sabato 31 maggio 2014

Scherma tradizionale

La scherma tradizionale, scherma antica o scherma storica è la ricostruzione dei sistemi sviluppatisi prima della codifica sportiva della scherma (ovvero dell'uso sistematizzato di una spada o altra arma), sulla base della documentazione storica rimasta, dei sistemi tradizionali ancora conservati e della verifica in simulazione di combattimento.
Non va confusa con la scherma teatrale e coreografica, che sono genericamente ispirate ai sistemi effettivamente esistiti, molto diverse dalla moderna scherma sportiva agonistica che ha perso il senso dell'uso dell'arma come se fosse vera ed affilata.


Etimologia

Il termine originario è Scrima, o Scrimia, poi Schermo. L'etimologia palesa la funzione prevalentemente difensiva di quest'arte il cui scopo è il colpire senza essere colpiti.

Storia

Il manoscritto MS I.33, datato circa al 1290, mostra scherma con spada e brocchiero.

L'uso della spada, la prima arma inventata con il solo scopo di uccidere altri esseri umani, è molto antico. Le prime fonti che accennano a particolari tecniche risultano fin dal periodo romano, ma è nel tardo Medioevo che appaiono i primi trattati scritti da Maestri d'Arme veri e propri. In Italia, i più famosi Maestri che ci hanno lasciato testimonianza dei loro insegnamenti sono Fiore dei Liberi (Flos Duellatorum - Ferrara - 1410 circa) e Filippo Vadi (De arte gladiatoria dimicandi - Urbino - 1485 circa). In questo periodo, che per l'Italia è da considerarsi già rinascimento delle arti e delle scienze (e la scherma è considerata come una di esse), il combattimento è particolarmente legato all'utilizzo di spade a due mani, daghe, lance, azze, bastoni e lotta a mani nude. Dal '500, con il graduale affermarsi dell'arma da fuoco sui campi di battaglia la spada diventa più un'arma da difesa personale o da uso civile che non da guerra. In questo periodo la spada viene spesso accompagnata da una seconda lama più corta da impugnarsi con l'altra mano, spesso chiamata daga o pugnale da duello, oppure accompagnata da armi difensive quali piccoli scudi (brocchieri e targhe), scudi più grandi (rotelle e targoni) oppure semplici mantelli (cappe). La scherma diventa nel primo '500 espressione di arte e scienza senza precedenti. Con i suoi grandi Maestri (Achille Marozzo o Antonio Manciolino giusto per citarne alcuni), l'Italia diventa punto di riferimento europeo anche per quest'arte. L'origine aristocratica della scherma, in cui l'utilizzo di armi secondarie viene gradualmente limitato da motivi etici e di etichetta, porta a una progressiva codifica della disciplina. In essa diventano preponderanti sempre più i colpi di punta, decisamente più letali dei tradizionali colpi di taglio. È per l'appunto dopo il 1600 che la vecchia spada da lato (detta così poiché di uso civile da portare alla cintura) si trasforma nella spada da lato a striscia o semplicemente "striscia". L'evoluzione dell'arma porta ad un cambiamento delle tecniche: ormai si usa per lo più la spada sola o la spada ed il pugnale; ancora per tutto il 1600 l'Italia produce notevoli Maestri, quali Ridolfo Capoferro da Cagli.
Nei secoli successivi, la scherma si allontana sempre più dai casi di combattimento reale, perdendo d'importanza la dottrina d'uso principale: la sopravvivenza in un combattimento in steccato, in Duello "alla macchia" o in caso di aggressione in strada. La scherma diventa gradualmente un passatempo da gentiluomini, che vedono nel circolo di scherma anche una sorta di club per ritrovarsi. Nell'800 questo cambiamento generalizzato della scherma porta alla scomparsa di Maestri che possano insegnare efficacemente quest'arte in condizioni di combattimento reale. Per tale motivo gli ambienti militari delle potenze dominanti del tempo, cominciano a ricercare fuori dai propri territori, persone in grado di insegnare il combattimento con la sciabola ai propri ufficiali. Ad ogni modo, anche nel '900 gli schermidori Italiani di spada erano rinomati proprio per la loro esperienza e pratica nell'uso della spada da duello, sebbene le tecniche originali di scherma antica, la quale sfrutta combinazione di colpi di taglio e colpi di punta, risultavano ormai non più praticate.


«Da quando i Goti introdussero il costume del duello, l'arte della difesa divenne uno studio necessario: venne codificata da determinate regole e vennero create accademie che istruissero i giovani alla pratica. I moderni hanno adottato lo spadino a discapito delle armi antiche, cosa che ha portato allo sviluppo di una nuova forma di difesa, distintasi con l'appellativo di Scherma, che figura a pieno titolo quale parte dell’educazione di una persona di rango, garantendole maggior forza di corpo, propriocettività, grazia, agilità, indirizzo, mettendolo parimenti nella condizione di portare a compimento con maggior facilità altre forme d’esercizio.»
(Tremamondo, Angelo (1763), L'Ecole des Armes, avec l'explication générale des principales attitudes et positions concernant l'escrime, prefazione.)


Scherma tradizionale come arte marziale moderna

Le tecniche di scherma antica, al giorno d'oggi, vengono riproposte grazie allo studio degli scritti che i Maestri del tempo ci hanno lasciato o, in taluni casi, recuperando quanto è rimasto in ambiti non collegati al mondo della Scherma Sportiva. Si possono così scoprire le peculiarità di un'arte marziale occidentale, che ha trovato in Italia un terreno particolarmente fertile per svilupparsi ed accrescersi al punto da poter essere considerata a pieno titolo l'Arte marziale Italiana. Un'Arte che si fonda sul principio del "toccare senza essere toccati" e su oltre sette secoli di storia codificati nelle decine di Trattati d'Arme fino ad oggi recuperati.
Numerose sono le associazioni sportive dilettantistiche che organizzano corsi dedicati a questa attività, sebbene in Italia non esista alcuna federazione nazionale di praticanti di scherma antica. La FIJLKAM (Federazione Italiana Judo Lotta Karate Arti Marziali) sembra essere orientata principalmente alle arti marziali a mani libere, per cui non possiede al suo interno un settore dedicato alla scherma occidentale. Mentre la FIS (Federazione Italiana Scherma) sta ultimamente aprendo i propri orizzonti cercando di regolamentare l'aspetto più sportivo di questa pratica. In contrapposizione alle Federazioni Nazionali sportive altre organizzazioni di carattere promozionale riconosciute dal CONI (in particolare UISP e CSEN) hanno organizzato propri settori in cui la pratica della scherma antica è ben sviluppata.


