mercoledì 31 gennaio 2018

Ama no Murakumo

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Ama no Murakumo (天叢雲剣), letteralmente Spada del Paradiso, detta anche Ama no Murakumo no Tsurugi o Kusanagi-no-tsurugi, è una spada leggendaria appartenente alla mitologia shintoista giapponese.

Leggenda

La storia della spada si estende nei fumosi territori del mito. Secondo quanto narra l'antico testo Kojiki, il dio del mare e delle tempeste Susanoo incontrò nella regione di Izumo una famiglia disperata: i genitori avevano perso sette figlie sacrificate al malvagio mostro a otto teste Yamata no Orochi, che richiedeva vergini in sacrificio in cambio della promessa di non devastare la provincia, e adesso rischiavano di perdere anche Kushinada, ultima esponente della loro famiglia.
Invaghitosi della giovane, a causa della sua bellezza così delicata e della sua eleganza, Susanoo ideò un piano per sconfiggere il mostro, in cambio della possibilità di sposarla: trasformata Kushinada in un pettine, ordinò che fossero raccolti otto barili di sake, da disporre di fronte alla casa della ragazza, dove Yamata no Orochi sarebbe giunto per reclamare la vergine.
Mentre Susanoo si nascondeva in una vicina foresta, Yamata no Orochi giunse di fronte alla casa di Kushinada, e qui trovò gli otto barili di sake e non poté far a meno di ubriacarsi, finché ogni testa cadde addormentata. Solo quando tutte le teste del mostro scivolarono in un sonno profondo, Susanoo abbandonò il suo nascondiglio e le recise, uccidendo il drago leggendario.
Un'altra versione della leggenda, invece, racconta di come Orochi fosse sì ubriaco, ma anche sveglio quando Susanoo giunse. Ne seguì un combattimento che durò per ore, deciso alla fine solo dalla stanchezza e dalla mancanza di lucidità del mostro, che ne decretarono la sconfitta.
In ogni caso, Susanoo uccise Yamata no Orochi e dopo aver tagliato le otto teste, iniziò a recidere le code del mostro. Sempre secondo il mito, riuscì a tagliare le prime sette senza difficoltà, ma quando giunse all'ottava coda, la sua spada impattò contro qualcosa di molto resistente. Fu così che Susanoo trovò la spada Ama no Murakumo (in seguito chiamata Kusanagi) nella coda maggiore del drago. Altre varianti della stessa leggenda sostengono che la coda dove era celata la spada fosse, in realtà, la quarta e non l'ottava.
Un'altra versione della leggenda narra che, dopo l'uccisione di Yamata no Orochi, Ama no Murakumo fu consegnata alla dea del Sole Amaterasu, sorella di Susanoo, come dono di riconciliazione per appianare un antico diverbio.
Generazioni dopo, nel regno del dodicesimo imperatore, l'imperatore Keikō, la spada passò nelle mani del grande guerriero Yamato Takeru, come dono della zia, la principessa Yamato, Vergine del Tempio di Ise, per proteggere il nipote dai pericoli che il giovane avrebbe dovuto affrontare durante una spedizione contro gli Ainu.
Sempre secondo questa versione, Yamato Takeru cadde in un'imboscata in un pascolo, durante una spedizione di caccia, organizzata da un perfido signore della guerra. Costui, utilizzando delle frecce infuocate, intrappolò l'eroe in un cerchio di fuoco e nel frattempo uccise il suo cavallo per impedirgli la fuga. Disperato, Yamato Takeru cercò di usare la spada per impedire alle lingue di fuoco di raggiungerlo e con grande stupore scoprì come l'arma avesse il controllo sul vento. Questa magia gli permise di crearsi un varco fra le fiamme, salvandogli la vita. Da allora, Yamato Takeru chiamò la spada Kusanagi, che letteralmente vuol dire Spada Falciatrice d'Erba.
Questa parte della leggenda, dunque, spiega le origini del nome della spada. Tuttavia altre versioni [senza fonte] sostengono che in realtà Kusanagi significhi semplicemente Spada del Serpente in quanto, in antico giapponese, kusa vuol dire spada e nagi serpente.

Tracce storiche di Ama no Murakumo

Oltre Kojiki, un altro importante testo che menziona la spada è il Nihonshoki. A differenza del primo, quest'ultimo testo non contiene soltanto storie mitologiche, ma anche registra alcuni eventi contemporanei o comunque vicini alla sua stesura. Questi passi sono considerati molto importanti da un punto di vista storico ed è qui che troviamo le prime tracce effettive della spada. Secondo quanto vi è registrato, essa fu rimossa dal palazzo imperiale nel 688 e fu trasferita al Tempio di Atsuta, a Nagoya.
Nel poema epico Heike Monogatari, una raccolta di storie orali trascritte nel 1371, si legge che la spada andò persa in mare dopo la sconfitta del Clan Taira nella battaglia navale di Dan-no-ura. Ovviamente, la valenza storica di questo testo è fortemente contestata proprio per la sua natura epica.
Secondo altre storie costruite intorno alla spada, il decimo imperatore del Giappone, l'imperatore Sujin, ordinò che fosse forgiata una replica di Ama no Murakumo. Questa informazione, tuttavia, divenne di dominio pubblico solo quando si seppe che la spada era stata rubata, sebbene secondo alcune voci fu la sua copia a cadere nelle mani dei ladri. Va inoltre sottolineato come l'imperatore Sujin sia ritenuto spesso una figura leggendaria a causa dell'incapacità degli storici di inserirlo in un contesto storico ben preciso.
Un'altra storia racconta che la spada fu nuovamente rubata nel sesto secolo, da un monaco cinese. Ma la nave dove costui viaggiava, presumibilmente, affondò permettendo alla spada di giungere presso Ise, dove fu recuperata dai monaci shintoisti.

