domenica 30 settembre 2018

Śūnyatā

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(SA)
«Śūnyatā karuṇā garbham»
(IT)
«La vacuità [è] l'essenza della compassione»
(Nāgārjuna)



Śūnyatā (devanāgarī: शून्यता, pāli: suññatā, cinese: pinyin: kōng, coreano: gong, giapponese: , tibetano: stong-pan-yid, tr.it. Vacuità) è un sostantivo femminile della lingua sanscrita che indica una delle dottrine fondamentali nel Buddhismo.
La dottrina della Śūnyatā acquisisce tuttavia significati diversi e diverso ruolo nelle varie scuole che si sono succedute nel corso della Storia del Buddhismo, alcune delle quali tutt'oggi esistenti. In questo senso è preferibile suddividere l'esposizione di questa dottrina a seconda dei testi di riferimento o delle scuole che la insegnano.
Rappresenta l'Ensō (円相) che, nella simbologia del Buddhismo Zen, indica sia l'universo che la vacuità, quest'ultima intesa come Realtà assoluta.

La dottrina della vacuità negli Āgama-Nikāya del Buddhismo dei Nikāya e del Buddhismo Theravāda

La presenza nelle più antiche scritture buddhiste dell'attribuzione al Buddha Śākyamuni dell'insegnamento della "vacuità" è indubitabile come è indubitabile, in queste stesse scritture, la preoccupazione del fondatore del Buddhismo che questo insegnamento potesse essere addirittura dimenticato. Così afferma il Buddha Śākyamuni nel Samyutta-nikāya del Canone pāli:
«I monaci non vorranno più ascoltare e studiare i sutta proclamati dal Tathāgata, profondi profondi nel significato, che giungono oltre il mondo e riguardano la "vacuità" (sunnatapatismyutta) ma presteranno solo ascolto ai sutta profani proclamati dai discepoli, composti dai poeti, poetici e adornati di belle parole e sillabe»
(Samyutta-nikāya, 20,7.)
Ma se nel Majjhima-nikāya, il Buddha Śākyamuni indica l'irrealtà, la vacuità delle cose, come costantemente nei vari agama-nikaya espone l'insegnamento dell'anatta ovvero della "vacuità" intesa come inesistenza di una sostanzialità inerente al soggetto che percepisce i fenomeni, è nel Culasuññata Sutta, dove il Buddha Śākyamuni entra nel dettaglio di questa dottrina come esperienza interiore quando, rispondendo ad Ānanda su una sua precedente affermazione nella quale sosteneva di "dimorare pienamente in uno stato di vacuità" afferma:
«Certamente, o Ānanda, tu hai ben udito, ben appreso, ben inteso e ben ritenuto le mie parole. Adesso, come allora, o Ānanda, io dimoro pienamente in uno stato di vacuità. Così come questo palazzo della madre di Migara è ora vuoto di elefanti, di buoi, di cavalli, vuoto d'oro e d'argento, vuoto di gruppi di uomini e di donne, e la sua sola non vacuità è questa unica cosa, la comunità dei monaci, allo stesso modo, o Ananda, il monaco non pone mente all'idea di villaggio, non pone mente all'idea di uomo, ma pone mente a quest'unica cosa, alla foresta. Nell'idea di foresta la sua mente si placa, si ferma, si libera; ed egli riconosce: 'Le cure (le preoccupazioni, le ansie) che dipendevano dall'idea di villaggio non esistono più; le cure che dipendevano dall'idea di uomo non esistono più e l'unica cura che rimane è quella che dipende dall'idea di foresta»
(Culasuññata Sutta (Piccolo discorso sulla Vacuità). Majjhima-nikāya, 121.)
Nel Culasuññata Sutta il Buddha Śākyamuni non si ferma a questo "svuotamento" dalle "ansie" del mondo ma, in un incessante processo di svuotamento di tutti i riferimenti, ovvero dell'idea di 'foresta', dell' 'idea di terra', dell' 'infinità dell'idea di spazio', dell' 'infinità dell'idea di coscienza', della 'nullità', della 'né percezione né non percezione', del 'raccoglimento mentale privo di segni', giunge a concludere che:
«anche questo 'raccoglimento mentale privo di segni' è coeffettuato e concepito (non è la Realtà ultima); e tutto ciò che è coeffettuato e concepito è impermanente, destinato a cessare. [...] Egli comprende che il suo pensiero è vuoto dell'impurità del desiderio, dell'impurità dell'esistenza e dell'impurità della nescienza e che l'unica non vacuità è quella che dipende da questo corpo, sestuplice sede dei sensi, conseguenza della vita. [...] In verità, o Ananda, tutti coloro, asceti o brahmana, che nel futuro otterranno una stabile dimora nella purissima, suprema vacuità, raggiungeranno e dimorranno proprio in questa purissima e suprema vacuità. [...] Perciò, o Ānanda, voi vi dovete esercitare così: "Io otterrò una stabile dimora nella purissima, suprema vacuità»
(Culasuññata Sutta (Piccolo discorso sulla Vacuità). Majjhima-nikāya, 121.)
Riccardo Venturini, in riferimento a questo sutta, nota che
«il Buddha descrive come procedere verso i livelli più elevati di vacuità mediante lo svuotamento della mente dai contenuti propri dei livelli progressivamente superati. Al più alto livello di vacuità basati sulla meditazione di calma, il Buddha osserva che ciò che rimane è costituito dalla non-vacuità dei "sei campi sensoriali che, condizionati dalla vita, sono basati sul corpo stesso"»
(Riccardo Venturini. Coscienza e cambiamento. Assisi, Cittadella Editrice, 1998, pag. 435)
Questo, secondo Riccardo Venturini, implica che
«Il metodo usato, portato alla sua estenuazione, si rovescia nel contrario e dall'osservazione dei caratteri 'negativi' della realtà fenomenica (impermanenza, insoddisfacenza e mancanza di esistenza inerente) si giunge a incontrare i caratteri 'positivi' della Realtà incondizionata (permanenza, beatitudine, realtà), come d'altra parte l'estasi/vacuità si rovescia nella molteplicità/pienezza: essendo ancora 'posizioni' che si muovono nel mondo del dualismo, esse rivelano e si tramutano nel contrario»
(Riccardo Venturini. Coscienza e cambiamento. Assisi, Cittadella Editrice, 1998, pag. 435.)

