venerdì 31 agosto 2018

Viṣṇu

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Viṣṇu (devanāgarī: विष्णु; adattato in Vishnu, in italiano anche Visnù) è una divinità maschile vedica che nei secoli appena precedenti la nostra era assorbì altre figure divine come Puruṣa, Prajāpati, Nārāyaṇa e Kṛṣṇa acquisendo nel periodo epico del Mahābhārata la figura divina protettrice del mondo e del Dharma e, nella letteratura religiosa post-epica, la volontà di intervenire per proteggere i suoi devoti. Assorbendo l'antico culto di Vasudeva divenne il culto principale dell'Induismo che va sotto il nome di Viṣṇuismo o Vaiṣṇavismo (dall'aggettivo sanscrito vaiṣṇavá, "devoto a Viṣṇu").

Origine e sviluppo del culto di Viṣṇu nelle religioni vedica e brahmanica

Viṣṇu è un deva poco menzionato nel più antico dei Veda, il Ṛgveda, ciononostante tale divinità fu considerata fin dall'inizio più importante di quanto non appaia.
Nel Ṛgveda Viṣṇu è il deva che compie i tre passi per delimitare l'intero universo dove si collocano tutti gli esseri:
(SA)
«viṣṇornu kaṃ vīryāṇi pra vocaṃ yaḥ pārthivāni vimamerajāṃsi yo askabhāyaduttaraṃ sadhasthaṃ vicakramāṇastredhorughāyaḥ pra tad viṣṇu stavate vīryeṇa mṛgho na bhīmaḥ kucaro ghiriṣṭhāḥ yasyoruṣu triṣu vikramaṇeṣvadhikṣiyanti bhuvanāni viśvā pra viṣṇave śūṣametu manma ghirikṣita urughāyāya vṛṣṇe ya idaṃ dīrghaṃ prayataṃ sadhasthameko vimame tribhirit padebhiḥ»
(IT)
«Io celebro le gesta eroiche di Viṣṇu , che misurò le regioni terrene e ha reso stabile la regione di sopra compiendo lui, dal vasto incedere, tre passi. Per questa impresa eroica Viṣṇu è lodato, lui che abita sulla montagna come una bestia selvaggia, aggirandosi ovunque, nei suoi tre grandi passi abitano tutti gli esseri, che la mia invocazione possa raggiungere Viṣṇu il toro che abita la montagna e che da solo ha misurato con i tre passi queste ampie sfere»
(Ṛgveda, I,154,1-3)
Tale caratteristica risiede anche nel suo nome, Viṣṇu, che indica la "pervasività". Il passo più alto di Viṣṇu è nel cielo, luogo non comprensibile da ciò che è mortale. La sua natura celestiale, e quindi non mondana, è resa dal caratteristico colore della pelle azzurro intenso con cui, successivamente, questa divinità verrà raffigurata e che indica lo spazio etereo.
Nei Brāhmaṇa con Viṣṇu si indica lo stesso sacrificio e nel Śatapatha Brāhmaṇa viene descritto il rito del viṣṇukramá (Il passo di Viṣṇu).
(SA)
«atha viṣṇukramān kramate devānvā eṣa prīṇāti yo yajata [...] sa devānprītvā teṣvapitvī bhavati teṣvapitvī bhūtvā tānevābhiprakrāmati [...] lokastadevamimāṃl lokāntsamāruhyāthaitāṃ gatimetāṃ pratiṣṭhāṃ gacati parastāttvevārvāṅ krameta [...] iṣa etadapasaraṇata evāgre jayañjayati divamevāgre 'thedamantarikṣamatheto 'napasaraṇātsapatnānnudata »
(IT)
«Si compiono dunque i passi di Viṣṇu chi offre i sacrifici gratifica i Deva con questo sacrificio [...] avendo gratificato i Deva con tale sacrificio puà accompagnarsi con loro, accettato alla loro presenza procede a raggiungerli [...] si innalza a questo modo fino ai mondi dei Deva e vi risiede trovandovi uno stabile posto, ma poi necessita di ridiscendere per ritornare [...] in questo modo inizialmente conquista il cielo in modo vittorioso ma lascia aperta l'uscita, poi allo stesso modo per l'aria, e per ultimo non lasciando alcuna apertura per uscire quaggiù egli rigetta finalmente i suoi nemici»
(Śatapatha Brāhmaṇa, I,9,3, 8-10)
Tre passi deve fare infatti l'adhvaryu tra lo spazio della vedi e lo āhavanīya per compiere lo yajña vedico, così come fece Viṣṇu quando generò lo "spazio" cosmico.
Viṣṇu è quindi localizzato nello stesso palo collocato al centro dello spazio sacrificale come asse cosmico che unisce il cielo dei Deva con la terra degli uomini consentendo loro di comunicare: i primi elargendo beatitudini, i secondi inviando doni e suppliche.
Egli è anche amico di Indra, il dio guerriero che durante la conquista dell'India da parte degli Arii diviene di massima importanza per queste popolazioni di nomadi invasori.

Viṣṇu nello hindūismo

Gli avatāra di Viṣṇu

Iconografia

Nelle rappresentazioni artistiche e devozionali dello hindūismo Viṣṇu indossa spesso una corona (kirīṭa mukuṭa, corona regale che lo individua come Cakravartin, "Signore dei mondi"); con le quattro braccia regge i suoi attributi: il disco o ruota (chakra) nel duplice significato di "ruota" solare o del carro celeste che trasporta la divinità solare e di "disco" inteso come arma da lancio e quindi con il significato di potere e protezione, esso ha il nome di Sudarśana (Bello da vedere); la mazza (gadā) che ha il nome di Kaumodakī, l'arma con cui Viṣṇu uccise il demone Gada, essa simboleggia anche il potere del tempo che tutto distrugge; la conchiglia (śaṅka, la Charonia tritonis) è anch'essa un'arma in quanto soffiandoci dentro procura un suono che atterrisce i demoni e li fa fuggire, il nome della śaṅka di Viṣṇu è Pāñcajanya dal demone a cui la strappò Pāñcajana (Cinque elementi); il fiore di loto (padma) simbolo della divinità solare.

