mercoledì 30 novembre 2016

Ban Naoyuki

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Ban Naoyuki (塙 直之; 26 maggio 1567 – 1615), conosciuto anche come Ban Dan'emon (塙 団右衛門), è stato un samurai del tardo periodo Sengoku e del primo periodo Edo.
Servì inizialmente come vassallo di Katō Yoshiaki, una delle "sette lance di Shizugatake", che diventò in seguito padrone del dominio Aizu, presso Mutsu. Naoyuki servì Katō come comandante d'artiglieria (teppō-taishō).
Naoyuki seguì il suo signore durante l'invasione giapponese della Corea intorno al 1590, e per le sue azioni in combattimento in quella circostanza gli fu dato uno stipendio di 350 koku. Comunque, nella battaglia di Sekigahara nel 1600, si oppose agli ordini di Yoshiaki e conseguentemente lasciò il servizio. Dopo questi avvenimenti, servì numerosi signori, inclusi Kobayakawa Hideaki, Matsudaira Tadayoshi, e Masanori Fukushima; comunque, poiché il suo signore precedente, Yoshiaki, era d'impaccio, Naoyuki diventò monaco per un certo tempo.
Servì il clan Toyotomi nella campagna invernale dell'assedio di Osaka nel 1614. Comunque, durante la campagna estiva dell'anno seguente, fu ucciso in azione mentre combatteva le forze di Asano Nagaakira nella provincia di Izumi.

martedì 29 novembre 2016

Chōsokabe Morichika

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Chōsokabe Morichika (宗我部盛親; 11 maggio 1575 – 1615) è stato un samurai e daimyō giapponese.

Biografia

Samurai vissuto nel periodo Azuchi-Momoyama e nel primo periodo Edo, quarto figlio di Chōsokabe Motochika, daimyō e vassallo di Toyotomi Hideyoshi, fu il signore della provincia di Tosa, ma il mandato gli fu revocato da Tokugawa Ieyasu dopo la battaglia di Sekigahara, in quello stesso anno ordinò l'esecuzione di suo fratello Chōsokabe Chikatada, il quale aveva rivendicato per sé il diritto ad ereditare il titolo di capoclan. Dopo aver perso la signoria di Tosa, si ritirò nei pressi di Kyoto, ma nel 1614 unì le sue forze a quelle del clan Toyotomi per la difesa del castello di Osaka, per il quale sia lui che suo figlio vennero decapitati dopo la definitiva sconfitta alla battaglia di Tennoji.

lunedì 28 novembre 2016

Clan Abe

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Il clan Abe (阿部氏 Abe-shi) fu uno dei clan più antichi e potenti del Giappone. Raggiunse il massimo dell'influenza durante il periodo Heian, conservò il potere durante il periodo Sengoku e il periodo Edo, e conobbe una rinascita nel XVIII secolo. Le origini degli Abe sono controverse, così come la loro connotazione etnica. Si è ipotizzato che esistessero già nel periodo Yamato, e che fossero discendenti degli Emishi, gli abitanti aborigeni della regione di Tōhoku.
Nel IX secolo si ha testimonianza dell'esistenza di due Abe che ricoprirono la carica di chinjufu-shōgun, Abe Koretaka nel 878 e Abe Mitora nel 884, e di due governatori di Mutsu, Abe Kiyoyuki nel 886 e Abe Tsunemi nel 940.
Abe è un cognome piuttosto comune nel Giappone dei tempi moderni, ma non tutti coloro che lo portano discendono necessariamente da questo clan.

Origini e Storia

Secondo il Nihon Shoki, gli Abe discendevano da un figlio dell'Imperatore Kōgen. Un certo numero di famiglie con il patronimico Abe, originarie dalla Provincia di Iga (oggi Prefettura di Mie), affermano di discendere da una figura leggendaria di nome Abi. Questi si sarebbe opposto all'Imperatore Jimmu, il primo leggendario Imperatore del Giappone, nei suoi piani di conquista del Regno Yamatai, spingendo le varie famiglie Abe ad insediarsi nel lontano nord dell'Honshū. Il clan avrebbe qui acquistato un'influenza crescente fino a raggiungere la massima espansione nel periodo Heian.
La regione settentrionale, conosciuta come territorio delle provincie di Mutsu e Dewa, fu conquistata dai giapponesi nel IX secolo, ed il popolo nativo Emishi che là viveva venne soggiogato o scacciato. Mentre molte provincie a quel tempo erano supervisionate da un governatore, Mutsu vide l'ascesa di potenti e ricche famiglie indipendenti chiamate gōzoku che amministravano gli affari locali. Gli Abe furono nominati "sovrintendenti degli sborigeni", apparentemente per controllare per conto del governo centrale la popolazione locale, rappresentata da un mix di immigrati giapponesi ed ex tribù Emishi. Di fatto però la loro nomina confermava la difficoltà del governo di Kyoto di tenere sotto il proprio diretto controllo la regione. Il clan Abe sfruttò la posizione acquisita per estendere il controllo ai sei distretti roku-oku-gun, situati nell'attuale prefettura di Iwate, riscuotere le tasse e confiscare i beni in totale autonomia.
Per riaffermare la propria autorità e contrastare il potere del clan Abe, il governo imperiale designò governatore e chinjufu-shōgun ossia "comandante in capo per la difesa del nord", il capo del clan Minamoto, Minamoto Yoriyoshi.
Minamoto Yoriyoshi e suo figlio Minamoto no Yoshiie durante quella che fu definita "prima guerra dei nove anni" (前九年合 guerra Zenkunen, 1051-1063), uccisero Abe no Yoritoki e sconfissero suo figlio Abe no Sadato, aiutati da un'altra potente famiglia, i Kiyohara della vicina provincia di Dewa.