Terminologia e dettagli

Nel '900 era uso distinguere la scherma praticata al circolo sportivo e la scherma da duello, normalmente al primo sangue, rispettivamente con "scherma da pedana" e "scherma da terreno".
Oggigiorno, nel linguaggio comune sono oramai diventati pressoché equivalenti i seguenti termini, anche se ne esistono diverse interpretazioni:
scherma tradizionale
indicante le tecniche schermistiche tramandateci attraverso la tradizione orale o scritta;
scherma antica (in contrapposizione al termine "scherma moderna" sinonimo di scherma sportiva)
indicante la scherma non più praticata in tempi odierni; termine già ritrovabile nei primi anni del Novecento al tempo in riferimento alla scherma precedente il XIX secolo,
scherma storica
indicante le tecniche schermistiche relative ad un determinato periodo storico non contemporaneo (es. scherma storica rinascimentale, scherma storica trecentesca, ecc.).
Lo studio di queste discipline può essere orientato verso l'analisi e la ricostruzione da documentazione scritta oppure verso la sperimentazione diretta con repliche delle armi originali.
Mentre la pratica in combattimento libero, data la relativa pericolosità della stessa, può essere eseguita in sicurezza riconducendola ad una delle seguenti categorie:
contatto leggero (light contact o in controllo)
in genere eseguito con repliche in metallo prive delle caratteristiche lesive (taglio e punta), in cui la sicurezza è garantita dal controllo del colpo e si pratica al fine di migliorare la tecnica schermistica;
contatto pieno (full contact)
in genere eseguito con repliche in materiale non lesivo (acciaio leggero e flessibile, legno, rattan, bambù) ed opportune protezioni per il corpo, in cui lo scopo principale è simulare nella migliore maniera possibile le condizioni di uno scontro reale.
Negli ultimi anni si sta diffondendo una terza categoria, ispirata alle rivisitazioni hollywoodiane del medioevo europeo. Tale disciplina, spesso sovrapposta alla rievocazione storica, consiste in scontri fra contendenti in armatura completa dotati di repliche di spade rigide e fortemente smussate (minimo 3 mm di superficie di impatto). Pur presentando a volte colpi applicati con notevole forza, per ragioni di sicurezza vengono banditi determinati colpi o atteggiamenti, presenti invece nel contatto pieno. La presenza di pesanti protezioni passive in metallo consente ai combattenti di non prestare particolare attenzione al controllo del colpo, cosa invece fondamentale nel contatto leggero.


Armi

Le armi che possono far parte della disciplina di scherma antica sono le seguenti:
  • Spada a una mano e mezza e Spada a due mani
  • Spada a una mano, usata da sola o accompagnata da
    • Daga o Pugnale
    • Scudo piccolo (Brocchiero, Targa)
    • Scudo grande (Targone, Rotella)
    • Cappa
    • Altra Spada a una mano
  • Daga o Pugnale solo
  • Lancia e altre Armi inastate
  • Ascia, Azza, Mazza e altre armi da botta
  • Lotta e Lotta in Arme
  • Bastone
    • a una mano (bastoncello, da passeggio, provvidente, ecc.)
    • a due mani

Trattati di Scherma

Bartolommeo Bertolini: "Trattato di sciabola" - 1842

Giordano Rossi: "Scherma di Spada e Sciabola - Manuale teorico-pratico" - 1885

venerdì 30 maggio 2014

Escrima





Una serie di armi da addestramento usate nelle scuole di Escrima. Sono presenti un bastone imbottito, un bastone in rattan, un pugnale d'allenamento in legno e tre diversi coltelli d'allenamento in acciaio.
Escrima o Eskrima è un antico sistema di combattimento filippino, conosciuto anche come Kali o Arnis de Mano, o ancora come FMA (Filipino Martial Arts).
Le tecniche di base insegnate sono estremamente semplificate. In un breve addestramento, con poco tempo a disposizione per allenarsi, solo le tecniche più semplici sono quelle che realmente possono essere usate con efficacia in battaglia. Questo permise agli abitanti delle tribù indigene, senza alcun addestramento militare, di potersi difendere da altre tribù o addirittura dall'aggressione di eserciti stranieri. A causa di questo primo approccio, l'Escrima può sembrare erroneamente un'arte marziale molto semplice da imparare.

Storia

"Escrima" in lingua filippina Tagalog ha lo stesso significato dello spagnolo "esgrima", ovvero "scherma". Il primo contatto storico del mondo occidentale con l'Escrima si ha nell'epoca delle prime conquiste coloniali che seguirono alle esplorazioni dei "nuovi mondi" scoperti dai grandi navigatori agli inizi del Cinquecento. Quando i "conquistadores" spagnoli arrivarono nelle Filippine, trovarono ad aspettarli tribù belligeranti che usavano armi tradizionali per difendersi. Ferdinando Magellano, in particolare, venne ucciso nella battaglia di Mactan del 1521 dal re Lapu-Lapu: è lo stesso Pigafetta, che descrive nel suo diario di viaggio come gli indigeni uccisero Magellano con lance e con un "gran terciado (che è come una scimitarra, ma più grosso)". Dopo la conquista, gli spagnoli bandirono l'arte marziale indigena (che però rimase nascosta nelle danze e nei rituali popolari) sostituendola con la scherma spagnola. Il kali moderno risente ancora adesso dell'infuenza spagnola.
Molti ritengono che l'origine dell'Escrima si trovi nelle arti marziali indonesiane, che hanno le loro radici nel Kun Tao e nel Silat. Il Kun Tao (letteralmente la via del pugno) non è altro che una delle evoluzioni che ha avuto il Ch'uan Fa (conosciuto in occidente ed a Hong Kong con il termine Kung fu e nella Cina moderna come Wu-shu), mentre il Silat deriva dai movimenti adottati dalle arti marziali della penisola indiana e della popolazione araba che si insediò in Indonesia verso il XIII secolo. Del resto, a partire dal XIV secolo iniziò l'insediamento di popolazioni musulmane anche nel sud delle Filippine, invasione che si fermò con l'arrivo degli spagnoli: ancora oggi le isole meridionali dell'arcipelago filippino sono abitate dalla popolazione "moros" musulmana.
In realtà, gli innumerevoli stili delle arti marziali filippine hanno assorbito tecniche e schemi motori da qualsiasi arte marziale portata dai vari conquistatori delle Filippine che si sono succeduti nel corso della storia: indiani, arabi, spagnoli (con accompagnamento di portoghesi ed italiani), americani, giapponesi.

Escrima oggi

Negli ultimi anni è cresciuto l'interesse per le arti marziali meno diffuse, provenienti da diverse culture di tutto il mondo, incluso Escrima, Capoeira, Savate, Muay Thai ed altre. Ritenuta la migliore arte per imparare ad usare i coltelli ed a difendersi da essi, Escrima ha attirato persone non necessariamente interessate al suo aspetto culturale. Come conseguenza, molti sistemi di Escrima sono stati modificati, per renderli più "vendibili" ad un pubblico esteso. L'infuenza di altre arti marziali asiatiche sul modo di proporsi "sul mercato", ha portato ad una enfatizzazione del trapping, del controllo e del disarmo, focalizzandosi sull'aspetto dell'autodifesa. D'altra parte, il Kali-Arnis-Escrima non si è evoluto in senso sportivo come altre arti marziali (soprattutto giapponesi e cinesi), mantenendo una certa impronta guerriera dovuta alla sua origine (l'uso delle armi ne è insieme la causa e la diretta conseguenza).
I moderni metodi di allenamento tendono a curare meno il "footwork" e le tecniche di piede (che peraltro vengono assimilate con gli esercizi come veniva fatto anche anticamente) e le posizioni basse del corpo (che comunque erano adottate da non molti stili di Arnis/Escrima) soffermandosi sempre di più su tecniche dirette, maggiormente adatte ad essere imparate da chi non ha la possibilità di dedicare moltissimo tempo a queste discipline e che possono sembrare più efficaci, soprattutto in contesti in cui è richiesta una reazione immediata che non abbia avuto la necessità di anni e anni d'allenamento per essere acquisita.
Un altro campo in cui la disciplina si sta espandendo è il sincretismo con le tradizioni di scherma Europea, medioevale e rinascimentale, direzione in cui la sta sviluppando Master Bill Newman, allievo diretto di Latosa ed ora responsabile WTO per l'Escrima, così come sta approfondendo analogie e similutudini tra Kali-Arnis-Escrima e scherma rinascimentale italiana anche il Maestro Maurizio Maltese (uno dei quattro soci fondatori dell'AKEA prima, e fondatore dell'ISAM poi).

