Colpire un samurai protetto da un'armatura con un pugno a mani nude poteva significare ferirsi senza infliggere danni significativi all'avversario. È una delle realtà che aiutano a comprendere la logica del combattimento giapponese tradizionale: quando i colpi non sono sufficienti a neutralizzare un avversario protetto, diventa essenziale controllarne l'equilibrio, sfruttare le aperture e portare lo scontro in una posizione nella quale leve, proiezioni e immobilizzazioni risultino più efficaci. Da questo contesto storico si svilupparono diversi sistemi di jūjutsu, nei quali le tecniche di percussione potevano affiancare la lotta, senza necessariamente rappresentarne il fulcro. Il principio sopravvive, con interpretazioni differenti, in alcune discipline moderne: colpire non sempre significa cercare il knockout; a volte significa creare le condizioni per afferrare, sbilanciare e controllare.
La distinzione fondamentale è fra un'arte marziale che combina percussioni e grappling e una disciplina nella quale le prime sono subordinate al secondo. Nella boxe, nella kickboxing e nella Muay Thai, l'obiettivo primario è costruire un sistema efficace di attacchi e difese basato sui colpi, anche quando il clinch assume un'importanza considerevole. Nelle discipline orientate alla lotta, invece, pugni e calci possono essere utilizzati per interrompere il ritmo dell'avversario, provocare una reazione difensiva, compromettere l'equilibrio o facilitare l'ingresso nel corpo a corpo. La differenza non consiste necessariamente nel numero dei colpi disponibili, ma nella funzione che questi assumono all'interno della strategia complessiva.
Il jūjutsu giapponese tradizionale, spesso indicato con il termine koryū jūjutsu, comprende numerose scuole storiche, sviluppatesi in epoche e contesti differenti. Non esiste un unico repertorio universale condiviso da tutte. Alcune tradizioni includono gli atemi-waza, ossia tecniche di percussione dirette a punti vulnerabili, insieme a proiezioni, controlli articolari, immobilizzazioni e metodi di difesa contro avversari armati. In un sistema di questo genere, il colpo può servire a interrompere un'azione, provocare un movimento involontario o creare un istante favorevole per applicare una tecnica di controllo. Non è necessario che produca un knockout: può essere sufficiente alterare temporaneamente la postura o la capacità dell'avversario di reagire.
Sarebbe però riduttivo descrivere il jūjutsu antico come una disciplina nella quale i colpi esistono esclusivamente per preparare leve articolari. Le scuole differiscono profondamente e le loro tecniche erano legate a condizioni di combattimento che potevano comprendere armi, armature, abiti e superfici differenti. Anche l'idea secondo cui le arti marziali giapponesi sarebbero nate soltanto perché i pugni erano inefficaci contro i samurai corazzati semplifica una storia molto più complessa. Il jūjutsu non fu il risultato di un'unica invenzione, ma di tradizioni diverse, sviluppate per affrontare molteplici situazioni. La sua caratteristica interessante, ai fini di questo confronto, è piuttosto l'integrazione fra percussione, squilibrio e controllo del corpo.
Il sambo da combattimento rappresenta una soluzione moderna e molto più esplicita alla stessa esigenza funzionale. Il sambo si sviluppò nell'Unione Sovietica nel corso del Novecento, attingendo a diverse tradizioni di lotta e di combattimento, tra cui il judo e sistemi di lotta locali. La variante sportiva privilegia proiezioni, controllo e determinate sottomissioni, mentre il combat sambo integra anche tecniche di percussione. A seconda del regolamento applicato, possono essere consentiti pugni, calci, ginocchiate e gomitate, con restrizioni specifiche sulle tecniche ammesse e sulle zone bersagliabili.
In questo contesto, il combattente deve saper gestire due problemi simultaneamente: la minaccia dei colpi e quella della lotta. Le percussioni possono contribuire a interrompere l'azione dell'avversario o a condizionare le sue reazioni, mentre le prese e le proiezioni permettono di trasformare una situazione in piedi in un confronto nel quale il controllo fisico assume un peso determinante. Tuttavia, non tutti i praticanti di combat sambo utilizzano i colpi soltanto come strumenti per arrivare a terra. Un atleta può vincere attraverso le percussioni, così come può costruire l'intero combattimento attorno alle proiezioni e alle sottomissioni. È il regolamento, insieme alle caratteristiche individuali del combattente, a influenzare le priorità tattiche.
Il vale tudo brasiliano offre un'altra prospettiva. Più che una singola arte marziale, il termine indica una famiglia di incontri a regolamento storicamente permissivo, sviluppatisi in Brasile e divenuti importanti anche per la diffusione del combattimento a mani nude tra praticanti di discipline differenti. In questi confronti, il jiu-jitsu brasiliano dimostrò quanto potessero essere decisive le tecniche di controllo a terra, le transizioni posizionali e le sottomissioni contro avversari provenienti da sistemi differenti. Ma il contesto del vale tudo non può essere ridotto a una strategia nella quale i pugni servono soltanto a raggiungere il suolo: le percussioni potevano essere decisive anche da sole, mentre il grappling consentiva di controllare l'avversario e cercare una conclusione del confronto.
