Il profumo dell'incenso si mescola
all'odore del ferro del sangue. Il ring, illuminato da luci al neon
che attirano gli insetti come la violenza attira gli uomini, non è
un quadrato sacro. È un palcoscenico di miseria.
E gli attori, spesso, hanno ancora
il latte sui denti. Benvenuti nel cuore di tenebra del Muay Thai,
dove l'arte marziale si trasforma in una catena di montaggio della
sofferenza, alimentata da scommesse illegali e sorretta da un racket
spietato.
Non chiamateli campioni in erba. Sono
strumenti viventi.
Bambini di 7, 8, 10 anni, corpi
minuscoli e muscolosi per via di allenamenti disumani, occhi che
hanno già dimenticato la luce dell'infanzia. Vengono dalle regioni
più povere della Thailandia, dall'Isaan rurale, dalle baraccopoli.
Per le loro famiglie, non sono figli: sono fondi pensione,
bilancieri per sollevare un'intera famiglia dalla palude del debito.
Un bambino che combatte può guadagnare in una notte quello che un
genitore raccoglie nel risaio in un mese. È un calcolo brutale,
dettato dalla fame, che trasforma l'affetto in contabilità sporca di
sudore e lividi.
Questi bambini non giocano. Combattono
per adulti che scommettono sul loro dolore. Il loro peso, la loro
statura, la loro apparente fragilità sono variabili calibrate per le
quote delle scommesse clandestine. Un match tra due piccoli pesi
mosca di 9 anni può muovere somme di denaro che potrebbero comprare
l'intero villaggio da cui provengono. Ogni calcio allo stomaco, ogni
gomitata che apre un sopracciglio, ogni ginocchiata al fegato che fa
piegare il corpicino in due è accompagnata da un urlo di incitamento
non sportivo, ma economico.
Sono fantini in una corsa di
cavalli dove i cavalli si distruggono a vicenda a calci.
Dietro ogni bambino-lottatore c'è un
sistema. Spesso, c'è un allenatore-padrone.
L'uomo che lo prende a vivere
nella sua palestra-prigione, che ne diventa il tutore legale, che lo
nutre (poco), lo allena (troppo) e ne intasca la quasi totalità dei
guadagni. È una forma moderna di servitù. Il debito del ragazzo per
vitto, alloggio e allenamento viene costantemente aggiornato,
rendendo la sua libertà un miraggio. Impara a obbedire, a non
lamentarsi, a combattere anche con la febbre o con una mano rotta.
Perché il "campo", il circolo di scommesse, si aspetta lo
spettacolo.
E qui entrano in gioco i veri padroni:
la mafia delle scommesse. Non sono semplici scommettitori
appassionati. Sono cartelli organizzati, spesso collegati a gang
criminali più ampie (yakuza, triadi cinesi, o la malavita
thailandese stessa) che controllano il gioco d'azzardo illegale, la
prostituzione e il traffico di droga. Il Muay Thai dei bambini e dei
combattimenti minori è un
perfetto veicolo per riciclare
denaro
e generare profitti stellari,
lontano dai riflettori dei grandi stadi televisivi.
I meccanismi sono cinici:
La Fissazione delle Quote:
I boss delle scommesse hanno
insider nelle palestre. Conoscono le condizioni fisiche dei bambini,
se hanno un infortunio nascosto, se sono demotivati o spaventati.
Manipolano le quote per massimizzare il guadagno, a volte
corrompendo gli stessi allenatori o persino i giovani fighter per
ottenere un "throw", una combattimento perso apposta.
Il Debito e la Coercizione:
Se una famiglia o un allenatore
sono indebitati con questi prestiti-shark, il bambino diventa merce
di scambio. Deve combattere quando e dove gli viene detto, e spesso
deve perdere o vincere in base agli ordini. Un rifiuto può
significare minacce violente alla famiglia o al ragazzo stesso.
