Quando si parla delle origini del Kung Fu, prima o poi compare una tentazione irresistibile: andare indietro nel tempo fino all'Età del Bronzo e immaginare guerrieri cinesi che combattono già secondo i principi delle arti marziali che conosciamo oggi.
È una storia affascinante.
Ed è anche una storia nella quale bisogna stare molto attenti.
Perché nell'antica Cina esistono effettivamente tradizioni, racconti e testimonianze di combattimento che risalgono a epoche remotissime. Ma dire che quelle pratiche siano già “Kung Fu” nel senso moderno del termine sarebbe come chiamare una ruota di carro dell'Età del Bronzo una Ferrari perché entrambe hanno le ruote.
La continuità può esistere.
L'identità è un'altra cosa.
Uno dei casi più interessanti è quello della lotta cinese.
Nella tradizione viene spesso collegata al combattimento chiamato Jiao Di, letteralmente associato all'idea di “scontro con le corna”. Qui entra in scena una delle grandi figure mitologiche della civiltà cinese: Huangdi, l'Imperatore Giallo, e il suo leggendario avversario Chiyou.
Secondo il mito, Chiyou era un potente signore della guerra e i suoi guerrieri vengono talvolta rappresentati con caratteristiche animalesche, comprese le corna.
È un'immagine perfetta per costruire una genealogia marziale.
Ma è proprio qui che bisogna mettere un cartello: mito non significa cronaca.
Non possediamo una registrazione contemporanea del combattimento fra Huangdi e Chiyou che ci permetta di dire: “Questo è esattamente ciò che accadde e da qui nacque lo Shuai Jiao”.
Quello che possiamo dire è che la tradizione cinese ha conservato racconti molto antichi nei quali il combattimento, la guerra e la lotta ritualizzata occupano un posto importante.
Successivamente compaiono testimonianze molto più solide di forme organizzate di lotta.
Durante l'antichità cinese, forme di combattimento corpo a corpo vennero utilizzate nell'addestramento militare e comparvero anche come spettacolo e competizione.
Il termine Jiao Li, associato alla lotta e alla forza fisica, compare in fonti legate alla tradizione Zhou.
Qui cominciamo finalmente ad avere qualcosa di diverso dalla mitologia.
Ma anche in questo caso bisogna evitare una linea retta del tipo:
Jiao Di → Jiao Li → Shuai Jiao moderno.
La storia delle arti marziali cinesi è molto più sporca, frammentaria e interessante.
Le tecniche cambiano.
I nomi cambiano.
Le funzioni cambiano.
Una pratica militare può diventare competizione. Una competizione può essere codificata. Una tradizione locale può incorporare tecniche provenienti da altre tradizioni.
Il moderno Shuai Jiao è quindi meglio considerato come il risultato di una lunga evoluzione delle pratiche di lotta cinesi, non come un reperto vivente rimasto immutato dall'Età del Bronzo.
Poi c'è la spada.
Ed è qui che la storia diventa ancora più interessante.
L'Età del Bronzo cinese sviluppò una metallurgia sofisticata e le armi in bronzo ebbero un ruolo importante nella guerra aristocratica delle prime dinastie.
Con il tempo, però, la tecnologia delle armi cambiò.
La spada dritta a doppio filo, il jian, divenne uno degli oggetti simbolici della cultura guerriera cinese.
Durante il periodo delle Primavere e degli Autunni e quello degli Stati Combattenti, la guerra cinese subì trasformazioni enormi. Le armi, gli eserciti e le tecniche militari cambiarono insieme alla società.
Ed è proprio in questo ambiente che troviamo una delle figure più affascinanti della tradizione marziale cinese: la Fanciulla di Yue, o Yue nü.
La sua storia compare nella letteratura antica e racconta di una donna esperta nell'arte della spada che avrebbe insegnato le proprie conoscenze al re di Yue.
La descrizione è straordinariamente suggestiva.
Si parla di osservazione, rapidità, adattamento, equilibrio fra attacco e difesa e capacità di rispondere alle azioni dell'avversario.
Sembra quasi di leggere un moderno manuale di arti marziali.
Ma anche qui bisogna frenare.
