L'asfalto delle città moderne è un lusso. Ai tempi di John L. Sullivan, il ring era una fossa di terra battuta circondata da uomini che puzzavano di whisky e segatura, pronti a scommettere l'affitto dei figli su un uomo che potesse spezzare il cranio di un altro a mani nude. Se pensi che Sullivan fosse solo un bruto irlandese con i baffi a manubrio e un ego smisurato, non hai capito nulla della fisica del trauma. Sullivan non era un battitore; era un ingegnere della distruzione cinetica in un’epoca in cui la medicina chiamava ancora il Parkinson "tremore senile".
Il "Great John L." è stato il ponte tra il medioevo del London Prize Ring Rules — un mattatoio dove potevi proiettare l'avversario sulla nuca e soffocarlo nel fango — e la precisione chirurgica del pugilato moderno. Ma non farti ingannare dai guantoni: per Sullivan, il guanto era solo un modo per non rompersi le nocche troppo presto, permettendogli di colpire più forte, più a lungo e con più cattiveria.
Analizziamo il suo hardware. Sullivan non aveva il fisico longilineo dei moderni pesi massimi che sembrano modelli di fitness. Aveva la corporatura di un pilastro portante: gambe come tronchi di quercia, glutei massicci che fungevano da accumulatori di energia e avambracci che sembravano clave ricoperte di pelle.
In fisica, la potenza è data dalla massa per l'accelerazione. Sullivan aveva la massa, ma la sua vera genialità risiedeva nella capacità di trasferirla. I suoi piedi grandi non servivano solo per l'equilibrio; erano le basi stabili di una catena cinetica che iniziava dal suolo. Ogni volta che Sullivan lanciava quel destro leggendario, l'energia risaliva attraverso i suoi glutei monumentali (il motore primario di ogni vero colpo da KO), ruotava nel bacino e veniva proiettata con un’accelerazione angolare che si scaricava sul punto di giunzione tra la mandibola e l'osso temporale dell'avversario.
Quando colpiva "dove il mento incontra l'orecchio", non stava solo causando dolore. Stava colpendo il centro dell'equilibrio. Un impatto lì causa una rotazione violenta del cranio, che a sua volta induce una forza di taglio sul tronco encefalico. È la morte clinica della coordinazione motoria. Ecco perché i resoconti dicono che gli uomini "cadevano come morti". Non svenivano per il dolore; il loro sistema operativo veniva formattato da un impulso meccanico devastante.
Molti storici attribuiscono a Jack Dempsey l'invenzione dell'attacco selvaggio, il cosiddetto "Dempsey Roll". Ma Dempsey era un allievo spirituale di Sullivan. Il "blitzing" di Sullivan era una novità assoluta. Prima di lui, il pugilato era una questione di attesa, di schivata, di clinch estenuanti. Sullivan, invece, entrava nel ring con un solo obiettivo: l'annichilimento totale nel minor tempo possibile.
Il volume di pugni di Sullivan non era una raffica disordinata. Era una pressione costante che saturava le capacità difensive del nemico. Immagina di dover parare dieci colpi al secondo, ognuno dei quali ha il potenziale di spezzarti le costole o mandarti in coma. Il cervello umano può processare solo una certa quantità di informazioni alla volta; Sullivan sovraccaricava il processore del suo avversario finché questi non commetteva un errore. E a Sullivan bastava un solo errore.
La sua tecnica di colpire "in montante" anziché "in sopramano" è rivelatrice. Un colpo circolare dall'alto può essere intercettato o scivolare via sulla calotta cranica (l'osso più duro del corpo). Un montante che risale o un colpo diretto che entra dal basso verso l'alto colpisce la punta del mento, usando la testa dell'avversario come una leva per scuotere il cervello contro la base del cranio. È biomeccanica applicata alla macelleria.
John Donaldson, l'unico che riuscì a resistere tre round nel tour di Sullivan. È un dettaglio fondamentale. Donaldson era un tecnico, un uomo che capiva gli angoli e le traiettorie. Insegnando a Jim Corbett, ha tramandato il segreto per battere un predatore come Sullivan: la distanza e il movimento laterale.
Perché Sullivan ha perso contro Corbett? Non per mancanza di potenza, ma per la legge del rendimento decrescente. Sullivan era un guerriero di attrito. Funzionava finché l'avversario accettava lo scontro frontale. Corbett, invece, introdusse la "scienza della fuga". Girando attorno a Sullivan, Corbett usò il baricentro dell'irlandese contro di lui. Ogni volta che Sullivan caricava, Corbett non era più lì. Sullivan doveva resettare la sua massa, sprecando quantità enormi di energia per fermare e far ripartire quel motore da cento chili.
Ma non dimentichiamo: Sullivan perse quando era ormai l'ombra di se stesso, consumato dall'alcol e da una vita di eccessi. Nel suo prime, Sullivan avrebbe mangiato Corbett vivo prima che questi potesse finire il primo round.
"Forza, fannullone!". Non era solo spavalderia. Era guerra psicologica. Sullivan sapeva che la paura paralizza i muscoli. Un muscolo contratto dalla paura è un muscolo lento. Schernendo l'avversario, Sullivan lo costringeva a una reazione emotiva, rompendone il ritmo respiratorio.
E fuori dal ring? Sullivan era un combattente totale. La sua capacità di "ripulire i saloon" con stecche da biliardo o a mani nude dimostra che la sua non era solo un'abilità sportiva, era una predisposizione alla violenza tattica. Sapeva usare l'ambiente. In una rissa da bar, la biomeccanica cambia: non hai spazio per caricare il pugno, quindi usi il peso del corpo per schiacciare l'avversario contro il bancone, usi le dita per cercare gli occhi, usi la testa come un maglio.
Il fatto che avesse il naso dritto alla fine della carriera è la prova suprema del suo talento tecnico. Non era un incassatore che "prendeva un colpo per darne uno". Sullivan era un difensore proattivo: la sua difesa era l'offesa. Colpiva così forte e così spesso che gli avversari non avevano il tempo di colpirlo.
John L. Sullivan ha dimostrato che un pugile esperto può smontare un lottatore Māori di 136 kg con un singolo impatto ben piazzato. Perché? Perché la forza di un pugno di un uomo che sa come coordinare i suoi 90-100 kg di muscoli è superiore alla capacità di assorbimento del collo umano, non importa quanto sia grosso l'avversario.
Sullivan non era un "battitore senza talento". Era un pioniere che ha capito prima di tutti che il combattimento non è una danza, ma una serie di collisioni. Ha perfezionato lo stile che avrebbe poi portato Dempsey e Tyson a dominare il mondo: aggressione intelligente, potenza generata dal suolo e una volontà ferina di chiudere la pratica prima che l'arbitro possa contare fino a dieci.
Oggi i lottatori di MMA cercano di emulare quella ferocia, ma Sullivan la viveva. Senza medici a bordo ring, senza tacca dell'ossigeno, senza categorie di peso. Solo lui, le sue nocche e la certezza che, alla fine della fiera, sarebbe stato lui l'unico uomo rimasto in piedi.
Era il campione del popolo perché era reale. Era brutale, era sporco, ma era tecnicamente perfetto per lo scopo che si era prefissato: essere l'uomo più pericoloso del pianeta. E guardando la sua biomeccanica, è difficile dargli torto.