I nomi di Viṣṇu

Come altre divinità hindu, Viṣṇu conserva diversi altri nomi e appellativi tradizionalmente elencati nel Viṣṇusahasranāma ("I mille nomi di Viṣṇu "), contenuto all'interno del Mahābhārata. In questo elenco Viṣṇu è celebrato come il Dio Supremo.

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giovedì 30 agosto 2018

Rāmāyaṇa

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Il Rāmāyaṇa (devanāgarī रामायण; lett. il "Cammino - ayana- di Rāma"), insieme al Mahābhārata è uno dei più grandi poemi epici dell'induismo, oltre a risultare uno dei testi sacri più importanti di questa tradizione religiosa e filosofica.
Il poema, attribuito tradizionalmente al cantore (ādivaki), e protagonista dello stesso, Vālmīki, narra le avventure del principe Rāma, avatāra di Viṣṇu, ingiustamente esiliato e privato della sua sposa, che tuttavia riconquista dopo furiosi combattimenti, unitamente al trono negato.

Datazione e recensioni

Il nucleo originario del poema è databile tra il VI e il III secolo a.C., il completamento della sua redazione va invece ascritto ai primi secoli della nostra era.
L'epos rāmaico consta di 24.000 śloka (versi), 70.000 in meno rispetto al più complesso Mahābhārata, suddivisi in oltre 645 sarga ("canti"), distribuiti in sette kāṇḍa ("libri"), di cui il primo (Bālakāṇḍa) e il settimo (Uttarakāṇḍa) sono considerati, a giudizio unanime della critica, delle addizioni posteriori.
Il nucleo originario dell'intera opera è costituito dai kāṇḍa II-VI dove Rāma appare nella sua veste eroica, acquisendo, nei due kāṇḍa recenziori, il I e il VII evidenti caratteristiche divine, anche se vi sono tracce di aspetti divini dello stesso Rāma anche nelle parti più antiche del poema.
Il Rāmāyana, proprio come i poemi omerici, può essere considerato come un serbatoio o una raccolta dell'insieme delle conoscenze e dei modelli culturali di un'intera civiltà. L'epos rāmaico pertanto svolge una funzione educativa adempiendo in pieno, essendo depositario del sapere collettivo, al suo compito didattico-paradigmatico. Eppure questo deposito o "sedimento ereditario", trasmesso dalla tradizione orale, non va inteso come patrimonio onnicomprensivo, ma piuttosto come stratificazione e sovrapposizione progressiva di un materiale storico, mitico, aneddotico e geografico che nel corso dei secoli è stato ricucito in una raccolta organica divenuta sintesi e simbolo dei contenuti culturali, religiosi e filosofici di un'intera civiltà.
In questo senso Rāma, non è solo il protagonista dell'epos narrato, bensì il nome dato ad un codice di comportamento morale, religioso, politico, e sociale che appartiene ad una fase precisa della civiltà indiana. Ciò significa che il poema rāmaico non solo “descrive", ma "prescrive", attraverso il fulgido esempio di Rāma e Sītā come archetipi di perfezione e di adesione al dharma, un modello di condotta morale ed etica da imitare e interiorizzare.
La narrazione di questi eventi mitici ci è giunta grazie alle eleganti strofe di Vālmīki che, con il suo stile raffinato ed erudito, sembra anticipare gli elaborati componimenti di epoca classica (Kāvya), ossia un particolare tipo di letteratura caratterizzata da lunghissime descrizioni, sorprendenti paragoni e metafore, giochi di parole e ostentazioni di dottrina, rime interne e tutto un repertorio di ricercatezze formali e ornamenti stilistici (alamkāra) che inducono gli studiosi ad ipotizzare una matrice di natura aristocratica e a individuare nelle corti e nelle cerchie di intellettuali il luogo privilegiato di irradiazione di questo nuova e sapiente produzione letteraria. Anche gli indologi sono unanimi nell'accettare il dato della tradizione che assegna a un cantore (ādivaki ) la composizione del poema o, almeno, di quello che è ritenuto il suo nucleo originario, nonostante il nome di questi, Vālmīki, venga citato solo esclusivamente nelle due sezioni, la prima e la settima, notoriamente considerate spurie.
In ogni caso il celebre ādivaki non avrebbe fatto altro che rielaborare e ricucire gli antichi materiali relativi all'eroe Rāma, tramandati dai bardi o cantori itineranti (cārana, kuśīlava), dei quali abbiamo traccia anche in tradizioni esterne alla cultura brahmanica, come quella buddhista e quella jaina.
Il Rāmāyana è giunto a noi in tre recensioni:
  • l'edizione "meridionale" detta di Bombay o vulgata (in 24.049 strofe; 24.272 nella versione di Kumbakhonam; 645 sarga, "canti"), probabilmente la più antica; l'ultima ristampa di questa versione è in 7 volumi (4 di commenti) editi dalla Nag di Delhi 1990-1991;
  • l'edizione "nordoccidentale" (24.202 strofe; 666 sarga); la pubblicazione di questa edizione è in 7 voll. curati da R. Labhāya, Bh. e V. Śāstrī, D.A.V. College Research Dept. Lahore 1928-1947.
  • l'edizione "orientale", detta "bengalese" o gauḍa (23.930 strofe; 672 sarga).
Tutte e tre le recensioni, seppure differiscano per intere sezioni e persino per discrepanze di contenuto, sono suddivise in sette kāṇḍa e offrono ad ogni modo una visione omogenea e coerente dello svolgimento dell'azione principale. Ogni kāṇḍa origina il proprio nome dalla natura della materia trattata.
A queste tre recensioni se ne aggiunge un'altra detta "critica", in 18.766 strofe (606 sarga), la quale ha suscitato non poche opposizioni. Tale edizione "critica" è stata pubblicata in 7 volumi da G.H. Bhatt, L.P. Vaidya, P.C. Divanji, D.R. Mankad, G.C. Jhala e U. P. Shah, Oriental Institute, Baroda, 1970-1985.

