetto occorreranno anni ma vorrei che questo fosse il mio contributo per aiutare il settore a crescere a livello professionale e qualitativo, per estinguere situazioni incresciose di incompetenza e truffa ai danni del pubblico e di chi si rivolge al mondo delle arti marziali.



“oggi sii umile, sorridi e allenati perché presto sarà già domani”

mercoledì 18 marzo 2015

CINTURE NERE, NINJA SEGRETI E MAESTRI INVINCIBILI: QUANDO LE ARTI MARZIALI DIVENTANO UNA FABBRICA DI TRUFFE


Nel mondo delle arti marziali esistono persone che passano decenni a perfezionare una tecnica, imparano a incassare sconfitte, si sottopongono alla disciplina di un maestro e scoprono, spesso a proprie spese, quanto sia difficile distinguere la competenza dalla presunzione. Poi esiste un'altra categoria: quelli che saltano tutta la fatica e arrivano direttamente al titolo di gran maestro, possibilmente con una cintura nera comprata, un passato militare segretissimo e qualche tecnica mortale che nessuno può verificare perché, guarda caso, tutti i testimoni sono irreperibili.

Il problema non è soltanto comico. Quando un istruttore si attribuisce qualifiche inesistenti, promette poteri soprannaturali o inventa un curriculum leggendario, può trasformare la credulità dei suoi allievi in denaro, prestigio e, nei casi peggiori, uno strumento di abuso. Le arti marziali, come qualsiasi ambiente fondato sull'autorità e sulla fiducia, non sono immuni da questo fenomeno. Anzi, hanno un ingrediente che può renderlo particolarmente efficace: il fascino del segreto.

Prendiamo Frank Dux, diventato celebre anche grazie al film Bloodsport, con Jean-Claude Van Damme. Dux ha raccontato di aver partecipato a un torneo clandestino chiamato Kumite, una competizione brutale nella quale avrebbe affrontato avversari provenienti da tutto il mondo. Ha inoltre sostenuto di avere avuto esperienze militari e di essere stato addestrato da un maestro ninja giapponese. Il suo racconto ha contribuito a costruire una delle mitologie più persistenti delle arti marziali moderne.

Il punto non è che ogni dettaglio della sua vita sia stato dimostrato falso da un singolo documento definitivo. Il punto è che numerose affermazioni del suo curriculum, soprattutto quelle relative al torneo e alle imprese militari, sono state contestate e non risultano sostenute da prove indipendenti sufficienti a confermarle. La storia del Kumite è diventata famosa soprattutto attraverso il racconto dello stesso Dux e la sua trasposizione cinematografica, non grazie a una documentazione verificabile di una competizione di quelle dimensioni.

C'è anche un problema elementare di plausibilità. Un torneo a eliminazione diretta con sessanta turni richiederebbe, se ogni turno fosse un livello del tabellone, un numero di partecipanti astronomico: (2^{60}), cioè oltre un miliardo di miliardi. Naturalmente, un'organizzazione potrebbe usare formule differenti, turni preliminari o sistemi non a eliminazione diretta; quindi il calcolo non dimostra da solo che un torneo clandestino non sia mai esistito. Mostra però quanto sia importante capire che cosa significhi davvero la parola «sessanta» e chiedere documenti, regolamenti, testimonianze indipendenti e riscontri concreti, invece di accontentarsi di una leggenda ben confezionata.

Un altro personaggio entrato nel folklore delle arti marziali americane è il Conte Dante, pseudonimo di John Keehan. La sua immagine pubblica mescolava karate, teatralità, provocazioni e racconti di combattimenti estremi. Si presentava come una figura quasi criminale, un maestro capace di conoscere tecniche letali e di muoversi in un universo di sfide segrete. La sua notorietà dimostra quanto possa essere potente una narrazione costruita attorno al pericolo: più una tecnica viene descritta come proibita, più alcuni sono tentati di crederla superiore a tutto ciò che è verificabile.

Il Dim Mak, spesso tradotto come «tocco della morte», appartiene proprio a questo territorio ambiguo. Nelle tradizioni marziali asiatiche esistono conoscenze anatomiche e tecniche che possono provocare lesioni gravi; questo, però, non dimostra l'esistenza di un metodo capace di uccidere con un tocco misterioso, secondo tempi e modalità quasi magiche. La distinzione fra una tecnica pericolosa, una leggenda e una dimostrazione scientificamente verificabile è fondamentale. Il fatto che un maestro parli con sicurezza non trasforma automaticamente la sua affermazione in una prova.

Poi c'è George Dillman, istruttore statunitense associato a dimostrazioni di cosiddetti knockout senza contatto. In queste esibizioni, persone apparentemente sane perdono l'equilibrio o sembrano cadere dopo gesti, grida o movimenti che non implicano un colpo fisico evidente. Dillman ha avuto una presenza riconoscibile nel mondo delle arti marziali e ha ricevuto riconoscimenti nel settore. Ma il prestigio ottenuto in una comunità non costituisce una verifica scientifica delle capacità attribuite a una tecnica.

