Poi è arrivato Khabib Nurmagomedov. E ha preso questa saggezza, l’ha strizzata come un panno sporco, e l’ha gettata via.
Khabib non ha “battuto” Rafael dos Anjos o Thiago Tavares nel Jiu-Jitsu brasiliano. Non li ha superati in guardia. Non li ha sottoposti con le loro stesse armi. Li ha annientati in un modo molto più intelligente e brutale: ha reso il loro BJJ irrilevante.
Non ha giocato al loro gioco. Ha cambiato il campo da gioco. Ha distrutto le condizioni di possibilità del BJJ. E lo ha fatto con una precisione chirurgica che ancora oggi fa venire i brividi.
Vediamo come.
La prima cosa che Khabib faceva, sistematicamente, era spingere l’avversario contro la gabbia.
Sembra banale. Non lo è.
Il Jiu-Jitsu brasiliano si è evoluto su tatami aperti. Un tatami non ha muri. Non ha angoli. Non ha barriere. Il praticante di BJJ ha 360 gradi di spazio per muovere i fianchi, invertire la posizione, creare angoli, spazzare, sottomettere.
Khabib toglieva tutto questo. Spingendo l’avversario contro la gabbia (e non contro il centro dell’ottagono), gli rubava la mobilità dei fianchi.
Perché i fianchi sono il motore del BJJ. Senza fianchi che si muovono liberamente, non puoi:
Inarcare la schiena per creare spazio.
Ruotare per uscire da una posizione sfavorevole.
Incastrare una gamba per un triangolo.
Spazzare spingendo con il tallone.
Khabib lo sapeva. E sfruttava la gabbia come un terzo avversario contro il lottatore di BJJ. Non solo doveva combattere Khabib. Doveva combattere anche il muro.
E il muro, vince sempre.
Contro Khabib, Dos Anjos e Tavares non hanno mai avuto lo spazio per fare ciò che sanno fare. Erano bloccati. Compressi. Impotenti.
Una volta a terra (o spesso, "lungo la gabbia", in quella zona grigia tra lotta in piedi e controllo al suolo), Khabib faceva una cosa che faceva impazzire i puristi del BJJ: bloccava le gambe dell’avversario.
Non cercava di superare la guardia in modo tradizionale. Non tentava passaggi aggressivi che avrebbero dato all’avversario spazio per muoversi o tentare sottomissioni. Khabib, invece, avvolgeva le sue gambe intorno a quelle dell’avversario. Le ancorava al tappeto. Le immobilizzava.
Cosa significa?
Che la parte inferiore del corpo del lottatore di BJJ diventava un blocco unico. Non poteva più:
Sollevare il bacino per creare spazio.
Incastrare una gamba per un triangolo.
Usare le gambe per spingere via Khabib o per invertire la posizione.
Khabib, di fatto, smontava la guardia non superandola, ma neutralizzandone il meccanismo. Le gambe, che nel BJJ sono armi attive (triangoli, ganci, spinte), diventavano pesi morti.
E un lottatore di BJJ con le gambe bloccate è come un pugile con i polsi legati. Può ancora provare a fare qualcosa. Ma non funzionerà.
Poi c’era la sua tecnica di controllo del polso. Chiamiamola la "Khabib grip" o, come alcuni la chiamano, la "manetta del Daghestan".
Khabib bloccava il braccio dell’avversario. Lo intrappolava dietro la schiena. O lo inchiodava al pavimento. O lo teneva bloccato sotto il suo peso, in un angolo tale che non poteva essere estratto.
Cosa significa questo nel BJJ?
Significa che l’avversario perdeva uno dei suoi strumenti principali per difendersi:
Non poteva più creare la "frame" (la struttura ossea che impedisce all’avversario di schiacciarti).
Non poteva più combattere le mani di Khabib per evitare passaggi o sottomissioni.
Non poteva più proteggere il collo da uno strangolamento.
Khabib, con quella presa, spezzava la catena difensiva del BJJ. E senza difesa, il lottatore di BJJ diventava un sacco da boxe orizzontale.