Il tema centrale

Il tema centrale del poema consiste nella storia di Rāma, settimo avatāra di Viṣṇu, sovrano ideale e guerriero valoroso, e della sua sposa, Sītā.
Gli eventi sono ambientati nel momento di passaggio tra la fine del Tretā-yuga e l'inizio dello Dvāpara-yuga.
Rāma, principe ereditario del regno dei Kosala viene privato ingiustamente del diritto al trono ed esiliato dalla capitale Ayodhyā (collocata nei pressi dell'odierna Faizābād).
Rāma trascorrerà quattordici anni in esilio, insieme alla moglie Sītā e al fratello Lakṣmaṇa, dapprima nei pressi della collina di Citrakūṭa, dove si trovava l'eremo di Vālmīki e di altri ṛṣi, in seguito nella foresta Daṇḍaka, popolata da molti demoni (rākṣasa).
Lì Sītā viene rapita dal crudele re dei demoni, Rāvaṇa, che la conduce nell'isola di Laṅkā.
Rāma e Lakṣmaṇa si alleano quindi con i vānara, potente popolo di scimmie divine, e insieme ai guerrieri scimmia, tra i quali c'è il valoroso e fedele Hanumat, costruiscono un ponte che collega l'estremità meridionale dell'India con Laṅkā.
L'esercito affronta l'armata dei demoni, e Rāvaṇa viene ucciso in duello da Rāma, che torna vittorioso nella capitale Ayodhyā, e viene incoronato re.
Rāma, per rispettare il dharma, è costretto a ripudiare Sītā, a causa del sospetto che abbia ceduto alle molestie di Ravana. Per dare prova della sua purezza, Sītā accetta di sottoporsi alla prova del fuoco uscendo indenne dalle fiamme.

I sette kāṇḍa del Rāmāyaṇa

  1. Bālakāṇḍa (बालकाण्ड; "La sezione [di Rāma] giovane")
  2. Ayodhyākāṇḍa (अयोध्याकण्ड; "La sezione di Ayodhyā")
  3. Āraṇyakāṇḍa (आरण्यकाण्ड; "La sezione della foresta")
  4. Kiṣkindhākāṇḍa (किष्किन्धाकाण्ड; "La sezione di Kiṣkindhā")
  5. Sundarakāṇḍa (सुन्दरकाण्ड; "La sezione bella")
  6. Yuddhakāṇḍa (युद्धकाण्ड; "La sezione della battaglia")
  7. Uttarakāṇḍa (उत्तरकाण्ड; "La sezione ulteriore")

Opere derivate

  • Dal 25 gennaio 1987 al 31 luglio 1988 la rete televisiva pubblica hindū Doordarshan ha trasmesso, ogni domenica, ottanta puntate di una riduzione cinematografica dell'opera. La serie, la cui regia è di Rāmānand Sāgar, è stata la più seguita nella storia delle televisioni indiane con una media di ottanta milioni di spettatori. I tradizionalisti hindū hanno per l'occasione incorniciato il video con corone di fiori a mo' di altare per predisporsi in modo corretto alla visione del sacro racconto.
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mercoledì 29 agosto 2018

Airavata

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Airavata (ऐरावत) è un elefante bianco mitologico che trasporta il dio hindu Indra. Viene chiamato anche 'Ardha-Matanga', che significa "elefante delle nuvole", 'Naga-malla', ovvero "l'elefante combattente" e 'Arkasodara', ovvero "fratello del sole". 'Abharamu' è l'elefantessa moglie di Airavata. Airavata ha quattro zanne e sette proboscidi, ed è di un bianco immacolato. È noto come Airavatam in lingua tamil ed Erawan in lingua thai.

Nelle tradizioni hindu

Secondo il Ramayana, la madre dell'elefante era Iravati. Secondo il Matangalila, Airavata nacque quando Brahma cantò i sacri inni sopra le metà dei gusci d'uovo che Garuda aveva covato, seguito da altri sette maschi e e da otto femmine. Prithu rese Airavata re di tutti gli elefanti. Uno dei suoi nomi significa "colui che tesse le nuvole", dato che secondo il mito sarebbe in grado di produrre le nuvole. Il legame di Airavata con acqua e pioggia è enfatizzato nella mitologia di Indra, che lo cavalca quando sconfigge Vritra. Questo potente elefante immerge la propria proboscide nel mondo sotterraneo, ne succhia l'acqua e la vaporizza creando le nuvole, che poi Indra usa per causare le piogge, unendo così le acque del cielo a quelle del sottosuolo.
Airavata si trova anche all'entrata di Svarga, il palazzo di Indra. Inoltre le otto divinità guardiane che presiedono i punti cardinali della rosa dei venti, siedono ognuna su un elefante, che prende parte alla difesa ed alla protezione della relativa zona. Il loro capo è l'Airavata di Indra. C'è un riferimento ad Airavata nel Bhagavadgita.
A Dharasuram, vicino a Thanjavur, si trova il tempio di Airavatesvara, in cui si crede che Airavata venerasse il Linga. Il tempio, il cui nome significa Linga di Airavata, abbonda di rare sculture ed opere architettoniche e fu costruito da Rajaraja Chola II, sovrano dell'Impero Chola nel sud dell'India tra il 1146 ed il 1173 d.C..

