Quando si parla di Bruce Lee, il pensiero corre subito a Ip Man. Il leggendario maestro di Wing Chun che plasmò il ragazzo ribelle di Hong Kong e gli insegnò le basi dell’arte che avrebbe poi rivoluzionato.
Ma fermarsi a Ip Man significa conoscere solo metà della storia. Forse meno.
Bruce Lee non fu il prodotto di un solo uomo. Fu un’ossessione ambulante che assorbì conoscenza da chiunque potesse insegnargli qualcosa di utile. E lo fece con una fame che pochi hanno mai eguagliato.
Ecco chi erano gli altri maestri, gli insegnanti, i partner di scambio che contribuirono a forgiare il drago.
La versione ufficiale dice: Bruce Lee imparò il Wing Chun da Ip Man. La versione reale è più sfumata.
Ip Man, negli anni in cui Bruce studiò a Hong Kong, era già avanti con gli anni e spesso delegava l’insegnamento pratico ai suoi allievi più esperti. Il principale di questi era Wong Shun Leung, un maestro leggendario noto per aver partecipato a decine di beihsao (combattimenti a porte chiuse) per testare l’efficacia del Wing Chun contro altri stili.
Molti storici ritengono che Wong Shun Leung abbia avuto un’influenza maggiore sulla formazione marziale di Bruce Lee dello stesso Ip Man, almeno per quanto riguarda la fase di apprendimento attivo. Quando Bruce Lee lasciò Hong Kong per gli Stati Uniti, portò con sé non solo le forme del Wing Chun, ma l’approccio pratico e senza fronzoli di Wong.
Cheung, in seguito, sviluppò una propria versione del Wing Chun (il “Wing Chun tradizionale”), diversa in alcuni dettagli da quella di Bruce Lee. Ma negli anni giovanili, i due condivisero lo stesso dojo, le stesse frustrazioni, la stessa passione.
Non fu un “maestro” nel senso stretto, ma certamente un compagno di studi che influenzò la comprensione del Wing Chun da parte di Bruce.
Quando Bruce Lee arrivò in America, incontrò Dan Inosanto in un torneo di karate a Long Beach. Era il 1964. Dan, all’epoca, era già un esperto di arti marziali filippine: Kali, Escrima, Arnis. Conosceva il tabak-toyok – il bastone corto che diventerà famoso come “nunchaku” nei film di Bruce.
Ma Inosanto non si è mai definito il “maestro” di Bruce Lee. Preferiva il termine “compagno di scambio” o “fratello d’armi”. Perché il rapporto era reciproco: mentre Inosanto insegnava a Bruce le tecniche di bastone e coltello, Bruce insegnava a Dan il suo modo di intendere il combattimento, la filosofia del Jeet Kune Do, la fusione di stili.
Fu una partnership. Non una discepolato. Ma senza Inosanto, è probabile che Bruce Lee non avrebbe mai integrato le armi filippine nel suo repertorio cinematografico e pratico.
Bruce Lee sapeva che il suo sistema aveva una lacuna: il combattimento a terra. E chi meglio di Gene LeBell, leggenda del catch wrestling e del judo (e stuntman di Hollywood), poteva colmarla?
I due si incontrarono sul set di una serie televisiva. Gene, curioso, sfidò Bruce a una lotta informale. Bruce lo colpì, ma Gene lo sollevò, lo portò a terra, e gli dimostrò che il grappling era un’altra dimensione.
Bruce non si offese. Imparò.
Gene LeBell insegnò a Bruce alcune basi di controllo a terra, leve e difese da takedown. Non divenne mai un “lottatore” completo, ma acquisì abbastanza conoscenza per capire come evitare di finire in posizioni svantaggiate.
L’influenza di LeBell fu più concettuale che tecnica: Bruce comprese che il combattimento non finiva in piedi, e che doveva prepararsi a liberarsi velocemente se portato al suolo.
Circola una storia secondo cui Bruce Lee si sarebbe allenato con Leo Fong, un pugile e artista marziale cino-americano. Alcuni sostengono che Leo Fong abbia insegnato a Bruce la boxe occidentale.
Non ho ancora trovato prove definitive di questa collaborazione. Certamente Bruce Lee studiò la boxe da autodidatta, analizzando filmati di campioni come Sugar Ray Robinson e Muhammad Ali. Ma se abbia ricevuto lezioni dirette da Fong, non è storicamente accertato.
Quello che è certo è che Bruce Lee incorporò nel Jeet Kune Do elementi di boxe: il jab, il diretto, il movimento della testa, il gioco di gambe. Che queste tecniche gli siano state insegnate da Fong o meno, fa parte del suo approccio: “assorbi ciò che è utile”. E la boxe era utile.
Bruce avrebbe voluto imparare i calci e le tecniche di gamba del Choy Li Fut, che mancavano nel Wing Chun (più concentrato sui pugni e sul corpo a corpo). In cambio, insegnò il cha-cha.
La storia è suggestiva, ma non verificabile con certezza. Tuttavia, è noto che Bruce Lee avesse una biblioteca di manuali di arti marziali e studiasse qualsiasi stile gli capitasse a tiro. Anche se non ebbe un “maestro” formale di Choy Li Fut, è probabile che abbia assorbito da quella tradizione alcuni principi di calcio e movimento.
Un dato interessante: i migliori combattenti dell’epoca – Joe Lewis, Chuck Norris, Louis Delgado, Mike Stone – non furono “maestri” di Bruce Lee. Furono allievi. Andavano da lui per imparare la sua filosofia, la sua velocità, la sua concezione del combattimento.
Questo dimostra che, anche se Bruce Lee non aveva un lignaggio formale in molte discipline (boxe, lotta, arti filippine), il suo livello era talmente alto che i campioni lo cercavano. Non era lui a cercare loro.
Questo non significa che Bruce fosse “completo” come un atleta moderno di MMA. Significa che, nel suo contesto e per la sua epoca, rappresentava l’apice dell’innovazione marziale.
Alla fine, la domanda “Bruce Lee ebbe altri maestri oltre a Ip Man?” ha una risposta complessa.
Sì, ebbe insegnanti formali come Wong Shun Leung e Dan Inosanto.
Sì, imparò da esperti come Gene LeBell (grappling) e forse Leo Fong (boxe).
Sì, studiò da autodidatta decine di manuali e filmati.
Ma la sua grandezza fu quella di non essere mai “solo” un allievo: assimilava, sintetizzava, creava.
Bruce Lee non cercava “maestri” da venerare. Cercava strumenti da usare. Se qualcuno aveva una tecnica utile, Bruce la imparava, la testava, e se funzionava, la integrava nel suo sistema.
Per questo, forse, il suo più grande maestro fu se stesso: la sua curiosità insaziabile, la sua etica del lavoro, la sua capacità di trasformare ogni conoscenza in qualcosa di nuovo.
E questo, più di qualsiasi lignaggio, è ciò che lo rende ancora oggi un’icona. Non perché abbia avuto molti maestri. Ma perché, alla fine, è diventato maestro di tutti loro.