Ama no Murakumo oggi

Sebbene sia impossibile provarlo, a causa del fatto che non è accessibile al pubblico, la spada sembra sia veramente conservata presso il Tempio di Atsuta, infatti vi è una testimonianza, risalente al Periodo Edo, secondo la quale un sacerdote shintoista l'avrebbe vista e descritta. In base alle sue parole, la spada Kusanagi sarebbe lunga circa 84 cm, modellata come un calamo, forgiata in un metallo bianco e ben mantenuta.
In tempi recenti, inviati della stazione televisiva nazionale giapponese NHK si sono recati al tempio per chiedere di poterne fare delle riprese. Sebbene i monaci abbiano rifiutato di mostrare l'arma, non hanno negato la sua esistenza, men che meno il fatto che la stessa sia conservata presso il loro tempio. In ogni caso, anche se sicuramente delle spade notevolmente antiche sono conservate presso il santuario, non è certo detto che esse siano la spada leggendaria.
Insieme allo Specchio di forma ottagonale e alla Gemma, simboli di Amaterasu, Ama no Murakumo è uno dei Tre Tesori Sacri di Yamato.

martedì 30 gennaio 2018

Anat

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Anat (anche, fenicio ענאט, Anath; ugaritico Anat; in greco antico: Αναθ, Anath; reso in lingua egizia come Antit, Anit, Anti o Anant), è una divinità semitica nordoccidentale.
Anat era la dea cananea della Terra, dell'amore e della fertilità, divinità della guerra e Dea Madre. Veniva definita Vergine Dea. Viene paragonata a molte altre divinità: Demetra, Iside, Asherah, . Consorte (a volte sorella) di Ba'al. Figlia di Shamgaz (con il nome di Asta). Consorte di Jahvè.
L'origine del nome è incerta; una delle ipotesi è che il termine derivi dal semita Anu (cielo), con l'attributo femminile 'nt', forse un tentativo di tradurre in semita il nome della dea sumera Inanna, che deriva il suo nome da (N)in = signora, An = cielo, na = particella possessiva, con il significato di 'signora del cielo'. Un altro possibile significato dell'etimo Anat è "fornitrice" o "segno" di Ba'al.
Molti testi provenienti da Ugarit in Siria raccontano le gesta belliche del dio Baal, al cui fianco combatte Anat.
È la Dea che proclama la necessità di costruire un tempio a Baal: si legge in un testo di Ras Shamra:
«Sì (ella dice), non vi è alcuna casa per Baal, come per gli Dei, / un atrio come per i figli Asherat.»

Miti

Su Anat esistono diversi miti. Un mito narra che Anat e Ba'al vinsero un combattimento e invitarono gli sconfitti ad un banchetto. Anat si presentò coperta di ocra rossa o di porpora e sbranò i superstiti del combattimento. Un altro mito narra che Anat si trasformò in bufala e partorì mucche e tori. In un altro mito ancora Anat resuscita l'amato sposo Ba'al e ne vendica la morte uccidendo Mot.

Anat in Egitto








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Il culto di Anat, portato in Egitto dagli Hyksos, fu adottato nel pantheon egizio e divenne molto popolare durante la XIX dinastia egizia, durante la quale Anat divenne la protettrice militare di alcuni faraoni (come Ramesse II).
Su una stele tebana è raffigurata Anat, assisa in trono, che tiene nella mano sinistra uno scudo ed una lancia, mentre nella destra ha un'ascia.
Su alcuni papiri dell'isola di Elefantina, vicino ad Assuan, databili intorno al 410 a.C., viene citata la dea Iahu-Anat, adorata nel tempio di Yahweh in Gerusalemme.


lunedì 29 gennaio 2018

Ki

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Il termine cinese qi, in giapponese ki o anche ci in coreano (forma più antica) è il nome dato all'energia "interna" del corpo umano ricorrente in tutte le aree soggette all'influenza culturale cinese (Giappone, Corea) ma spazia da ambiti prettamente filosofici alle arti marziali o la medicina tradizionale cinese fino alla geomanzia, idraulica, pittura, calligrafia e poetica. La pronuncia in italiano è "ci".
In particolare il termine sinogiapponese ki è l'elemento centrale costitutivo del vocabolo giapponese Aikido 合気道 (scritto in kanji) od anche 合氣道 (usando la grafia non semplificata), di cui il termine ki costituisce il concetto essenziale.

Traslitterazione

Il termine ki è presente sia nella lingua giapponese che in quella cinese. Dato che queste lingue condividono in parte il sistema di scrittura ma il giapponese utilizza pronunce adattate dei termini cinesi, le traslitterazioni nell'alfabeto latino non sempre risultano univoche. La traslitterazione dal giapponese è quindi ki, secondo il sistema Hepburn, mentre dal cinese esistono due possibili traslitterazioni in uso: la prima segue il metodo Wade-Giles ed è C'hi, la seconda segue il metodo Pinyin ed è .