È importante distinguere questa storia dal regolamento del jiu-jitsu brasiliano sportivo contemporaneo, nel quale i colpi sono generalmente vietati. Il BJJ competitivo si concentra su proiezioni, passaggi di guardia, posizioni dominanti, immobilizzazioni e sottomissioni. L'assenza di percussioni permette di sviluppare in profondità un sistema specialistico di lotta a terra, ma crea anche una differenza sostanziale rispetto a un combattimento nel quale l'avversario può colpire. Alcune posizioni e strategie che risultano efficaci in gara possono comportare rischi maggiori quando si introducono pugni e calci. Il BJJ, quindi, è un riferimento essenziale per capire il grappling, ma non soddisfa da solo il requisito di una disciplina che consenta anche le percussioni.
Lo Shooto, fondato in Giappone da Satoru Sayama nel 1985, rappresenta un ulteriore passaggio verso l'integrazione moderna delle diverse distanze di combattimento. Nato dall'ambiente dello shoot wrestling e sviluppatosi nel tempo come sistema competitivo, combina tecniche di percussione, lotta in piedi, proiezioni e sottomissioni. Le regole sono cambiate nel corso della sua storia e possono variare a seconda della categoria e della competizione: non sarebbe corretto attribuire a ogni forma di Shooto un unico insieme immutabile di tecniche consentite.
La sua importanza risiede soprattutto nella necessità di passare continuamente da una modalità di combattimento all'altra. Il praticante deve poter colpire, difendersi dai colpi, gestire le prese, contrastare i tentativi di proiezione e riconoscere le opportunità per controllare l'avversario a terra. In una disciplina del genere, il grappling non è un'aggiunta separata alla parte di percussione: entrambe le componenti devono convivere all'interno della stessa prestazione. Un combattente che sappia colpire ma non difendere un atterramento presenta una lacuna; lo stesso vale per un lottatore eccellente che non sappia affrontare efficacemente la distanza dei pugni e dei calci.
Il confronto con le arti marziali miste contemporanee chiarisce ulteriormente la questione. Le MMA non costituiscono una singola tradizione storica, ma un contesto competitivo nel quale tecniche provenienti da boxe, Muay Thai, wrestling, judo, jiu-jitsu brasiliano e altre discipline vengono integrate in funzione del regolamento. Alcuni atleti privilegiano la lotta e le sottomissioni, altri la percussione, altri ancora costruiscono il proprio vantaggio alternando le due componenti. La capacità di minacciare con i colpi può indurre l'avversario a proteggersi, modificare la guardia o reagire in modo prevedibile; la lotta può, a sua volta, costringere l'avversario a concentrare le proprie risorse sulla difesa dalle proiezioni, aprendo possibilità per le percussioni. La relazione è bidirezionale: non soltanto si colpisce per lottare, ma si lotta anche per rendere più efficaci i colpi.
Questo punto è essenziale perché mette in discussione l'idea che una disciplina possa essere giudicata soltanto contando quante tecniche possiede. Un repertorio ampio non garantisce automaticamente efficacia. Contano la qualità dell'allenamento, la capacità di applicare le tecniche contro una resistenza reale, la gestione della distanza, il condizionamento fisico e la possibilità di passare da una fase all'altra senza perdere equilibrio o controllo. Un sistema che insegna pugni, calci e leve soltanto attraverso sequenze prestabilite può offrire una conoscenza teorica delle tecniche senza sviluppare la stessa capacità di utilizzarle contro un avversario imprevedibile. Al contrario, una disciplina con un repertorio più ristretto, ma verificato attraverso il confronto progressivo e realistico, può sviluppare competenze più solide.
Bisogna infine ricordare che la lotta a terra non è una garanzia universale di superiorità. In una competizione regolamentata, portare l'avversario al suolo può consentire di ottenere una posizione dominante e concludere l'incontro. In un contesto senza regole sportive, però, entrano in gioco fattori ulteriori: la presenza di altre persone, le superfici, gli ostacoli, le armi e la difficoltà di mantenere il controllo dell'ambiente mentre si è impegnati a terra. La capacità di lottare resta preziosa, ma deve essere integrata con la consapevolezza situazionale e con la capacità di evitare un confronto quando possibile. Nessuna arte marziale elimina l'incertezza di uno scontro reale.
La risposta alla domanda iniziale è quindi sì: esistono sistemi nei quali la lotta costituisce la componente dominante pur consentendo anche le percussioni. Il jūjutsu tradizionale mostra come colpi e controllo possano essere integrati in una tradizione storica; il combat sambo e lo Shooto offrono esempi moderni di sistemi nei quali striking e grappling convivono nel regolamento; le MMA rappresentano il laboratorio competitivo più evidente di questa integrazione. Il punto non è scegliere fra colpire e lottare come se fossero strategie incompatibili. È comprendere che, in un combattimento completo, ogni tecnica acquista valore in relazione alle altre: un pugno può creare un'apertura, una presa può neutralizzare un attacco e una proiezione può trasformare radicalmente il confronto. La vera specializzazione non consiste nell'ignorare una distanza, ma nel sapere come attraversarla.
Cesio Endrizzi