Sì. Uomini e donne si sono affrontati in combattimento molto prima che esistessero le moderne federazioni sportive, le categorie di peso e le commissioni atletiche. Ma se la domanda è più precisa — “sono mai esistiti veri incontri individuali di pugilato a mani nude tra un uomo e una donna?” — la risposta richiede qualche cautela.
La storia che viene immediatamente in mente è quella di Elizabeth Wilkinson, una delle prime pugili inglesi di cui possediamo una documentazione significativa. Attiva a Londra negli anni Venti del Settecento, Wilkinson divenne famosa con titoli come “Championess” e costruì una vera carriera professionistica nel mondo del prize fighting. Nel 1722 sfidò pubblicamente Hannah Hyfield attraverso un annuncio sul London Journal, proponendo un incontro per tre ghinee. Le due donne avrebbero combattuto sul palco tenendo una mezza corona in ciascuna mano; la prima a lasciar cadere il denaro avrebbe perso.
È un dettaglio apparentemente curioso, ma rivela quanto fosse diverso il pugilato dell'epoca.
Il prize fighting britannico del XVIII secolo non era la boxe moderna. Non esistevano ancora le regole che oggi associamo al pugilato professionistico. I combattimenti erano a mani nude e il repertorio poteva comprendere tecniche che oggi non considereremmo pugilato: prese, proiezioni, calci, ginocchiate, colpi a distanza ravvicinata e altre forme di aggressione fisica. La distinzione moderna tra boxe, wrestling e arti marziali era molto meno netta.
Per questo definire quei combattimenti semplicemente “boxe” è già una semplificazione.
Wilkinson non era una curiosità isolata. Combatté altre donne, insegnò pugilato e divenne una presenza riconoscibile negli ambienti legati alle arene di James Figg e, successivamente, a quelle di suo marito James Stokes. Le fonti conservano numerosi annunci e sfide pubbliche che mostrano quanto il pugilato femminile fosse diventato parte dello spettacolo commerciale londinese dell'epoca.
E qui arriviamo alla parte più interessante della storia.
Wilkinson e James Stokes, che divenne suo marito, furono coinvolti anche in sfide contro altre coppie miste. Ma attenzione: questo non significa necessariamente che Elizabeth Wilkinson combattesse contro gli uomini.
La formula documentata era normalmente quella di una coppia contro un'altra coppia: Wilkinson combatteva contro la donna dell'altra coppia, mentre Stokes affrontava l'uomo. Era quindi un combattimento misto come evento o come composizione delle squadre, non necessariamente un incontro intergender individuale. Le fonti storiche disponibili descrivono proprio questa dinamica.
Questa distinzione è importante perché una parte della leggenda moderna su Wilkinson tende a trasformare “donna che combatteva in eventi con uomini” in “donna che combatteva regolarmente contro uomini”.
Non sono la stessa cosa.
In effetti, la documentazione superstite è sorprendentemente frammentaria. Gran parte di ciò che sappiamo di Wilkinson deriva dagli annunci pubblicitari pubblicati sui giornali. Non possediamo un moderno record professionistico con incontri, avversari, risultati e categorie di peso. Le cronache dell'epoca erano soprattutto strumenti promozionali e spesso non registravano sistematicamente il risultato degli incontri. Persino il numero di combattimenti attribuito alla sua carriera e la presunta imbattibilità devono quindi essere trattati con prudenza.
Questo rende Elizabeth Wilkinson ancora più interessante, non meno.
Perché ci mostra che il pugilato femminile non è nato nel XX secolo semplicemente come imitazione dello sport maschile. Esistevano già nel XVIII secolo donne che si presentavano pubblicamente come combattenti, lanciavano sfide sui giornali, scommettevano denaro e trasformavano la propria capacità fisica in uno spettacolo commerciale.
E c'era anche un'altra differenza fondamentale rispetto alla sensibilità moderna.
Il combattimento dell'epoca non era necessariamente concepito attraverso la rigida separazione contemporanea tra “sport da uomini” e “sport da donne”. Era uno spettacolo pubblico nel quale la brutalità costituiva parte dell'attrazione. Le pubblicità delle pugili femminili insistevano spesso anche sull'abbigliamento e sull'aspetto fisico delle combattenti, mostrando quanto lo spettacolo fosse contemporaneamente atletico, commerciale e sessualizzato.
La domanda quindi diventa: quando troviamo un vero incontro individuale uomo-donna documentato nella boxe moderna?