Storia del ki

Il concetto orientale di ki è di difficile definizione.
In Giappone, tale termine è usato quotidianamente a partire dall'instaurarsi della cultura cinese. Il ki esprime il concetto delle energie fondamentali dell'universo, di cui fanno parte la natura e le funzioni della mente umana. Nell'antica Cina, poiché era visto come la forza che originava tutte le funzioni fisiche e psicologiche, il concetto di ki venne ampiamente utilizzato nella medicina tradizionale cinese, nelle arti marziali ed in molti altri aspetti della vita. Il concetto di ki fu utilizzato per determinare il massimo livello della forza dei soldati, per scegliere in base a ciò il movimento militare idoneo. In seguito, lo studio dei ki divenne una forma di pratica di predizione del destino, mediante l'abilità dell'indovino di leggere il ki di un individuo.
Nella cultura tradizionale induista il termine con significato corrispondente è il vocabolo sanscrito Prana.
Nella cultura tradizionale occidentale, il significato del termine latino spiritus di cui il vocabolo ki è termine equivalente, traduce la parola greca πνευμα (pneuma, il soffio vivificatore) da πνειν (soffiare) e questa a sua volta traduce la voce ebraica rû:ăh (accento sulla u e suono gutturale aspirato finale). La rû:ăh ebraica (che a differenza degli altri termini è invece un sostantivo femminile), in relazione all'ambito della natura indicava il soffio del vento, in relazione all'ambito di Dio significava la sua forza di creare la vita e di imprimere un senso alla storia, in relazione all'ambito dell'Uomo ne indicava non solo il suo essere vivo, ma anche il suo respiro ed il suo alito.

Il ki nella filosofia

La possibile traduzione dell'ideogramma ki, è Essenza Individuale, cioè quella peculiare caratteristica che distingue ogni essere da tutti gli altri. Secondo una interpretazione spirituale o filosofica potremmo parlare di Anima, di Microcosmo, di Coscienza, di Psiche oppure più concretamente di Personalità, Individualità, Carattere, Identità. Ciò che importa stabilire ora è l'esistenza di una energia che muove dall'interno del nostro corpo (inteso come sistema Mente/Corpo) e gli permette di interagire con la realtà. La cellula è l'unità fondamentale della materia vivente, il suo cuore è il nucleo, il suo corpo è la membrana citoplasmatica. La membrana plasmatica non è solamente una barriera passiva tra l'ambiente esterno e quello interno della cellula, ma è capace di governare il passaggio delle sostanze che l'attraversano. Durante lo sviluppo dell'organismo, sono le cellule che evolvendosi e specializzandosi formano i tessuti. La cellula consiste quindi dei componenti essenziali, necessari al processo vitale, in grado di fornire a tutto l'organismo energia e materiali di costruzione. Il complesso delle reazioni che generano energia è detto respirazione interna, per distinguerlo dalla respirazione polmonare. Crescita, rinnovamento e riparazione sono le caratteristiche fondamentali di ogni tipo di vita. Nell'essere umano esiste una memoria di un passato antichissimo, un collegamento con i primordi della vita ed esistono misteriose e segrete, le istruzioni per edificare l'intera vita. Le cellule sanno perfettamente quello che devono fare la crescita, la vita e la riproduzione. Questa conoscenza è una forma di energia, ed è in questo senso che si intende il ki, come energia ancestrale, primordiale, come memoria, saggezza e armonia interiori, collegamento a tutti gli esseri precedenti e conseguenti. Il ki è l'essenza, il seme, il germe, il nucleo dove si condensa il significato della vita. Come la cellula conosce il proprio scopo, sa chi è e cosa deve fare e lavora instancabilmente per essere sé stessa, anche l'essere umano ha un preciso compito nella vita. Cercarlo, scoprirlo, comprenderlo e realizzarlo è la chiave della felicità.
Ki è quindi la Forza Vitale che scorre in ogni organismo vivente. In Sanscrito è conosciuta come Prana, nella Medicina tradizionale cinese si chiama Chi, e circola negli organi interni e nei meridiani generando i principali processi fisiologici come la respirazione, la digestione, la circolazione sanguigna e linfatica, la secrezione e l'escrezione. Nelle arti marziali indica la capacità di concentrare e dirigere il potere personale durante il combattimento, (Kumite). Le pratiche yogiche di respirazione o Pranayama mettono in condizione di accumulare l'energia all'interno del corpo, attraverso la meditazione, i mudra, i mantra possiamo interagire con il nostro equilibrio psicofisico.