Il problema dei knockout senza contatto è semplice: se una persona cade durante una dimostrazione, non abbiamo ancora dimostrato che sia stata colpita da una misteriosa energia. Occorre escludere suggestione, aspettative, compiacenza, pressione del gruppo e comportamenti involontariamente recitati. Il test decisivo sarebbe una prova controllata, con soggetti che non sappiano quando o se la presunta tecnica verrà applicata, criteri definiti in anticipo e risultati replicabili da osservatori indipendenti. Quando una capacità straordinaria viene mostrata soltanto davanti a discepoli già convinti, il problema non è la mancanza di fede del pubblico: è la mancanza di un esperimento attendibile.

Il caso di Ashida Kim, pseudonimo di Radford Davis, appartiene invece alla grande industria editoriale del ninja occidentale. Kim ha pubblicato numerosi libri dedicati al ninjutsu, alle tecniche segrete e a un'immagine spettacolare del guerriero invisibile. Le sue credenziali e il rapporto dichiarato con figure come il Conte Dante sono stati oggetto di forti contestazioni. La sua vicenda si inserisce in un periodo in cui il ninja era diventato un prodotto culturale di enorme successo, alimentato da film, fumetti, manuali e promesse di conoscenze proibite.

Bisogna però evitare un errore opposto: il fatto che alcuni personaggi abbiano sfruttato il fascino del ninjutsu non significa che il ninjutsu storico sia una finzione. Le tradizioni marziali giapponesi esistono, così come esistono scuole con genealogie documentabili e pratiche tramandate nel tempo. Proprio per questo è necessario distinguere una tradizione verificabile da un curriculum costruito a posteriori. Un libro pieno di parole giapponesi, fotografie suggestive e descrizioni di tecniche segrete non certifica automaticamente né l'autenticità dell'insegnamento né la competenza dell'autore.

Un capitolo particolarmente inquietante è quello di Bryce Dallas, associato al Konigun Ninjitsu e descritto nelle testimonianze riportate nella discussione come un personaggio capace di costruire una rete di scuole e reclutare seguaci. Attorno a lui sono circolate accuse gravissime, comprese quelle di abusi sessuali, aggressioni e manipolazione degli allievi. Queste accuse non vanno trasformate automaticamente in fatti giudiziariamente accertati senza distinguere le testimonianze dalle sentenze e verificare i singoli procedimenti. Ma il principio resta: quando un istruttore utilizza il proprio rango per ottenere obbedienza personale, favori sessuali o impunità, non siamo più davanti a una semplice controversia tecnica. Siamo davanti a un problema di sicurezza e di abuso di potere.

È proprio qui che la storia delle false cinture nere smette di essere una barzelletta. Un titolo può essere inventato, comprato o conferito da un'organizzazione creata dallo stesso individuo che lo riceve. Una scuola può esibire certificati, stemmi e fotografie senza che esista un organismo indipendente in grado di confermarne il valore. In un settore con tante federazioni, stili e associazioni, il semplice possesso di una cintura nera dice molto meno di quanto il pubblico immagini.

La cintura nera, del resto, non è una patente universale rilasciata da un'autorità mondiale. Il suo significato cambia secondo l'arte marziale, la scuola, la federazione e il sistema di graduazione. Può attestare un livello significativo di pratica all'interno di un'organizzazione, ma non garantisce automaticamente capacità agonistiche, abilità nell'insegnamento, competenza medica o efficacia in una situazione reale. E una cintura ottenuta in una scuola legittima non diventa falsa solo perché un'altra organizzazione non la riconosce: occorre sapere quale titolo venga rivendicato e secondo quali criteri.

Anche Steven Seagal richiede una distinzione. Seagal ha avuto una formazione nell'aikido e una carriera di istruttore prima di diventare una star del cinema d'azione. È ragionevole esaminare criticamente le sue dichiarazioni autobiografiche e le sue pretese di aver contribuito alle prestazioni di combattenti professionisti. È altrettanto ragionevole contestare l'idea che una singola dimostrazione o un aneddoto dimostrino l'efficacia di una tecnica. Ma definire qualcuno un impostore in ogni aspetto della sua vita richiede prove specifiche: una reputazione controversa non rende automaticamente falsa ogni sua qualifica.

La vicenda dei calci mostrati da Seagal a combattenti di MMA è diventata un esempio ricorrente di come una dimostrazione promozionale possa essere scambiata per una prova di superiorità tecnica. Anche quando un atleta professionista accetta un suggerimento o prova un movimento davanti alle telecamere, non significa che non conoscesse prima quella tecnica, né che l'istruttore abbia rivoluzionato il suo repertorio. Il contesto conta. Un filmato pubblicitario non è un incontro agonistico, così come un incontro agonistico non rappresenta da solo una valutazione completa di un sistema marziale.

Come riconoscere allora un istruttore serio? Non serve diventare investigatori privati. Basta iniziare con alcune domande: chi gli ha conferito il grado? Esistono registri o persone indipendenti che possano confermarlo? Il suo percorso è coerente e documentabile? Accetta domande e verifiche oppure risponde con minacce, umiliazioni e racconti sempre più incredibili? Permette agli allievi di confrontarsi con altre scuole e partecipare a prove controllate? Sa spiegare i limiti delle proprie tecniche oppure sostiene di possedere un metodo invincibile, utilizzabile solo da chi ha raggiunto un livello segreto?