Polemiche

Non è raro veder praticare Escrima insieme ad arti marziali cinesi come Kempo e soprattutto Wing Chun nonché Jeet Kune Do. Nelle Filippine molti maestri di Escrima ormai praticano come sistemi a mani nude anche discipline giapponesi come il Karate o lo Judo. Pochi sono quelli che, depositari della tradizione, ancora conservano l'arsenale disarmato autoctono originale. I collegamenti con l'Occidente si devono a Dan Inosanto. Fu proprio grazie a quest'ultimo che l'Escrima venne diffusa e conosciuta in tutto il mondo. Merito di Inosanto, infatti, è quello di aver dato senso, logica e didattica ad un'arte marziale (o meglio ad un corpus di arti marziali) altamente carente in tal senso. Le Arti marziali filippine, infatti, in quanto sistemi familiari, non possedevano una progressione didattica né una struttura ben definita e coerente di tecniche. I promotori di questo tipo di allenamento sostengono che le arti siano davvero simili in moltissimi aspetti, e negli altri siano complementari. Nel Wing Tsun (principalmente in quello della scuola EBMAS) l'escrima Serrada della scuola di Renè Latosa rappresenta il completamento dell'area del combattimento armato (nel Wing Tsun le armi tradizionali sono i coltelli a farfalla e il bastone lungo) inoltre è perfettamente armonica con molti principi dell'arte, quali il Dinamismo rivolto verso l'avversario, l'importanza di trovarsi offline, il sistema di spostamenti sul Triangolo per maggior sicurezza durante l'esecuzione delle tecniche, lo studio dell'uso del corpo e l'attenzione sensibile alle pressioni avversarie. È anche vero che in America, l'Escrima è ritenuta da molti più affascinante e facile da proporre insieme alle arti marziali asiatiche e questo spiega, in parte, il proliferare di stili e sottostili la cui reale efficacia e praticità è stata messa a volte in discussione.

Aspetti Tecnici

Armi

Un "Bolo" è il machete utilizzato nelle Filippine

La particolarità che più colpisce dell'Escrima è che si comincia lo studio dell'arte marziale imparando subito ad usare le armi. Successivamente si passa al combattimento a mani nude applicando le tecniche, le famiglie di movimento e le tattiche di combattimento apprese con le armi. Tutte le altre arti marziali cominciano sviluppando l'abilità nel combattimento a mani nude, per anni, prima di passare eventualmente alle armi. Questa particolarità delle FMA, è giustificata dal fatto che per imparare il combattimento a mani nude si usano gli stessi esercizi del combattimento armato, ponendo nella memoria fisica il fulcro di tutto l'addestramento. Secondo i maestri filippini, avere la disponibilità di un'arma pone in vantaggio durante un combattimento, inoltre, durante l'apprendimento dei movimenti e delle tecniche, utilizzare un'arma focalizza l'attenzione e velocizza i movimenti: doti che diventano utili anche nello scontro disarmato ed indispensabili in caso si fronteggiasse a mano nuda un avversario armato. Un'altra opinione di questi maestri, è che non ci si riesce a difendere da certe armi (ad esempio il coltello) se non si conosce a propria volta come usarle. Quando non si ha un'arma a disposizione (anche di fortuna), il corpo stesso deve diventare un'arma!
Balisong

L'arma più comunemente utilizzata per cominciare l'apprendimento dell'Escrima è il bastone in rattan (chiamato "olisi", "yantok" o "baton" o "baston" a seconda dello stile), lungo all'incirca quanto il braccio del praticante, con una lunghezza che può variare dai 45 ai 70 cm. Altri bastoni usati per l'allenamento possono essere fatti con legni più duri e resistenti del rattan. Si usano anche bastoni d'alluminio o realizzati in plastiche molto resistenti. In molti sistemi si comincia con l'imparare il combattimento con due armi, che possono essere due bastoni, due coltelli o un bastone e un coltello (sistema chiamato "espada y daga"). Altre armi tradizionali possono essere il bastone lungo, il bastone da pugno (pocket stick), la lancia, lo scudo, la frusta e il nunchaku, oltre alle classiche armi da taglio filippine di medie dimensioni accomunate a quelle malesi: bolo (è praticamente un machete), kampilan (arma da taglio con lama rastremata verso l'impugnatura), barong (arma da taglio con lama a foglia leggermente curvata all'interno) e kriss (arma da taglio con lama serpeggiante che esiste di varie dimensioni, dalle maggiori che equivalgono a quelle di una spada a quelle inferiori simili a quelle di un pugnale), solo per citarne alcune.


Concetti tecnici di base

Il primo concetto tecnico su cui si fonda il Kali-Arnis-Escrima è utilizzare gli stessi movimenti usati per il maneggio di un'arma anche per il maneggio di armi diverse e per effettuare tecniche a mano nuda. Infatti, osservando attentamente le dimostrazioni tecniche di vari maestri ed istruttori di Escrima, si vede la quasi identica esecuzione della stessa tecnica, sia eseguita con un bastone che a mano nuda: vi sono solo piccoli aggiustamenti per adeguarsi a distanze di combattimento diverse e per sfruttare al meglio le differenti potenzialità offerte dalla mano prensile rispetto all'arma inerte.
Altro concetto tipico dell'Escrima, che si differenzia da altre arti marziali e che si ritrova solo nella scherma (e parzialmente nel Wing Chun), è la "numerazione degli angoli": gli attacchi vengono portati seguendo particolari traiettorie che comunque rientrano in "zone" che delimitano la figura umana del bersaglio. Per comprendere questo concetto, occorre immaginare la figura umana dell'avversario divisa perfettamente a metà da una linea verticale che attraversa tutto il corpo dalla estremità superiore della testa fino al pavimento: questa divide il bersaglio in due parti (destra e sinistra). A livello dell'ombelico, la figura viene di nuovo divisa in due parti da una linea parallela al terreno: il bersaglio a questo punto, è diviso in due ulteriori zone (alto e basso, oltre alla parte mediana corrispondente alla linea stessa). A prescindere dal tipo di colpo (di punta o di taglio, ascendente o discendente...), ogni attacco rientrerà in una delle quattro zone delimitate dalla linea verticale e da quella orizzontale. Conseguentemente, i filippini hanno creato un sistema di numerazione che identifica queste zone e l'allievo che impara le difese dai vari attacchi, impara anche a gestire allo stesso modo qualsiasi tipo di colpo portato in una determinata zona. Gli stili di Kali-Arnis-Escrima sono tanti, ma tutti hanno questi quattro angoli (che diventano cinque considerando anche quello costituito dagli attacchi portati direttamente sulla linea centrale verticale) iniziali in comune: a seconda della scuola, questi angoli possono aumentare tramite ulteriori differenziazioni e distinguo in 7, 12, 15, 24 o più angoli.
Una ulteriore differenza che esiste tra arti marziali di origine cino-giapponese e l'Escrima, è quella costituita dall'enfasi con la quale si predilige l'insegnamento delle tecniche tramite l'esecuzione di "routines" assieme ad un compagno, composte da esercizi ciclici, costituiti a loro volta dalla successione delle varie tecniche fino a quel momento imparate e da ulteriori esercizi che spingono l'allievo a "sperimentare" tecniche aggiuntive e variazioni, da applicare su uno schema ciclico fisso al fine di imparare ad adeguarsi alle mutevoli condizioni di un combattimento, aumentando la propria "sensibilità" e la capacità di applicare tecniche d'opportunità. Questi esercizi, che non hanno nulla a che fare con le "forme" presenti in altre discipline, sono chiamati "Abesedario", "Sumbrada" o "Sombrada", "Hubud", "Corridas", "Tapi-Tapi", "Palis", "Contrada", "Seguida" e con tanti altri nomi, a seconda dello stile e del particolare ambito del combattimento per lo studio del quale si rivolgono (a lunga, media o breve distanza).