La dottrina della vacuità nei Prajñāpāramitāsūtra

Nei trentotto testi che costituiscono l'insieme dei Prajñāpāramitāsūtra (composti tra il I secolo a.C. e il VII secolo d.C.), la dottrina della 'vacuità' riveste un ruolo centrale e fondamentale. Si può sostenere che fin dai Prajñāpāramitāsūtra più antichi, l'estensore degli stessi, che potrebbe voler riportare degli insegnamenti dello stesso Buddha Śākyamuni non accolti negli Āgama-Nikāya, accompagni la dottrina della vacuità con la pāramitā prajñā ritenuta l'ultima e la più importante già nelle scuole del Buddhismo dei Nikāya (scuola Sarvāstivāda).
Nel complesso la letteratura dei Prajñāpāramitāsūtra elenca venti tipi di vacuità (sanscrito viṃśati śūnyatā):
  1. Vacuità degli organi di senso (adhyatana śūnyatā).
  2. Vacuità dei fenomeni percepiti (bahirdhā śūnyatā).
  3. Vacuità degli organi di senso e dei fenomeni percepiti (adhyatanabahirdhā śūnyatā).
  4. Vacuità della vacuità (śūnyatā śūnyatā).
  5. Vacuità dello spazio (mahā śūnyatā).
  6. Vacuità dell'assoluto (paramārtha śūnyatā).
  7. Vacuità dei fenomeni condizionati (saṃskṛta śūnyatā ).
  8. Vacuità dei fenomeni non condizionati (asaṃskṛta śūnyatā ).
  9. Vacuità di ciò che è al di là dell'eterno e del nulla (atyanta śūnyatā ).
  10. Vacuità di ciò né inizia né termina, del Saṃsāra (anavaraga śūnyatā).
  11. Vacuità di ciò che degli insegnamenti che vanno accolti (anavakara śūnyatā ).
  12. Vacuità dell'intima natura dei fenomeni (prakṛti śūnyatā).
  13. Vacuità di qualsiasi fenomeno o dharma (sarvadharma śūnyatā ).
  14. Vacuità delle caratteristiche di ogni singolo dharma (svalakṣaṇa śūnyatā).
  15. Vacuità dell'inconcepibile (anupalambha śūnyatā).
  16. Vacuità dei fenomeni privi di identità (abhāvasvabhāva śūnyatā ).
  17. Vacuità dei fenomeni che posseggono delle sostanzialità (bhāva śūnyatā).
  18. Vacuità di ciò che è privo di sostanzialità (abhāva śūnyatā).
  19. Vacuità dell'identità (svabhāva śūnyatā).
  20. Vacuità della natura trascendente (parabhāva śūnyatā).
Tali "vacuità" stanno ad indicare che ogni forma, esistenza o non esistenza, è vacuità e ogni vacuità è ognuna di queste.
Così come recita uno dei Prajñāpāramitāsūtra più noti, il Prajñāpāramitā Hṛdaya sūtra (Il Sutra del Cuore della perfezione di saggezza):
(SA)
«Iha Śāriputro rūpaṃ śūnyatā, śūnyataiva rūpam rūpānna pṛthak śūnyatā, śūnyatāyā na pṛthag rūpam yadrūpaṃ sā śūnyatā, yā śūnyatā tadrūpam evaṃ vedanāsaṃjñāsaṃskāravijñānāni»
(IT)
«Qui, O Sariputra, la forma è vacuità e la vacuità è forma; la vacuità non differisce dalla forma, la forma non differisce dalla vacuità; qualsivoglia cosa sia forma, quella è vacuità; qualsivoglia cosa sia vacuità, quella è forma, stessa cosa riguarda le sensazioni, le percezioni, le pulsioni e la coscienza»
(Prajñāpāramitā Hṛdaya sūtra III 9-16)



L'insieme del corpus scritturale dei Prajñāpāramitāsūtra sembrerebbe contenere una serrata critica della dottrina dei dharma delle scuole del Buddhismo dei Nikāya, segnatamente della scuola Sarvāstivāda, le quali assegnavano esistenza reale ai costituenti (dharma) dei fenomeni, anche se le stesse denunciavano la 'vacuità' del soggetto che questi fenomeni percepiva, ovvero negavano la soggettività, l'io individuale (dottrina dell'anātman). Questa "doppia vacuità" (vacuità del soggetto percipiente, anātman, e dei fenomeni percepiti) dei Prajñāpāramitāsūtra andava a dunque a criticare i contenuti abhidharmici della scuola Sarvāstivāda, la quale giungeva a sostenere la presenza, nel soggetto che percepisce, di un dharma particolare, il prapti, che fungeva da ricettacolo per la sua retribuzione karmica. È chiaro che la dottrina della vacuità dei Prajñāpāramitāsūtra ha dei precisi fondamenti, come abbiamo visto, negli Āgama-Nikāya , tuttavia essa intende radicalizzare questi fondamenti come il cuore (hṛd) della dottrina del Buddha Śākyamuni (Buddhadharma).
In un altro famoso Prajñāpāramitāsūtra, il Vajracchedikā-prajñāpāramitā-sūtra (Sutra della perfezione della saggezza che recide come un diamante, o più brevemente Sutra del diamante) si giunge, peraltro coerentemente, a sostenere che
(SA)
«bhagavānasyaitadavocat-iha subhūte bodhisattvayānasaṁprasthitenaiva cittamutpādayitavyam-yāvantaḥ subhūte sattvāḥ sattvadhātau sattvasaṁgraheṇa saṁgṛhītā aṇḍajā vā jarāyujā vā saṁsvedajā vā aupapādukā vā rūpiṇo vā arūpiṇo vā saṁjñino vā asaṁjñino vā naivasaṁjñino nāsaṁjñino vā, yāvān kaścitsattvadhātuḥ prajñapyamānaḥ prajñapyate, te ca mayā sarve'nupadhiśeṣe nirvāṇadhātau parinirvāpayitavyāḥ evamaparimāṇānapi sattvān parinirvāpya na kaścitsattvaḥ parinirvāpito bhavati tatkasya hetoḥ? sacetsubhūte bodhisattvasya sattvasaṁjñā pravarteta, na sa bodhisattva iti vaktavyaḥ tatkasya hetoḥ? na sa subhūte bodhisattvo vaktavyo yasya sattvasaṁjñā pravarteta, jīvasaṁjñā vā pudgalasaṁjñā va pravarteta»
(IT)
«Il Signore disse: "Ecco Subhuti, chi decide di entrare nel veicolo del bodhisattva (bodhisattvayana) dovrebbe concepire un pensiero di questo genere: "Per quanti esseri senzienti ci sono nell'intero universo di esseri senzienti, nati da un uovo, nati da un utero, nati dalla umidità, o nati per mezzo di un miracolo, con forma o senza forma, in grado di percepire o non in grado di percepire, per come sia concepibile una forma concepibile di esseri senzienti, tutti questi io condurrò verso il Nirvāṇa, nella dimensione del Nirvāṇa che estingue ogni cosa. Nonostante questo per quanto siano innumerevoli gli esseri senzienti guidati verso il Nirvāṇa proprio nessun essere senziente è stato guidato verso il Nirvāṇa. Perché? Se in un bodhisattva dovesse intervenire la concezione di un "essere senziente", egli non potrebbe venire chiamato bodhisattva. E perché? Non si dovrà chiamare bodhisattva colui nel quale interviene la concezione di un "essere senziente" (sattva), o la concezione di un' "anima vivente" (jīva) o la concezione una "persona" (pudgala
(Vajracchedikā-prajñāpāramitā-sūtra, 3)