Il ki (qì) nelle arti marziali

Il ki di cui si tratta nella disciplina giapponese dell'Aikido, è rappresentato dall'ideogramma giapponese che, nei caratteri della scrittura kanji, raffigura il vapore che sale dal riso in cottura.
Nella disciplina dell'Aikido significa spirito, ma non nel significato che tale termine ha nella religione, bensì nel significato del vocabolo latino "spiritus", cioè soffio vitale ed energia vitale.
Il riso, nella tradizione giapponese, rappresenta il fondamento della nutrizione e quindi l'elemento del sostentamento in vita ed il vapore rappresenta l'energia sotto forma eterea e quindi quella particolare energia cosmica che spira ed aleggia in natura e che per l'Uomo è vitale. Il ki è dunque anche l'energia cosmica che sostiene ogni cosa.
Nella disciplina dell'Aikido e più in generale nelle arti marziali giapponesi ed orientali, l'essere umano è vivo finché è percorso dal ki dell'universo e lo veicola scambiandolo con la natura circostante: privato del ki l'essere umano cessa di vivere e fisicamente si dissolve. Nella concezione delle arti marziali orientali, l'essere umano è pieno di vita, di coraggio, di energie fisiche ed interiori finché veicola il ki in modo vigoroso attraverso il proprio corpo e lo scambio con la natura circostante è abbondante; quando invece nel suo corpo la carica vitale del ki è carente, l'essere umano langue, è debole, codardo, rinunciatario.
Nella pratica della disciplina dell'Aikido 会氣道, ci si impegna per imparare a riempire il corpo con il ki ed a veicolarlo energicamente; pertanto nell'Aikido 会氣道 è necessario comprendere bene la profonda natura del ki ed imparare a riconoscerne le manifestazioni e gli effetti, i quali vanno sotto il nome di Kokyu.
Per estensione di significato il ki può essere associato a quella che i fisici del XVIII e XIX secolo chiamavano vis viva (forza viva), ovvero una sorta di fluido attraverso il quale l'energia ha la possibilità di trasferirsi da un oggetto materiale ad un altro. Secondo le antiche credenze, attraverso la respirazione il ki si accumula e riempie tutte le parti del corpo, ma viene emanato solo quando corpo e mente sono sereni e distesi.
Nell'aikido o nel taijiquan ogni gesto è un movimento di energia, nel Jūdō, nel ju jitsu non è importante la forza muscolare quanto l'abilità di gestire e direzionare il ki.
Secondo una trattazione scientifica corrispondente alla mentalità occidentale, il ki potrebbe essere inteso come l'energia interna di un corpo.
La questione dell'armonia del ki (o Ai-Ki) è un concetto orientale di una certa complessità. Si noti innanzitutto che tale questione è assolutamente diversa da quella di una mente (nel senso di Kokoro) salda e lucida, anche se entrambe si riconducono allo stesso principio: il miglior impiego dell'energia. Tale principio, enunciato e fermamente sostenuto da Jigoro Kano (Ki-Ai) fu concretamente realizzato da Morihei Ueshiba con la creazione dell'Aikido (termine composto dai vocaboli Ai-Ki-Do, ciascuno dei quali ha un suo proprio significato che, unito agli altri, genera un significato più complesso). Questa disciplina realizza l'Ai-Ki nella vita interiore dell'uomo e nella sua manifestazione esteriore: questa esteriorizzazione è denominata nella lingua giapponese con il termine Kokyu. La realizzazione dell'Ai-Ki è infatti la manifestazione di uno stato di totale controllo del corpo che vive ed agisce in perfetta armonia con le leggi naturali e cosmiche. Tuttavia, sebbene questo stato sia raggiungibile sotto il controllo dell'esercizio della volontarietà in modo relativamente facile, il requisito fondamentale dell'Ai-Ki è l'assoluta spontaneità ed istintualità dei propri movimenti, per quanto precisi essi siano. Le azioni passano dallo stato di consapevolezza volontaria a quello di libera istintualità e perciò si dice che la mente (sempre nel senso di Kokoro) è ricettiva e conforme ad adattarsi alle situazioni.
Nella disciplina dell'Aikido con il termine "istintualità" s'intende quell'istintività non naturale, cioè che nessuno possiede in modo innato e spontaneo, ma che un'abitudine frutto di un allenamento particolare può far penetrare nei meccanismi istintivi naturali e consolidarli ad essi, radicandoli nell'istinto naturale come se questi fossero stati conferiti insieme alla nascita. Per fare un esempio: sono reazioni istintuali le complesse reazioni istantanee fra di loro combinate ed armonicamente sincronizzate quali le azioni contemporaneamente esercitate su freno, frizione, cambio, acceleratore, volante, che quando siamo alla guida di un autoveicolo poniamo in essere in situazioni d'emergenza senza pensare ai gesti che compiamo, mentre il ritrarre istantaneamente la mano senza pensare e premeditare il gesto che si compie quando questa è scottata da una fiamma, questo è invece un gesto istintivo.
Secondo la tradizione orientale e specificamente delle arti marziali giapponesi, esistono tre sedi naturali in cui il ki si localizza che nella lingua giapponese sono denominate "tanden" 丹田, le quali non sono però delle vere e proprie sedi fisiche, materiali, corporee, ma sono dei punti virtuali dove viene localizzata la cosiddetta "presenza mentale" del praticante e precisamente: il "Kikai Tanden" 気海丹田, la sede viscerale, il "Chudan Tanden" 中段丹田, la sede mediana ed il "Jodan Tanden" 上段丹田, la sede superiore.
Il ki è l'energia vitale che percorre i centri vitali e li rende funzionali e capaci di svolgere il loro compito essenziale per il mantenimento in vita dell'essere umano.
Il Maestro Shingeru Egami (Shotokai) in un passaggio del suo libro Karate-Do Nyumon dice:
Il problema della mente è profondo. La sua elevazione ad uno stato superiore, l'allargamento e la purificazione di se stessi, sono le ultime cose da conseguire per mezzo della pratica. Si devono allenare mente e corpo, perché diversamente la pratica non ha senso. Tentando di pulire la vostra mente dalle impurità della vita quotidiana, per mezzo del contatto spirituale con gli altri. La mente ed il corpo sono simili a due ruote di un carro, nessuna delle due ha il predominio. Questa è la pratica autentica. Ottenere qualcosa di valore spirituale nella vita è vera pratica. Entrando in contatto fisico con gli altri, si entrerà anche in contatto spirituale. Nella vita quotidiana bisogna arrivare a conoscere le nostre relazioni con gli altri, come ognuno di noi influisca sugli altri e come le idee si possano scambiare. Si devono rispettare gli altri e pensare bene di loro. Le persone devono essere mentalmente aperte e rispettose del benessere e della felicità altrui. In un combattimento, quando riuscirete a trascendere dalla semplice pratica, riuscirete ad essere una cosa sola con il vostro avversario.