Altre famiglie Abe

Anche se molte altre figure importanti nel corso della storia sono state chiamate Abe, è difficile sapere quali fossero imparentati con il clan Abe di Iga e Mutsu. Ad esempio, Abe no Nakamaro, un importante nobile di corte dell'VIII secolo, si chiamava così perché proveniente dalla città di Abe vicino Nara.
Ugualmente problematico è determinare la linea di discendenza della famiglia di nome Abe che acquistò un certo rilievo nel periodo Edo, occupando il ruolo di rōjū durante lo shogunato Tokugawa. Abe Tadaaki fu il primo a servire come rōjū, mantenendo la carica dal 1633 al 1671. Molto probabilmente era un figlio, o comunque era imparentato, con Abe Masatsugu (1569-1647) che servì Tokugawa Ieyasu e combatté per lui nella decisiva battaglia di Sekigahara. Altri membri della famiglia Abe sarebbero succeduti a Tadaaki nella carica di rōjū per gran parte del periodo Edo (1603-1867). L'ultimo di questi fu Abe Masahiro, che fu a capo del consiglio dei rōjū al tempo dell'arrivo del Commodoro Perry.

Membri del clan

  • Abe no Hirafu (c. 575-664) conosciuto anche come Abe no Ōmi, uno dei generali più importanti nelle guerre contro gli Ainu
  • Abe no Yoritoki (morto nel 1057) chunjufu-shōgun durante la guerra Zenkunen
  • Abe no Sadato (1019 - 1062)
  • Abe Masatsugu (1569 - 1647) Combatté a Sekigahara, divenne un fudai-daimyō sotto i Tokugawa
  • Abe Tadaaki - primo membro del clan Abe ad essere un rōjū
  • Abe Masahiro - tra gli ultimi dei rōjū, firmò il trattato di Kanagawa
  • Abe no Seimei - famoso praticante di onmyōdō

domenica 27 novembre 2016

Rōjū

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Il Rōjū (老中), normalmente tradotto con 'Anziano', era una delle più alte cariche di governo durante lo shogunato Tokugawa nel periodo Edo in Giappone. Il termine si riferisce sia ai singoli Anziani, o a tutto il Concilio degli Anziani; durante i primi due shogun c'erano soltanto due Rōjū. Il numero fu incrementato a cinque e successivamente ridotto a quattro. I Rōjū erano designati dal rango di fudai daimyō con domini di valore tra 25.000 e 50.000 koku.

Doveri

I "Rōjū" avevano una serie di responsabilità, chiaramente delineate nell'ordinanza del 1634 che riorganizzò il governo e creò un certo numero di nuovi posti:
  1. Relazioni con il Trono, la Corte ed i principi-abate.
  2. Supervisione di quei daimyō che controllavano terre dal valore di almeno 10.000 koku.
  3. Gestione dei documenti ufficiali nelle comunicazioni ufficiali.
  4. Supervisione delle affari interni dei domini dello Shogun.
  5. Conio, opere pubbliche ed infeudamento.
  6. Relazioni governative e supervisione dei monasteri e dei santuari.
  7. Compilazione di mappe, grafici e altri archivi di governo.
I Rōjū non servivano in simultanea ma a rotazione, servivano lo shogun un mese alla volta, comunicando con esso attraverso un ciambellano chiamato Soba-yōnin. Tuttavia i Rōjū erano anche membri del concilio Hyōjōsho, assieme ai Ō-Metsuke ed a reppresentative dei vari Bugyō. Come parte del Hyōjōsho, i Rōjū a volte svolgevano un ruolo simile alla corte suprema, risolvendo dispute di successione ed controverse di stato.
Tuttavia durante lo shogunato di Tokugawa Tsunayoshi (1680–1709) i Rōjū persero tutto il loro potere, quando lo shogun iniziò a lavorare a più stretto contatto con i Tairō, ciambellani ed altri, incluso Yanagisawa Yoshiyasu che deteneva il potere del Tairō, ma non il titolo. I Rōjū divennero poco più che messaggeri, diventando intermediari tra lo shogun e altri uffici,ma non esercitando più nessuna influenza politica. Anche dopo la morte di Tsunayoshi i Rōjū non riconquistarno più il vecchio potere. Tuttavia continuarono ad esistere come posto di governo e nel concilio.

Lista dei Rōjū

Con Tokugawa Ieyasu

  • Ōkubo Tadachika (大久保忠隣)(1593–1614)
  • Ōkubo Nagayasu (大久保長安)(1600–1613)
  • Honda Masanobu (本多正信)(1600–1615)
  • Naruse Masanari (成瀬正成)(1600–1616)
  • Andō Naotsugu (安藤直次)(1600–1616)
  • Honda Masazumi (本多正純)(1600–1622)
  • Naitō Kiyonari (内藤清成)(1601–1606)
  • Aoyama Tadanari (青山忠成)(1601–1606)

Con Tokugawa Hidetada

  • Aoyama Narishige (青山成重)(1608–1613)
  • Sakai Tadatoshi (酒井忠利)(1609–1627)
  • Sakai Tadayo (酒井忠世)(1610–1634)
  • Dōi Toshikatsu (土井利勝)(1610–1638)
  • Andō Shigenobu (安藤重信)(1611–1621)
  • Naitō Kiyotsugu (内藤清次)(1616–1617)
  • Aoyama Tadatoshi (青山忠俊)(1616–1623)
  • Inoue Masanari (井上正就)(1617–1628)
  • Nagai Naomasa (永井尚政)(1622–1633)