Non solo armi

Nonostante il Kali-Arnis-Escrima sia conosciuto soprattutto per l'uso delle armi (soprattutto armi bianche da taglio e da percussione), in quest'arte esiste anche un vasto repertorio tecnico nel campo del combattimento a mano nuda che copre sia lo scontro tra opponenti disarmati, sia la difesa disarmata da attacco armato, rendendolo uno dei sistemi di combattimento più completi nell'ambito delle arti marziali.
Tale bagaglio tecnico viene comunemente chiamato "Pangamut" e si compone di tre aspetti.
Il primo è conosciuto come "Panantukan" e riguarda l'arte di colpire e difendersi utilizzando gli arti superiori: pugni, colpi di gomito, di avambraccio o con la mano aperta sono l'arsenale di tecniche utilizzate in quella che in occidente è chiamata anche "Boxe filippina". Oltre ai colpi, sono ovviamente previste anche tutte le tecniche "difensive", quali le "parate" (composte da "deviazioni", "blocchi", "opposizioni" e "assorbimenti") e le posture del corpo e delle braccia atte a consentire un attacco rimanendo protetti da eventuali reazioni dell'avversario. Anche a mano nuda vengono utilizzati movimenti ed approcci tattici derivati dalle tecniche studiate con l'impiego delle armi come, ad esempio, il movimento "sinawalli" (che deriva dall'utilizzo di due armi di uguale lunghezza, una per mano) o il "gunting" (che prevede, in fase difensiva, la distruzione dell'arto avversario, armato o meno, che sta portando l'attacco), nonché gli "spostamenti sul triangolo".
Il secondo aspetto riguarda i modi di colpire con gli arti inferiori e viene chiamato "Sikaran" (ma anche con altri nomi a seconda dello stile e dell'area di provenienza di quest'ultimo, come "Sipa" o "Pananjackman"), contemplando l'uso di calci e colpi di ginocchio. Anche in questo caso, si studiano gli utilizzi degli arti sia per l'attacco che per la difesa, applicando anche qui il concetto di gunting. I calci previsti nelle arti marziali filippine possono essere di qualunque tipo, per quanto siano quasi sempre preferiti i calci "bassi": calci portati ad un'altezza superiore all'inguine, dai filippini sono considerati pericolosi per chi li effettua, in quanto si prestano a pronte e decisive reazioni da parte dell'avversario, quali una presa della gamba calciante con conseguente sbilanciamento e proiezione, oppure un contro-calcio che colpisce una qualsiasi delle numerose zone lasciate esposte nel calciare (gamba d'appoggio, inguine o la stessa gamba calciante secondo gli schemi previsti applicando il "gunting") o, peggio ancora, la ferita (anche grave) della gamba calciante se l'avversario è armato di arma da taglio o da "botta": certamente non si vedranno mai combattenti che praticano arti marziali filippine cercare di "disarmare" un attaccante armato di coltello o di "machete" con un calcio alla mano armata.
L'ultimo aspetto è il cosiddetto "Dumog" (o "Buno", secondo gli stili) che comprende genericamente la "lotta", ovvero le tecniche di "controllo", di "sbilanciamento", di "proiezione" e soprattutto le "leve", le quali rivestono una particolare importanza in questa arte marziale per il loro utilizzo anche nelle tecniche di disarmo.
Anche nel campo del Pangamut, si privilegiano esercizi in coppia che sviluppano la "sensibilità" e che sono la variante a mano nuda dei rispettivi esercizi eseguiti anche a mano armata, soprattutto Hubud-Lubud e Sumbrada.


L'aspetto sportivo

Seppur meno diffuso rispetto a molte altre arti marziali (che fanno ormai dell'agonismo il loro scopo principale) a partire dalla fine degli anni ottanta anche nelle arti marziali filippine si sono sviluppate delle competizioni sportive (molte scuole tuttavia preferiscono dedicarsi solo alla pratica per autodifesa). Tre sono i tipi di competizione: combattimento con bastone singolo e doppio; Anyo (forme). Dal 1986 l'Eskrima sportiva nelle Filippine è regolata dalla Arnis Philippines che è membro del locale Comitato Olimpico. A livello internazionale l'attività sportiva fa capo alla IAF (International Arnis Federation, in filippino Arnis Pederasyong International - ARPI). In Italia a rappresentare la IAF, organizzando i campionati italiani e selezionando la squadra per i mondiali (che si svolgono con cadenza biennale negli anni pari) è la Società Sportiva Versus che si avvale dell'apporto di alcuni maestri filippini residenti nel nostro paese.

giovedì 29 maggio 2014

Bando kickboxing


Bando kickboxing (dilettanti)


Bando kickboxing è la forma modernizzata e sportiva del lethwei, soprannominata in Europa "pugilato birmana a quattro armi". Nata in America del Nord all'inizio degli anni '60, questo tipo di scherma dei piedi e dei pugni inguantati in un ring ha dato vita, negli USA degli anni '70, a varie forme di full contact e di kickboxing. Esistono, in competizione, due forme di combattimento: il "bando kickboxing controllato" (light contact) dove i colpi sono trattenuti perfettamente, e il "Bando kickboxing di pieno-contatto" dove i colpi sono portati a piena potenza, destinato agli adulti più esperti. Secondo le età ed il livello tecnico, le regole e le condizioni di competizione sono variabili: in particolare cambiano le tecniche autorizzate e proibite, il tempo di combattimento, il tipo di superficie di combattimento (tappeto o ring) e il portamento di certe protezioni (casco, plastron (pettorina), gambali, pantofole, etc.).

mercoledì 28 maggio 2014

Street Fighting



Un tipico esempio di Street Fight


La rissa da strada o street fighting è un termine usato per definire un tipo di combattimento corpo a corpo illegale che avviene in un luogo pubblico, fra due o più individui o gruppi di persone.

Caratteristiche

Il termine denota un tipo di combattimento generico, che solitamente implica che i combattenti non siano combattenti marziali professionisti o artisti. La rissa per strada come attività reale è relativamente infrequente.
Lo street fighting è anche inteso come arte marziale, o meglio, insieme di varie tecniche di arti marziali diverse con lo scopo di raggiungere il proprio obiettivo nel modo più semplice e veloce. Simile al Krav Maga,o al Jeet Kune Do, lo street fighting si sta diffondendo anche come addestramento per forze speciali degli eserciti e corpi di polizia in tutto il mondo.

Conseguenze penali

Ogni forma di violenza può generare una azione legale: violenze domestiche, sul posto di lavoro eccetera possono avere diverse conseguenze di carattere penale, come ad esempio nel caso di lesioni personali. La rissa di strada è organizzata e messa in atto anche per causare disordine civile di un certo livello ed a una certa scala, ed i tumulti relativi possono essere perseguiti anche con l'accusa di cospirazione e terrorismo.













martedì 27 maggio 2014

Il kendo

Risultati immagini per Il kendo




Il kendo (剣道 kendō) è un'arte marziale giapponese, evolutasi dalle tecniche di combattimento con la katana anticamente utilizzate dai samurai nel kenjutsu. Kendō significa letteralmente "La via ( ) della spada ( ken)".