Un insegnante competente non ha bisogno di promettere l'invulnerabilità. Sa che una tecnica può funzionare in certe condizioni e fallire in altre. Sa che il combattimento è imprevedibile, che la preparazione fisica conta e che lo sparring con un avversario non collaborativo mette alla prova le idee molto più di una dimostrazione eseguita da un allievo che conosce già il copione. Soprattutto, non pretende che la fiducia personale sostituisca le prove.

La lezione più importante è che il mondo marziale non è diviso fra maestri autentici e truffatori facilmente riconoscibili. È un ambiente umano, con persone competenti, insegnanti mediocri, venditori di illusioni e, talvolta, individui pericolosi. Le storie di ninja segreti, tornei clandestini e colpi capaci di mettere fuori combattimento senza contatto possono divertire, ma diventano un problema quando servono a impedire qualsiasi verifica.

La vera cintura nera non dovrebbe essere un lasciapassare per ottenere obbedienza. Dovrebbe essere il risultato di un percorso, con limiti riconosciuti e responsabilità proporzionate. Perché nelle arti marziali, come nella vita, il segnale più affidabile della competenza non è quanto sia straordinaria la storia che qualcuno racconta di sé. È quanto quella storia resista quando qualcuno comincia a fare domande.

Cesio Endrizzi




martedì 17 marzo 2015

Le Arti Marziali Lasciano il Tempo che Trovano Dato che in un Combattimento per Strada Non Ci Sono Rispetto o Regole?

 


Le arti marziali sono spesso criticate per la loro apparente mancanza di applicabilità in situazioni di combattimento reale, come le risse da strada. In questi contesti, l'assenza di regole e di rispetto reciproco può far sembrare le tecniche marziali inutili. Tuttavia, è essenziale esaminare più da vicino questa affermazione per capire se le arti marziali possano davvero lasciare il tempo che trovano o se possano offrire un vantaggio significativo anche in situazioni caotiche e imprevedibili.


Comprendere la Differenza tra Allenamento e Realtà

Struttura dell'Allenamento

L'allenamento nelle arti marziali si svolge in un ambiente controllato, dove le tecniche vengono praticate in modo metodico e sicuro. Questo permette agli studenti di apprendere i movimenti corretti, migliorare la loro forma fisica e sviluppare abilità di combattimento in modo graduale. Tuttavia, la realtà di una rissa da strada è molto diversa.

Adattabilità e Improvvisazione

In una situazione di strada, non esistono regole. Gli attacchi possono essere improvvisi e non convenzionali, e l'ambiente può essere ostile e imprevedibile. Le arti marziali che enfatizzano l'adattabilità e l'improvvisazione, come il Krav Maga, possono essere particolarmente utili in questi contesti. Questi sistemi di combattimento sono progettati per essere pratici e brutali, preparandosi a difendersi efficacemente in situazioni di vita reale.


Benefici delle Arti Marziali in Contesti Reali

Miglioramento della Condizione Fisica

Un aspetto fondamentale delle arti marziali è il miglioramento della condizione fisica. Una buona forma fisica può fare una grande differenza in un combattimento da strada. La resistenza, la forza e la velocità sono tutte qualità che possono determinare l'esito di uno scontro.

Consapevolezza Situazionale

Le arti marziali insegnano anche la consapevolezza situazionale. Questa abilità è cruciale in un combattimento da strada, dove il pericolo può arrivare da qualsiasi direzione. Essere in grado di riconoscere le minacce e reagire rapidamente può essere la chiave per evitare o sopravvivere a un attacco.

Autodisciplina e Calma Sotto Pressione

Le arti marziali sviluppano l'autodisciplina e la capacità di mantenere la calma sotto pressione. In una rissa, il controllo emotivo è fondamentale. Un praticante di arti marziali ben addestrato è meno incline a farsi prendere dal panico e può prendere decisioni più lucide in situazioni di stress elevato.


Esempi di Arti Marziali Efficaci in Contesti Reali

Krav Maga

Il Krav Maga è noto per la sua efficacia in situazioni di autodifesa reale. Nato dall'esperienza militare israeliana, questo sistema di combattimento si basa su movimenti semplici e diretti, progettati per neutralizzare rapidamente un aggressore.

Muay Thai

Il Muay Thai, o boxe thailandese, è un'altra arte marziale efficace in situazioni di strada. Conosciuto per l'uso di gomiti, ginocchia, pugni e calci, il Muay Thai insegna tecniche che possono infliggere danni significativi rapidamente, rendendolo utile in combattimenti reali.

Brazilian Jiu-Jitsu

Il Brazilian Jiu-Jitsu (BJJ) si concentra sul combattimento a terra e sulle tecniche di sottomissione. In una situazione di strada, dove lottare a terra può essere inevitabile, il BJJ offre strumenti efficaci per controllare e neutralizzare un avversario senza dover ricorrere alla forza bruta.


Critiche e Limiti

Svantaggi dell'Allenamento Tradizionale

Una critica comune alle arti marziali è che l'allenamento tradizionale non prepara adeguatamente per situazioni di strada. Le tecniche che funzionano bene in palestra possono non essere altrettanto efficaci in un ambiente non strutturato e caotico. Inoltre, le restrizioni di sicurezza durante l'allenamento possono impedire di sviluppare una vera capacità di difesa personale.