Con Tokugawa Iemitsu

  • Abe Masatsugu (阿部正次)(1623–1626)
  • Inaba Masakatsu (稲葉正勝)(1623–1634)
  • Naitō Tadashige (内藤忠重)(1623–1633)
  • Sakai Tadakatsu (酒井忠勝)(1624–1638)
  • Morikawa Shigetoshi (森川重俊)(1628–1632)
  • Aoyama Yukinari (青山幸成)(1628–1633)
  • Matsudaira Nobutsuna (松平信綱)(1632–1662)
  • Abe Tadaaki (阿部忠秋)(1633–1666)
  • Hotta Masamori (堀田正盛)(1635–1651)
  • Abe Shigetsugu (阿部重次)(1638–1651)
  • Matsudaira Norinaga (松平乗寿)(1642–1654)

Con Tokugawa Ietsuna

  • Sakai Tadakiyo (酒井忠清)(1653–1666)
  • Inaba Masanori (稲葉正則)(1657–1681)
  • Kuze Hiroyuki (久世広之)(1663–1679)
  • Itakura Shigenori (板倉重矩)(1665–1668, 1670–1673)
  • Tsuchiya Kazunao (土屋数直)(1665–1679)
  • Abe Masayoshi (阿部正能)(1673–1676)
  • Ōkubo Tadatomo (大久保忠朝)(1677–1698)
  • Hotta Masatoshi (堀田正俊)(1679–1681)
  • Dōi Toshifusa (土井利房)(1679–1681)
  • Itakura Shigetane (板倉重種)(1680–1681)

Con Tokugawa Tsunayoshi

  • Toda Tadamasa (戸田忠昌)(1681–1699)
  • Abe Masatake (阿部正武)(1681–1704)
  • Matsudaira Nobuyuki (松平信之)(1685–1686)
  • Tsuchiya Masanao (土屋政直)(1687–1718)
  • Ogasawara Nagashige (小笠原長重)(1697–1705, 1709–1710)
  • Akimoto Takatomo (秋元喬知)(1699–1707)
  • Inaba Masamichi (稲葉正往)(1701–1707)
  • Honda Masanaga (本多正永)(1704–1711)
  • Ōkubo Tadamasu (大久保忠増)(1705–1713)
  • Inoue Masamine (井上正岑)(1705–1722)

Con Tokugawa Ienobu and Ietsugu

  • Abe Masataka (阿部正喬)(1711–1717)
  • Kuze Shigeyuki (久世重之)(1713–1720)
  • Matsudaira Nobutsune (松平信庸)(1714–1716)
  • Toda Tadazane (戸田忠真)(1714–1729)

Con Tokugawa Yoshimune

  • Mizuno Tadayuki (水野忠之)(1717–1730)
  • Andō Nobutomo (安藤信友)(1722–1732)
  • Matsudaira Norisato (松平乗邑)(1723–1745)
  • Matsudaira Tadachika (松平忠周)(1724–1728)
  • Ōkubo Tsuneharu (大久保常春)(1728)
  • Sakai Tadaoto (酒井忠音)(1728–1735)
  • Matsudaira Nobutoki (松平信祝)(1730–1744)
  • Matsudaira Terusada (松平輝貞)(1730–1745)
  • Kuroda Naokuni (黒田直邦)(1732–1735)
  • Honda Tadanaga (本多忠良)(1734–1746).
  • Toki Yoritoshi (土岐頼稔)(1742–1744)
  • Sakai Tadazumi (酒井忠恭)(1744–1749)
  • Matsudaira Norikata (松平乗賢)(1745–1746)
  • Hotta Masasuke (堀田正亮)(1745–1761)

Con Tokugawa Ieshige

  • Nishio Tadanao (西尾忠尚)(1746–1760)
  • Honda Masayoshi (本多正珍)(1746–1758)
  • Matsudaira Takechika (松平武元)(1746–1779)
  • Sakai Tadayori (酒井忠寄)(1749–1764)
  • Matsudaira Terutaka (松平輝高)(1758–1781)
  • Inoue Masatsune (井上正経)(1760–1763)
  • Akimoto Sumitomo (秋元凉朝)(1747–1764, 1765–1767)

Con Tokugawa Ieharu

  • Matsudaira Yasutoshi (松平康福)(1762–1788)
  • Abe Masasuke (阿部正右)(1764–1769)
  • Itakura Katsukiyo (板倉勝清)(1769–1780)
  • Tanuma Okitsugu (田沼意次)(1769–1786)
  • Abe Masachika (阿部正允)(1780)
  • Kuze Hiroakira (久世広明)(1781–1785)
  • Mizuno Tadatomo (水野忠友)(1781–1788, 1796–1802)
  • Torii Tadaoki (鳥居忠意)(1781–1793)
  • Makino Sadanaga (牧野貞長)(1784–1790)

Con Tokugawa Ienari

  • Abe Masatomo (阿部正倫)(1787–1788)
  • Matsudaira Sadanobu (松平定信)(1787–1793)
  • Matsudaira Nobuakira (松平信明)(1788–1803, 1806–1817)
  • Matsudaira Norisada (松平乗完)(1789–1793)
  • Honda Tadakazu (本多忠籌)(1790–1798)
  • Toda Ujinori (戸田氏教)(1790–1806)
  • Ōta Sukeyoshi (太田資愛)(1793–1801)
  • Andō Nobunari (安藤信成)(1793–1810)
  • Makino Tadakiyo (牧野忠精)(1801–1816, 1828–1831)
  • Dōi Toshiatsu (土井利厚)(1802–1822)
  • Aoyama Tadahiro (青山忠裕)(1804–1835)
  • Matsudaira Noriyasu (松平乗保)(1810–1826)
  • Sakai Tadayuki (酒井忠進)(1815–1828)
  • Mizuno Tadanari (水野忠成)(1817–1834)
  • Abe Masakiyo (阿部正精)(1817–1823)
  • Ōkubo Tadazane (大久保忠真)(1818–1837)
  • Matsudaira Norihiro (松平乗寛)(1822–1839)
  • Matsudaira Terunobu (松平輝延)(1823–1825)
  • Uemura Ienaga (植村家長)(1825–1828)
  • Matsudaira Yasutō (松平康任)(1826–1835)
  • Mizuno Tadakuni (水野忠邦)(1828–1843, 1844–1845)
  • Matsudaira Muneakira (松平宗発)(1831–1840)
  • Ōta Sukemoto (太田資始)(1834–1841, 1858–1859, 1863)
  • Wakisaka Yasutada (脇坂安董)(1836–1841)
  • Matsudaira Nobuyori (松平信順)(1837)
  • Hotta Masayoshi (堀田正睦)(1837–1843, 1855–1858)