 

Storia

Kendo, "Il cammino della spada", esprime l'essenza delle arti di combattimento giapponesi. Dal suo primo governo, durante il periodo Kamakura (1185-1233), l'utilizzo della spada, insieme all'equitazione e il tiro con l'arco, sono stati tra i maggiori interessi nella preparazione militare dei diversi clan che si contendevano il territorio. Il kendo si sviluppò sotto una forte influenza del buddismo zen, per cui il samurai sentiva l'indifferenza della propria vita nel bel mezzo della battaglia, la quale era considerata necessaria per la vittoria nei combattimenti individuali (si veda il concetto buddista della realtà illusoria della vita e della morte). A partire da quei tempi molti guerrieri sono stati rappresentati nella pratica del kendo, gli stessi che costituirono le prime scuole tra cui Itto-Ryu (scuola della spada unica) e il Muto (scuola senza spada).Oggi al posto delle katane si usano delle spade di legno i bokken per i 'kata' mentre per gli esercizi comuni si usa lo shinai (composto di quattro stecche di bambù)e si indossa una robusta armatura (bogu). Concetti come il Mushin o "mente vuota" sono diffusi dal buddismo zen e sono l'essenza del kendo. Fudoshin o "mente impassibile" sono concetti attribuiti al dio Fudo Myo-Ō (Acala), uno dei cinque "re della luce" nel buddismo shingon. Nel 1920, la Dai Nippon Butoku Kai (大日本武徳会, l'organizzazione promotrice della fondazione giapponese di arti marziali) ne ha cambiato nome da gekiken (撃剣, spada che colpisce) in kendo.


Praticanti

I praticanti di kendo sono chiamati kendōka (剣道家), letteralmente "chi pratica kendo", oppure kenshi (剣士), "spadaccino/schermidore".


Equipaggiamento e vestiario

Il kendo si pratica indossando un abbigliamento in stile tradizionale giapponese ed un'armatura protettiva (防具 bōgu) e usando una o, meno comunemente due, shinai (竹刀 shinai).

Equipaggiamento

Lo shinai è una rappresentazione della vera spada giapponese (katana) ed è formato da quattro stecche di bamboo tenute insieme da parti in pelle. Si utilizza anche una variante moderna dello shinai realizzata in fibra di carbonio rinforzata da strati di resina.
Nella pratica dei kata si utilizza anche una spada di legno massiccio, in giapponese bokutō (木刀) - spesso chiamato bokken (木剣) dagli occidentali.
I colpi sono portati sia con il lato (la lama) che con la punta dello shinai o del bokutō.
Il bōgu (防具) (ovvero l'armatura) protegge specifiche parti del corpo che fanno da bersaglio ai vari colpi: la testa, i polsi ed i fianchi. La testa è protetta da un elmo "stilizzato" chiamato men (), con una griglia metallica detta men-gane (面金) a protezione della faccia, una parte di spessi strati di pelle e tessuto a protezione della gola (tsuki-dare (突垂れ)) e dei lembi di tessuto imbottito a protezione delle spalle e di parte del collo (men-dare (面垂れ)). Gli avambracci, i polsi e le mani sono protetti da guanti di tessuto imbattivo chiamati kote (小手). Il torso è protetto da un corpetto chiamato dō () mentre il punto vita e la zona inguinale sono protetti dal tare (垂れ), costituito da dei lembi di tessuto posti in verticale. La parte centrale del tare è generalmente coperta da una sorta di etichetta, in giapponese zekken (ゼッケン) o nafuda (名札 なふだ), che riporta il nome del praticante ed il Dojo (o la Nazione) a cui appartiene. Il tare non rappresenta un possibile bersaglio ma è solamente una protezione da colpi accidentali ed errati.


Vestiario

L'abbigliamento indossato sotto il bōgu comprende una giacca chiamata kendogi (剣道着) - o keikogi (稽古着) - e l'hakama (), una sorta di ampia gonna-pantalone.
Un asciugamano di cotone detto tenugui (手拭い) viene avvolto intorno alle testa, sotto il men, per assorbire il sudore e fare in modo che il men venga calzato comodamente.


Principi del kendo

Nel 1975 la All Japan Kendo Federation (AJKF) - in Giapponese Zen Nihon Kendō Renmei (全日本剣道連盟) (ZNKR), abbreviato in Zen Ken Ren (全剣連) - ha sviluppato e pubblicato un documento intitolato "The Concept of Kendo" in cui si stabilisce il Principio del Kendo ed un altro intitolato "The Purpose of Practicing Kendo" che definisce lo Scopo della Pratica del Kendo."




«Il principio del kendo
Il Principio del Kendo è la ricerca della perfezione come essere umano attraverso l’esercizio dei principi della katana.

Lo scopo della pratica del Kendo

Lo scopo della pratica del Kendo è:
Formare la mente ed il corpo
Coltivare uno spirito forte
E, attraverso un addestramento corretto e severo,
Sforzarsi di progredire nell’arte del Kendo,
Tenere in considerazione la cortesia e l’onore,
Associarsi agli altri con sincerità
E ricercare per sempre il perfezionamento di se stessi.
In questo modo si sarà capaci di:
Amare il proprio paese e la società,
Contribuire allo sviluppo della cultura
E di promuovere la pace e la prosperità tra i popoli.
»




Atteggiamento mentale dell'insegnamento del kendo

Nel 2007 la All Japan Kendo Federation ha descritto l'atteggiamento mentale dell'insegnamento del kendo:


«Il significato dello Shinai
Per la corretta trasmissione e lo sviluppo del Kendo, è necessario sforzarsi di insegnare il modo corretto di trattare lo shinai secondo i principi della spada.
Kendo è una Via in cui l'individuo coltiva la propria mente (il sé) tendendo al shin-ki-ryoku-itchi (unificazione della mente, dello spirito e della tecnica) utilizzando lo shinai. La "spada-shinai" non deve essere solo diretta ad un avversario, ma anche a se stessi. Pertanto, l'obiettivo principale dell'insegnamento è quello di favorire l'unificazione della mente, corpo e shinai attraverso l'allenamento di questa disciplina.
»


Reiho – etichetta
«Nell'istruire, occorre porre l'accento sull'Etichetta per incoraggiare il rispetto per l'altro e coltivare le persone con un carattere dignitoso e umano.
Anche in competizioni ufficiali, si sottolinea l'importanza sostenere l'Etichetta nel Kendo. L'enfasi principale deve quindi essere posta su istruzione secondo lo spirito e le forme di Reiho (Etichetta) in modo che il praticante possa sviluppare un atteggiamento modesto verso la vita, e realizzare l'ideale di koken-chiai (il desiderio di raggiungere la comprensione reciproca e il miglioramento dell'umanità attraverso il Kendo).»


Kendo per tutta la vita

{{Citazione| Mentre vengono istruiti, gli studenti dovrebbero essere incoraggiati ad applicarsi pienamente alla cura dei temi della sicurezza e della salute e di dedicarsi allo sviluppo del loro carattere per tutta la vita.
Kendo è uno "stile di vita" che le generazioni successive possono imparare insieme. L'obiettivo primario dell'istruzione del Kendo è quello di incoraggiare i praticanti alla scoperta e definizione della propria Via nella vita attraverso la formazione nelle tecniche di Kendo. In questo modo il praticante sarà in grado di sviluppare una ricca visione della vita ed in grado di mettere in pratica la cultura del Kendo, beneficiando in tal modo dal suo valore nella propria vita quotidiana attraverso una maggiore vigoria sociale.