domenica 28 gennaio 2018

On'yomi

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La lettura on o on'yomi (音読み lett. "lettura del suono") di un kanji, è quella derivata storicamente dal cinese. Essa coesiste con la lettura kun o Kun'yomi, la lettura d'origine giapponese attribuita al kanji al momento della sua "importazione" in Giappone.
Se la lettura kun è usata di norma per un kanji che si presenta a sé stante o seguito da okurigana, la lettura
on è più spesso utilizzata per leggere il kanji quando questo forma parole composte da due o più kanji. Questa lettura può essere quindi paragonata alle radici greco-latine delle lingue occidentali. Per esempio, il kanji vuol dire "viaggio". La pronuncia kun (kun'yomi) è tabi, mentre la lettura on, utilizzata appunto quando il kanji è accompagnato da altri ideogrammi, è ryo. Dunque un albergo giapponese, cioè un edificio (yakata) dove ci si ferma quando si è in viaggio (tabi), è detto 旅館 ryokan.
I kanji possono avere più letture on in quanto gli stessi caratteri furono importati dalla Cina in epoche diverse (e da diverse aree geografiche), in cui dunque la pronuncia era mutata. Ad esempio, il kanji può essere letto, tra gli altri modi, sia sei sia shō, a seconda dei vocaboli in cui si trova. Dunque un kanji può avere da zero a 4 pronunce on. L'on'yomi può non essere presente se il kanji è nato in Giappone, cioè se è un 国字 kokuji, kanji nazionale, (ciò non è vero per tutti i kokuji poiché ad alcuni è stata attribuita una lettura on, come al verbo "lavorare", 働く hatara.ku, il cui kanji ha anche l'on'yomi ).
Le letture on sono normalmente classificate in quattro gruppi:
  • Le letture Go-on (呉音 "suono Wu") hanno origine dalla pronuncia cinese del periodo delle Dinastie del Nord e del Sud tra V e VI secolo. Poiché il kanji è lo stesso sembra probabile che Go si riferisca alla regione Wu (nelle vicinanze della moderna Shanghai), dove la lingua wu, la variante della lingua cinese che lì viene parlata, presenta delle somiglianze con la lingua giapponese moderna.
  • Le letture Kan-on (漢音 "suono Han") hanno origine dalla pronuncia cinese del periodo della Dinastia Tang nel VII e IX secolo, essenzialmente dalla lingua parlata standard della capitale, Chang'an (長安 o 长安, la moderna Sian). Il carattere Kan è usato con il significato generico di Cina, non in riferimento alla Dinastia Han, sebbene il kanji sia comune.
  • Le letture Tō-on (唐音 "suono Tang") hanno origine dalla pronuncia cinese durante dinastie successive, come la Dinastia Song () e la Dinastia Ming (). Includono le letture adottate tra il Periodo Heian (平安) e il Periodo Edo (江戸). A volte si parla di Tōsō-on (唐宋音).
  • Le letture Kan'yō-on (慣用音 "suono idiomatico") sono pronunce confuse o scambiate tra due kanji che però sono entrate nell'uso comune e sono state accettate come ufficiali.

La pronuncia on più comune è la kan-on. Le letture go-on sono particolarmente comuni nella terminologia buddhista (es. gokuraku 極楽 "paradiso"), nonché per alcuni dei kanji importati in tempi più antichi, come quelli dei numeri. Le letture tō-on si incontrano in parole "più recenti", come isu 椅子 "sedia", futon 布団 e andon 行灯, un tipo di lanterna giapponese di carta.
Il passaggio dal fonema cinese al fonema giapponese, essendo le due lingue molto differenti, è stato fatto commettendo alcuni errori, trasformando alcuni suoni e facendone scomparire altri. A questo si aggiunge il fatto che il passaggio è avvenuto in epoche diverse e quindi con diversi dialetti cinesi (oppure con la mediazione della lingua coreana) e che le due lingue si sono evolute, più dal punto di vista della lingua che della sua scrittura. A volte questa lettura si può avvicinare alla pronuncia della cinese dello stesso sinogramma.

sabato 27 gennaio 2018

Baku

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Il baku (in giapponese: o ; in cinese , , letteralmente "tapiro") è una creatura leggendaria originaria della mitologia cinese, passata poi anche a quella giapponese.

Aspetto

Probabilmente legato a un significato mitologico del tapiro, condivide con esso il nome e molte caratteristiche fisiche; è però spesso rappresentato in termini chimerici. Una popolare rappresentazione lo vorrebbe dal corpo di orso, zampe di tigre, coda di bue e occhi di rinoceronte; un'antica descrizione cinese gli attribuisce invece l'aspetto di una capra con nove code, quattro orecchie e occhi sul dorso.

Caratteristiche

Il baku è considerato una creatura benigna, a cui in Cina si attribuisce la capacità di allontanare il male, ma è soprattutto conosciuto per la sua capacità di divorare gli incubi degli esseri umani e la sfortuna che li accompagna. In alcune zone, come le aree di Fukushima e Kumamoto, è d'uso che una persona che si risveglia da un incubo reciti tre volte la frase "cedo il mio sogno al baku perché lo mangi", o varianti della frase. Le immagini della creatura (o il suo ideogramma) erano considerate ornamenti di buon auspicio per gli arredamenti delle camere da letto, e anticamente venivano cuciti in oro sui cuscini delle famiglie nobili.
Viene narrato che Toyotomi Hideyoshi, famoso samurai e daimyō del periodo Sengoku, ne conservasse un disegno accanto al capo mentre dormiva per garantirsi un sonno senza incubi.
Il baku è anche considerato capace di divorare gli spiriti cattivi che causano le epidemie, e dormire sulla sua pelliccia preverrebbe le malattie e la malasorte.