Importanza della Preparazione Mentale

La preparazione mentale è altrettanto importante quanto l'allenamento fisico. Essere pronti ad affrontare la violenza reale richiede una mentalità diversa da quella sviluppata in un ambiente controllato. Alcuni programmi di autodifesa includono scenari di simulazione per aiutare gli studenti a prepararsi meglio per scontri reali.


Nonostante le critiche, le arti marziali offrono una serie di benefici che possono essere cruciali in un combattimento da strada. La chiave sta nell'approccio all'allenamento e nella capacità di adattare le tecniche apprese in palestra a situazioni reali. Se integrate con una mentalità pratica e una consapevolezza delle dinamiche di strada, le arti marziali possono fornire strumenti preziosi per la difesa personale.









lunedì 16 marzo 2015

Esistono Tecniche o Arti Marziali che Possiedono dei Colpi Concepite Specificamente per Creare Lesioni agli Organi Interni?

 


Le arti marziali sono studiate e praticate per migliorare le capacità di autodifesa, la disciplina e il benessere fisico. Tuttavia, alcune di queste tecniche sono progettate per colpire specificamente gli organi interni, causando lesioni gravi e potenzialmente letali. Queste tecniche richiedono una conoscenza approfondita dell'anatomia umana e una precisione eccezionale per essere efficaci.


Dim Mak: Il Tocco della Morte

Origini e Filosofia

Il Dim Mak, noto anche come il "Tocco della Morte", è una tecnica che trova le sue radici nelle antiche arti marziali cinesi. Si basa sul concetto che determinati punti del corpo, quando colpiti con precisione, possono interrompere il flusso di energia o qi, causando gravi danni interni o addirittura la morte.


Tecniche e Applicazioni

Le tecniche del Dim Mak si concentrano su colpi mirati ai punti di pressione e ai meridiani energetici del corpo umano. Questi colpi possono provocare lesioni interne come la rottura di organi, emorragie interne e danni ai nervi. Il Dim Mak richiede un livello elevato di abilità e conoscenza, poiché colpire i punti sbagliati o con la forza sbagliata potrebbe non avere l'effetto desiderato.


Kyusho Jitsu: L'Arte dei Punti di Pressione

Origini e Principi

Il Kyusho Jitsu è un'arte marziale giapponese che si focalizza sull'attacco ai punti di pressione del corpo umano. Derivato da antiche tradizioni marziali, il Kyusho Jitsu utilizza una conoscenza dettagliata dell'anatomia per colpire punti specifici che possono causare paralisi momentanea, dolore intenso e lesioni interne.

Colpi e Effetti

I praticanti di Kyusho Jitsu apprendono come colpire punti chiave per ottenere effetti devastanti. Ad esempio, colpire il plesso solare con sufficiente forza può interrompere la respirazione e causare danni agli organi interni. Colpire il fegato o i reni può provocare emorragie interne e dolore debilitante.


Muay Thai: La Scienza degli Otto Arti

Tecniche di Colpo

Il Muay Thai, noto anche come la "Scienza degli Otto Arti", è famoso per l'uso di pugni, gomiti, ginocchia e calci. Alcune tecniche di Muay Thai sono progettate specificamente per colpire organi interni. I calci alle costole, i gomitate al fegato e i colpi di ginocchio all'addome sono esempi di tecniche mirate a causare danni interni.

Formazione e Precisione

I combattenti di Muay Thai si allenano per anni per perfezionare la precisione e la forza dei loro colpi. La combinazione di velocità, potenza e precisione rende queste tecniche estremamente efficaci nel danneggiare gli organi interni di un avversario.


Karate: L'Arte del Colpo Decisivo

Kata e Kumite

Il Karate è un'arte marziale giapponese che enfatizza colpi potenti e precisi. Attraverso l'allenamento di kata (sequenze di movimenti predefiniti) e kumite (combattimento libero), i praticanti imparano a colpire punti vulnerabili del corpo. Tecniche come il pugno diretto al plesso solare o il calcio laterale alle costole possono causare danni interni significativi.

Applicazioni in Situazioni Reali

In situazioni di autodifesa, i karateka utilizzano la loro conoscenza dei punti deboli del corpo per neutralizzare rapidamente gli avversari. Colpire con precisione le aree che proteggono gli organi interni può essere decisivo per sopravvivere a un attacco.


Wing Chun: La Velocità e la Precisione

Principi di Base

Il Wing Chun è un'arte marziale cinese che pone grande enfasi sulla velocità, la precisione e l'efficacia. Le tecniche di Wing Chun includono colpi diretti agli organi interni, come pugni al plesso solare e palmi alla base del torace, che possono causare lesioni interne.

Chi Sao e Sensibilità

L'allenamento di Chi Sao (mani appiccicose) nel Wing Chun sviluppa la sensibilità e la reattività dei praticanti, permettendo loro di colpire rapidamente e con precisione i punti vulnerabili del corpo dell'avversario. Questa capacità di reagire istintivamente a qualsiasi apertura è fondamentale per sfruttare al meglio le tecniche di colpo interno.