Regole

Si pratica indossando un'armatura (bogu) costituita da men (a copertura di testa, viso, spalle, gola), (corpetto rigido), tare (intorno ai fianchi), kote (guanti rigidi), tenogui (fazzoletto che viene legato alla testa prima di indossare il men). La classica sciabola (katana) è stata sostituita dal bokutō (detto anche bokken), usato solo per una serie di dieci esercizi, i kata, che racchiudono l'essenza del kendō, e dallo shinai, una spada costituita da quattro listelli di bambù uniti dal manico di pelle (tsuka), che è usata per il combattimento vero e proprio (jigeiko).
Complessi sono gli influssi religiosi e le tradizioni giapponesi nella pratica e nella gestualità: il kendō non è visto come una tecnica di combattimento, ma come un percorso di crescita personale; in questo senso, si dice che il kendōka (colui che pratica il kendō) deve essere grato al compagno che lo colpisce perché gli mostra i suoi punti deboli, e deve colpire con spirito di generosità.
La pratica si svolge all'interno di un dōjō, un'ampia stanza con pavimento ricoperto di parquet; solitamente si inizia e finisce sempre con il triplice saluto (al dōjō, ai compagni e al maestro) e vi è un breve riscaldamento che coinvolge tutte le catene muscolari. Si passa poi ai suburi, cinque esercizi di riscaldamento con lo shinai: nell'ordine, praticato normalmente joge-suburi, naname-suburi-ritenuto parte integrante di joge-suburi-, zenshin-men, zenshin-kotai-men, zenshin-kotai-sayu-men e choyaku-men (o aya-suburi). Poi si passa allo studio delle tecniche vere e proprie per poi, alla fine, passare alla pratica del ji-geiko: ji-geiko non va praticato come shiai, ma cercando di esprimere un kendo di qualità, senza agonismo e ricerca ossessiva del punto.
In un combattimento agonistico ("shiai"), è lecito colpire a men, kote, o tsuki (gola), e la vittoria è data al primo che realizza due colpi convalidati dagli arbitri (ippon), in numero di tre, che assegnano i colpi secondo la filosofia del ki-ken-tai-icchi (気剣体一致): spirito, spada e corpo devono essere nel colpo un tutt'uno armonico affinché questo possa essere considerato valido. Allo scopo di valutare la presenza del ki, dello spirito, nel colpo, è stata introdotta la regola che impone a chi colpisce il kiai, un grido che esprima spirito e concentrazione, al momento del colpo.



Gradi nel Kendo

Come avviene in molte altre arti marziali, l'avanzamento tecnico nella pratica del kendo è misurato con un sistema di gradi a cui, per i gradi più elevati, può essere aggiunto un riconoscimento onorifico.

Dan e Kyu

Il sistema di gradi è diviso in ( kyū) e ( dan) , creato nel 1883, è utilizzato per indicare il grado di abilità. Esistono 10 livelli di dan da primo dan (初段 sho-dan) al decimo dan (十段 jū-dan) e, generalmente, vi sono invece 6 livelli di kyu sotto il primo dan. La numerazione dei kyu è inversa: il primo kyu (一級 ikkyū) è quello immediatamente al di sotto del primo dan e il sesto kyu (六級 rokkyū) è il grado più basso. Non vi è alcuna differenza di abbigliamento tra i vari livelli.
I candidati devono sostenere il proprio esame di fronte ad una commissione la cui composizione dipende dal grado da esaminare. La tabella seguente riporta i criteri di formazione della commissioni adottati dalla Confederazione Italiana Kendo (CIK).
esame di qualifica esaminatori numero quorum per la promozione
1º kyu 4° dan o superiori 5 approvato da un minimo di 3
1º dan 4° dan o superiori 5 approvato da un minimo di 3
2º dan 5° dan o superiori 5 approvato da un minimo di 3
3º dan 5° dan o superiori 5 approvato da un minimo di 3
4º dan 6° dan o superiori 6 approvato da un minimo di 4
5º dan 7° dan o superiori 6 approvato da un minimo di 4
6º dan 7° dan o superiori 6 approvato da un minimo di 4
7º dan 7° dan o superiori 6 approvato da un minimo di 4
Il programma dell'esame varia a seconda del grado da conseguire. La tabella sintetizza quello che avviene in Italia.
esame di programma
1º kyu kirikaeshi, gigeiko, kata
1º dan kirikaeshi, gigeiko, kata e test scritto
da 2° a 5º dan gigeiko, kata e test scritto
6º e 7º dan gigeiko, kata
I requisiti per accedere agli esami di dan sono riportati nella tabella seguente:
grado requisito di grado requisito d'età
1° dan (初段 sho-dan) 1-kyū Minimo 14 anni
2° dan (二段 ni-dan) Minimo 1 anno dal conseguimento del 1º dan
3° dan (三段 san-dan) Minimo 2 anno dal conseguimento del 2º dan
4° dan (四段 shi-dan) Minimo 3 anno dal conseguimento del 3º dan
5° dan (五段 go-dan) Minimo 4 anno dal conseguimento del 4º dan
6° dan (六段 roku-dan) Minimo 5 anno dal conseguimento del 5º dan
7° dan (七段 nana-dan) Minimo 6 anno dal conseguimento del 6º dan
8° dan (八段 hachi-dan) Minimo 10 anni dal conseguimento del 7º dan Minimo 46 anni
L'ottavo dan è oggi il grado più alto raggiungibile dal momento che la AJKF, e di conseguenza la IKF, non attribuisce più i gradi di nono dan (九段 kyū-dan) e decimo dan (十段 jū-dan). Si dice che l'esame per l'ottavo dan di kendo sia uno dei più difficili esami in generale (se non il più difficile): in Giappone su un numero medio annuale di circa 1500 praticanti del 7° dan che tentano di raggiungere l'8° si registra una percentuale di successi minore dell'1%. Per poter far parte della giuria di un esame per l'ottavo dan è necessario essere 8° dan da almeno 15 anni.

Shogo

Lo shōgō (称号) è un riconoscimento che può essere assegnato ai dan superiori. Vi sono tre diversi livelli: renshi (錬士), kyōshi (教士), and hanshi (範士). Il titolo è indicato prima del grado di dan, per esempio (錬士六段 renshi roku-dan).
La tabella riporta le condizioni per lo shogo definite dalla AJKF - ogni federazione nazionale può definire dei propri criteri.


Shogo Grado richiesto Condizioni
renshi (錬士) 6º dan Aver conseguito il 6° dan da almeno 1 anno, superare uno screening da parte della federazione, ricevere una raccomandazione dal presidente dell'organizzazione regionale ed infine superare un esame teorico.
kyōshi (教士) renshi 7º dan Aver conseguito il 7° dan da almeno 2 anno, superare uno screening da parte della federazione, ricevere una raccomandazione dal presidente dell'organizzazione regionale ed infine superare un esame teorico.
hanshi (範士) kyōshi 8-dan Aver conseguito l'8° dan da almeno 8 anno, superare uno screening da parte della federazione, ricevere una raccomandazione dal presidente dell'organizzazione regionale e dal presidente nazionale ed infine superare un esame teorico.

Competizioni

Vi sono campionati italiani, europei e mondiali (l'ultimo campionato mondiale è stato disputato a Novara, in Italia, nel maggio 2012), ma il kendo non è sport olimpico, poiché la federazione giapponese non ha ancora preso decisioni in tal senso: tuttavia alcune federazioni spingono perché il kendo diventi sport olimpico. Il kendō, insieme allo iaidō e al jōdō afferisce alla Zen Nippon Kendō Renmei (全日本剣道連盟-ZNKR), associazione giapponese che ne promuove lo sviluppo a livello mondiale. L'attuale campione del mondo a livello individuale è il giapponese Susumu Takanabe. A squadre è campione il Giappone.