Nel BJJ puro (sportivo), puoi essere paziente a terra. Puoi aspettare che l’avversario commetta un errore. Puoi aspettare che si stanchi. Puoi aspettare l’opportunità giusta per spazzare o sottomettere.
Nelle MMA, la pazienza non esiste se l’avversario ti sta martellando di colpi.
Khabib non si limitava a controllare. Puniva. Ogni secondo in cui l’avversario restava a terra, Khabib lo faceva pagare con gomitate, pugni, colpi alla testa e al corpo.
Thiago Tavares lo imparò sulla sua pelle. Nel loro incontro, Khabib non gli diede un secondo di respiro. Lo colpì ripetutamente, lo sfondò, lo costrinse a coprirsi il viso con le mani. E mentre Tavares si copriva la faccia, non poteva più usare le mani per:
Controllare la distanza.
Combattere le prese di Khabib.
Preparare sottomissioni.
Cercare di rimettersi in piedi.
Il ground and pound di Khabib non era solo "violenza gratuita". Era una strategia per paralizzare le braccia dell’avversario. Le braccia sono fondamentali nel BJJ: servono per difendere, attaccare, passare, spazzare. Khabib le rendeva inutilizzabili costringendo l’avversario a usarle solo per parare i colpi.
Contro Thiago Tavares, Khabib finì al primo round. Contro Rafael dos Anjos, che all’epoca era un fenomeno del BJJ (e poi diventò campione dei pesi leggeri UFC), Khabib diede una lezione di controllo per tre round interi.
Dos Anjos aveva un BJJ di livello mondiale. Sapeva tutto. Sapeva spazzare. Sapeva sottomettere. Sapeva invertire.
Non fece nulla.
Perché Khabib non gli diede mai lo spazio per farlo. Ogni volta che il match andava a terra, Khabib era già in controllo, già bloccava le gambe, già teneva il braccio, già martellava.
Dos Anjos passò tre round a subire. Non a combattere. A subire. La sua guardia, che aveva distrutto avversari in precedenza, diventò una prigione. Le sue spazzate, precise e potenti, non attecchirono mai. Le sue sottomissioni, rapide e letali, non furono nemmeno tentate.
Perché? Perché Khabib aveva già vinto la partita prima che iniziasse. Aveva cambiato le condizioni. Aveva reso impossibile l’applicazione del BJJ.
La grandezza di Khabib non fu solo fisica. Fu tattica. Fu concettuale.
Mentre altri lottatori cercavano di "battere i lottatori di BJJ nel BJJ" o di "evitare la guardia", Khabib fece una cosa molto più radicale: eliminò i presupposti del BJJ.
Il BJJ richiede
spazio. Khabib toglieva spazio.
Il BJJ richiede mobilità dei
fianchi. Khabib bloccava i fianchi.
Il BJJ richiede braccia
libere. Khabib le immobilizzava.
Il BJJ richiede tempo e
pazienza. Khabib le distruggeva con i colpi.
Non c’era "antidoto" a Khabib nel BJJ. Non c’era una tecnica segreta che i suoi avversari non avevano provato. C’era solo un muro. Un muro che avanzava, premeva, spingeva, colpiva. E dietro quel muro, il BJJ moriva.
Oggi, molti analisti dicono: "Khabib non era imbattibile. Qualcuno, prima o poi, lo avrebbe fermato."
Forse. Ma non certo in piedi (boxe mediocre). E non certo a terra (BJJ non applicabile). L'unico modo era tenerlo lontano, colpirlo prima che attaccasse, e sperare.
Ma la gabbia era il suo alleato. Il suo Sambo era la sua arma. E la sua intelligenza tattica era la sua spada.
Khabib non ha solo vinto contro i lottatori di BJJ. Li ha umiliati. Non nel senso di mancare di rispetto. Nel senso di renderli impotenti. Di togliere loro ciò che sapevano fare meglio.
E quando un lottatore di BJJ di alto livello non può usare il suo BJJ...
Non è più un lottatore di livello.
È solo un uomo che aspetta che la gabbia lo divori.
Khabib, il boia della gabbia, lo sapeva. E noi, ancora oggi, lo guardiamo con un misto di terrore e ammirazione.