Con Tokugawa Ieyoshi

  • Dōi Toshitsura (土井利位)(1838–1844)
  • Inoue Masaharu (井上正春)(1840–1843)
  • Manabe Akikatsu (間部詮勝)(1840–1843, 1858–1859)
  • Sanada Yukitsura (真田幸貫)(1841–1844)
  • Hori Chikashige (堀親寚)(1843–1845)
  • Toda Tadaharu (戸田忠温)(1843–1851)
  • Makino Tadamasa (牧野忠雅)(1843–1857)
  • Abe Masahiro (阿部正弘)(1843–1857)
  • Aoyama Tadanaga (青山忠良)(1844–1848)
  • Matsudaira Noriyasu (松平乗全)(1845–1855, 1858–1860)
  • Matsudaira Tadakata (松平忠優)(1848–1855, 1857–1858)
  • Kuze Hirochika (久世広周)(1851–1858, 1860–1862)
  • Naitō Nobuchika (内藤信親)(1851–1862)

Con Tokugawa Iesada

  • Wakisaka Yasuori (脇坂安宅)(1857–1860, 1862)

Con Tokugawa Iemochi e Yoshinobu

  • Andō Nobumasa (安藤信正)(1860–1862)
  • Honda Tadamoto (本多忠民)(1860–1862, 1864–1865)
  • Matsudaira Nobuyoshi (松平信義)(1860–1863)
  • Ogasawara Nagamichi (小笠原長行)(1862–1863, 1865, 1866–1868)
  • Itakura Katsukiyo (板倉勝静)(1862–1864, 1865–1868)
  • Inoue Masanao (井上正直)(1862–1864)
  • Mizuno Tadakiyo (水野忠精)(1862–1866)
  • Sakai Tadashige (酒井忠績)(1863–1864)
  • Arima Michizumi (有馬道純)(1863–1864)
  • Makino Tadayuki (牧野忠恭)(1863–1865)
  • Matsumae Takahiro (松前崇広)(1864–1865)
  • Abe Masato (阿部正外)(1864–1865)
  • Suwa Tadamasa (諏訪忠誠)(1864–1865)
  • Inaba Masakuni (稲葉正邦)(1864–1865, 1866–1868)
  • Matsudaira Munehide (松平宗秀)(1864–1866)
  • Inoue Masanao (井上正直)(1865–1867)
  • Matsudaira Yasuhide (松平康英)(1865–1868)
  • Mizuno Tadanobu (水野忠誠)(1866)
  • Matsudaira Norikata (松平乗謨)(1866–1868)
  • Inaba Masami (稲葉正巳)(1866–1868)
  • Matsudaira Sadaaki (松平定昭)(1867)
  • Ōkōchi Masatada (大河内正質)(1867–1868)
  • Sakai Tadatō (酒井忠惇)(1867–1868)
  • Tachibana Taneyuki (立花種恭)(1868)

sabato 26 novembre 2016

Fudai daimyō

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Fudai daimyō (譜代大名) la classe dei daimyō giapponesi che erano già vassalli ereditari dei Tokugawa durante il Periodo Edo e prima che questi conquistassero lo shogunato. Erano tratti dalla classe dei Fudai la gran parte dei funzionari dell'amministrazione Tokugawa.

Origini

Molte delle famiglie che formarono i ranghi dei fudai daimyo avevano servito il clan Tokugawa da molto tempo prima della sua ascesa alla preminenza nazionale, tra queste i clan Honda, Sakai, Sakakibara, Ii, Itakura e Mizuno.

Periodo Edo

Con l'ascesa al potere di Tokugawa Ieyasu nel XVI secolo i suoi domini si estesero cosicché anche alcuni dei suoi vassalli poterono ascendere al rango di daimyo. Fu questa la nascita dei fudai come chiaramente distinta classe sociale.
Con il tempo ed occasionalmente altre famiglie di vassalli dei Tokugawa poterono ottenere lo status di fudai. Anche un hatamoto che avesse incrementato il suo livello di reddito oltre i 10.000 koku veniva riconosciuto come un fudai daimyo.

Bakumatsu e Restaurazione Meiji

La maggior parte dei fudai accettarono pacificamente la Restaurazione Meiji e continuarono a governare i loro feudi fino alla loro dissoluzione nel 1871, dopodiché vennero assorbiti nel nuovo sistema della nobiltà giapponese.


venerdì 25 novembre 2016

Xuánzàng

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Xuánzàng (玄奘, Xuánzàng), al secolo Chén Huī (陳褘) detto Sanzang (giapponese Sanzō, coreano Samjang) dal nome dei sutra che portò con sé dal suo viaggio (sanscrito Tripitaka, "tre canestri") (Luoyang, 602 – Yu Hua Gong, 664) è stato un monaco buddhista, esploratore e traduttore cinese, che intraprese un pericoloso viaggio lungo la via della seta, ed è per questo spesso paragonato a Marco Polo.