Il Controllo del Territorio:
Le arene locali, specialmente
quelle non registrate, sono protette e gestite da queste reti
criminali. Pagano la polizia per chiudere un occhio, intimidiscono i
giornalisti locali, silenziano le proteste. L'intero evento è un
ecosistema criminale.
Le conseguenze su questi bambini sono
una doppia condanna. Quella fisica è atroce:
traumi cranici ripetuti
in un cervello in sviluppo, che
portano a deficit cognitivi precoci, tremori, depressione;
arti e giunture devastati
da colpi portati con forza adulta
su strutture ancora cartilagineose;
crescita stentata
per lo sforzo estremo e i regimi
alimentari ferrei.
Ma quella psicologica è ancora più
cupa. Vengono plasmati per disattivare l'empatia, per vedere
l'avversario (spesso un altro bambino nella stessa situazione) come
un ostacolo da annientare. La loro infanzia è un
catalogo di dolore da
infliggere e da subire.
Imparano che il loro valore è
legato alla capacità di distruggere e resistere alla distruzione.
Quando le luci del ring si spengono, restano nel buio, spesso
analfabeti, senza istruzione, con un corpo già logoro a 15 anni e
un'anima svuotata. Sono dei fantasmi
di un sogno di gloria che non è
mai stato loro, ma di un business sporco che li ha consumati.
Il lato oscuro del Muay Thai non è un
sottoprodotto accidentale. È un
sistema economico-parassitario
che attecchisce sulla povertà e
prospera grazie alla criminalità organizzata. Utilizza il manto
della tradizione e del rispetto per celare lo sfruttamento più
bieco. Ogni applauso in un'arena secondaria, ogni banconota che
cambia mano su una scommessa illegale su un match di bambini, è
complicità.
Quel ring è un microcosmo di un mondo
spietato: in un angolo, un bambino che combatte per la sopravvivenza
della sua famiglia. Dall'altro, un bambino che combatte per la
stessa, identica, ragione disperata. E tutt'attorno, adulti ben
vestiti, con cellulari d'oro e portafogli gonfi, che scommettono
sulla loro lenta demolizione, protetti dall'ombra lunga della mafia e
dall'indifferenza di chi preferisce vedere solo la danza, e non il
macello.
Proseguire su questa strada significa
addentrarsi in una ragnatela dove il filo della tradizione si
intreccia, inestricabilmente, con quello dello sfruttamento. Perché
il sistema non sopravvivrebbe senza un patto oscuro di
silenzio e complicità che coinvolge tutti, dalle più
alte istituzioni sportive ai villaggi sperduti.
La Federazione Thailandese di Muay Thai
promuove l'immagine patinata dell'arte nazionale. Organizza gare
reali, campionati, seleziona atleti per le Olimpiadi. Ma cosa fa per
quel bambino di 40 chili che combatte in un anfiteatro di provincia
per 500 baht? Praticamente nulla. Esiste un
vuoto normativo abissale. L'età minima per combattere in incontri
professionistici registrati è una barzelletta, facilmente aggirabile
con documenti falsi o con la semplice omissione. I controlli medici
sono una parodia: un dottore che batte le ginocchia con un
martelletto di gomma prima di un match non può vedere i micro-traumi
cerebrali o la paura negli occhi di un dodicenne.
Persino il sacro Wai Kru,
la danza rituale pre-combattimento che onora maestri, divinità e
famiglia, viene svuotato di significato. Per molti di questi bambini,
è diventato un meccanismo di sottomissione psicologica.
Li costringe a inchinarsi a un sistema che li sta per sbranare, a
ringraziare l'allenatore-padrone, a mostrare gratitudine verso un
pubblico che aspetta solo il loro sangue. È una coreografia della
dissonanza cognitiva più brutale: onorare la tradizione mentre si
viene immolati sull'altare del profitto.