La dottrina della vacuità nelle scuole Mahāyāna Madhyamaka e Cittamātra

La scuola Madhyamaka è stata fondata da Nāgārjuna nel II d.C. È dibattuto se, per quanto concerne il periodo del suo fondatore, essa possa essere inserita nel contesto degli insegnamenti Mahāyāna. La ragione di questi dubbi è fondata sul fatto che nelle opere attribuite con sufficiente contezza al filosofo indiano, non compare mai l'utilizzo del termine Mahāyāna né i riferimenti ai Prajñāpāramitāsūtra.
L'opinione di molti studiosi, tuttavia, si fonda sulla natura di queste opere che sono didattiche e non polemiche. Intendono dimostrare la validità dei propri contenuti piuttosto che svilire l'autorevolezza delle fonti avversarie magari facendo leva su altre fonti. È possibile quindi che Nāgārjuna abbia volontariamente evitato qualsivoglia riferimento ai Prajñāpāramitāsūtra per evitare di discutere con i suoi interlocutori Sarvāstivāda sulla loro autorevolezza.
D'altronde è innegabile, che a partire dalla sua opera maggiore, il Madhyamakakārikā, egli non fa che ribadire la dottrina della vacuità esattamente come insegnata nei Prajñāpāramitāsūtra.
Nāgārjuna si presenta dunque come un maestro buddhista che vuole dimostrare la fondatezza della critica dei Prajñāpāramitāsūtra all'Abhidharma Sarvastivada. Per Nāgārjuna, come per i Prajñāpāramitāsūtra, il Buddha Śākyamuni aveva indicato, oltre l'impermanenza temporale (anitya), una ulteriore qualità, il śūnyatā di tutti i fenomeni: essi erano vuoti anche di una stessa loro identità in quanto dipendevano uno dall'altro sul piano temporale del presente, dell'immediato: esiste A solo in quanto esiste anche un non A.
Tutti i fenomeni (dharma) sono quindi privi di identità, sono vuoti di identità. Tutti i dharma, secondo la lettura dell'insegnamenti del Buddha da parte di Nāgārjuna, sono vuoti: poiché nessun fenomeno possiede una natura indipendente, si può dire che tutto ciò che esiste è vuoto. L'esperienza della vacuità è la via che porta al "Risveglio".
Ma la vacuità non può essere conosciuta con il pensiero ordinario (o "convenzionale") che tratta dei fenomeni come se fossero indipendenti e stabili, dotati di natura immutabile e certa. Gran parte dell'opera di Nāgārjuna consiste pertanto in una critica raffinata delle diverse dottrine che sottinendono l'esistenza dei fenomeni in quanto tali, e che vengono per questo ridotte all'assurdo (prasaṅga). Da parte sua, Nāgārjuna non presenta alcuna dottrina:
«Se io avessi qualche tesi sarei vittima di questi controsensi. Ma io non ho alcuna tesi e quindi non mi si può imputare nessun controsenso»
(Nāgārjuna. Vigrahavyāvartanī, 29)
Poiché l'esperienza della vacuità non è compatibile con alcuna costruzione filosofica. L'idea stessa della vacuità rischia di essere pericolosa, se la vacuità viene entificata
«La vacuità male intesa rovina l'uomo ottuso così come un serpente male afferrato o una formula magica mal pronunciata»
(Nāgārjuna. Madhyamakakārikā, 24, 11)

sabato 29 settembre 2018

Cangjie

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Cangjie (倉頡, 仓颉, Cāngjié, Ts'ang-chieh, cantonese Jyutping: Cong Kit) è una figura leggendaria della tradizione cinese, ministro del leggendario Imperatore giallo e mitico inventore dei caratteri cinesi.
Cangjie sarebbe vissuto all'epoca del leggendario Imperatore Giallo (黄帝 Huangdi).
Molti testi del periodo dei regni combattenti, lo menzionano attribuendogli l'invenzione dei caratteri cinesi. Tra questi testi figurano gli Annali di Lü, lo Han Feizi, e lo Huainanzi. Un passo di quest'ultimo recita: "Quando Cangjie inventò i caratteri, il cielo fece piovere miglio e gli spiriti maligni piansero tutta la notte". Secondo Xunzi, "Molti erano, un tempo, coloro che conoscevano la scrittura, ma Cangjie è colui che ce l'ha trasmessa dopo averla sistematizzata".

Leggende

Una versione della leggenda di Cangjie racconta che l'Imperatore Giallo gli ordinò di inventare un sistema di scrittura, dopo che aveva unificato il suo regno, per sostituire il sistema di notazione delle corde annodate. Egli si stabilì vicino ad un fiume e rimase a lungo senza ottenere risultati. Un giorno, una fenice cinese fece cadere davanti a lui un pezzo di terra indurita che recava impressa un'impronta. In quel momento un cacciatore giungeva sulla strada, e Cangjie gli chiese se riconoscesse o meno l'animale che aveva lasciato quell'impronta. «È un pixiu» rispose senza esitare il cacciatore. Questa fu una rivelazione per Cangjie. Da quel momento, egli osservò qualsiasi cosa cercandovi un segno che la rendesse immediatamente riconoscibile.
L'Imperatore Giallo, soddisfatto, fece diffondere l'uso della sua scrittura in tutto il paese e fece costruire un tempio in riva al fiume in corrispondenza del luogo dove Cangjie lavorava.
Wang Chong lo descrisse come avente quattro occhi che gli permettevano di vedere i segreti del cielo e della terra. Un'altra leggenda lo descrive dotato di pupille doppie, tratto attribuito anche ad altre figure mitiche come i sovrani Yu, l'Imperatore Shun e il duca Jin Wen Gong.

Siti consacrati a Cangjie

Diversi luoghi in Cina rivendicano di aver ospitato l'inventore della scrittura e hanno una tomba od un tempio dedicato a Cangjie, o un sito descritto come il personaggio mitico avrebbe per la prima volta creato i nuovi caratteri: Shouguang nello Shandong, Kaifeng e Nanle nello Henan, Baishui e Xi'an nello Shaanxi.

Altri usi del suo nome

Il nome di Cangjie è stato usato anche per altri oggetti:
  • Il Libro di Cangjie (仓颉篇) è una raccolta di caratteri, in stile piccolo secchio, destinati all'unificazione della scrittura all'inizio della Dinastia Qin. Composto, secondo la tradizione, da Li Si su ordine di Qin Shi Huang, il testo scomparve sotto la Dinastia Tang, ma dei frammenti contenuti in altri testi hanno permesso di ricostruirlo approssimativamente.
  • Un metodo di input in informatica, dei caratteri cinesi basato sull'analisi delle loro differenti parti grafiche porta il suo nome.
  • Una roccia di Marte osservata dalla veicolo di esplorazione Spirit ha ricevuto il suo nome.

venerdì 28 settembre 2018

Wong Shun Leung

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Wong Shun Leung (黃淳樑; Hong Kong, 8 maggio 1935 – Hong Kong, 28 gennaio 1997) è stato un importante artista marziale cinese. Era un rispettato insegnante di Wing Chun, nonché allievo di Yip Man.
Partecipò anche alla realizzazione di un film, intitolato
Wing Chun: The science of in-fighting.
Considerato da molti un eccellente combattente per via della sua abilità tecnica e rapidità di movimento, era famoso per essersi guadagnato il titolo di "King of Beimo", che significa "re dei combattimenti-sfida", ossia combattimenti senza regole e protezioni che all'epoca venivano organizzati in modo che ogni combattente potesse testare le proprie abilità e, in caso di vittoria, portare fama e onore al proprio clan di appartenenza.
Wong è stato anche insegnante di Bruce Lee insieme a Yip Man, nonché suo "mentore", in quanto fu il principale responsabile della sua formazione combattiva ai tempi di Hong Kong, introducendolo ai Beimo e aiutandolo a fonteggiare la paura in combattimento.