Biografia

Infanzia

Nacque nel 602 a Luoyang in Henan durante la dinastia Sui con il nome di Chen Yi (陳褘), nipote di un professore dell'Accademia Imperiale e figlio di un filosofo confuciano, ultimo di quattro figli; il padre si prese cura dell'istruzione dei figli, e insegnò loro tutti i testi canonici del confucianesimo ortodosso. Nonostante la formazione confuciana, però, già uno dei suoi fratelli maggiori era diventato monaco buddhista, e Xuanzang espresse il desiderio di seguirne l'esempio. Dopo la morte del padre nel 611, andò a Luoyang dal fratello, nel monastero di Jingtu (淨土寺), finanziato dall'imperatore; qui studiò testi del Buddhismo dei Nikaya e del Mahāyāna, schierandosi con questi ultimi insegnamenti.
Alla caduta dei Sui nel 618, i due fratelli fuggirono prima a Chang'an, la nuova capitale dei Tang, poi a Chengdu, nel Sichuan, dove trascorsero due o tre anni nel monastero di Kong Hui. Nonostante Xuanzang seguisse la vita monastica già da diversi anni, fu ordinato monaco solo nel 622; insoddisfatto delle molte contraddizioni nelle versioni cinesi dei testi, decise di lasciare il fratello e di tornare a Chang'an, dove studiò il sanscrito e forse anche il tocario, e si interessò di metafisica Yogācāra.

Viaggio

Nel 629 disse di aver avuto un sogno che lo spingeva a recarsi in India; la decisione fu probabilmente motivata dal desiderio di studiare i testi originali direttamente in sanscrito, e di avere accesso a molti più testi di quelli disponibili in Cina. Al tempo però l'imperatore Tang Taizong era in guerra con i Göktürk (turchi orientali), e l'espatrio era proibito: Xuanzang riuscì a convincere delle guardie buddhiste alle porte di Yumen e fuggì verso Nord-Ovest, attraverso le province di Gansu e Qinghai. Attraversò il deserto del Gobi fino all'oasi di Hami, costeggiò la catena montuosa del Tien Shan verso occidente e nel 630 arrivò all'oasi di Turfan, dove il re buddhista gli diede un passaporto e alcuni oggetti di valore per pagare le spese del viaggio.
Continuando il suo cammino verso occidente riuscì ad evitare i briganti e raggiunse Yanqi, poi visitò i monasteri Sarvastivada di Kucha, passò Aksu e deviò a Nord-Ovest per attraversare il valico di Bedal nell'odierno Kirghizistan. A Tokmok, nell'odierno Kirgiziskistan, il re turco era in buone relazioni con i Tang e gli offrì un banchetto; da qui proseguì per Tashkent e poi Samarcanda, in un'area di influenza persiana, dove avendo visto diversi templi buddhisti abbandonati impressionò il re locale con la sua predica. Ripartendo verso Sud, attraversò il Pamir e l'Amu Darya per giungere a Termez, dove incontrò un'ampia comunità di monaci buddhisti.
Tornando leggermente ad Est passò da Kunduz, dove si fermò brevemente per assistere ai funerali del principe Tardu, morto di avvelenamento; qui incontrò il monaco Dharmasimha, poi riprese il viaggio a Ovest verso Balkh (odierno Afghanistan), dove visitò siti e reliquie buddhisti, e specialmente il Nava Vihara, o Nawbahar, che descrisse come l'istituzione monastica più occidentale del mondo. Qui Xuanzang trovò più di 3.000 monaci probabilmente lokottaravada, tra cui Prajnakara, un monaco con cui anni prima aveva studiato le scritture del Buddhismo dei Nikaya; e qui trovò anche una copia del Mahāvibhāṣa Śāstra, un testo dell'Abhidharma Sarvāstivāda che avrebbe poi tradotto in cinese (Canone cinese). Prajnakara lo accompagnò per un breve tratto a Sud a Bamyan, dove Xuanzang fu ricevuto dal re e ebbe l'occasione di osservare le decine di monasteri lokottaravada e soprattutto i due Buddha di Bamiyan scavati nella parete di roccia, distrutti dai talebani nel 2001. Per proseguire dovette poi tornare leggermente a Est e attraversare il passo di Shibar per entrare a Kapisi (circa 60 km a Nord dell'odierna Kabul), parte del famoso regno greco-buddhista di Gandhara, e nella quale trovò più di cento monasteri e 6.000 monaci, prevalentemente del Mahāyāna. Qui Xuanzang incontrò i primi giainisti e induisti, e prese parte ad un pubblico dibattito religioso, dimostrando la sua conoscenza di molte scuole buddhiste. Proseguì per Nagarahāra (odierna Jalalabad) e Laghman, dove concluse di aver raggiunto l'India (la città infatti era situata sulla via commerciale che collegava il subcontinente a Palmira, ed era forte l'influenza indiana). L'anno era il 630.