Erawan

Erawan (thai: เอราวัณ) è il nome in thai ed in lao di Airavata. È descritto come un elefante enorme con tre (o a volte 33) teste, spesso raffigurate con più di due proboscidi. Alcune statue mostrano il dio hindu Indra mentre cavalca Erawan. Viene a volte associato al vecchio regno lao di Lan Xang (lett.: un milione di elefanti) ed al defunto Regno del Laos, i cui emblemi reali raffiguravano Erawan, più comunemente noto come "L'elefante a tre teste".

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martedì 28 agosto 2018

Casa degli spiriti

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Una casa degli spiriti (in lingua birmana: oနတ်ကွန်း, traslitterati nat hcai e nat kwann; in lingua thai: ศาลพระภูมิ, traslitterazione RTGS san phra phum; in lingua khmer: rean tevoda o pteah phum; in lingua lao: ຫໍພະພູມ, traslitterato ho pha phum) è un piccolo santuario in miniatura dove, secondo una credenza di origine animista, ha dimora lo spirito che protegge il luogo in cui la casa degli spiriti si trova. Viene di solito costruita nei giardini di pertinenza di case, edifici commerciali, templi ecc. ed è diffusa in Thailandia, Laos, Cambogia e Birmania.

Associazione con il buddhismo

Gli abitanti di questi Paesi sono in grande prevalenza devoti al buddhismo theravada ma conservano alcune delle tradizioni dell'animismo che era praticato prima dell'introduzione del buddhismo; i riti animistici, insieme a quelli del brahmanesimo e dell'induismo, fanno tuttora parte della loro vita quotidiana. In particolare si è ipotizzato che l'associazione di due religioni così diverse come il buddhismo, legato ad aspetti squisitamente spirituali, e l'animismo, che si basa spesso su aspetti materiali, possa appagare i diversi bisogni psicologici che ciascuna delle due religioni soddisfa solo parzialmente e le renda quindi almeno in parte complementari.

Descrizione

La casa degli spiriti ha la forma di una casa o di un tempio, è sorretta da una colonna e può essere riccamente decorata, una spoglia capanna ecc. Viene eretta in un luogo propizio scelto dal bramino che presiede alla cerimonia con cui si invita lo spirito a proteggere l'immobile. Si pensa che lo spirito possa inoltre portare benessere agli abitanti e ai proprietari dell'immobile stesso. In segno di ringraziamento vengono di frequente poste nella casa degli spiriti delle semplici offerte votive, spesso sotto forma di cibo.

Altri tipi di case degli spiriti

Nei complessi di grandi centri commerciali o in spazi pubblici nelle zone centrali di grandi città dei suddetti Paesi si possono trovare case degli spiriti di grandi dimensioni situate su un basamento sopraelevato anziché su una colonna, nelle quali molti fedeli vanno a pregare per ottenere la protezione degli spiriti e portare offerte votive. Oltre che nei maggiori centri abitati, dove sono concentrate le etnie buddhiste di thai, laotiani, cambogiani e birmani, anche negli sperduti villaggi delle minoranze etniche dove si professa esclusivamente l'animismo vi sono case degli spiriti, seppur dislocate, costruite e celebrate in maniera diversa. Anche in Vietnam, dove la fede theravada è quasi inesistente mentre buona parte della popolazione professa il buddhismo mahayana, vengono a volte costruite case degli spiriti, ma sono molto diverse in quanto legate, secondo il culto degli antenati, agli spiriti dei familiari deceduti.

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lunedì 27 agosto 2018

Amakuni

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Amakuni (天國) è il leggendario spadaio che, attorno al 700, creò nella provincia di Yamato la prima spada lunga a singolo taglio (tachi) con curvatura sul taglio. Era a capo degli spadai assoldati dall'imperatore del Giappone per fabbricare armi per i suoi guerrieri. Il figlio Amakura gli succedette nel lavoro. Secondo la leggenda avrebbe creato la katana a doppio taglio, la Kogarasu Maru. Il vero autore di questo lavoro non è conosciuto. Questo non ha analogie con i lavori delle diverse scuole di Yamato e si è quindi pensato che fosse un precoce esempio di lavoro di questa provincia.


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domenica 26 agosto 2018

Jack Broughton

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Jack Broughton (Londra, 5 luglio 1703 – 8 gennaio 1789) è stato un pugile inglese, fu il primo uomo a codificare una serie di regole da rispettare in ogni incontro di pugilato, conosciute con il nome di London Prize Ring Rules. Inserito nell'International Boxing Hall of Fame in quanto riconosciuto come fondamentale pioniere di questo sport.