Le arti marziali che comprendono tecniche progettate per colpire gli organi interni sono diverse e provengono da diverse tradizioni culturali. Il Dim Mak, il Kyusho Jitsu, il Muay Thai, il Karate e il Wing Chun sono solo alcune delle discipline che insegnano come sfruttare i punti deboli del corpo umano per causare danni significativi. Queste tecniche richiedono un addestramento rigoroso e una comprensione profonda dell'anatomia umana. La loro applicazione dovrebbe essere sempre guidata da principi etici, utilizzando tali abilità solo in situazioni di autodifesa legittima.







domenica 15 marzo 2015

Come pubblicizzare una scuola di arti marziali



In un periodo di crisi economica come quella che sta vivendo oggi l’Italia, ognuno cerca di portare avanti la propria attività in tutti i modi possibili e resistere alla concorrenza che c’è sul mercato. Anche le attività sportive vengono aperte in numero sempre più crescente nelle città. Tutti hanno compreso quanto sia importante infatti, praticare attività sportiva per contrastare la vita sedentaria causata dalle ore trascorse a seduti dietro un banco di scuola per i bambini o intere giornate ad una scrivania per gli adulti. Ottimo sistema per scaricare la tensione e mettere in movimento i nostri muscoli atrofizzati da giorni passati seduti, è sicuramente quello di praticare uno sport. Interessante sicuramente una scuola di arti marziali, sempre più di moda per la difesa personale, per quanto riguarda gli adulti e consigliata ai i bambini per la disciplina che essa insegna. Come vengono pubblicizzate le scuole o palestre di arti marziali delle varie città?
Sicuramente il sistema più usato è quello del passa parola, ci fidiamo sicuramente di un amico o un parente che ci consiglia una scuola di arti marziali perché la frequenta e si trova bene. Un’altro sistema che prende sempre più campo, è quello del marketing telefonico, capita sempre più facilmente di ricevere telefonate da palestre della nostra città che propongono giorni di prova in una determinata palestra della nostra città, prova che include tutte le discipline presenti nella scuola. Sicuramente questo è un sistema che invoglia a conoscere l’attività che si offre di mettere a disposizione le sue sale ed attività gratuitamente normalmente, mai per meno di una settimana. Ancora un sistema per pubblicizzare una scuola di arti marziali, è quello di inserire specifici annunci nelle bacheche online di inserzioni della propria città. Molti giornali locali, oltre ad avere una pagina cartacea dedicata agli annunci pubblicitari, hanno anche una sezione su internet, dove è possibile inserire annunci gratuitamente. Oggi tutti navigano sul web e se il mercatino online è ben indicizzato e si sono usate le parole giuste nell’inserzione, sarà facilissimo trovare l’annuncio attraverso qualunque motore di ricerca. Se la scuola di arti marziali ha dei corsi per bambini, un’idea potrebbe essere quella di chiedere autorizzazione ai vari direttori scolastici per poter lasciare del materiale informativo o dei volantini che avremo stampato. Non date i volantini fuori dalla scuola direttamente ai bambini, eccitati e stanchi dopo una giornata di studi, getteranno via il foglio o lo depositeranno sul sedile della macchina di mamma e papà. Mi capita spesso di vedere volantini pubblicitari di palestre all’interno dei piccoli supermercati di quartiere, poggiati vicino alle buste per la spesa, questo fa si che vengano notati da chiunque si accinga a prenderne una. Personalmente prendo sempre questi volantini e li leggo e vedo che lo fanno in molti, tra tutti quelli esposti, si può trovare qualcosa che ci interessa. Io frequento una palestra che ha anche le arti marziali e sono venuto a conoscenza delle sue offerte tramite un volantino che ho trovato poggiato sui tavoli all’interno di un pub.

mercoledì 11 marzo 2015

Siming Neijiaquan


Siming Neijiaquan (四明内家拳, pugilato della famiglia interna di Siming) è uno stile interno di arti marziali cinesi. È chiamato anche semplicemente Neijiaquan ed a livello popolare è anche conosciuto come Etoujingquan (鹅头颈拳, pugilato del collo dell'anatra).
Il Siming Neijiaquan si fa risalire alle svariate esperienze di Famiglia Interna che hanno caratterizzato il Wushu della provincia di Zhejiang a partire dall'epoca della dinastia Ming: Huang Zongxi (黄宗羲, 1610-1695) a cui Zhang Sanfeng, secondo il Wang Zhengnan muzhiming, avrebbe trasmesso il Neijiaquan; Zhang Songxi (张松溪); Ye Jimei (叶继美); Wang Zhengnan (王征南); ecc. In particolare nell'area del Simingshan, nell'ovest della provincia di Zhejiang, il Neijiaquan è stato trasmesso da Zhang Songxi fino a Huang Baijia (黄百家) ed in seguito è caduto nell'oblio. I praticanti di Taijiquan, di Xingyiquan e di Baguazhang, riesumarono il nome di questa scuola, per definire l'unione di principi, quindi esso venne ad essere una categoria di Wushu e perciò quello che era il Neijiaquan venne rinominato per precisione Siming Neijiaquan. Nel 2004 un nipote di Xia Mingtu e di dodicesima generazione nella discendenza di Zhang Songxi, Xia Baofeng (夏宝峰), è diventato presidente del ramo dell'Associazione di Wushu di Ningbo (宁波) che si occupa del Siming Neijiaquan.
Questo è un elenco di contenuti del Neijiaquan redatto dal maestro Xia Mingtu (夏明土): Qishier jiayi de bianfa (七十二加一的变法); Sanshijiu dafa (三十九打法); Ershisi jiayi de zhengce (二十四加一的正侧); Xiao jiu tian (小九天, che sono 18 metodi Yin Yang); Shier cheng yi (十二成一, che sono 13 lavori sul cinabro); Guanqi jue (贯气诀, formule propiziatorie); Wen shi duan (文十段); Wu shi duan (武十段); Shier duan jin (十二段锦, dodici pezzi di broccato); inoltre l'arte della grande spada (changjian 长剑) e conoscenze di traumatologia.
Simingpai Wushu (四明派武术, Arte marziale della scuola Siming) è una scuola fondata dal maestro Wang Bo (汪波) sulle radici dell'insegnamento del bonzo Huiliang (慧良婵师 Huiliang Chanshi) del Simingshan (四明山), nella provincia di Zhejiang. Raccoglierebbe l'eredità delle arti marziali e degli esercizi per la salute del Simingshan (四明山), ma anche del Songxi Neijiaquan (松溪内家拳) attribuita al maestro Zhang Songxi (张松溪) e Fojiaquan. Inoltre sintetizza altre conoscenze di Wang Bo: Yangshi Taijiquan appreso dal maestro Tian Zhaolin (田兆麟); Chenshi Taijiquan appreso da Chen Fake (陈发科); Quanyou Laojia; Baguazhang appreso da Jiang Rongqiao (姜容樵); Wudangjian; ecc. Questa pratica cerca l'equilibrio tra Wu (tecnica marziale) e Wen (dimensione spirituale legata alla quiete ed alla longevità).