India

Xuanzang attraversò quindi il fiume Hunza e il passo di Khyber, raggiungendo Purushapura (odierna Peshawar), dove vide molti stupa, deducendo dal numero di fedeli che il buddhismo nella regione stava cominciando il suo declino; uno degli stupa che descrisse, chiamato Kanishka Stupa, fu riscoperto solo nel 1908 da D.B. Spooner proprio grazie alla sua descrizione. Lasciando Purushapura viaggiò verso Nord-Est attraversando la valle di Swat e raggiungendo Udyana, dove trovò circa 1.400 antichi monasteri, che in passato avevano ospitato 18.000 monaci ma ora erano custoditi solo da una piccola comunità di monaci del Mahāyāna; continuò a Nord nella valle di Buner, poi attraversò l'Indo a Hund, quindi si diresse a Takshashila (oggi Taxila), che si trovava all'interno di un regno buddhista vassallo del Kashmir; la città ospitava un'importante università, e all'epoca raccoglieva 5.000 monaci in circa 100 monasteri. Qui Xuanzang incontrò importanti esponenti del buddhismo del Mahāyāna e si fermò a studiare con loro per un paio d'anni; nell'università trovò anche importante materiale sul Quarto Concilio Buddhista tenutosi in Kashmir intorno al I secolo sotto l'egida del re Kanishka di Kushan.
Nel 633, Xuanzang lasciò il Kashmir e viaggiò a Sud verso Chinabhukti (forse l'odierna Firozpur), dove studiò per un altro anno con il principe Vinitaprabha.
Nel 634 si rivolse a Est verso Jalandhara, nel Punjab orientale, poi visitò i monasteri theravādin della valle di Kullu, quindi andò a Sud a Bairat e Mathura, sul fiume Yamuna; Mathura ospitava circa 2.000 monaci di entrambe le scuole, nonostante la popolazione fosse prevalentemente induista. Xuanzang risalì il fiume verso Srughna, poi attraversò il Gange e nel 635 arrivò a Matipura. Da qui, si incamminò verso Sud per visitare Sankasya (Kapitha), proseguì verso Kanyakubja (Kannauj). Qui, nel 636, Xuanzang incontrò 100 monasteri e 10.000 monaci tra Mahāyāna e Theravāda, e fu colpito dal patrocinio offerto dal re Harsha a entrambe le scuole buddhiste. Trascorse un po' di tempo in città per studiare le scritture theravādin, poi ripartì verso Est per Ayodhya (Saketa), terra natale della scuola Yogācāra; quindi proseguì a Sud per Kausambi (Kosam), dove si fece fare una copia di un importante e famoso dipinto raffigurante il Buddha.
A questo punto Xuanzang ritornò a Nord a Sravasti, attraversò il Terai (odierno Sud del Nepal), dove trovò dei monasteri buddhisti abbandonati, e arrivò a Kapilavastu, la sua ultima sosta prima di Lumbini, il luogo di nascita del Buddha. A Lumbini, ebbe modo di ammirare la colonna posta dal re Aśoka nel luogo in cui il Buddha nacque, e si fermò a pregare sotto di essa; la colonna sarebbe stata riscoperta nel 1895 da A. Fuhrer.
Nel 637, Xuanzang lasciò Lumbini per Kusinagara, luogo della morte del Buddha, poi si diresse verso il parco di Sarnath, dove Buddha aveva tenuto il suo primo discorso, e dove incontrò circa 1.500 monaci. Rivoltosi a Est, passando Varanasi raggiunse Vaisali, Pataliputra e Bodh Gaya. I monaci locali lo accompagnarono poi a Nālandā, la più grande università indiana dell'epoca, dove trascorse i successivi due anni. Qui era in compagnia di diverse migliaia di monaci e studiosi (si stima che all'epoca fossero circa 10.000) con i quali approfondì i suoi studi di logica, grammatica, sanscrito, e dottrina yogācāra.
Ebbe però difficoltà a inserirsi nell'ambiente accademico, e nel 638 ripartì alla volta del Bengala, ma pensò anche a un'altra destinazione, l'isola di Sri Lanka, sede principale della scuola del Theravāda e depositaria di un'importante reliquia, uno dei denti del Buddha ritrovato tra le ceneri della sua pira funeraria. Dei monaci del Sud venuti in pellegrinaggio lo convinsero a continuare per la via di terra e imbarcarsi più a Sud, anziché a Tamralipiti (odierna Tamluk), perciò seguì la costa orientale, attraversò Orissa, dove incontrò e descrisse delle tribù aborigene poco indianizzate, poi attraversò Andhra, la prima regione di lingua dravidica, e trascorse a Amaravati o Bezvada la stagione delle piogge (639). Continuando il viaggio entrò nel regno di Pallava fermandosi a Mahabalipuram e Kanchipuram, dove alcuni religiosi singalesi in fuga dalla guerra civile che devastava l'isola gli consigliarono di rinunciare; perciò controvoglia evitò di visitare Tanjavur e Madurai e risalì invece lungo la costa occidentale, attraversando Goa e Maharashtra, che allora formavano l'impero Chalukya, e forse trascorse la stagione delle piogge del 641 a Nashik. Visitò le grotte di Ajanta, pur senza descriverle nei suoi appunti, e sostò qualche giorno nel porto di Bharuch, la Barygaza dei greci, un grande porto commerciale che collegava l'India all'Egitto. Attraversò quindi il Gujarat, entrando nel Sindh, dove prese qualche appunto sull'Impero sasanide che sarebbe stato presto cancellato dalle invasioni arabe.
Stranamente, Xuanzang che visitava coscienziosamente tutti i siti buddhisti indiani non fece alcun riferimento a Sanchi, centro importante e attivo oltre che sede di numerosi monumenti buddhisti, tra cui il Grande Stupa costruito da Aśoka per contenere delle reliquie del Buddha.
A questo punto invece fece ritorno a Nālandā, dove riprese parte alle dispute oratorie, in cui difese la dottrina del Buddha contro quelle induiste dei brahmini, degli Śivaiti e dei vaishnaviti. Il re Bhaskara Kumara di Assam, avendo sentito parlare di lui, lo invitò nel suo regno; là, Xuanzang pensò di tornare in Cina, data la vicinanza, ma rinunciò per la difficoltà del terreno e dei rischi di malattie e bestie selvagge. Ricevette invece un invito dall'imperatore Harsha, che lo invitava nella sua capitale; malgrado la sua devozione alla scuola del Mahāyāna, Harsha, come tutti i sovrani dell'India, non si pose mai contro le scuole induiste, e desiderava perciò organizzare un'assemblea con rappresentanti di tutte le confessioni religiose. Durante i primi giorni del 643 l'imperatore l'accompagnò personalmente risalendo con lui il Gange verso Kanauj; nell'assemblea il monaco si dimostrò tanto abile da infastidire anche i monaci buddhisti di scuola theravādin. Un santuario costruito da Harsha per ospitare una statua del Buddha fu però bruciato, probabilmente da alcuni brahmini scontenti, e l'imperatore stesso scampò a un tentativo d'omicidio, forse da parte dello stesso gruppo: cinquecento brahmini furono espulsi dall'India, una punizione considerata peggiore della morte perché li costringeva a vivere nell'impurità. Xuanzang venne invitato dall'imperatore a presenziare alla Kumbh Mela, di cui Xuanzang fece la prima descrizione storica, a Prayag (odierna Allahabad) assieme a 18 vassalli dell'imperatore, poi nonostante le insistenze di questi decise di lasciare il Paese.
Nel 644 attraversò l'Indo, nel quale perse una cinquantina di manoscritti. Il re del Kashmir, avendo appreso che egli non avrebbe attraversato il suo regno, andò a incontrarlo, forse cercando in lui un appoggio contro le orde turche che premevano ai suoi confini allettati dalle ricchezze del regno, e che spesso finivano per convertirsi al Buddhismo. Xuanzang però insistette per tornare in patria, e del resto il suo aiuto sarebbe stato superfluo, poiché non molto tempo dopo tali tribù si sarebbero convertite all'Islam e avrebbero obliterato la civiltà greco-buddhista tagliando ogni collegamento con il bacino mediterraneo.
Xuanzang riprese perciò la strada del Pamir, facendo a ritroso il cammino che lo aveva condotto in India.