Il kendo in Italia

In Italia il kendo è promosso da due federazioni indipendenti ed antagoniste: la Confederazione Italiana Kendo (CIK) - l'unica riconosciuta dalla European Kendo Federation (EKF) e dalla International Kendo Federation (IKF) - e la Federazione Italiana Kendo (FIK). Nel 1980 la Federazione Italiana Kendo (FIK), viene riconosciuta quale Disciplina Sportiva Associata (DSA) nella Federazione Italiana Scherma (FIS).In FIS, la Federazione Italiana Kendo, ha militato sino al marzo 2003.
Il kendo in Italia a tutt' oggi, non ha ancora un riconoscimento del CONI.

lunedì 26 maggio 2014

Dojo

Un dojo in cui si pratica il Kendō


Dōjō (道場), comunemente traslitterato come dojo, è un termine giapponese che indica il luogo ove si svolgono gli allenamenti alle arti marziali. Etimologicamente significa luogo () dove si segue la via (). In origine il termine, ereditato dalla tradizione buddhista cinese, indicava il luogo in cui il Buddha ottenne il risveglio e per estensione i luoghi deputati alla pratica religiosa nei templi buddhisti. Il termine venne poi adottato nel mondo militare e nella pratica del Bujutsu, che durante il periodo Tokugawa fu influenzata dalla tradizione Zen, perciò è a tutt'oggi diffuso nell'ambiente delle arti marziali.
Nel budō è lo spazio in cui si svolge l'allenamento ma è anche simbolo della profondità del rapporto che il praticante instaura con l'arte marziale; tale ultimo aspetto è proprio della cultura buddhista cinese e giapponese, che individua il dojo quale luogo dell'isolamento e della meditazione.
I dojo erano spesso piccoli locali situati nelle vicinanze di un tempio o di un castello, ai margini delle foreste, in modo tale che i segreti delle tecniche venissero più facilmente preservati. Con la diffusione delle arti marziali sorsero numerosi dojo che venivano in molti casi considerati da maestri e praticanti una seconda casa; abbelliti con lavori di calligrafia e oggetti artistici preparati dagli stessi allievi, essi eprimevano appieno l'atmosfera di dignità che vi regnava; talvolta su di una parete veniva posto uno scrigno, simbolo che il dojo era dedicato ai più alti valori e alle virtù del Do, non soltanto all'esercizio fisico. In altri dojo si trovavano gli altari detti kamiza (sede degli Dei), riferiti non a divinità ma al ricordo di un grande maestro defunto. Il dojo rappresenta un luogo di meditazione, concentrazione, apprendimento, amicizia e rispetto, è il simbolo della Via dell'arte marziale.
In Occidente questo termine viene impropriamente tradotto in palestra ed inteso unicamente come spazio per l'allenamento, mentre nella cultura orientale il dojo è il luogo nel quale si può raggiungere, seguendo la Via, la perfetta unità tra zen (mente) e ken (corpo) e, quindi, il perfetto equilibrio psicofisico, massima realizzazione della propria individualità. Il dojo è la scuola del sensei (maestro): egli ne rappresenta il vertice e sue sono le direttive e le norme di buon andamento della stessa; oltre al maestro ci sono altri insegnanti, suoi allievi, ed i senpai (allievi anziani di grado) che svolgono un importante ruolo: il loro comportamento quotidiano rappresenta l'esempio che deve guidare gli altri praticanti; quando un sempai non si cura del proprio comportamento diventa un danno per tutta la scuola.
Nessun allievo avanzato prende dal dojo più di quanto esso non dia a sua volta: il dojo non è semplice spazio ma anche immagine di un atteggiamento, i dojo della Via si differenziano in questo aspetto dai normali spazi sportivi: l'esercizio fisico può anche essere il medesimo ma è la ricerca del giusto atteggiamento che consente di progredire. L'allievo entra nel dojo e deve lasciare alle spalle tutti i problemi della quotidianità, purificarsi la mente e concentrarsi sull'allenamento per superare i propri limiti e le proprie insiscurezze, in un costante confronto con sé stesso.
Il dojo è come una piccola società, con regole ben precise che devono essere rispettate. Quando gli allievi indossano il keikogi diventano tutti uguali; la loro condizione sociale o professionale viene lasciata negli spogliatoi, per il maestro essi sono tutti sullo stesso piano. Si apprende con le tecniche una serie di norme, che vanno dalla cura della persona e del keikogi (che mostra solo l'emblema della scuola), al fatto di non urlare, non sporcare, non fumare, non portare orecchini od altri abbellimenti (per evitare di ferirsi o di ferire), al fatto di comportarsi educatamente sino all'acquisizione dell'etica dell'arte marziale che discende da quella arcaico-feudale dei samurai: il Bushidō o Via del guerriero.
Il coraggio, la gentilezza, il reciproco aiuto, il rispetto di se stessi e degli altri sono dettami che entrano a far parte del bagaglio culturale dell'allievo. Nel dojo non si usa la violenza: non per nulla le arti marziali enfatizzano la forza mentale e non quella fisica, condannata prima o poi ad affievolirsi.
Si entra e si esce dal dojo inchinandosi: un segno di rispetto verso l'arte del ringraziamento per tutto ciò che di valido essa ha offerto. Anticamente nel dojo veniva eseguito il rito del soji (pulizia): gli allievi, usando scope e strofinacci, pulivano l'ambiente, lasciandolo in ordine per i successivi allenamenti. Tale gesto è il simbolo della purificazione del corpo e della mente: i praticanti si preparano ad affrontare il mondo esterno con umiltà, dote necessaria per apprendere e per insegnare l'arte marziale.


domenica 25 maggio 2014

Sambo

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Sambo, acronimo traslitterato dal cirillico di САМозащита Без Оружия ovvero "difesa personale senz'armi", è un'arte marziale di origine russa sviluppata a partire dagli anni venti del XX secolo come metodo di lotta destinato all'addestramento dei soldati dell'Armata Rossa.


Abbigliamento

L'abbigliamento consiste in una giacca denominata (kurtka) simile a quella usata nel Jūdō, dotata però di spalline e forata all'altezza della vita, in tela molto resistente e chiusa da una cintura passante per gli inserti. La divisa include calzoncini corti o non oltre il ginocchio e scarpe alte sino alla caviglia (sambovki) come nella lotta olimpica. Durante le competizioni sportive, giacca, pantaloncini e cintura devono essere dello stesso colore: rosso o blu. Il bianco solitamente è il colore adottato dall'arbitro, le cui maniche della giacca possono essere di colore rosso e blu. Oggigiorno i competitori utilizzano anche giacche di diverso colore. Un esempio è dato dai lottatori del Kazakistan, esperti nelle prese sulla parte superiore del corpo, il colore della cui giacca ricalca l'azzurro della loro bandiera. Nel sambo sono previsti i gradi di passaggio, che possono essere anche sostituiti da cinture colorate, così come avviene per la maggior parte delle arti marziali orientali. Tuttavia, per convenzione, molti continuano ad utilizzare la stessa cintura della giacca, sia essa rossa o blu, sino a sostenere l'esame che li porterà alla nera.


