Il parallelo con Dempsey, il "Manassa Mauler", è forse il più immediato. Campione del mondo tra il 1919 e il 1926, Jack era un picchiatore delle miniere del Colorado che aveva imparato a lottare per sopravvivere nei saloon e nei campi minerari, dove spesso era l'unico uomo bianco in mezzo a una folla di minatori messicani e nativi. I suoi pugni, carichi di un peso che andava oltre la forza fisica, erano proiettili sporchi di rabbia sociale. Come Tyson, Dempsey non arretrava mai; schivava di lato, si abbassava, riemergeva da angolazioni impossibili e colpiva il mento o il fegato con una ferocia che i puristi della boxe definivano "scorretta". E come Tyson, Jack ebbe il suo momento di catarsi pubblica – la demolizione di Jess Willard in tre round, con tanto di frattura della mandibola e denti sparsi sul ring – che lo consacrò come l'incarnazione della violenza proletaria in un'epoca di ruggenti ruggenti anni Venti.
Sonny Liston, il "Big Bear", portò questa furia a un livello successivo. Nato in una piantagione di cotone dell'Arkansas, figlio di un mezzadro che lo picchiava regolarmente, Liston imparò a usare i pugni nelle risse da carcere prima ancora di imparare a metterli nei guantoni. Per anni fu il pugile più temuto e anche il più evitato: la sua potenza era tale che i manager degli altri pesi massimi preferivano perdere soldi piuttosto che mandare i loro ragazzi a farsi maciullare da lui . Quando finalmente Floyd Patterson accettò l'incontro nel 1962, Liston lo distrusse in due round, con un gancio sinistro che rimase negli annali come uno dei colpi più crudeli mai visti. Liston non si limitava a vincere, umiliava. Faceva sentire l'avversario come una preda. E in questo, il parallelo con Tyson è evidente: entrambi incutevano terrore prima ancora di salire sul ring, e quell'aura li rendeva praticamente imbattibili fino a quando non incontravano qualcuno che non aveva paura (Ali per Liston, Douglas per Tyson).
Le differenze, certo, esistono. Liston era un uomo profondamente tormentato, legato alla malavita e alla mafia, e la sua fine – morto in circostanze mai chiarite, forse per overdose, forse per omicidio – getta un'ombra diversa sulla sua carriera. Dempsey, da parte sua, seppe ritirarsi in tempo e diventare un'icona nazionale, un ruolo che Tyson non ha mai cercato né desiderato. Ma il nocciolo della questione, quello che Tyson intendeva quando si paragonava a loro, non riguarda la biografia: riguarda lo stile, l'atteggiamento, la filosofia del combattimento. Tutti e tre consideravano il pugilato una guerra, non uno sport. Tutti e tre erano atleti di una potenza esplosiva che sembrava sproporzionata rispetto alla loro statura (Dempsey era alto 1,85 m ma combatteva come un pitbull; Liston era imponente ma agile; Tyson era basso per la categoria ma riusciva a infilarsi sotto la guardia avversaria). E tutti e tre avevano perfezionato una tecnica di pressione costante, di ricerca del colpo secco e definitivo, che rifiutava la tattica attendista dei grandi pesi massimi "classici" come Joe Louis o Rocky Marciano.
Jack Johnson, menzionato nel testo originale, sarebbe potuto entrare in questa galassia per il coraggio e la tecnica, ma era un'altra razza: preferiva la difesa all'attacco, la velocità alla potenza bruta, e la sua personalità da dandy ante-litteram lo rendeva più vicino a Muhammad Ali che ai tre guerrieri oscuri qui descritti. Joe Frazier, invece, potrebbe essere considerato il quarto fratello bastardo della famiglia: proveniva dalla povertà estrema, lavorava come macellaio, e il suo stile aggressivo e implacabile – quello stile che costrinse Ali a un'incredibile resistenza nel "Thrilla in Manila" – lo avvicina molto al trio . Ma Frazier, a differenza di Tyson, Liston e Dempsey, aveva una moralità più tradizionale e un rapporto con il pubblico meno problematico.
Nel complesso, la tesi di Tyson regge. Certamente, la "pasta" era la stessa: un impasto di fame, rabbia, disciplina ferrea e un atletismo non comune modellato da allenatori che sapevano come incanalare quelle emozioni distruttive in combinazioni letali. Se poi il prodotto finale – la torta – abbia lo stesso sapore, è questione di gusti. Quello che nessuno può negare è che quando Tyson entrava sul ring, portava con sé l'ombra di Liston e Dempsey, e l'odore del sangue dei saloon e delle prigioni. Forse non era "meglio" di loro. Ma era certamente dello stesso metallo. E quel metallo, nell'era dei pesi massimi tecnologici e dei contratti miliardari, si è perso per sempre.
Cesio Endrizzi