La Fanciulla di Yue appartiene a una tradizione letteraria nella quale storia, leggenda e filosofia si intrecciano. Non possiamo trasformare il suo racconto in una registrazione stenografica di un corso di scherma del V secolo a.C.
E soprattutto non possiamo tracciare una linea diretta dalla sua presunta scuola al Taijiquan moderno.
L'idea è affascinante.
La prova di una trasmissione diretta, invece, non c'è.
Questo non rende la storia meno importante.
Anzi.
Ci dice qualcosa di più interessante.
Ci mostra che molto prima della nascita delle moderne scuole di Kung Fu esisteva già in Cina una riflessione sul combattimento che andava oltre la semplice forza fisica.
Il combattente doveva osservare.
Anticipare.
Adattarsi.
Controllare il proprio corpo.
Comprendere il movimento dell'avversario.
E utilizzare il momento giusto.
Questi concetti ricompariranno molte volte nella storia delle arti marziali cinesi.
Ma “ricomparire” non significa necessariamente “essere trasmessi ininterrottamente”.
Questa distinzione è fondamentale.
Quando osserviamo un'arte marziale moderna e troviamo un principio che assomiglia a qualcosa descritto duemila anni prima, abbiamo diverse possibilità.
Potrebbe esserci una vera continuità storica.
Potrebbe esserci stata una trasmissione indiretta.
Potrebbe trattarsi di una reinvenzione indipendente.
Oppure potrebbe essere semplicemente un principio talmente utile nel combattimento da essere stato scoperto più volte da culture e combattenti diversi.
Il fatto che due sistemi dicano entrambi “non sprecare forza contro forza” non dimostra automaticamente che uno discenda dall'altro.
È il problema della genealogia delle arti marziali.
Più andiamo indietro nel tempo, più le fonti diventano rare e più aumenta la tentazione di riempire i vuoti con una storia perfettamente ordinata.
La realtà storica, invece, raramente è ordinata.
Quello che possiamo dire con maggiore sicurezza è che la Cina antica possedeva una lunga tradizione di combattimento: lotta, tiro con l'arco, combattimento con le armi, addestramento militare e competizioni fisiche.
Queste pratiche appartengono al terreno dal quale, molti secoli dopo, sarebbe cresciuto l'enorme ecosistema delle arti marziali cinesi.
Ma il Kung Fu che oggi riconosciamo con questo nome è un prodotto molto più recente.
Le scuole, i lignaggi, le forme codificate e le identità stilistiche che oggi associamo a Wing Chun, Hung Gar, Bagua, Xingyi, Taijiquan e agli altri sistemi appartengono a periodi storici differenti e non possono essere semplicemente proiettati nell'Età del Bronzo.
Quindi, quali stili di Kung Fu hanno origini nell'Età del Bronzo?
La risposta più onesta è: nessuno che possiamo dimostrare essere nato allora nella forma in cui lo conosciamo oggi.
Esistono invece pratiche antiche di lotta, scherma e addestramento militare che costituiscono parte della lunga preistoria culturale delle arti marziali cinesi.
Ed è forse una storia ancora più affascinante.
Perché non abbiamo bisogno di inventare un maestro del 2600 a.C. che insegnava già il Kung Fu.
Ci basta guardare ciò che realmente possiamo ricostruire.
Guerrieri dell'antica Cina combattevano.
Imparavano a usare le armi.
Si allenavano.
Lottavano.
Sviluppavano tecniche.
Trasmettevano conoscenze.
E nei secoli quelle esperienze cambiarono insieme alla società.
Il Kung Fu non nasce quindi necessariamente in un giorno preciso, per mano di un unico maestro.
È più simile a un fiume.
Possiamo seguirne alcuni affluenti molto indietro nel tempo.
Ma pretendere di trovare nell'Età del Bronzo il punto esatto in cui nasce il Kung Fu moderno significa confondere la sorgente di una tradizione con la nascita della forma che quella tradizione assumerà molti secoli dopo.
E la storia, fortunatamente, è molto più interessante delle leggende quando smettiamo di pretendere che siano la stessa cosa.
Cesio Endrizzi