Biografia

Cominciò ad essere addestrato nelle arti marziali in età adolescenziale. Praticò vari stili, tra i quali Tai Qi Quan e Boxe Occidentale, verso la quale ha sempre avuto un certo interesse, considerandola molto efficace ed importante, in quanto i pugili, al contrario della maggior parte dei praticanti di arti marziali tradizionali, si concentrano sull'attacco senza inseguire le mani dell'avversario. A causa di un disguido con il suo allenatore di pugilato, egli lasciò la palestra di boxe.
Grazie ai racconti di suo padre e di suo nonno, venne a conoscenza del wing chun e dei maestri del passato esperti in questo stile, come Chan Wah Shun e Leung Jan. Egli decise quindi di cercare un insegnante di Wing Chun, per poter toccare con mano questa disciplina. Tramite alcuni amici del fratello, conobbe colui che più tardi sarebbe divenuto il suo ultimo insegnante di arti marziali: Yip Man. Dopo essere stato sconfitto da alcuni allievi minori di quest'ultimo, Wong divenne un membro devoto della scuola Wing Chun. Yip Man, poco tempo dopo, dichiarò che Wong avrebbe impiegato un anno per rendere famoso il wing chun ad Hong Kong. Egli dovette correggersi, in quanto impiegò solo 6 mesi per elevare le sue doti combattive, sconfiggere numerosi avversari appartenenti alle altre scuole di Hong Kong ed elevare il Wing Chun da arte marziale locale semi-sconosciuta ad arte del combattimento stimata da tutti. Grazie alle sue doti di combattente venne soprannominato "Gong Sao Wong" che significa "re del parlare con le mani". Egli partecipò, tra i 18 e i 24 anni, ad almeno una sessantina di incontri, dove secondo i giornali locali e lo stesso Bruce Lee, ne uscì sempre vincitore.
Wong Shun Leung era anche un medico della medicina cinese tradizionale e un calligrafo autodidatta.

Personalità e Insegnamenti

Nonostante la sua fama di combattente e insegnante lo abbia sempre preceduto, egli era una persona piuttosto umile. Ha sempre rifiutato appellativi come maestro o "GrandMaster ", in quanto negli anni sono stai utilizzati in modo spropositato e senza criterio, preferendo essere conosciuto semplicemente come "insegnante". Per quanto riguarda il tema dell'autodifesa, Wong diceva " se imparate il kung fu, il vostro scopo è combattere. Se non potete combattere e vincere, come potete difendervi??" A suo parere è molto più importante esercitarsi duramente anziché perdersi nei miti e leggende che donano un certo alone di mistero al kung fu o a perdersi in inutili stilismi artistici, solo così “ci si trasforma in un Maestro del sistema e non nel relativo schiavo”. Per Wong non fa differenza quanto anziani siete nel sistema, ma quanto abili siete. Egli considerava il Wing Chun un'abilità più che un'arte. Nel descrivere il Win Chun egli disse: "Il W.C. Kung fu è un'arma molto specializzata, una scienza del combattimento, la cui intenzione è di creare l'incapacità totale di un avversario. È diretto,efficiente e mortale". Wong spronava i suoi allievi a non seguire ciecamente l'istruttore copiandolo alla lettera in quanto le differenze d'età, esperienza, costituzione fisica, influenzano il senso in cui uno fa le cose, quindi è importante esprimere se stessi non limitandosi a copiare l'insegnante, altrimenti si ostacolerebbe l'effettivo e genuino miglioramento delle proprie abilità. Dicendo questo, Wong non suggeriva che l'allievo dovesse alterare i principi del wing chun a suo piacimento, al contrario egli promuoveva che nel costante tramandare e nell'esercitare le abilità del Wing Chun, lo si faccia esattamente come egli stesso le ha imparate. Tuttavia, accettava il fatto che ciascuno è diverso e adottava quindi il metodo più realistico per tramandare l'essenza del Wing Chun sotto forma di concetti e principi di base che gli allievi sono liberi di interpretare ed utilizzare adattandoli a sé stessi. Wong Shun Leung ha dedicato buona parte della sua vita a comprendere e sviluppare il Wing Chun, insegnandolo non solo in Asia ma anche nel resto del mondo, promuovendo lo sviluppo di scuole negli altri continenti, insegnando a chiunque avesse intenzione di apprenderle senza badare all'etnia, credo religioso o arte marziale d'appartenenza. La sua filosofia non badava all'estetica ma era pregna di sostanza. Egli affermava di aver raggiunto il suo livello di abilità semplicemente "migliorandosi ogni giorno attraverso l'addestramento".

Testimonianze e opinioni su di lui

  • " Wong Shun Leung è di gran lunga più importante come maestro di wing chun che come figura nella vita di Bruce Lee. Merita di più che essere ricordato come l'ombra di un altro". ( Bey Logan, editore della rivista inglese " Combat")
  • " ... un fenomeno del Wing Chun " . ( Black Belt , rivista statunitense)
  • " .. un comunicatore e maestro di wing chun per eccellenza " . (Fighters, rivista inglese)
  • " Bruce Lee racconta che Wong Shun Leung è uno degli insegnanti di Wing Chun più grandi al mondo " . ( Jesse Glover nel suo libro " Bruce Lee' Non Classical Gung Fu " )
  • " Nel '59 Bruce mi disse che Wong fosse il combattente più grande nello stile Wing Chun e che aveva sconfitto con successo tutti gli sfidanti " . (Jesse Glover)
  • " La prima cosa che notate quando lo osservate è la normalità, è troppo basso e troppo amichevole per essere il leggendario Wong Shun Leung, è soltanto quando si muove o quando vi guarda che rivela la natura e la padronanza che ha acquisito con la disciplina. Dopo, ti sorprendi del suo acuto senso dello humor " . (Bruce Lee)
  • “Quando Bruce tornò ad Hong Kong per la seconda volta, l'unica persona che aveva una chance di fermare un suo attacco era Wong Shun Leung“. (Jesse Glover)

giovedì 27 settembre 2018

Matsuo Bashō

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Matsuo Bashō (松尾 芭蕉; Ueno, 1644 – Ōsaka, 28 novembre 1694) è stato un poeta giapponese del periodo Edo.
Nome originale Matsuo Munefusa, probabilmente il massimo maestro giapponese della poesia haiku. Nato nella classe militare ed in seguito ordinato monaco in un monastero zen, divenne poeta famoso con una propria scuola ed allievi, col passare del tempo, sempre più numerosi. Viaggiatore instancabile, descrive spesso nella sua opera l'esperienza del viaggio. La sua estetica fa coincidere i dettami dello zen con una sensibilità nuova che caratterizza la società in evoluzione: dalla ricerca del vuoto, la semplicità scarna, la rappresentazione della natura, fino ad essenziali ma vividi ritratti della vita quotidiana e popolare.
Shizuka sa ya
iwa ni shimi iru
semi no koe
Il silenzio
penetra nella roccia
un canto di cicale
(Haiku di Bashō)



Nomi

Il nome di famiglia del poeta era "Matsuo" ma usualmente lo si chiamava semplicemente "Basho", senza il cognome. Era conosciuto come Kinsaku da bambino e, crescendo, Munefusa. Durante la vita assunse diversi nomi d'arte. Uno dei primi, Tosei, significa pesca acerba (o pesca in blu) un omaggio al poeta cinese Li Bai (李白), il cui nome significa pruno in bianco. Assunse il nome bashō, che significa banano, da un albero ricevuto da un allievo. Si dice che il clima fosse stato troppo rigido perché questo albero potesse portare frutto, e intendeva che lo pseudonimo evocasse l'idea di un poeta inutile, o almeno affezione per le cose inutili.
Romanizzazioni alternative di "Basho" sono rare, ma possono includere Matuo Basyou, utilizzando il Nihon-shiki, o Matuwo Baseu utilizzando una romanizzazione più corrispondente all'ortografia utilizzata durante il periodo in cui egli viveva.

