Dietro il sorriso scintillante e la poesia, si celava un tattico spietato che trasformò il ring in un teatro della crudeltà. Un'analisi del metodo calcolato con cui Clay/Ali demoralizzava, umiliava e annientava psicologicamente i nemici, rivelando il genio brutale alla base della leggenda.
Muhammad Ali viene ricordato come un faro di luce: il campione carismatico, il poeta dello swing, il principe della pace che sfidò il potere per i suoi principi. La sua narrazione pubblica è intrisa di eroismo e splendore. Ma ogni luce accecante proietta un'ombra profonda. E nell'ombra di Ali operava un'artista di un'arte più sinistra: l'architetto dello smantellamento psicologico, un predatore che studiava e sfruttava le paure e le insicurezze dei suoi avversari con la precisione di un chirurgo e la freddezza di uno stratega.
Questo non era semplice "trash
talk". Era una campagna bellica totale
combattuta sui giornali, nelle conferenze stampa e, in modo più
insidioso, tra le corde del ring. L'obiettivo non era solo
intrattenere o vantarsi. Era corrodere dall'interno la
volontà di combattere dell'avversario, riducendo
campioni temuti a uomini confusi, insicuri e, soprattutto,
arrabbiati.
Prendiamo i due casi più emblematici. Sonny
Liston, il "Brutto Orco" che terrorizzava la
divisione, fu trasformato da Ali in una figura patetica e pericolosa.
Ali lo dipinse non come un campione, ma come un bullo vecchio e
lento, un mostro da favola la cui aura di invincibilità era una
frode. L'episodio del "pugno fantasma" nel secondo incontro
è l'apoteosi di questa manipolazione: Ali, dopo un colpo di dubbia
potenza, ordina a Liston di alzarsi, gridando e gesticolando mentre
il mondo guardava un campione sconfitto non da un pugno, ma da
un'idea, da un'isteria indotta. Liston, smarrito e forse già
rassegnato, crollò più per il caos mentale che per il gancio
sinistro.
Con George Foreman a Kinshasa, la tattica fu diversa ma ugualmente devastante. Contro il più giovane, più potente e apparentemente distruttivo Foreman, Ali non provò a convincerlo di essere debole. Gli suggerì di essere stupido. Durante i clinch, mentre assorbiva i colpi più duri della sua carriera, Ali non ansimava in silenzio. Sussurrava, parlava, provocava: "È tutto quello che hai, George?", "Mi stai facendo il solletico, gigante!". Sminuiva la sua potenza, ridicolizzava i suoi sforzi, trasformando l'incontro da prova di forza in una lezione impartita da un maestro a uno scolaro irruento. Foreman ha ammesso che quelle parole, quel flusso costante di dileggio, lo demoralizzarono più dei pugni, scavando nella sua fiducia fino a farla crollare.
Ma è con Ernie Terrell
che il lato oscuro di Ali si manifesta in tutta la sua spietatezza
eticamente ambigua. Terrell si era rifiutato di chiamarlo "Muhammad
Ali", insistendo per usare "Cassius Clay". Per Ali,
ciò non era una semplice mancanza di rispetto; era un negare
la sua identità, la sua conversione, la sua rinascita.
L'incontro diventò un'istruttoria punitiva.
Per quindici round,
Ali, che avrebbe potuto concludere prima, scelse invece di infliggere
una punizione metodica. Con ogni jab, con ogni combinazione,
accompagnava i colpi con la domanda ossessiva: "Come
mi chiamo?! Dimmi il mio nome!". Il ring divenne
una camera di tortura psicologica. Terrell, accecato dal sangue e
umiliato pubblicamente, veniva picchiato non solo per perdere un
titolo, ma per essere costretto a riconoscere l'identità del suo
carnefice. Fu un atto di suprema crudeltà mascherato da giustizia
personale, che molti giornalisti e colleghi criticarono
aspramente.
La grandezza strategica di Ali stava nel capire che un
combattimento si vince nella mente prima che sul corpo. Un avversario
arrabbiato perde freddezza. Uno confuso perde tempismo. Uno umiliato
perde la volontà.
Contro Liston: Sfruttò la paura dell'ignoto, dell'anomalo. Trasformò la forza di Liston in goffaggine.
Contro Foreman: Sfruttò l'inesperienza e la frustrazione. Trasformò la potenza di Foreman in uno spreco di energie.
Contro Terrell (e altri come Floyd Patterson): Sfruttò orgoglio e principi morali, trasformandoli in trappole emotive.
Questo "lato oscuro" non sminuisce le sue imprese atletiche o il suo coraggio civile. Piuttosto, lo completa, presentandoci un uomo totale, complesso e profondamente competitivo. Ali non era solo un atleta fenomenale; era un gladiatore psicopatico nel contesto controllato del ring, un maestro nel trovare il punto debole nell'armatura mentale dell'avversario e nel colpire lì, ripetutamente, con parole prima che con i pugni.
Rivelare questa ombra non significa distruggere il mito. Significa renderlo umano. Ci ricorda che anche gli eroi più luminosi possiedono un istinto per l'oscurità. E nel caso di Muhammad Ali, quell'istinto, forgiato nel fuoco di una lotta razziale e personale per il rispetto, fu affinato fino a diventare un'arma tanto letale quanto il suo jab. Fu il prezzo della sua psicologia da campione, e il fattore che spesso trasformò le sue vittorie in vere e proprie annichilazioni. Il più grande non vinse solo combattendo. Vinceva, spesso, avendo già combattuto e vinto la guerra più importante molto prima di salire sul ring.