Biografia

Nacque nel 1703 molto probabilmente a Londra, altre fonti indicano come luogo Gloucestershire. Da giovane lavorò come apprendista guardiafaro al porto di Londra. Era un ottimo nuotatore, nel 1730 vinse la prestigiosa gara annuale sul Tamigi.
Decise di cominciare a combattere come pugile nel 1730. Iniziò come semiprofessionista e guadagnò in poco tempo una reputazione invidiabile; i suoi incontri richiamavano molti spettatori. Ci sono giunti pochi documenti risalenti al pugilato del 1700, non ci sono notizie comunque di eventuali sconfitte di Broughton. Certamente quindi non conobbe mai sconfitta fino al 1750, l'anno del suo ritiro. Per questo motivo gli storici gli riconoscono di avere detenuto il titolo di campione d'Inghilterra di pugilato dal 1730 fino al 1750. A quei tempi il titolo d'Inghilterra corrispondeva al titolo di campione del mondo.
Nel 1741 accettò la sfida di George Stevenson, l'incontro durò circa 40 minuti e fu molto cruento. I due pugili si colpirono duramente finché il pugno di Broughton si piantò violentemente sotto il cuore di Stevenson che cadde a terra senza sensi. Si riprese dal colpo, ma dopo un mese circa morì per le ferite riportate. Broughton, che considerava Stevenson un amico, rimase fortemente sconvolto da questa vicenda, fu così che prese la decisione di scrivere delle regole per rendere gli incontri più sicuri; una serie di regole che prenderanno il nome di London Prize Ring Rules, considerato come la prima pietra su cui nacque lo sport della boxe moderna. Furono utilizzate negli incontri di pugilato per più di 100 anni, finché non vennero elaborate le regole del Marchese del Quennsbury.
Si considera come l'ultimo incontro ufficiale in cui vennero utilizzate le sue regole quello tra John Lawrence Sullivan e Joe Kilrian disputato l'8 luglio 1889 a Richburg.
Nel 1743 utilizzò i soldi guadagnati per aprire un anfiteatro a Hanway Street dedicato al pugilato come fece James Figg qualche anno prima. Fu proprio durante questo periodo che codificò definitivamente le nuove regole per la boxe. Nel 1744 decise di abbandonare la carriera pugilistica e di dedicarsi a seguire gli atleti che entravano a far parte della sua accademia. Il 10 aprile 1750 Broughton annunciò di voler disputare un nuovo incontro contro Jack Slack, i motivi di questa sua decisione sono sconosciuti. Nonostante fosse molto più anziano del suo sfidante era riconosciuto da tutti come favorito. L'incontro volse a suo favore nella parte iniziale, successivamente però subì una inesorabile sconfitta.
Nel 1754 l'anfiteatro chiuse, Broughton continuò a insegnare boxe finché non morì l'8 gennaio del 1789. Fu sepolto nel cimitero dell'Abbazia di Westminster, senza che nessun epitaffio fosse scritto sulla lapide, finché nel 1988 furono scolpite sulla pietra le parole "Champion of England" secondo quelle che erano state le richieste del pugile prima della sua morte.

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sabato 25 agosto 2018

Sun Lutang

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Sun Lutang 孫祿堂 in Pinyin, Sun Lu-t'ang in Wade-Giles (1860 – 1933) è stato un artista marziale cinese.
All'età di venti anni prende il nome di Fuquan 福全. Ma venne poi chiamato anche Hanzhai 涵斋 e Huohou 活猴. Celebre insegnante di arti marziali cinesi. Originario di Dong ren jia tuan 东任家疃 nella contea di Wanxian 完县 nella provincia di Hebei in Cina. Sun Lutang era esperto di Xingyiquan, Baguazhang e Taijiquan. Il suo forte interesse nelle arti marziali interne, a cui appartengono i tre stili sopraccitati, lo porta a creare uno stile sincretico che prende il nome di Sunshi Taijiquan (孫氏太极拳).

Biografia

All'età di 9 anni iniziò a praticare Shaolinquan con un insegnante ambulante. A 11 anni si trasferisce a Baoding. A 13 anni diventa allievo di Li Kuiyuan 李魁元 un celebre maestro dell'Hebei da cui apprende contemporaneamente le arti marziali e la cultura cinese. Dopo due anni Li Kuiyuan decise di fargli proseguire la sua preparazione con Guo Yunshen 郭云深. In seguito studia con Cheng Tinghua 程廷华. Nel 1886 viaggia attraversando la Cina, visitando 11 province, Shaolin, Wudang, Emeishan ed entrando in contatto con numerosi marzialisti con cui si confronta. Nel 1888 ritorna al suo paese d'origine e crea l'associazione Puyang quan she 蒲阳拳社. Nel 1907 viene chiamato nel proprio quartier generale dal governatore del Dongsansheng 东三省 (le tre province Heilongjiang, Jilin, Liaoning), Xu Shichang 徐世昌 che era venuto a conoscenza dell'abilità marziale di Sun. Nel 1909, Sun Lutang rientra a Pechino al seguito di Xu. Nel 1912 conosce a Pechino Hao Weizhen 郝为真 che gli insegna. Nel 1918 crea il Sunshi Taijiquan dall'unione delle tre famiglie di arti marziali cinesi interne da lui praticate. Nello stesso anno Xu Shichang lo invita al Palazzo Presidenziale a dirigere una scuola di arti marziali. Il terzo mese del 1928 quando viene istituito il Zhongyang guoshu guan di Nanchino viene assunto come direttore del dipartimento Wudang cioè quello specifico delle arti marziali interne Neijia. Il settimo mese diviene il vice direttore del Jiangsu sheng guoshu guan 江苏省国术馆 (La palestra dell'arte nazionale della provincia di Jiangsu).

Famiglia

Nel 1891 sposò Zhang Zhouxian, con cui ebbe tre figli maschi ed una femmina.
  • Primo figlio, Sun Xingyi (孫星一) (1891-1929)
  • Secondo figlio, Sun Cunzhou (孫存周) (1893-1963)
  • Terzo figlio, Sun Huanmin (孫換民) (1897-1922)
  • Figlia, Sun Jianyun (孫劍雲) (1913-2003)

I suoi insegnanti

Sun Lutang ebbe numerosi contatti con i più importanti maestri della sua epoca. In particolare la sua formazione è legata a quattro maestri:
  • egli apprese Xingyiquan da Li Kuiyuan (李魁元), e poi da Guo Yunshen (郭雲深) (dal 1882);
  • il Baguazhang da Cheng Tinghua (程延華) (dal 1891);
  • lo stile di Taijiquan di Wu Yuxiang da Hao Weizhen (郝為眞) (dal 1911).
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venerdì 24 agosto 2018