Biografia

La prima neve!
appena da piegare
le foglie dell'asfodelo
Nacque a Ueno, nella provincia di Iga, vicino Kyōto. Era il figlio di un samurai di basso livello e inizialmente lavorò al servizio del signore locale, Todo Yoshitada, che era solamente due anni più vecchio di lui. Entrambi si divertivano a scrivere haiku, e la prima opera conosciuta di Basho risale al 1662. A partire dal 1664 le sue prime poesie furono pubblicate a Kyoto, e fu all'incirca in questo periodo che adottò il nome samurai di Munefusa. Il suo padrone morì nel 1666 e Basho preferì andarsene di casa che servirne uno nuovo. Suo padre era morto nel 1656.
Tradizionalmente si crede che abbia vissuto a Kyoto per almeno parte dei sei anni seguenti; durante questo periodo pubblicò le proprie poesie in numerose antologie. Nel 1672 si spostò a Edo (ora Tokyo). Continuò a scrivere, e dal 1676 era riconosciuto come un maestro dell'haikai, pubblicando un suo "libretto" e giudicando in gare di poesia. Acquisì un seguito di studenti, che costruirono per lui il primo rifugio "Basho" nell'inverno del 1680.
Basho non trovò soddisfazione nel suo successo, e si rivolse alla meditazione Zen. Nell'inverno del 1682 il rifugio venne distrutto da un incendio, e sua madre morì prematuramente nel 1683. Nell'inverno 1683 i suoi discepoli lo omaggiarono di un secondo rifugio, ma rimase insoddisfatto. Nell'autunno del 1684 iniziò un viaggio che in seguito chiamò i ricordi di uno scheletro scosso dalle intemperie (Nozarashi Kiko) - il titolo di un giornale di viaggio con prose e poesie che compose al termine dello stesso. Il percorso lo condusse da Edo al monte Fuji, ad Ise, Ueno e Kyoto, prima di tornare a Edo nell'estate del 1685.
Il suo rapido incedere faceva pensare alcuni che Basho potesse essere stato un ninja. I suoi lunghi viaggi gli permisero di osservare le condizioni nelle varie province e ascoltare le ultime notizie, informazioni di interesse al regnante shogunato Tokugawa, che impiegava dei ninja per queste attività. Il luogo di nascita di Basho nell'area di Ueno della provincia Iga possedeva una ricca tradizione ninja e Basho poteva essere stato una guardia del corpo per Todo Yoshitada anni prima. Comunque, pochi letterati considerano seriamente la possibilità che potesse essere stato una spia per lo shogunato Tokugawa.
Il viaggio sembrò giovargli, nell'allontanare alcuni dei suoi fantasmi, e i suoi scritti dei pochi anni seguenti raccontano del suo piacevole ... Compì un breve viaggio a Kashima nell'autunno del 1687, per osservare di là la luna piena in prossimità dell'equinozio. Di nuovo compose un resoconto dell'escursione: Una visita al Tempio Kashima (Kashima Kiko).
Nell'inverno di quell'anno cominciò il suo seguente lungo viaggio, dopo essergli stato reso un arrivederci che "sembrava quello per un dignitario". Attraversò Ueno, Osaka, Suma, Akashi, Kyoto, Nagoya, le alpi giapponesi e Sarashina, dove vide il plenilunio equinoziale. Il viaggio da Edo a Akashi è raccontato nei Ricordi di un bagaglio consumato (Oi no Kobumi), nel quale espone il suo credo nell'haikai come una fondamentale forma artistica. Il viaggio di Sarashina è descritto in Una visita al villaggio di Sarashina (Sarashina Kiko).
Verso la fine della primavera, nel 1689, cominciò delle escursioni più difficoltose verso le selve dell'Honshu del nord. Fermate in questo viaggio inclusero Nikko Toshogu, Matsushima, Kisagata e Kanazawa, attraversando nell'ultima parte di questo percorso l'isola di Sado. Di nuovo compose un diario di viaggio, Lo stretto sentiero verso il profondo Nord (Oku no Hosomichi), che è dominato dal concetto di sabi: l'identificazione dell'uomo con la natura. Due ulteriori volumi svilupparono l'idea: Ricordi dei sette giorni (Kikigaki Nanukagusa) e Conversazioni a Yamanaka (Yamanaka Mondo).
Dall'autunno 1689 in poi, Basho trascorse due anni visitando amici e compiendo brevi viaggi attorno all'area di Kyoto e del lago Biwa. Durante questo periodo lavorò su una antologia che stava per essere compilata da alcuni dei suoi allievi, tra i quali Nozawa Bonchō, - L'impermeabile della scimmia (Sarumino) - che espresse e seguì i principi estetici ai quali era arrivato durante il viaggio settentrionale.
Nell'inverno del 1691 tornò a Edo per abitare nel suo terzo rifugio Basho, di nuovo omaggiatogli dal suo seguito. Comunque non rimase solo, accolse un nipote e un'amica, Jutei, entrambi di salute cagionevole, ed ebbe una grande quantità di visitatori. Si lamentò in una lettera che questo lo aveva lasciato senza "pace della mente". Nell'autunno del 1693 rifiutò di vedere chiunque per un mese, adottando quindi il principio di karumi o leggerezza: una regola di non attaccamento che gli permetteva di vivere nel mondo ma di sollevarsi dalle frustrazioni.
Basho lasciò Tokyo per l'ultima volta nell'estate del 1694, e passò del tempo a Ueno e Kyoto prima di andare ad Osaka. Lì morì per una malattia allo stomaco, dopo aver scritto il suo ultimo haiku:
viaggiando, malato
la strada dei sogni miei
su una palude prosciugata

Opere

Fu Basho a sollevare l'haiku da un verso volgare, spesso scritto come semplice sollievo, ad una forma seria, imbevuta con lo spirito del buddismo zen. Molti dei suoi haiku erano in effetti le prime tre linee di renga più lunghi (che alcuni critici considerano le sue migliori opere), piuttosto che opere isolate, ma erano stati collezionati e pubblicati da soli molte volte e il suo lavoro fu di grande ispirazione per scrittori successivi come Kobayashi Issa e Masaoka Shiki. Uno dei più famosi haiku attribuitogli (Matsushimaya Aa Matsushimaya Matsushimaya), che trae dalla bellezza indescrivibile della baia di Matsushima, fu in realtà scritto da un poeta successivo del periodo Edo, Tawarabo. Basho preferiva scrivere nel dodicesimo giorno del decimo mese del calendario lunare e utilizzare Shigure (時雨), una fredda pioggia autunnale, come kigo.
Il vecchio stagno!
La rana si tuffa -
Il suono dell'acqua
Basho viaggiò molto estensivamente durante la sua vita, e molti dei suoi scritti riflettono le esperienze dei suoi viaggi: " [...] ed io pure negli anni trascorsi sono stato portato al pensiero di un errare continuo dalla vista di una nube solitaria sospinta dal vento". Il suo libro Oku no Hosomichi (奥の細道, Lo stretto sentiero per il profondo Nord), scritto nel 1694 e largamente ritenuto il migliore, ne è un esempio. In esso, descrizioni in prosa del paesaggio che attraversa sono intervallate con gli haiku per i quali è ora maggiormente conosciuto.