venerdì 26 gennaio 2018

Makara Naotaka

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Makara Naotaka (真柄 直隆; 1536 – 9 agosto 1570) è stato un samurai giapponese del periodo Sengoku servitore del clan Asakura.
Era noto anche come Makara Jūrōzaemon (真柄 十郎左衛門). Makara si dice fosse un gigante, in grado di portare una spada nodachi con una lama lunga più di un metro e mezzo che chiamava tarōtachi ("la spada più vecchia"). Una nodachi di solito veniva utilizzata con due mani, ma Makara Jūrōzaemon la teneva con una mano sola e la brandiva dalla sella. Durante la battaglia di Anegawa del 1570 fu in prima linea assieme al figlio Naomoto (armato di una spada più corta chiamata jirōtachi, "seconda spada più vecchia"). Coprendo la ritirata dei soldati Asakura ormai in rotta dopo gli assalti di Tokugawa Ieyasu gridò 'Sono un uomo di nome Makara Jūrōzaemon! Se qualcuno lo dovesse dimenticare, gli mostrerò chi sono guadagnandomi l’ennesima vittoria!'. Gli Asakura riuscirono a ripiegare aldilà del fiume Anagawa, seguita lentamente in coda dai due Makara, padre e figlio, che mozzavano furiosamente teste e gambe. Infine i due vennero sopraffatti da quattro uomini del Mikawa: il padre fu arpionato sotto l’armatura con una lancia, e sbalzato da cavallo ebbe solo il tempo di dire: 'Chiunque avrà la mia testa si guadagnerà grande gloria!', prima che una spada gli fendesse il collo e lo decapitasse. Stessa sorte capitò al figlio poco dopo.
La sua spada, tarōtachi, è preservata presso il Santuario di Atsuta a Nagoya.


giovedì 25 gennaio 2018

Kuan-Chun Chi

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Chi Kuan-Chun, noto anche come Chik Goon-Gwan (Guangdong, 14 giugno 1949), è un attore e artista marziale cinese di Hong Kong, pratica lo stile Hung Gar.
È meglio conosciuto per l'interpretazione del monaco Shaolin ribelle Hu Huei Chien (Hu Hui Gan) e per diversi film di arti marziali girati a partire dal 1970. È stato anche co-protagonista con Alexander Fu in molti film sulle arti marziali.

Biografia

Nato col nome di Wu Dong-wai, nel Guangdong, in Cina, si trasferisce con la famiglia a soli tre anni ad Hong Kong.
Si è diplomato alla Sam Yuk Middle School ed ha seguito un corso di recitazione alla Cathay Studio nel 1968.
Dopo aver vinto il primo posto al "Manhood Competition" tenuto dal Chiang Jiang Film Company, Chi si è unito al Shaw Brothers Studio. Il suo debutto alla recitazione avvenne nel film Men From The Monastery, del regista Chang Cheh. Dopo queste prime esperienze arrivarono altri ruoli sempre sotto la supervisione di Cheh, tra cui: Shaolin Martial Arts, Disciples Of Shaolin, The Shaolin Avengers and Magnificent Wanderers.
Dopo aver concluso il suo contratto con la Shaw Brothers nel 1976, Chi fonda la Champion Film Company. Nel 1977, si trasferisce a Taiwan per proseguire la sua carriera, dove ha recitato in film come Showdown at the Cotton Mill.
Si ritira ufficialmente agli inizi degli anni novanta, per tornare anni più tardi, nel 2003, sul grande schermo in Drunken Monkey di Lau Kar-leung e successivamente, nel 2005, in Seven Swords di Tsui Hark.

mercoledì 24 gennaio 2018

Niten Ryu

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Niten Ryu, o più precisamente Niten Ichiryu, è una dottrina strategica sviluppata da Miyamoto Musashi, celebre samurai vissuto dal 1584 al 1645, ed è esposta nel celebre Gorin no Shò, Il libro dei cinque anelli, scritto dallo stesso Musashi. Vuol dire letteralmente "Due cieli: una scuola".
In realtà, con Niten Ichiryu si intende la componente esoterica di tale disciplina, che fa complemento alla dottrina esoterica comunemente detta "Due spade: una scuola".
Nella sua componente più esoterica, il Niten comprende una trattazione delle varie armi e del loro utilizzo e un'esposizione della varie posture del corpo e dei vari modi di colpire l'avversario. Musashi non espone mai la propria dottrina in maniera esplicita: pure nelle sezioni più "tecniche" l'importanza del non-detto travalica quella dell'esposizione formale. D'altra parte lo stesso autore del Gorin no Sho afferma di non aver mai avuto un maestro, e il vero stratega deve apprendere da solo i fondamenti della strategia, attraverso poche fondamentali linee guida.
Uno dei concetti fondamentali del Niten è l'uso delle due spade. All'epoca dei samurai un guerriero (bushi) aveva due spade alla cintura: la katana (spada lunga) e la wakizashi o tanto (spada corta). Morire con una di queste armi ancora nel fodero significava non aver fatto tutto il possibile per vincere. Questo è ovviamente contrario all'etica del samurai: nel Niten si raccomanda dunque di imparare ad utilizzare tutte e due le spade in combattimento.
Altro importante concetto è il non fare affidamento solo sull'equipaggiamento. Certe scuole di scherma dell'epoca insegnavano l'utilizzo di un particolare tipo di arma, magari una spada più lunga del normale, e come trarre vantaggio da queste. Un vero stratega, ammonisce Musashi, conosce pregi e difetti di ogni singola arma, ma non si limita ad usarne solo una: una spada lunga ad esempio può essere inutile negli spazi stretti. L'eccessiva specializzazione porta all'estinzione, e l'eccessiva fiducia nel mezzo porta alla sconfitta.
Per quanto riguarda la parte "tecnica", il Niten considera le posizioni di guardia basilari, assumendo la guardia classica (chudan) come centro dell'azione. Raccomanda altresì di non affidarsi solo a questo: le varie posizioni del corpo devono rispondere alle necessità del momento, così come non esiste un solo modo di muovere i piedi o di portare un fendente.
Anche per quanto riguarda i fendenti, Musashi resta sul vago: la spada si impugna (come nel kendo) con una presa forte delle ultime due dita di ogni mano. Nel portare un fendente l'unica preoccupazione deve essere: tagliare il nemico. Il Niten tratta in maniera abbastanza "fumosa" vari tipi di colpi e fendenti, senza mai curarsi di spiegare la tecnica del colpo nel dettaglio, Musashi preferisce focalizzare l'attenzione sulla percezione mentale di ogni colpo. Quindi si avrà il "fendente che va proprio a segno", il "fendente fuoco e pietre", il fendente "foglie rosse", ecc... Più della tecnica in sé, traspare nel Niten una caratteristica fondamentale: il colpo, quale che esso sia, deve essere scagliato in una sola unità di tempo, e deve andare a segno nella propria mente, prima che nell'avversario. Il ritmo dei fendenti e delle parate è importante: chi non conosce il ritmo di un duello, chi non sa colpire nell'unità di tempo giusta, anche se in possesso di grande forza ed impareggiabile tecnica verrà sconfitto.
In effetti, più che una scuola di scherma, il Niten Ichiryu è una dottrina filosofica: essere sempre pronti a cambiare ed adattarsi, come l'acqua si adatta al contenitore. Lo stratega non è solo colui che impone il proprio metodo e il proprio ritmo al duello, ma anche e soprattutto chi sa leggere la situazione, valutare velocemente i punti di forza e debolezza, cambiare la situazione in proprio favore e -fondamentale- vincere.
Addentrandosi attraverso il Gorin no Sho nella dottrina del Niten si scopre il fondamento della scuola: il vuoto. Sia la postura, che la camminata, che il colpire con un fendente devono sottostare alla regola del vuoto. Colpire, sì, ma senza l'intenzione di colpire. Colpire con la mente vuota. Il concetto di vuoto nel Niten, ma anche nelle altre discipline orientali, è molto diverso da quello occidentale. Il vuoto è l'assenza di forma, di intenzione, di evidenza. Colpire senza l'intenzione, avere una posizione non evidente, una forma-senza forma, questo è il fondamento del Niten Ichiryu. Solo attraverso la mente vuota, avverte Musashi, è possibile trovare la Via.