Kung fu: la leggenda continua

Kung Fu (serie televisiva) - Wikipedia



Il blog senzaesclusionedicolpi.blogspot.com vuole volare fuori dal recinto usuale dei post fin qui pubblicati per lanciarsi il più possibile nel pubblico, tra i lettori, tra i praticanti sparsi per il mondo, raccontandone l’umanità, le paure e le speranze per il futuro, con occhi diversi.
Perché, c’è tanto altro al di là della realtà quotidiana: storie silenziose, dimenticate o superate dai grandi eventi, che però restano lì, vive, in attesa di essere raccontate.
Perché, in un mondo che si chiude e si nasconde sempre di più dietro ai muri dell’intolleranza, alle frontiere della xenofobia e agli steccati dell’isolazionismo, mai come adesso è fondamentale allargare gli spazi dell’informazione per i nostri lettori oltre i confini nazionali. Un altro modo per reagire agli egoismi e alle barriere crescenti.
L’intento principale di questa iniziativa è raccontare il mondo delle arti marziali e le sue culture con visioni diverse, dalle sfide del mondo globalizzato alle nuove spinte autocratiche, dalla trasformazione della società a quella dell’economia, dalle grandi crisi ai protagonisti di ogni settore attraverso i migliori post che selezioneremo e i reportage esclusivi.
Nato con l’obiettivo di parlare non solo di arti marziali questo blog oggi raggiunge oltre i 5 milioni di lettori, con l'ambizione in un prossimo futuro imminente di unire praticanti che condividano contenuti, idee e piattaforme tecnologiche per essere all’avanguardia nel campo digitale e, allo stesso tempo, potenziare sempre di più le pubblicazioni nei propri Paesi. Una sinergia che ha l’obiettivo di offrire ai propri lettori il meglio di ciò che possiamo offrirvi.
Post di reportage, inchieste, interviste e storie, riuniremo i praticanti di diversa ispirazione proprio per ampliare gli orizzonti, superare le usuali frontiere dell’informazione e raccontare il mondo da molteplici punti di vista, sensibilità e mentalità. Questo per offrire al lettore uno spettro ancora più ampio per comprendere la realtà delle arti marziali odierne.

Pang De

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Pang De (cinese semplificato: 庞德, cinese tradizionale: 龐德, pinyin: Páng Dé) (170 – 219) è stato un militare cinese, al servizio del primo ministro Cáo Cāo tra la fine della Dinastia Han e l'inizio del periodo dei Tre Regni.
Ufficiale Wei, serviva inizialmente il generale Ma Chao, ma viene catturato durante l'attacco di Cao Cao ad Han Zhong e cambiò fronte. Al servizio del Ministro, diviene famoso per la sua lealtà ed integrità. Durante la battaglia di Fancheng, combattuta nella primavera del 219 tra il Regno Wei, guidato da Cao Cao, ed il regno di Shu, rifiutò di arrendersi al comandante avversario Guan Yu, andando così incontro alla morte.
Si dice che prima della battaglia Pang De, certo di morire, avrebbe fatto allestire la sua stessa bara prima di scendere in campo. Nel romanzo storico del XIV secolo Romanzo dei Tre Regni di Luo Guanzhong si narra che Pang De avrebbe impartito alla moglie istruzioni per occuparsi nel migliore dei modi del figlio Pang Hui, e che avrebbe predetto che Pang Hui l'avrebbe vendicato, come in effetti successe quando Pang Hui massacrò l'intera famiglia del già defunto Guan Yu.

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giovedì 23 agosto 2018

Yoshinao Nanbu

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Yoshinao Nanbu (Kōbe, febbraio 1943) è un karateka giapponese, fondatore dello stile Sankukai.

Biografia

Kobe

Yoshinao Nanbu nasce a Kōbe in Giappone nel febbraio 1943. Gli appartenenti alla sua famiglia erano affermati praticanti di arti marziali: il nonno era un lottatore di Sumo molto famoso; suo padre teneva corsi di judo al dojo della polizia della città.
Sotto l'insegnamento paterno Yoshinao cominciò a praticare il judo a soli cinque anni.
Quando entrò nella scuola comunale, imparò il kendo sotto la guida dello zio.
Negli anni cinquanta, sia il karate che l'Aikido erano vietati (infatti il generale Mac Artur, comandante delle forze di occupazione degli Stati Uniti in Giappone, aveva proibito la pratica di queste due discipline), così Nanbu dovette cominciare a praticare queste arti sotto la direzione del maestro Someka, che era direttore di un club amichevole.
Il giovane Nanbu si dedicò anche alla parte teorica dello studio delle arti marziali e cominciò a leggere con avidità i libri del padre sui Tonfa, Nunchaku, Tambo, Sai per poi passare allo studio pratico delle armi nei dojo del vicinato.

Osaka

A diciotto anni il maestro Nanbu entrò nella facoltà di Scienze Economiche di Osaka, dove ebbe come maestro Tani Chōjirō, 8º dan, che praticava lo Shitō-ryū. Fu ben presto promosso capitano della squadra di Karate della sua università, titolo questo che ha molto valore data l'importanza che le arti marziali avevano a quel tempo nelle università giapponesi. Nel 1963 divenne campione universitario del Giappone vincendo un torneo con 1250 concorrenti. Per questa vittoria Nanbu ricevette ufficialmente la medaglia al valore dalle mani del direttore dell'università di Waseda, Ohama, promotore dell'organizzazione dell'Associazione degli studenti università.