Raccolte di poesie

  • "Hatsu Kaishi" (1686)
  • Haru no hi (1686)
  • Arano (1689)
  • Hisago (1690)
  • Sarumino (1691)
  • Sumidawara (1694)
  • Zoku sarumina (1698, postumo)

Diari di viaggio

  • Nozarashi-kiko (1685)
  • Kashima-kiko (1687)
  • Sarashina-kiko (1688)
  • Oku no hosomichi (1702, postumo)

Curiosità

  • A Bashō è stato intitolato il cratere Bashō, sulla superficie di Mercurio.
  • Basho è anche il nome di un personaggio di Hunter × Hunter. Il suo potere consiste per l'appunto nel far divenire realtà tutto ciò che scrive negli Haiku che compone.
  • Nel film I miei vicini Yamada sono recitate molte poesie di Bashō.
  • Nell'episodio 50 della serie I Predatori del Tempo, il direttore Tonnan e i membri della Pattuglia del Tempo viaggiano fino all'epoca di Bashō per controllare che nulla alteri i suoi viaggi. I Predatori del Tempo invece devono far sì che Bashō componga una delle sue famose poesie di fronte alla Grande muraglia cinese.



mercoledì 26 settembre 2018

Liu Pao Ch'ün

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Liu Baojun (劉保軍 (Pinyin) Liu Pao-ch'ün (Wade-Giles); Caozhou, 1892 – 1947) è stato un artista marziale cinese.
Secondo nome (Nome cinese di cortesia, non è chiaro se si tratti di uno Zi o di un hao) Liu Jinchen 刘尽臣.

La vita

Nato nel 1892 nel villaggio Jiaozhuangcun (焦莊村) dell'area di Caozhou. Maestro di Meihuaquan, stile che avrebbe appreso da Kong Qingbiao. Dopo aver lavorato come scorta e guardia del corpo, dal 1925 insegna a Peixian dove muore nel 1947 probabilmente ucciso perché accusato di collaborazionismo con le truppe Giapponesi di occupazione. Sul momento della morte del Maestro Liu Baojun abbiamo una conferma in un'intervista al figlio minore di Chang Dsu Yao, Chang Yu-shin. Nell'intervista si legge:
«(Luigi Caforio): Tuo padre ha più rivisto il maestro Liu Bao Chun? (Chang Yushin): Ricordo sempre il suo rammarico nel cercare invano di incontrarlo, dal momento che i suoi sforzi rimasero inutili. In un periodo in cui gli invasori si erano ritirati e la giustizia cinese cercava i collaboratori con del nemico, senza guardare per il sottile, fu accusata ingiustamente la famiglia del maestro Liu Bao Chun. Mio padre che era un militare tornato dallo Shandon, riuscì a chiarire la vicenda, mostrando le prove dell’innocenza di quella famiglia , salvandola così da morte sicura, da quei processi sommari in cui si vedeva il nemico dappertutto. Del maestro Liu Bao Chun non si seppe mai più nulla.»
(Luigi Caforio, Il capostipite )


Eventi significativi

Nel 1925, in Ottobre, Liu Baojun partecipa ad una competizione a Nanchino, dove viene premiato con un paio di doppie sciabole (shuangdao). Nel 1937, a Peixian, partecipa ad una competizione in cui ottiene come premio uno stendardo con un dardo dorato. Il Maestro Liu è stato allievo diretto di Yang Chengfu evidenza di ciò è il libro Taijiquan shiyongfa di Yang Chengfu stesso, dove nell'elenco dei suoi discepoli appare il secondo nome di Liu Baojun.

Liu ed il Meihuaquan

Egli apparteneva al Ramo della famiglia Bai del Meihuaquan (Baijiazhi Meihuaquan) appreso da Kong Qingbiao, ed era quindicesima generazione. Col suo trasferimento a Peixian vi diffonde questo ramo dello stile, che però viene qui chiamato, in suo onore, Liupai Meihuaquan (Pugilato del Fiore di Prugno della Scuola di Liu). Inizialmente egli insegnò assieme a Li Zhengting, che apparteneva al Luodi Meihuaquan, poi la scuola si separò. Tra i suoi allievi a Peixian si ricordano Chang Dsu Yao, Fang Dunyi (方敦義), Fang Dunle (方敦樂), Zhao Houfu (趙後福), ecc..

lunedì 24 settembre 2018

Fūjin

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Fūjin (風神) è una divinità giapponese, dio del vento. Divinità tra le più antiche dello Shintoismo, protegge i cieli da suo fratello Raijin, dio dei fulmini e dei tuoni. Corrisponde al buddista Futen.
Ad Asakusa, insieme al fratello, è il protettore dell'ingresso (la Kaminari-mon) del tempio.

Iconografia

Viene rappresentato con una grossa sacca piena di vento. Il colore del corpo è verde.



domenica 23 settembre 2018

Kuki Moritaka

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Kuki Moritaka (九鬼 嘉隆; 1573 – 28 ottobre 1632) è stato un samurai giapponese del periodo Sengoku.
Kuku Moritaka fu generale e ammiraglio al servizio di Tokugawa Ieyasu, e figlio di Kuki Yoshitaka, uno dei più importanti generali di Toyotomi Hideyoshi.
Negli ultimi anni del XVI secolo Kuki Moritaka supportò Tokugawa Ieyasu nella battaglia di Sekigahara, mentre il padre si schierò al fianco di Ishida Mitsunari. Dopo la vittoria Tokugawa, Moritaka fu confermato come daimyō del feudo della famiglia Kuki nella provincia di Shima, che venne incrementato da 26.000 a 46.000 koku.
Successivamente Moritake restò fedele ai Tokugawa, comandando la loro flotta durante l'Assedio di Osaka nel 1614-1615.

sabato 22 settembre 2018

Incidente del Tōzen-ji

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Con incidente del Tōzen-ji (東禅寺事件 Tōzen-ji jiken) ci si riferisce a una serie di assalti armati condotti ai danni della legazione britannica in Giappone, occorsi tra il 1861 e il 1862.

Contesto storico

A seguito della firma del trattato di amicizia e commercio anglo-giapponese del 1858, il Tōzen-ji, un tempio buddhista sito nel quartiere di Takanawa di Edo, fu scelto dal console Rutherford Alcock quale sede della legazione britannica in Giappone. L'apertura all'Occidente decisa dal bakufu aveva scatenato una serie di proteste tra i feudatari ed erano in molti quelli che invocavano la restaurazione del potere imperiale e, al tempo stesso, la proscrizione degli stranieri dal suolo giapponese.
Le autorità giapponesi erano contrarie alla scelta di Edo come sede della missione britannica e consigliarono ad Alcock di stabilirsi a Yokohama. Il tempio era situato lungo la Tōkaidō, strada che per la sua posizione e importanza amministrativa risultava spesso trafficata e per questo esposta ad eventuali attacchi. Il 29 gennaio 1860 l'interprete di Alcock, il giapponese Denkichi, fu assassinato di fronte al cancello della legazione, facendo presagire ciò che sarebbe accaduto da lì a un anno.