martedì 23 gennaio 2018

Liming Yue



Liming Yue (Xiangtan, 4 aprile 1964) è un artista marziale cinese.
Maestro di taijiquan, è il detentore del lignaggio di 12ª generazione del Chen-style taijiquan. I suoi maestri sono stati il Granmaestro Chen Zhenglei ed il granmaestro Kongjie Gou.

Biografia

Il Granmaestro Liming Yue inizia gli studi delle arti marziali dello stile Shaolin da bambino, in Cina, nel 1972. Nel 1983 sbalordito dall'abilità dei giovani studenti del famoso villaggio di Chenjiagou (Chenjiagou, 陳家溝), provincia di Henan, incomincia il suo percorso da studente per avvicinarsi a questo stile interno, attraverso lo studio dello Stile Chen ortodosso, sotto la guida dei maestri Chen dell'undicesima generazione nello stesso villaggio. Viene accettato come discepolo dal Granmaestro Chen Zhenglei nel 1998, e riceve il grado: 7° Duan Wei Grandmaster dalla China National Wushu Association nel 2004. Studia per diversi anni l'arte interna del Qigong con i migliori maestri del monastero della montagna di Nanyue e del monastero sito nel parco della foresta di Zhangjiajie.
Il Granmaestro Liming Yue nel 1995 si trasferisce in Inghilterra dove fonda il centro Chen Style Tai Chi Centre a Manchester, Inghilterra. Qui diventa capo giuria nelle competizioni Internazionali per la Taichi Union per la Gran Bretannia e vice presidente onorario della stessa.
Quale attività collaterale al lavoro di sviluppo ed insegnamento presso il "Chen Style Tai Chi Centre", il GM Liming Yue insegna il Tai Chi anche presso "Age Concern" una Organizzazione che lavora con e per le persone della terza età, con "The Workers Education Association", la più grande associazione inglese per il volontariato e l'insegnamento, per moltissime Società private e come docente presso l'Università di Salford e l'Università Medica di Leeds, collabora con la Western Oregon University, l'Istituto di Medicina Cinese a Londra e la Caledonian University a Glasgow.
Secondo i canoni della tradizione Cinese il Granmaestro Liming Yue è il Top 18 dei discepoli del Granmaestro Chen Zhenglei dal 2008 ed il No.1 dei discepoli del Granmaestro Kongjie Gou dal 1993.

Contributi al Taijiquan stile Chen

Il Granmaestro Yue ha creato due versioni brevi della forma laojia; la forma 11 e la forma 11 con ventaglio.
È autore insieme al Granmaestro Chen Zhenglei di due importanti libri sul Taichi ed ha realizzato diversi DVD didattici e Video per istruttori. In Italia esamina personalmente gli istruttori che si diplomano presso l'AICS Associazione Italiana Cultura e Sport. Dal suo arrivo in Europa ha aiutato decine di istruttori in Inghilterra, Spagna, Portogallo, Irlanda, Grecia ed Italia a comprendere profondamente gli insegnamenti del Taichi stile Chen, garantendo l'apertura di numerose scuole in tutto il territorio Europeo. Ha ricevuto il prestigioso titolo di World Tai Chi Promotion Ambassador dal villaggio di Chenjiagou e dalle autorità governative Cinesi nel 2009, per il suo prezioso contributo al Taichi stile Chen.

lunedì 22 gennaio 2018

Battaglia di Azukizaka (1564)