Qui compare un caso molto più recente e molto più facile da verificare.
Il 9 ottobre 1999 Margaret McGregor affrontò Loi Chow alla Mercer Arena di Seattle in un incontro professionistico di quattro riprese nella categoria dei pesi leggeri. McGregor vinse ai punti con decisione unanime, aggiudicandosi tutte le riprese secondo i tre giudici. L'incontro viene generalmente indicato come il primo match professionistico di boxe uomo-donna ufficialmente sanzionato negli Stati Uniti, e alcune fonti lo descrivono come il primo della storia del pugilato professionistico.
Anche questo caso è interessante perché non si trattò di una messinscena improvvisata.
McGregor era una pugile professionista. Chow era un atleta che accettò di sostituire un altro avversario. Entrambi furono pesati e l'incontro si svolse con regole e supervisione ufficiali. Chow pesava 128 libbre all'atto del peso, mentre l'incontro era programmato nella categoria dei 135 libbre.
Ma il risultato dimostrò anche qualcosa che spesso viene perso nella discussione.
Il sesso dei combattenti non è una misura sufficiente per prevedere il risultato di un combattimento.
McGregor era una pugile esperta; Chow aveva pochissima esperienza pugilistica professionistica. Il risultato fu netto: McGregor vinse tutte e quattro le riprese. L'Associated Press descrisse Chow come tecnicamente molto meno preparato e incapace di proporre una risposta efficace alla boxe della sua avversaria.
Questo incontro non dimostra che uomini e donne abbiano capacità fisiche identiche. Non lo dimostra affatto.
Dimostra qualcosa di molto più semplice: in uno sport da combattimento, il livello tecnico, l'esperienza, il peso, la preparazione e le regole dell'incontro contano enormemente.
Ed è proprio per questo che la storia del pugilato intergender è difficile da raccontare attraverso slogan.
Da una parte abbiamo il XVIII secolo, nel quale le categorie moderne erano ancora inesistenti e il combattimento comprendeva elementi che oggi separeremmo in discipline diverse.
Dall'altra abbiamo il 1999, quando un incontro uomo-donna poté essere organizzato in un quadro sportivo moderno e ufficialmente regolamentato, ma rimase un evento eccezionale.
E in mezzo troviamo due secoli nei quali il combattimento femminile attraversò periodi di accettazione, spettacolarizzazione, proibizione e marginalizzazione. Non esiste una linea continua che parta da Elizabeth Wilkinson e arrivi direttamente alla boxe professionistica moderna.
C'è poi un altro errore da evitare: pensare che la storia del combattimento misto coincida esclusivamente con la storia della boxe.
Non è così.
La storia europea e mondiale è piena di forme di combattimento nelle quali uomini e donne potevano affrontarsi in contesti rituali, militari, criminali, folklorici, sportivi o spettacolari. Ma “combattimento misto” e “pugilato intergender regolamentato” sono categorie diverse.
La precisione terminologica conta.
Se chiediamo: “Una donna ha mai combattuto contro un uomo?”
La risposta è certamente sì.
Se chiediamo: “Elizabeth Wilkinson combatteva regolarmente uomini sul ring?”
La risposta deve essere molto più prudente.
Se chiediamo: “È mai esistito un incontro professionistico ufficialmente sanzionato tra un uomo e una donna?”
Sì: il caso McGregor-Chow del 1999 è un esempio documentato e viene comunemente indicato come il primo negli Stati Uniti.
Se infine chiediamo: “Esiste una lunga tradizione di pugilato professionistico intergender a mani nude comparabile alla boxe maschile?”
Qui la risposta è no. I casi documentati sono episodi isolati o appartengono a contesti storici molto diversi tra loro.
Ed è proprio questo che rende Elizabeth Wilkinson una figura così interessante.
Non perché sia la prova che nel XVIII secolo esistesse già la moderna boxe femminile.
Ma perché dimostra quanto sia sbagliato immaginare il passato come una successione ordinata di categorie che consideriamo naturali oggi.
Il pugilato moderno ha separato discipline, categorie di peso, sesso, regolamenti, equipaggiamento e criteri di sicurezza. Il prize fighting del Settecento funzionava secondo una logica molto diversa.
E quando si guarda abbastanza indietro nella storia, la domanda non è più soltanto “chi combatteva contro chi?”.
Diventa: che cosa significava realmente “boxe” in quell'epoca?
Ed è lì che la risposta diventa molto più interessante di un semplice sì o no.
Cesio Endrizzi