Eventi

Primo incidente del Tōzen-ji

Il primo attacco si verificò la notte del 5 luglio 1861. Alcuni degli uomini erano rimasti svegli per seguire il passaggio di una cometa, mentre Alcock dormiva nei suoi appartamenti. A guardia della legazione vi era un drappello di sentinelle ma non era stata presa nessuna precauzione particolare. La situazione era tornata alla normalità dopo i fatti del 1860 e nessuno sospettava di un imminente attacco. All'improvviso un gruppo di uomini armati, successivamente identificati come facenti parte del dominio di Mito, assaltarono la missione uccidendo due agenti britannici e ferendone altri dieci, tra cui Laurence Oliphant e George Morrison. Alcock, svegliato di soprassalto da uno dei suoi collaboratori, ebbe tempo di caricare la sua rivoltella e di fare qualche passo prima di udire il trambusto delle colluttazioni e le grida dei feriti. Dopo alcuni istanti di combutta gli assalitori si allontanarono, respinti dai colpi di arma da fuoco.
Nonostante la gravità del fatto i colpevoli rimasero impuniti. Alcock si disse insoddisfatto del livello di protezione fornitogli dalla Royal Navy in Giappone e, in un dispaccio inviato a Lord John Russell il 9 luglio 1861, espresse tutta la sua frustrazione riguardo alla faccenda, ponendo l'accento sull'«impossibilità di ottenere giustizia dagli ufficiali, di qualsiasi rango, per quanto riguarda le questioni importanti e le dispute minori». Motivo di insoddisfazione fu anche la visita del governatore degli affari esteri, deputato dal ministero, che offrì ad Alcock un cesto di anatre e un barattolo di zucchero come risarcimento.

Secondo incidente del Tōzen-ji

Il 23 marzo 1862 Rutherford Alcock lasciò temporaneamente il Giappone per fare ritorno in Inghilterra. Al suo posto fu quindi convocato Edward St. John Neale, che in assenza di Alcock avrebbe rappresentato il Regno Unito sul suolo giapponese. In seguito all'incidente occorso l'anno prima la legazione britannica era stata spostata a Yokohama, ma l'arrivo di Neale determinò il suo ritorno alla vecchia sede del Tōzen-ji, in attesa che venisse eretta una nuova postazione in quel di Gotenyama, vicino Shinagawa.
Neal si accasò al tempio il 12 giugno 1862 insieme a una trentina di uomini, i quali andarono a sommarsi alla scorta di cinquecento guardie giapponesi già presente sul posto. Tali precauzioni, tuttavia, non furono sufficienti per evitare il verificarsi di un secondo assalto, il 26 giugno di quell'anno, in cui persero la vita due britannici. Ad agire era stato uno degli uomini messi a guardia dell'edifico, probabilmente compare dei responsabili dell'attacco dell'anno prima, che successivamente commise seppuku. La legazione britannica fu trasferita nuovamente e Yokohama e, benché il Tōzen-ji funse da temporaneo quartier generale dei britannici durante la restaurazione Meiji, l'episodio sancì il definitivo abbandono del tempio come residenza ufficiale degli ambasciatori britannici in Giappone.

venerdì 21 settembre 2018

Dian Wei

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Dian Wei (Juwu, ... – Wancheng, 197) è stato un generale cinese, al servizio di Cáo Cāo, ultimo primo ministro della Dinastia Han e signore della guerra nell'epoca dei Tre Regni.
Guardia del corpo personale di Cáo Cāo, Dian Wei era famoso per la sua enorme forza fisica e per la sua grande abilità nel maneggiare due alabarde bipenni che si dice pesassero 40 jin (circa 20 kg) ciascuna.
Dian Wei combatté nella Battaglia di Wancheng, nella quale Cáo Cāo venne attaccato e costretto alla fuga da Zhang Xiu; con pochi uomini affrontò i nemici per consentire la fuga al suo signore ed alla fine venne ucciso.
Dian Wei è entrato a far parte della storia e della leggenda cinese: oltre ad essere citato nelle cosiddette Cronache dei Tre Regni, uno scritto coevo considerato la fonte ufficiale della storia del periodo, il suo personaggio è uno dei principali del romanzo storico Racconto dei Tre Regni, dello scrittore del XIV secolo Luo Guanzhong, da cui è stata tratta la serie televisiva cinese omonima, ed è stato rappresentato anche nella serie di videogiochi Dynasty Warriors.

giovedì 20 settembre 2018

Keiko Fukuda

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Keiko Fukuda (Tokyo, 12 aprile 1913 – San Francisco, 9 febbraio 2013) è stata una judoka giapponese, l'unica donna al mondo ad aver ottenuto il grado di Judan (cintura nera 10º dan).

Biografia

Iniziò a praticare il Judo nel 1935, all'età di 21 anni, su invito del fondatore della disciplina il maestro Jigoro Kano. Kano era stato allievo del nonno di Keiko Fukuda, Hachinosuke Fukuda, che l'aveva iniziato al Tenjin Shinyō-ryū Jujutsu negli anni passati. Keiko Fukuda è stata l'ultima allieva del maestro Kano.
Dopo aver frequentato il Kodokan di Tokyo nel 1953, su invito di un Judo Club di Oakland, fece il suo primo viaggio negli USA. Nel 1966 dopo aver eseguito una dimostrazione al Mills College in California, ricevette un'offerta di lavoro dalla stessa scuola dove insegnò Judo per oltre dieci anni.
Nel 1973, Fukuda ha pubblicato negli Stati Uniti "Born for the Mat" (Nata per la materassina), un manuale dedicato alle donne sull'apprendimento delle forme (kata) del kodokan judo. Al momento è detentrice della cintura nera 9º dan. Il grado le fu attribuito dalla federazione americana nel 2001, per il suo contributo di oltre settanta anni al servizio del judo. Nel gennaio 2006, il Kodokan Judo Institute di Tokyo ha ratificato il suo grado Kudan. È l'unica donna al mondo ad aver detenuto tale grado.
Nel 2005, Fukuda ha pubblicato, sempre negli USA "Ju-No-Kata: A Kodokan textbook, Revised and Expanded from Born for the Mat" (Ju-no-Kata: un manuale Kodokan), un manuale illustrato sul Ju-no-Kata, uno dei sette Kata del Judo.
Ha insegnato al Soko Joshi Judo Club nella Noe Valley (San Francisco, California).
Fukuda ha tenuto corsi in occasione dell'annuale Joshi Judo Camp, da lei fondato nel 1974 al fine di dare alle donne judoka un'opportunità di allenarsi insieme. Il suo motto era "Be strong, be gentle, be beautiful" ("siate forti, siate delicati, siate belli").
È scomparsa il 9 febbraio 2013 all'età di 99 anni.

mercoledì 19 settembre 2018

Jurōjin

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Jurōjin (寿老人), conosciuto anche con il nome di Gama è una delle Sette Divinità della Fortuna (shichifukujin 七福神), personaggi della mitologia giapponese. Le altre divinità sono Ebisu, Daikoku, Benzaiten, Bishamonten, Fukurokuju e Hotei. Si tratta della divinità della longevità.

Raffigurazione

Viene raffigurato come un anziano sempre sorridente, con una lunga barba bianca e calvo, porta un bastone e un ventaglio. Spesso viene dipinto in compagnia di un cervo, simbolo di longevità.

martedì 18 settembre 2018

Bad News Brown

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Allen James Coage, maggiormente noto con i ring name Bad News Brown e Bad News Allen (New York, 22 ottobre 1943 – Calgary, 6 marzo 2007), è stato un judoka e wrestler statunitense, celebre, oltre che come lottatore, anche come vincitore della medaglia di bronzo nel judo alle Olimpiadi del 1976, nella categoria pesi massimi. A tutt'oggi è l'unico atleta statunitense dei pesi massimi ad aver vinto la medaglia di bronzo nel judo nel corso di una Olimpiade.