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La Battaglia di Azukizaka (小豆坂の戦い Azukizaka no tatakai) o Battaglia di Batō-ga-hara (馬頭原の戦い Batō-ga-hara no tatakai) ebbe luogo nel 1564, anno in cui Matsudaira Motoyasu (più tardi conosciuto come Tokugawa Ieyasu) cercò di porre fine alla crescente minaccia degli Ikkō-ikki, un gruppo di monaci, nobili locali e contadini che, tra il quindicesimo ed il sedicesimo secolo, insorsero contro le regole sociali imposte dai samurai.
Le tensioni tra guerrieri ed Ikkō-ikki erano aumentate a Mikawa dopo che questi ultimi avevano resistito agli sforzi dei samurai di tassare i loro templi. Lo scontro scoppiò nel 1563 quando Suganuma Sada, vassallo del clan Matsudaira, irruppe nel tempio Jōgūji ad Okazaki, confiscandone le scorte di riso per nutrire le proprie truppe; come risposta a tale gesto i monaci attaccarono il castello di Suganuma, recuperando il riso e barricandosi nel tempio Jōgūji. Quando Motoyasu mandò messaggeri al tempio per investigare, questi vennero giustiziati. Un successivo episodio vide samurai Ikkō-ikki attaccare un mercante presso il tempio della città di Honshōji; Motoyasu tentò un'incursione contro il tempio, ma fu sconfitto.
La battaglia di Azukizaka fu combattuta il 15 gennaio 1564. Motoyasu aveva deciso di concentrare le proprie forze per eliminare gli Ikkō-ikki da Mikawa ed aveva ottenuto l'aiuto dei monaci guerrieri del tempio di Daijuji, con i quali era in buoni rapporti. Tra le file Ikkō-ikki vi erano diversi vassalli di Motoyasu, come Honda Masanobu che si era schierato a favore della ribellione spinto da simpatie religiose. La battaglia fu feroce e Motoyasu scese in campo personalmente, sfidando diversi samurai nemici e combattendo in prima linea. La condotta eroica di Motoyasu nella battaglia spinse numerosi samurai avversari a schierarsi dalla sua parte e gli Ikkō-ikki, a corto di forze, furono sconfitti.
L'esito della battaglia non determinò comunque la fine degli Ikkō-ikki a Mikawa, e Motoyasu dovette proseguire la propria campagna per pacificare la provincia.

domenica 21 gennaio 2018

Uke-Mochi

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Uke Mochi (保食神 Giapponese; Italiano: "Dea che possiede cibo") è una dea del cibo nella religione shintoista del Giappone.
Quando Uke Mochi invitò Tsukuyomi (dio della luna) ad un banchetto in rappresentanza della sorella Amaterasu (dea del sole), la dea del cibo preparò la festa. Voltandosi verso l'oceano sputò un pesce, voltandosi verso la foresta fece uscire dal suo ano la selvaggina, infine, rivolgendo lo sguardo ad una risaia tossì una ciotola di riso; Tsukuyomi, fu totalmente disgustato dal cibo, nonostante le pietanze fossero squisite, quindi uccise Uke-Mochi. Anche il suo corpo dopo che fu uccisa produsse cibo: miglio, riso, fagioli saltarono dal suo corpo. Le sue sopracciglia divennero anche bachi da seta.
La dea è talvolta chiamata anche Ōgetsuhime-no-kami (大宜都比売神).
Uke Mochi è anche la moglie di Inari (dio del riso) in alcune leggende e in altri si è Inari.

sabato 20 gennaio 2018

Áo tứ thân






L'Áo tứ thân è un vestito tradizionale vietnamita, composto da quattro parti.

Storia

L'Áo tứ thân può essere considerata una delle testimonianze più antiche della cultura vietnamita, essendo stato indossato dalle donne dal dodicesimo al ventesimo secolo. Fu sviluppato dopo l'introduzione del tradizionale hanfu cinese.
Dopo che in Vietnam si cominciarono a distinguere culture diverse a seconda della regione, l'ào tứ thân gradualmente cominciò ad essere associato alla zona settentrionale del Vietnam.

Il vestito

Áo tứ thân era il vestito delle donne del popolo, il che spiega il motivo per cui era realizzato in tessuti poveri e con colori scuri, ad eccezione dei modelli indossati in occasioni particolari come matrimoni e celebrazioni. I moderni Áo tứ thân sono invece realizzati in colori molto vivaci.
Sostanzialmente il tradizionale ào tứ thân consisteva di quattro pezzi:
  • Una lunga tunica aperta sul davanti, come una giacca. All'altezza della vita, la tunica si divide in quattro lembi: due lembi dietro cuciti insieme, e due davanti, lasciati appesi o annodati fra loro.
  • Una gonna lunga indossata sotto la tunica.
  • Il tradizionale yếm, un corpetto indossato sotto la tunica.
  • Una fascia di seta, legata in vita come una cintura.
Il vestito, come viene concepito al giorno d'oggi (quasi esclusivamente durante festeggiamenti tradizionali nel nord del Vietnam), tende ad essere estremamente colorato, con tonalità di colore diverse su ognuno dei quattro capi.

venerdì 19 gennaio 2018

Kan Guixiang

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Kan Guixiang (闞桂香) (Qiyui, 6 luglio 1940) è un artista marziale cinese, 8 duan di wushu, con il marito Men Huifeng (a sua volta 9 duan di wushu), ha ideato lo stile Dongyue Taijiquan (東岳太極拳).
Lo stile Dongyue è una sintesi di tutti gli stili di Wushu (in particolare del Taiji quan) ed è stato presentato per la prima volta sulla montagna sacra Tai Shan all'alba del 1º gennaio 2000.
Men Huifeng et Kan Guixiang sono autori di numerose forme codificate del Wushu, in particolare del Taijiquan. Tra queste:
  • Forme di stile Yang dette "Forme simplificate": 8, 16, 24 movimenti a mani nude e 32 movimenti di spada
  • le quattro forme principali correnti degli stili Chen, Yang, Wu et Sun
  • Forme di stile Chen a mani nude e di spada
  • Formes combinate di 42 movimenti a mani nude e di spada
  • Forme di Tui shou per il Taijiquan
  • Forme di Sanshou per il Taijiquan