Ritorno

Xuanzang ritornò nella Cina dei Tang nel 645 portando con sé 657 sutra in sanscrito del Tripitaka, e l'imperatore Tang Taizong gli accordò grandi privilegi ma gli chiese di scrivere un resoconto di ciò che aveva visto nei suoi viaggi (probabilmente considerando l'utilità di queste informazioni in ottica espansionistica): l'opera che Xuanzang scrisse, Viaggio in Occidente dal Grande Tang (大唐西域記,Dà Táng Xīyù Jì), è oggi un documento storico molto importante, che permette di ricostruire la situazione politica, sociale e religiosa dell'India dell'epoca, lo stato del Buddhismo, descritto proprio all'inizio della sua fase di declino nel subcontinente, ed è la principale fonte di informazioni sull'imperatore Harsha. Le sue descrizioni furono utili a molti archeologi per ritrovare i monumenti da lui descritti, e dal 2005 una spedizione, condotta da Zemaryali Tarzi, sta cercando di trovare un terzo Buddha nell'area di Bamiyan, basandosi sulle due descrizioni di un Buddha sdraiato della lunghezza di circa 300 metri.
Secondo la tradizione a lui si deve anche il Cheng Weishi Lun, un commentario ai sutra.
A capo di un'accademia imperiale nella capitale Chang'an (oggi Xi'an), per il resto della sua vita si dedicò alla traduzione dei sutra in cinese. Il suo lavoro, oltre ad ampliare enormemente il numero di testi disponibili al Buddhismo cinese, preservò anche diversi testi andati perduti nella versione originale.
La scuola di Faxiang, fondata dal suo discepolo Fuiji, ebbe vita breve, ed il suo insegnamento sopravvisse solo in Giappone nella scuola Hossō.
Durante la dinastia Yuan, Wu Changling (吳昌齡) mise in scena un'opera teatrale incentrata sul viaggio di Xuanzang alla ricerca delle scritture. Il viaggio di Xuanzang, e le leggende che lo circondarono, ispirarono poi il romanzo del XVI secolo Viaggio in Occidente, considerato uno dei maggiori classici della letteratura cinese. Nel romanzo Xuanzang è la reincarnazione di un discepolo diretto di Gautama Buddha e al termine del viaggio diventa un buddha a sua volta.

Reliquie

Un teschio che si dice fosse di Xuanzang era conservato nel Tempio della Grande Compassione a Tianjin fino al 1956, quando fu portato a Nalanda - sembra dal Dalai Lama - e donato all'India: la reliquia è ora conservata nel museo di Patna. Anche il Monastero Wenshu a Chengdu, nel Sichuan, sostiene di conservare parte del teschio di Xuanzang.

giovedì 24 novembre 2016

Uke (arti marziali)

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Nelle arti marziali giapponesi, uke (受け) (ɯkɛ) è colui il quale "riceve" una tecnica. Uke ha anche un altro significato: parata.
L'esatto ruolo di uke varia nelle differenti arti e spesso anche all'interno di una stessa arte marziale, a seconda dalla situazione. Per esempio in aikido e Jūdō kata, uke "attacca" il suo compagno che quindi si difende mettendo in pratica la tecnica. Recentemente negli stage di allenamento del jujutsu tradizionale gli studenti più giovani hanno il preciso compito di fare da uke. Nelle arti basate sulle armi, a fare da uke è spesso il maestro.
Ci sono diversi termini usati per descrivere il"contrario" di uke, sempre a seconda della situazione, esso può essere nage (投げ nagè), tori o shite.
L'azione di uke è chiamata ukemi (受身 ukemi). Letteralmente: "corpo ricevente"; in pratica sono le cadute: quest'arte insegna a saper ricevere correttamente ed in tutta sicurezza, un attacco. Per esempio si impara a "rotolare" a seguito di una proiezione sia per evitare danni fisici sia per allenare il fisico. Infatti sia in aikido sia in Jūdō spesso le lezioni iniziano proprio con specifici allenamenti di cadute Una componente essenziale dell'ukemi è la consapevolezza. L'uke diventa abile, attraverso la pratica e l'esercizio a rispondere velocemente a qualsiasi azione. Un ukemi realmente aggraziato si ottiene attraverso un serio allenamento e con un buon equilibrio sincretico con il compagno di allenamento.



mercoledì 23 novembre 2016

Yìjìng

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Yìjìng (義淨, Wade-Giles: I-ching, giapponese: Gijō, coreano: Uijeong o Ŭijŏng, 의정; Qizhou, 635 – Luoyang, 16 febbraio 713) è stato un monaco buddhista cinese, pellegrino in India e traduttore di testi dal sanscrito al cinese.