Europa

Nel 1964 ricevette l'invito da Henry Plée (1923- ), 10º dan, allora promotore del karate in Francia, a partecipare come invitato alla coppa di Francia; la vinse combattendo individualmente.
Partecipò anche alla coppa internazionale di Cannes a cui erano invitati sette Paesi, Gran Bretagna, Germania, Italia, Norvegia, Stati Uniti, Svizzera e la stessa Francia, e vinse anche qui in combattimento individuale. Da questo momento il maestro Nanbu comincio a considerare la sua arte come una professione, e così di conseguenza modifico i suoi programmi.
Nel 1968 andò a trovare tutti i maestri giapponesi, invitandoli l'uno dopo l'altro, per imparare tutti i tipi di tecniche; ufficialmente però si trovava ancora sotto le direttive del maestro Tani e cioè del Shūkōkai. Lo stesso anno, proprio su richiesta del maestro Tani (che diceva di lui che avesse il genio del karate), Nanbu si diede da fare per mettere in piedi l'organizzazione mondiale di Shūkōkai.
La sua riunione ebbe successo grazie alle numerose dimostrazioni da lui date in parecchi paesi come Scozia, Gran Bretagna, Francia, Norvegia, Germania, Italia, Belgio e Jugoslavia.
Aprì in seguito dei club Nanbu a Parigi e in provincia, e divenne allenatore della squadra francese. Da quel momento gli atleti francesi cominciarono a vincere i campionati di tutta Europa.
In seguito ai suoi duri sforzi per promuovere lo Shūkōkai, il maestro Nanbu venne nominato presidente della federazione scozzese di karate, consigliere e direttore tecnico della federazione belga di karate, presidente della federazione norvegese di karate, consigliere e direttore tecnico della squadra di Karate Jugoslava.
Nel 1969 il maestro Nanbu giunse per la prima volta in Canada, per salutare dei suoi discepoli; e lo stesso anno il maestro Tani gli propose di occuparsi dell'organizzazione del terzo campionato del mondo di karate che avrebbe avuto luogo a Parigi nel mese di ottobre.

Abbandono dello Shūkōkai

Il giorno dopo il campionato, il maestro Nanbu ruppe definitivamente con lo stile Shūkōkai, poiché si era accorto che, essendo uno stile essenzialmente competitivo, i suoi seguaci finivano per praticare solamente le tecniche più redditizie per la competizione, e, cioè lo tsuki (colpo di pugno diretto) e il mae-geri (calcio frontale), lasciando da parte le altre tecniche come lo yoko-geri (calcio laterale) e il mawashi-geri (calcio con traiettoria circolare) più difficili da applicare durante la gara.
Questo modo di combattere era divenuto così rigido e schematico che un esperto di Shūkōkai un giorno disse: "Questo metodo, in sé eccellente purtroppo non ha saputo fare altro che fabbricare handicappati".
Cosciente dei limiti del Shūkōkai, il maestro Nanbu ripartì per il Giappone, e dopo lunghi mesi di riflessione e di meditazione trovò la soluzione dei suoi problemi, fondando la sua tecnica personale, che chiamò Sankukai.
Dopo anni di perfezionamento e pratica del Sankukai il maestro Nanbu non si riteneva ancora soddisfatto dello stile da lui creato e abbandonò il sankukai per fondare uno stile nuovo e non più codificato: il nanbudo (la via di Nanbu).


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mercoledì 22 agosto 2018

Elefante bianco

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Un elefante bianco, detto anche elefante albino, è un pachiderma particolarmente raro e non è una specie a sé stante; maggiormente diffuso tra gli elefanti asiatici del subcontinente indiano e del sudest asiatico, ne esistono alcuni esemplari anche tra gli elefanti africani.

Colore

Il colore della pelle non è realmente bianco, ma è sensibilmente più chiaro di quello dei normali elefanti, e può variare da un grigio chiaro al rosa. È stato ipotizzato che la colorazione sia dovuta alla mancata produzione di melanina, il pigmento che determina il colore della pelle, dei peli e degli occhi, una condizione comune ad altre specie di uccelli, rettili e mammiferi. Si ritiene che il motivo principale sia recessivo, dovuto all'inincrocio tra genitori imparentati che entrambi trasmettono al figlio un identico gene. Considerato il decrescente numero nel pianeta di normali elefanti, specie considerata vulnerabile al rischio di estinzione, si pensa che in futuro il fenomeno dell'inincrocio possa verificarsi più frequentemente e, in tale caso, gli elefanti bianchi diverrebbero meno rari.

Storia, religione e credenze asiatiche

Fin dall'antichità, gli elefanti bianchi furono considerati sacri in diversi Paesi asiatici. Nella tradizione induista, il sacro elefante bianco Airavata (ऐरावत) apparteneva alla divinità Indra; aveva quattro zanne e sette proboscidi e trasportava nelle battaglie il sovrano dei Deva, che lo nominò re degli elefanti. Sia Indra che lo stesso Airavata entrarono in seguito anche nelle tradizioni di Buddhismo, Giainismo e Taoismo.
Secondo il poema epico Buddhacarita, la madre di Gautama Buddha, la regina Maya, sognò che un sacro elefante bianco le fosse penetrato nel corpo senza provocarle dolore e senza alcuna impurità; quella stessa notte concepì un essere puro e potente. Il fatto che l'elefante provenisse dal cielo, indicava che il nascituro Siddharta veniva dalla Terra Pura del Buddha Maitreya. Neanche quando partorì Maya sentì dolore, ed ebbe la visione che il nascituro Gauthama le era stato estratto dal corpo dagli dei Brahma e Indra. In base a tale tradizione, i buddhisti pensano che un elefante bianco sia indice di fecondità, fortuna e sia da mettere in relazione con un sovrano.

India

Il re buddhista Bimbisāra del Regno Magadha, vissuto nel VI secolo a.C., possedeva l'elefante bianco chiamato Sechanaka, del quale si narra che il costo fosse maggiore del valore della metà del regno. Secondo la tradizione giainista, il sovrano lo regalò ad un proprio figlio, scatenando l'invidia dell'altro figlio Ajātashatru, che tentò inutilmente di sottrarlo al fratello. Ne scaturirono due grandi guerre che videro prevalere Ajātashatru, ma Sechanaka morì al termine del secondo conflitto.