martedì 10 marzo 2015

Il srbosjek

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Il srbosjek (che in croato significa "tagliaserbo") era un'arma appositamente creata dagli ustaša dello Stato Indipendente di Croazia durante la seconda guerra mondiale per la rapida uccisione di prigionieri nei campi di concentramento.
Il srbosjek trovò principalmente utilizzo nel campo di concentramento di Jasenovac contro i prigionieri etnici (serbi, ebrei e rom) e anche contro un gran numero di appartenenti alla resistenza partigiana o presunti tali.
Tale arma, prodotta dalla ditta tedesca Gebrüder Gräfrath di Solingen su speciale commessa del governo ustaša croato, consisteva in un guanto di pelle al quale era fissata una lama di una decina di centimetri. Il guanto copriva giusto il palmo e il dorso della mano, lasciando libere tutte le cinque dita La lama era fissata ad una piastra del guanto, in modo da non rischiare di causare ferite all'utilizzatore, e per non dover maneggiare un coltello a sè stante, il che aumentava la velocità d'uso. La lama era leggermente ricurva per permettere lo sgozzamento delle vittime con il minore sforzo possibile ed era quindi concepita per uccidere grandi quantità di persone.
Il srbosjek divenne tristemente famoso per le competizioni organizzate dagli ustaša a Jasenovac, in cui veniva premiato colui che riusciva a uccidere il maggior numero di prigionieri nel minor tempo. Uno dei vincitori di queste macabre scommesse fu Petar Brzica, studente del collegio francescano di Široki Brijeg, che la notte del 29 agosto 1942 riuscì a sgozzare 1.360 prigionieri, eccidio che gli valse l'appellativo di "re delle gole tagliate".