Carriera

Judo e inizi nel wrestling

Prima di iniziare la sua carriera di wrestler, Coage si allenò nel judo per quasi due decadi, sotto la guida del rinomato istruttore Yoshisada Yonezuka, militando anche nella squadra olimpica statunitense ai giochi olimpici di Montreal. Continuò poi il suo addestramento in Giappone con altri vari maestri di judo. Dopo la conquista della medaglia di bronzo, Coage cercò di aprire la propria scuola di judo. Successivamente, decise di tentare la carriera di wrestler, iniziando ad allenarsi insieme a Antonio Inoki circa nel 1978.

Varie federazioni (1977-1988)

Dopo un breve periodo passato nella New Japan Pro Wrestling e nell'allora World Wide Wrestling Federation, Bad News Allen lottò stabilmente nella Stampede Wrestling di Stu Hart, con sede a Calgary. Allen rimase con la Stampede dal 1982 al 1988, scontrandosi in match con wrestler come Dynamite Kid e Bret Hart. Ai tempi spesso si autodefiniva nelle interviste "The Ultimate Warrior", nome che sarebbe stato in seguito utilizzato con maggiore fortuna da Jim Hellwig.

World Wrestling Federation (1988-1990)

Allen fece ritorno alla World Wrestling Federation all'inizio del 1988 con l'identità di Bad News Brown, un duro proveniente dal quartiere di Harlem, e fu proprio durante questo periodo che ottenne i maggiori successi in carriera in termini di popolarità. Mentre il roster della federazione era pieno di face ultra virtuosi e mostruosi malvagi heel, Bad News Brown era un personaggio completamente differente che si distaccava dalla massa. Anche se era un cosiddetto "cattivo", non era un codardo dedito alle scorrettezze, bensì un combattente solitario che lottava per sé stesso fino all'ultimo respiro. Se gli altri heel spesso si alleavano tra di loro, Bad News era un "cane sciolto"; che non rispettava nessuno - nemmeno gli altri heel - come dimostrò abbandonando la propria squadra durante le Survivor Series del 1988 e del 1989. Tra i momenti più memorabili della sua carriera in WWF, è d'obbligo segnalare la vittoria della Battle Royal di WrestleMania IV dove eliminò per ultimo Bret Hart, all'epoca anch'esso un heel, con un attacco a tradimento. Poi il breve feud con l'allora campione del mondo Randy Savage a inizio 1989, gli scontri con Roddy Piper e con Jake "The Snake" Roberts (dove Bad News si servì di un enorme ratto per contrastare il serpente di Jake) e l'aggressione ai danni del presidente WWF Jack Tunney durante una puntata del The Brother Love Show. Bad News ebbe anche un breve feud con Hulk Hogan e lo affrontò, senza però mai prevalere, in incontri con in palio il WWF Championship. Bad News Brown lasciò la WWF dopo SummerSlam 1990, accusando Vince McMahon di non aver mantenuto fede alla parola data, quando aveva promesso di farlo diventare il primo campione mondiale di colore della federazione.
Secondo quanto affermato da Dynamite Kid nella sua autobiografia, il cattivo carattere di Coage lo rese anche protagonista di un episodio spiacevole con André the Giant, che egli asseriva di aver sentito proferire un commento razzista durante un viaggio in pullman in un tour della New Japan Pro Wrestling. Sentito il commento, Coage ordinò all'autista del bus di fermarsi immediatamente, scese giù e prese a male parole André sfidandolo seduta stante ad un combattimento uno contro uno. In uno dei rari casi nei quali il gigante si tirò indietro, André non si mosse dal sedile e in seguito si scusò personalmente con Coage.

Carriera successiva (1990-1999)

Coage continuò a combattere in federazioni minori facenti parte del circuito indipendente per diversi altri anni, inclusa la federazione giapponese di shoot wrestling UWFi. Nel 1999 Coage si ritirò a causa di un infortunio ad un ginocchio. Negli ultimi anni lavorò come addetto alla sicurezza in un grande magazzino a Airdrie, Alberta.

Morte

Coage è deceduto la mattina del 6 marzo 2007 al Rockyview Hospital di Calgary, essendovi stato portato d'urgenza dopo aver accusato forti dolori al petto. Morì pochi minuti dopo a causa di un infarto.
Il suo corpo venne sepolto nei Evergreen Memorial Gardens di Edmonton, Alberta.

Nel wrestling

Mossa finale

  • Ghetto Blaster (Double leg enzuigiri)



lunedì 17 settembre 2018

Ribellione di Kunohe

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La ribellione di Kunohe (九戸政実の乱 Kunoe Masazane no ran) fu una ribellione avvenuta nell'estremo nord del Giappone verso la fine del periodo Sengoku. Fu l'ultima battaglia di Toyotomi Hideyoshi per la riunificazione del Giappone.
Il castello di Kunohe era presieduto da Kunohe Masazane (1536–1591), il quale apparteneva a un ramo del clan Nanbu che governava la regione dall'inizio del periodo Muromachi. Dopo che il XXIV capo ereditario del clan, Nanbu Harumasa, morì nel 1582, il clan si divise in diverse fazioni in competizione tra loro per la successione. Nel 1590 la fazione di Sannohe guidata da Nanbu Nobunao organizzò una coalizione con la maggior parte dei rami del clan e giurò fedeltà a Toyotomi Hideyoshi. Come ricompensa Nobunao fu nominato capo e daimyō del clan Nanbu. Kunohe Masazane, che dichiarava di avere maggiori diritti per la successione del clan, si ribellò a questa decisione.
Con la maggior parte dei samurai del clan Nanbu impegnata nell'assedio di Odawara, Masazane poté agire indisturbato fino al 1591. Hideyoshi prese la ribellione come affronto personale alla sua autorità e a metà anno organizzò un grande esercito per piegare i rivoltosi e riconsegnare le terre settentrionali del clan a Nanbu Nobunao. L'armata era formata da 60.000 soldati e da numerosi importanti generali del periodo Sengoku tra cui Toyotomi Hidetsugu, Tokugawa Ieyasu, Uesugi Kagekatsu, Maeda Toshiie, Ishida Mitsunari, Satake Yoshishige, Date Masamune, Mogami Yoshiaki, Tsugaru Tamenobu e altri. L'armata piegò la ribellione in molte zone conquistate da Kunohe e arrivò al castello di Kunohe il 2 settembre 1591. Il comando dell'attacco fu affidato a Gamō Ujisato assistito da Asano Nagamasa.
All'interno del castello Masazane aveva solo 5.000 difensori ma grazie alla sua forte posizione difensiva con tre lati del suo castello protetto da fiumi respinse le offerte iniziali per arrendersi. Tuttavia le forze schiaccianti degli attaccanti lo fecero desistere dopo pochi giorni e dopo aver mediato con dei sacerdoti fidati accettò di arrendersi a patto che tutti fossero risparmiati. Le porte del castello vennero aperte e tutti i prigionieri interni compreso Masazane e il fratello Kunohe Sanechika vennero giustiziati nonostante la promessa di esser risparmiati. Donne e bambini rimasti vennero ammassati nel secondo bastione e dati alle fiamme. Secondo alcune fonti il fuoco bruciò per tre giorni.
Con la soppressione della ribellione di Kunohe, il Giappone fu ufficialmente riunito.