Thailandia

In Thailandia, come in tutti i Paesi dell'Indocina, gli elefanti bianchi sono per tradizione un simbolo di buon auspicio per la prosperità del regno e del potere regale. Il sacro Airavata è conosciuto nel Paese come Erawan, ed è attualmente presente nello stemma di Bangkok con Indra in groppa. Il re birmano Bayinnaung richiese 2 degli elefanti bianchi fatti catturare dal re di Ayutthaya Maha Chakkraphat, che era conosciuto come il 'signore degli elefanti bianchi'. Il rifiuto opposto dal sovrano siamese fu il pretesto per scatenare nel 1563 il secondo conflitto siamese-birmano, passato alla storia anche come la "guerra dell'elefante bianco", che si concluse con la resa di Ayutthaya.
Il re Rama II inserì un elefante bianco nella bandiera nazionale nel 1809 e vi sarebbe rimasto, con alcune modifiche, fino al 1917, anno in cui la bandiera assunse la forma odierna. Il re Mongkut istituì nel 1861 l'Ordine dell'Elefante Bianco, tuttora una delle più alte onorificenze del Regno di Thailandia. Uno di questi animali è tuttora raffigurato su una delle bandiere della Reale Marina Militare Thailandese.
Maggiore è il numero di elefanti albini che il monarca possiede e maggiore è il suo prestigio nel Paese e nei confronti dei sovrani dei Paesi vicini. Il re Bhumibol Adulyadej ne possedeva dieci, una cifra considerevole comparata all'estrema difficoltà di reperirne. Quando ne viene catturato uno, una speciale commissione lo esamina e giudica se può essere considerato albino e ne assegna la provenienza ed il rango a seconda di sette parametri di base.

Laos

La storia del Laos ha radici comuni con quella della Thailandia; anche in questo Paese il sacro Airawata viene chiamato Erewan e sono riconosciute le doti auspicali e le prerogative regali degli elefanti bianchi. L'antico Regno di Lan Xang, letteralmente 'milione di elefanti', unificò le mueang laotiane nel XIV secolo, e già allora gli elefanti bianchi erano considerati simbolo della potenza e del prestigio dei monarchi.
Nel 1478, un elefante bianco fu dato in dono al re di Lan Xang Sai Tia Kaphut; la notizia giunse al sovrano Le Thanh Tong dell'Impero Dai Viet, che chiese in prestito l'animale per farlo ammirare ai propri sudditi. Il primo ministro ed erede al trono Kon Keo, contrariato dalla richiesta, rifiutò e mandò al monarca vietnamita un pacco contenente le feci dell'animale. Questo evento fu il casus belli che spinse l'imperatore Dai Viet ad invadere il Paese laotiano con disastrose conseguenze per entrambi gli schieramenti.
L'effigie di Airavata comparve sulla bandiera del Paese durante la colonizzazione dell'Indocina francese, dal 1893 al 1954, e sulla bandiera del successivo Regno del Laos, che fu soppresso nel 1975.

Birmania

In Birmania valgono le stesse credenze dei Paesi vicini sull'elefante bianco, simbolo auspicale e di potere. Alcuni tra i più importanti re del Paese legarono i propri nomi regali al sacro animale. Il più importante fu Bayinnaung, il primo conquistatore nel 1564 del regno siamese di Ayutthaya e fondatore del più grande impero nella storia del popolo birmano, che prese il nome Hsinbyumyashin (signore degli elefanti bianchi). Lo stesso titolo sarebbe stato preso dal re Bodawpaya, che regnò dal 1782 al 1819 e fu protagonista della conquista del Regno di Arakan e della regione del Tenasserim. Il sovrano Hsinbyushin, ricordato principalmente con tale nome che significa 'signore dell'elefanto bianco', guidò il suo esercito alla distruzione di Ayutthaya nel 1767, ponendo fine al glorioso regno siamese a oltre 400 anni dalla fondazione.
Anche l'odierna giunta militare, malgrado le sue origini comuniste, ha adottato la tradizione che vuole il pachiderma simbolo di potere e di prestigio. Il dittatore Khin Nyunt, capo del governo tra il 2003 ed il 2004, fece costruire una sontuosa dimora a Rangoon per tre elefanti bianchi, rimasta meta turistica e di pellegrinaggio anche dopo che Khin Nyunt è finito in carcere nel 2005. Nel 2010, la giunta militare ha organizzato nella capitale Naypyidaw grandi festeggiamenti per presentare al pubblico l'esemplare di elefante bianco catturato nel settembre di quell'anno. Durante la cerimonia, le autorità hanno anche inaugurato la nuova bandiera nazionale e hanno ufficializzato il nuovo nome del Paese: Repubblica dell'Unione di Myanmar. Il pachiderma è stato rinchiuso nei pressi della Pagoda Uppatasanti della capitale.


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martedì 21 agosto 2018

Henohenomoheji

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Henohenomoheji (へのへのもへじ) o Hehenonomoheji (へへののもへじ) è il nome dato alla rappresentazione di un viso umano che gli scolari giapponesi disegnano e mettono sulla testa di un kakashi (spaventapasseri) o di un teru teru bōzu. Esso è formato da sette caratteri hiragana: he, no, he, no, mo, he, ji. I primi due he sono le sopracciglia, i due no sono gli occhi, il mo è il naso, e l'ultimo he è la bocca. Il contorno di questa faccia è costituito dal carattere ji, mentre i suoi due dakuten formano l'orecchio o la guancia.
Questa icona è stata paragonata al popolare graffito Kilroy was here, poiché entrambi appaiono spesso nei fumetti, nei film o in altri media.

Varianti

Esistono altre versioni di Henohenomoheji, anche con nomi diversi, ad esempio: Hemehemekutsuji (へめへめくつじ), Heneheneshikoshi (へねへねしこし), Hemehemeshikoji (へめへめしこじ), Shinishinishinin (しにしにしにん). Inoltre, alcuni nippo-brasiliani che studiavano gli hiragana negli anni '50, nello Stato di San Paolo, idearono un viso senza senza il contorno ji, e lo chiamarono quindi henohenomohe.
Altri originari di São Paulo disegnarono un grosso no () intorno al viso, invece del ji.
Altri ancora mostrarono un Henohenomoheji con una i () aggiuntiva alla fine, messa sotto il ji per formare un collo.

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