lunedì 9 marzo 2015

Daodejing

Laozi, il filosofo cinese autore presunto dell'opera


Il Daodejing (道德經, 道德经, Pinyin: Dàodéjīng, Wade-Giles: Tao Te Ching «Libro della Via e della Virtù») è un testo cinese di prosa talvolta rimata, la cui composizione risale a un periodo compreso tra il IV e il III secolo a.C.
Il libro è di difficile interpretazione. A ciò si aggiunge il sospetto che le tavolette dalle quali era composto, mal rilegate, si slegassero frequentemente, in modo tale che blocchi di caratteri si mescolassero nel tramandarlo: da qui il sorgere di numerose questioni critiche e interpretative. Il testo permette di affrontare diversi piani di lettura e d'interpretazione.
L'opera è stata composta in una fase storica non ben delineata. Per secoli gli studiosi l'hanno attribuita al saggio Laozi (老子, pinyin: lǎozi), ma, in primo luogo, non vi è attestazione storica dell'esistenza dell'uomo, nemmeno lo storico cinese Sima Qian si dice certo del personaggio, inoltre il testo ha subito numerosi rimaneggiamenti sino al primo periodo Han (206 a.C.-220 d.C.). Tuttavia, l'esistenza del testo non è attestata prima del 250 a.C..
Il periodo tra il 403 a.C. ed il 256 a.C., chiamato degli Stati combattenti, fu un'epoca durante la quale i vari sovrani cinesi si dichiaravano guerra continuamente. Età violenta ma che, nonostante ciò, risultò essere l'apice della creatività del pensiero cinese. La tradizione racconta che Lao Zi decise di allontanarsi dalla corte Zhou perché, stanco delle lotte e del disordine, desiderava tranquillità. Partì con il suo bufalo ed arrivò al confine del suo stato dove venne fermato dal guardiano del valico, chiamato anche Yin del valico (关尹, pinyin: Guān Yǐn). Il guardiano riconobbe Lao Zi e gli disse che non poteva andarsene prima di aver lasciato un segno tangibile della sua saggezza. Fu in questa occasione che Lao Zi compose il Tao Te Ching. Finito di scrivere, Lao Zi se ne andò e di lui non si seppe più niente.
Il Daodejing è un testo relativamente breve, che consta di 5.000 caratteri: per questo motivo è noto anche come 五千文 (wù qian wen) o "[Classico] dei cinquemila caratteri". Il testo è suddiviso in ottantuno capitoli o "stanze" di lunghezza diversa, all'interno dei quali si ritrovano numerosi passaggi in rima, costituiti da veri e propri versi ritmati.
Il testo tratta argomenti molto eterogenei nelle diverse stanze: si tratta molto spesso di aforismi, massime e precetti che vengono proposti in un linguaggio in cui abbondano metafore e termini di significato ambiguo, spesso di difficile traduzione. Per questo motivo sono possibili diverse interpretazioni degli stessi passaggi.
Per le sue caratteristiche compositive il Daodejing si differenzia da altri importanti testi filosofici cinesi, quali i Dialoghi, in cui la stragrande maggioranza degli aneddoti riportano veri e propri frammenti di dialogo tra il maestro e i suoi discepoli, o il Zhuangzi, l'altro grande testo della tradizione taoista che invece è strutturato in veri e propri capitoli narrativi.
L'eterogeneità del contenuto non offre coordinate spazio-temporali o riferimenti specifici, rendendone difficile la datazione e la collocazione geografica: ciò, assieme al linguaggio usato, permette un'ampia varietà di interpretazioni del testo i cui insegnamenti sono stati applicati alle tematiche più disparate.
Il primo capitolo del Daodejing si apre con la seguente affermazione: "Il tao che può essere detto non è l'eterno tao". Una delle interpretazioni di questa frase, alla luce di altri passaggi del testo che ritornano su questo argomento, è che vi sia una dimensione dicibile del tao che però non arriva a sfiorare la vera natura di esso, che per definizione sfugge a qualunque tentativo di "presa" mediante il discorso e il linguaggio.
Circa il significato del titolo:
  • Dào/Tao 道 letteralmente ha il significato di "via".
  • Dé/Te 德 traducibile con "virtù".
  • Jīng/Ching 經 qui usato nei significati di canone o "grande libro" o "classico"
Il titolo dell'opera si può tradurre come "il classico della Via e della virtù".
Nel secondo capitolo si afferma che il tao è al di là degli opposti, un'essenza che la dualità non comprende. Gli opposti (per es. il bene e il male) servono solamente per orientarsi, ma qualunque saggio sa che non esistono. Lo yin e lo yang (prodotti del tao) non esistono puri ma sono sempre in reciproca proporzione e il loro intreccio dà vita alle "10.000 cose" (tutte le cose) che non sono altro che un'interazione fra opposti.
Infatti il tao è "uno stile di vita, la via maestra che si riflette sia nel macrocosmo (l'organizzazione perfetta dell'universo) che nel microcosmo (lo stile di vita di ognuno di noi, l'arte di compiere ogni attività)".
Nel capitolo 11 Laozi parla di un vaso e dice che la sua utilità non sta nell'argilla usata per produrlo, bensì nel vuoto che può essere riempito. Questa constatazione ci fa entrare nell'ottica del wu (無, cinese semplificato: 无), da intendersi come nothing, nessuna cosa, quel vuoto che non è mancanza ma è il nulla, potenziale matrice di ogni cosa. In questa visione è più importante ciò che non è detto, ciò che si legge fra le righe, ciò che non si sente. È in quest'ottica che si comprende la brevità del Tao Te Ching.

domenica 8 marzo 2015

Hagakure



Hagakure è una delle opere letterarie più significative tramandateci dal Giappone, pubblicata nel 1906 ma composta due secoli prima. Il titolo Hagakure significa letteralmente "nascosto dalle foglie" (oppure "all'ombra delle foglie"; il titolo completo era Hagakure kikigaki, "annotazioni su cose udite all'ombra delle foglie") e l'opera trasmette l'antica saggezza dei samurai sotto forma di brevi aforismi dai quali emerge lo spirito del Bushidō (la Via del guerriero) con la differenza di rivolgersi al Samurai solitario (rōnin) che può venire a trovarsi, per una serie di vicissitudini che non dipendono dalla sua volontà, senza un Signore da servire.
L'autore Yamamoto Tsunetomo fu al servizio del daimyo Nabeshima Mitsushige (1632-1700) del feudo di Saga in un'epoca di pace e di inizio della decadenza dei samurai. Quando il daimyo morì, Yamamoto divenne monaco buddhista della setta "Soto Zen" e si ritirò in monastero dove compose, in circa sette anni, aiutato dall'allievo Tashiro Tsuramoto, lo Hagakure, l'opera sullo spirito e il codice di condotta del samurai.
Tsunemoto espresse il fermo desiderio al discepolo che il libro non venisse pubblicato ma dato alle fiamme, tuttavia il giovane Tsuramoto decise di renderlo pubblico ai samurai di Saiga con il nome di "Nabeshima Rongo" (i dialoghi di Nabeshima). Il Libro fu adottato per secoli come codice dei Samurai e vide la stampa solo nel 1906 con il titolo "Hagakure". Dopo la pubblicazione, che da subito destò molto interesse, il testo subì la strumentalizzazione del militarismo giapponese della prima metà del XX secolo al punto che i Kamikaze portavano con sé questo testo come ultimo compagno di morte.
Il tema principale del testo è la morte, non come semplice estinzione della vita, piuttosto nel senso psicologico dell'eliminazione dell'io. Lo Hagakure fu considerato un libro fondamentale e profondamente ispirante da Yukio Mishima. Egli, nell'estate del 1967, cioè tre anni prima del suo clamoroso seppuku, scrisse un commento ai primi tre volumi dell'opera. Questo libro, edito in Italia col titolo: La via del samurai, Bompiani 1987 costituì, oltre che un interessante approfondimento sull'opera, un vero e proprio testamento spirituale di Mishima.
Hagakure è una raccolta di principi morali ma anche di consigli pratici, norme comportamentali, notizie storiche ed episodi esemplari di valore. Alcuni sono di natura assai spicciola (Come reprimere uno sbadiglio o Come licenziare un servo) e di semplice etichetta, altri invece costituiscono il nucleo del Bushidō cioè di quell'insieme di principi che costituì per secoli l'etica di tutto il popolo giapponese.
Il libro che in originale consta di 11 volumi non è mai stato tradotto integralmente in lingua italiana, a causa del fatto che molte delle sue parti si riferiscono così specificamente alla cultura giapponese da risultare ostiche alla lettura da parte di un pubblico italiano: sono perciò state operate delle scelte da parte dei curatori delle varie edizioni.