Seguiamo un giorno tipo. Sveglia alle 5
del mattino. Corsa con sacchi di sabbia sulle spalle. Colpire il
sacco fino a quando le nocche sono talmente gonfie da non poter
chiudere il pugno. Pasti calibrati al grammo: riso bianco, un po' di
proteina, niente dolci, niente giochi. Il pomeriggio è dedicato allo
sparring, dove ricevere colpi è parte dell'addestramento. Nessun
riguardo. "Devi abituarti al dolore", gli dicono. È una
desensibilizzazione sistematica.
La sera, viene caricato su un furgone
insieme ad altri ragazzi. Viene massaggiato con olio balsamico al
mentolo che brucia sulla pelle, per dare l'illusione del calore e
nascondere gli infortuni. Gli danno una pasticca per il mal di testa
e un energizzante. Sul ring, i suoi movimenti sono quelli di un
automa. La paura è talmente grande da essere muta. Quando il gomito
dell'avversario, più grosso di lui, gli squarcia il sopracciglio, il
dolore è un lampo bianco. Poi, solo un caldo rivolo che gli offusca
la vista. L'allenatore urla da bordo ring. Non urla "stai
attento!". Urla "vai a prendere il suo altro
occhio!".
Dopo il match, vinto o perso, non c'è
consolazione. Se ha vinto, gli daranno un pezzo di pollo in più
nella ciotola di riso. Se ha perso, forse una ramanzina, forse una
punizione fisica. Le ferite vengono cucite senza anestesia locale.
"Sei un guerriero, i guerrieri non piangono". Piange, ma
dentro, e quelle lacrime non uscite diventeranno rancore, vuoto, o
rassegnazione.
Non tutto è ombra. Esistono
organizzazioni, spesso fondate da ex-lottatori devastati nel corpo ma
non nello spirito, che tentano di offrire una via d'uscita.
Palestre-rifugio dove l'allenamento è
bilanciato con lo studio, dove si insegna a leggere e scrivere, dove
si tiene un conto trasparente dei guadagni per il ragazzo e la sua
famiglia. Sono fari di speranza in un oceano di sfruttamento, ma sono
costantemente minacciati. Gli allenatori-padrone li accusano di
"rubare" i loro investimenti. Gli usurai e gli
scommettitori vedono un pericolo per il loro business. Spesso operano
in condizioni di precarietà estrema, sotto la costante minaccia di
ritorsioni.
Ed è qui che risiede il paradosso più
straziante. Molti di questi bambini, nonostante tutto, amano
il Muay Thai. Amano la sensazione di padronanza del
proprio corpo, il rispetto formale della disciplina, il sogno
distorto di un riscatto. È un'amore avvelenato, coltivato in un
terreno di abuso. Il sistema criminale sfrutta proprio questo amore,
questa dedizione, per legarli ancora più strettamente alla loro
prigionia. Diventa uno strumento di controllo potentissimo: "Se
vuoi davvero bene all'arte, sopporta. Combatti. Questo è il tuo
destino."
Guardare a questo lato oscuro è come
guardare in uno specchio distorto che riflette le nostre ipocrisie.
Noi occidentali paghiamo per vedere i grandi campioni negli stadi di
Bangkok e Las Vegas, glorifichiamo la loro ferocia, senza chiederci
quale prezzo è stato pagato nella base della piramide per forgiare
quell'atleta. Consumiamo un'immagine romantica e violenta
dell'Oriente, disinteressandoci completamente dell'inferno che la
produce.
Il Muay Thai dei bambini e della mafia
non è un'anomalia thailandese. È l'espressione più cruda di una
verità universale: dove c'è povertà estrema, desiderio
di evasione e grandi somme di denaro in gioco, l'essere umano verrà
trasformato in merce. Quel ring è un mercato delle
carni giovanili, un tempio dove si sacrifica l'infanzia sull'altare
del debito e dell'avidità. Fino a quando il mondo preferirà
applaudire la danza e ignorare il macello, il gong continuerà a
suonare per chiamare a raccolta nuovi, piccoli fantasmi.