Vita e opere

Nacque a Qizhou (provincia dello Shandong) nel 635, il suo nome era Zhāng Wénmíng (張文明).
Prese i voti da shāmí (沙彌, sanscrito: srāmanera) all'età di sette anni quando entrò nel locale monastero, studiando sotto la guida di Shanyu (?-646) e Huizi (n.d.). Con quest'ultimo studiò in particolare il Vinaya, approfondendo gli insegnamenti di Dàoxuān (道安, 596-667), il fondatore della scuola Lǜ (律宗, Lǜ zōng, anche 南山宗 Nánshān zōng) la quale aveva come oggetto lo studio del Cāturvargīya-vinaya (Quadruplici regole della disciplina, 四分律 pinyin: Shìfēnlǜ, conservato nel Lǜbù) della scuola Dharmaguptaka.
Si recò quindi a Chang'an, intorno al 667, dove il viaggio di Xuánzàng (玄奘, 602-664) in India, compiuto tra il 629 e il 645, era ancora oggetto di dibattiti e di grande attenzione. Yìjìng decise quindi di compiere anche lui un viaggio verso quelle che erano state le terre natali di Fó (, resa del termine sanscrito Buddha in lingua cinese).
Tornato al monastero di Qizhou, dopo alcuni mesi e con un altro monaco si diresse a Canton dove si imbarcò, nel 671, su una nave persiana raggiungendo Sumatra. Il suo compagno morì poco dopo sull'isola, e Yìjìng, rimasto solo, si imbarcò per Tamralipti (odierna Tamluk, non lontano da Calcutta, India orientale) dove, dopo aver attraversato i domini di Malayu e Kacha, risiedette per un anno studiando il sanscrito.
Decise quindi di recarsi presso la prestigiosa università buddhista di Nalanda accompagnato da un altro pellegrino cinese, Dachendeng. Dopo un lungo pellegrinaggio lungo l'India settentrionale, dove visitò Rajagrha, Bodh Gaya, Vaisali, Amaraba, Benares, il monastero Jetavana a Samkasya (oggi Sankisa) giunse a Nalanda dove risiedette per circa dieci anni. A Nalanda, Yijing studiò l'Abhidharmakosa (Tesoro dell'Abhidharma, 阿毘達磨倶舍論本頌 pinyin Āpídámójùshèlùn běnsòng), opera di commento al Mahāvibhāṣā e che consiste in un commentario Sarvastivada dove compaiono tuttavia le prime critiche Sautrantika. A Nalanda Yijing studiò anche le dottrine Mahayana delle scuole Madhyamika e Cittamatra, nonché il Vinaya Sarvastivada. Egli sostenne, tuttavia, che tutte queste dottrine buddhiste erano solo "mezzi abili" (upāya) per degli scopi specifici, senza che nessuna di esse fosse valida in assoluto per sé stessa. Raccolse circa quattrocento testi buddhisti e, nel 685, fece ritorno a Tamralipti da dove rientrò a Sumatra nel 687. Sull'isola indonesiana avviò le prime traduzioni dal sanscrito al cinese dei testi raccolti. Trovatosi privo di denaro preparò varie lettere per la Cina per richiedere fondi, ma recatosi sulla nave che doveva trasportare le missive, questa improvvisamente salpò e lui si ritrovò, il 10 agosto 689, a Guanfu (Taiwan). Riuscì a rientrare a Sumatra solo alcuni mesi dopo, il 18 dicembre 689. Lì riprese le traduzioni, studiò con il maestro Sakyakirti e scrisse due importanti cronache: il Nánhǎi jìguī nèifǎ zhuàn (南海寄歸內法傳, Relazione sul Buddhismo inviata dai Mari del Sud, T.D. 2125), un trattato sul Buddhismo indonesiano e dell'Asia meridionale, e il Dà táng xīyù qiúfǎ gāosēng zhuàn (大唐西域求法高僧傳, Trattato sui venerabili monaci che partirono alla ricerca del Dharma nei territori d'Occidente, T.D. 2066) quest'ultima una biografia di monaci cinesi e coreani pellegrini in India e Asia centrale. Yijing fece recapitare questi due trattati, unitamente a numerose traduzioni, in Cina nel 692.
Nel 694 tornò a Guangfu accompagnato da due monaci e, nel 695, raggiunse Luoyang, dove venne ricevuto con grandissimi onori dall'imperatrice buddhista della dinastia Tang Wǔ Zétiān (武則天, conosciuta anche come Wǔ Zhào, 武曌, regno: 690-705). A Luoyang Yijing risiedette nel monastero di Foshouji dove, nel 699 con Śikṣānanda, tradusse l'Avataṃsakasūtra (華嚴經 pinyin: Huayanjing, Sutra della ghirlanda fiorita di Buddha, T.D. 279). Dal 700, Yijing coordinò i centri di traduzione di Luoyang e di Chang'an. Tradusse cinquantasei opere in duecentotrenta fascicoli. Tra queste va ricordata l'eccellente traduzione, realizzata nel 703, del Suvarṇaprabhāsasūtra (金光明經pinyin: Jīn guāngmíng jīng Sutra della luce dorata dei re eccellenti, T.D. 665). Yijing morì il 16 febbraio del 713. Fu insignito del titolo postumo di Honglu qing (Responsabile dell'Ufficio Esteri), sulla sua tomba fu eretto il tempio di Jin'guangming (Luce Dorata). Fu uno degli ultimi pellegrini buddhisti cinesi che raggiunsero l'India.