sabato 7 marzo 2015

Chūshingura

Le tombe dei quarantasette rōnin nel tempio Sengakuji

Chūshingura (忠臣蔵) è un'opera teatrale giapponese.
Il Kanadehon chūshingura, o più semplicemente Chūshingura, è forse l'opera teatrale giapponese più nota di tutti i tempi. Fu scritta da Takeda Izumo e rappresentata per la prima volta nel 1748 a Osaka al teatro Takemotoza. Essa descrive le eroiche gesta dei quarantasette rōnin: un gruppo di samurai che vendicarono la morte del loro signore Asano Naganori, costretto al seppuku (suicidio rituale) in seguito ad un duello avvenuto all'interno del palazzo dello shogun.
In realtà Asano aveva reagito alle ripetute provocazioni di un funzionario dello shogun: Kira Yoshinaka, il quale lo aveva ripetutamente offeso. In seguito alla morte di Asano, i suoi beni furono confiscati e la sua famiglia finì in rovina. I suoi samurai persero anch'essi il loro status diventando appunto rōnin.
Trascorso un lasso di tempo sufficiente a far allentare la protezione su Kira, i samurai di Asano lo assalirono e uccisero. Rifugiatisi successivamente nel tempio Sengakuji si suicidarono tutti compiendo il rituale seppuku come estrema dimostrazione di fedeltà al loro signore.
Poco dopo i fatti, avvenuti dal 1701 al 1702, l'attacco al palazzo di Kira, in Edo, avvenne infatti il 15 dicembre del 1702, cominciarono a circolare lavori teatrali che narravano la vicenda. Il teatro all'epoca era anche un mezzo di comunicazione di eventi, solitamente drammatici.
Quando andò in scena il Chushingura di Takeda, erano trascorsi quasi cinquant'anni dagli eventi e ormai i protagonisti erano divenuti eroi popolari leggendari. L'opera che fu rappresentata in origine come joruri (con marionette) fu riproposta nel 1749 come kabuki, genere teatrale che all'epoca costituiva lo spettacolo favorito delle classi medio-borghesi.
Tuttora il dramma è rappresentato e la vicenda commuove profondamente, i quarantasette eroi sono considerati i più puri interpreti del bushidō, l'insieme dei principi morali e comportamentali dei samurai, che sono divenuti col tempo patrimonio etico dell'intero popolo giapponese. Poiché la parola rōnin ha, nel linguaggio comune, una valenza spregiativa, i protagonisti della vicenda sono designati come "Quarantasette gishi (uomini retti)".





venerdì 6 marzo 2015

Wakaresaseya

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Wakaresaseya (別れさせ屋 "agenzia di separatori") è un termine con cui si indicano quelle aziende giapponesi specializzate nella separazione tra coppie sposate o fidanzate, spesso coinvolgendo uno dei due membri in un'ulteriore relazione sentimentale con un'altra persona per poter facilitare le pratiche legali. Per una certa somma, su chiamata del cliente, un impiegato dell'azienda sotto copertura inizierà a sviluppare una relazione con l'obiettivo. Sebbene ad usufruire di questo servizio siano per lo più mariti o mogli stanchi del proprio compagno, non mancano occasioni in cui i richiedenti vogliano umiliare un rivale oppure vendicarsi di qualcuno o addirittura rovinare qualche altra relazione. Nel 2005, in Giappone, erano circa quindici le compagnie specializzate, sebbene esse siano in aumento grazie alla popolarità ottenuta attraverso internet.
Chi lavora in questo settore ammette che gli uomini sono gli obiettivi più facili e fragili.
Questo genere di affari ha avuto una ribalta nel 2010 quando una compagnia wakaresaseya è stata denunciata per omicidio colposo: una delle impiegate s'era veramente innamorata di un suo obiettivo e, dopo la rivelazione, questi la volle abbandonare e lei, in preda ad un raptus, uccise l'obiettivo.