Tecniche

Le tecniche del sambo si suddividono fondamentalmente in tre tipi di attacco:
  • alla parte superiore del corpo
  • alla parte inferiore del corpo
  • lotta al suolo.
Nella competizione sportiva per ciò che riguarda la lotta a terra sono proibite le tecniche di lussazione degli arti e gli strangolamenti, a differenza di quanto avviene nel judo. Ciò è dovuto al fatto che le prese possono includere tecniche di lotta stile libero e lotta greco-romana, la cui stretta potrebbe essere altamente lesiva. Vengono però incluse tecniche e intrecci di gamba esclusi nel judo in quanto ritenuti pericolosi. Vi è una variante del Sambo inteso come lotta libera e sempre introdotta nel campo sportivo. Questa variante è nota come Kombat Sambo. Le tecniche difensive della Samooborona vengono applicate con grande fluidità in una sorta di full contact. I due contendenti sono autorizzati a usare pugni e calci, assieme a colpi di ginocchio e gomito, oltre alle normali prese di strangolamento e sottomissione. Grazie alla loro abilità in questo stile atleti russi, ma anche stranieri sono riusciti ad acquistare fama e gloria. Un esempio è dato da un grande campione dello stile Fëdor Emel'janenko, che è riuscito ad imporsi sui quadrati di mezzo mondo nel combattimento totale. Il Kombat Sambo, la cui pratica era già nota ben prima della seconda guerra mondiale, è ancora oggi adottato dai reparti speciali dell'esercito, quali gli Spetsnaz, ma a differenza della variante sportiva, la pratica militare è incentrata su tecniche atte a neutralizzare l'avversario senza alcun freno, implicando, nel suo schema, addirittura l'uccisione dell'avversario se la situazione lo richiede. Lo studio delle armi bianche non è escluso dal metodo.


Il Sambo nelle arti marziali miste

Grazie alla sua versatilità nei vari aspetti del combattimento il Sambo viene spesso indicato come un'ottima base per la transizione di un atleta nelle arti marziali miste, sport da combattimento divenuto molto popolare dagli anni 2000 in poi.
Tra gli atleti di MMA che vantano un background nel sambo vi sono:
  • Russia Fedor Emelianenko - campione dei pesi massimi Pride e campione openweight RINGS
  • Russia Volk Han - campione RINGS
  • Bielorussia Andrei Arlovski - campione dei pesi massimi UFC
  • Stati Uniti Nick Diaz - campione dei pesi welter Strikeforce, WEC ed IFC
  • Russia Oleg Taktarov - vincitore del torneo UFC 6
  • Giappone Megumi Fujii
  • Russia Ali Bagautinov
  • Russia Khabib Nurmagomedov
  • Germania Dennis Siver




sabato 24 maggio 2014

Sottomissione

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Con il termine presa di sottomissione (o più comunemente detta semplicemente sottomissione) si è soliti indicare nella lotta una presa applicata con lo scopo di infliggere dolore all'avversario, costringendolo ad arrendersi per via dello stesso o per timore di subire un infortunio. La resa può avvenire in due modi: a voce, dicendo chiaramente che si ha intenzione di cedere, o con tre colpi al tappeto con la mano, qualora non si abbia la possibilità di utilizzare segnali vocali.
Le sottomissioni sono utilizzate soprattutto nella lotta a terra e possono essere suddivise in costrizioni (strangolamenti, soffocamenti, compressioni) e manipolazioni (leve, torsioni, chiavi articolari). Quando utilizzate per la difesa personale o per ambiti di polizia (per esempio controllare un criminale), queste tecniche possono causare dislocamenti, strappi ai legamenti, fratture, perdita di sensi o persino morte.


Uso delle sottomissioni

Discipline (soprattutto sport da combattimento e arti marziali) che contemplano le sottomissioni sono:
  • Jiu jitsu brasiliano
  • Catch wrestling
  • FILA Grappling
  • Judo
  • Jujutsu
  • Luta Livre
  • MMA
  • Pancrazio
  • Pro wrestling
  • Puroresu
  • Sambo
  • Shoot wrestling
  • Shoot boxing


Tecniche

La stessa presa può essere chiamata in maniera diversa a seconda della disciplina o del paese. Alcuni dei nomi più comuni internazionalmente includono:

Manipolazioni

Qualsiasi stabilizzazione di uno o più punti articolari al loro raggio estremo di movimento.

Leve

Una leva opera applicando una forza potente su di un punto del corpo che si oppone alla resistenza esercitata dallo stesso, causando la rottura del punto anatomico che funge da fulcro.
Leva alla colonna vertebrale: tipo di leva applicata alla colonna vertebrale (in particolare al collo) che viene forzata oltre i propri limiti motori, di solito torcendo o piegando la testa o la parte superiore del corpo in posizioni innaturali.
  • Can opener: un tipo di leva al collo.
  • Crucifix: un tipo di leva al collo.
  • Neck crank: o leva al collo, applica pressione alle vertebre cervicali tirando o torcendo la testa.
  • Nelson: (un quarto, mezza, tre-quarti e completa): il braccio si avvolge attorno a quello dell'avversario, afferrando il collo.
  • Spine crank: applica pressione alla spina dorsale torcendo o piegando il corpo.
  • Twister: un tipo di leva al collo.
Leva al braccio: termine generico per indicare una leva applicata al gomito o alla spalla.
  • Armbar: una leva che iperestende l'articolazione del gomito.
  • Chicken wing: termine per vari tipi di leva, soprattutto fra i praticanti di Shoot wrestling e Jeet Kune Do.
  • Flying armbar: tipo di leva al braccio operato da una posizione in piedi.
  • Hammerlock: immobilizza il braccio dell'avversario dietro la schiena, con il polso orientato verso la spalla in leva. È una leva tipicamente usata come forma di controllo da parte di operatori di sicurezza e forze dell'ordine.
  • Juji-Gatame: termine del judo e del jujutsu per indicare una leva al braccio con quest'ultimo tenuto fra le gambe
  • Wristlock: termine generico per leve articolari al polso o all'avambraccio. La leva al polso è la tecnica per eccellenza dell'aikido e viene utilizzata in combinazione con chiavi articolari nel catch wrestling e come aggiunta ai controlli dolorosi per operazioni di polizia.
  • Small joint manipulation: leve applicate alle dita.

Chiavi

Una chiave o keylock consiste in una torsione di una parte del corpo, particolarmente un arto, che viene girata come se fosse una chiave, in genere facendo perno su di un fulcro in maniera analoga ad una leva.
Armlock: indica genericamente la chiave per antonomasia che è applicata su braccia e spalle.
  • Americana: termine del BJJ per indicare una torsione laterale del braccio.
  • Kimura: termine del BJJ per indicare una torsione mediale del braccio.
  • Omoplata: termine del BJJ per indicare una torsione delle spalle utilizzando le gambe.
Leglock: termine generico per chiavi effettuate alla caviglia, al ginocchio o alle anche.
  • Ankle lock: una chiave che iperestende la caviglia.
  • Heel hook: una chiave che ruota la caviglia.
  • Kneebar: una chiave che iperestende il ginocchio.
  • Toe hold: un tipo di iperestensione della caviglia. 

Costrizioni

Qualsiasi tipo di tecnica utilizzata per schiacciare parti del corpo come vasi sanguigni, vie respiratorie, organi o muscoli.


Strangolamenti e soffocamenti

Chokehold: termine generico per indicare una tecnica che schiaccia i vasi sanguigni del collo bloccando l'afflusso di sangue al cervello (strangolamento sanguigno), i nervi causando dolore (strangolamento nervoso) o la trachea impedendo di respirare (soffocamento).
  • Anaconda: tipo di strangolamento effettuato formando un triangolo attorno al collo con il braccio.
  • Ghigliottina: quasi una chiave alla testa, si applica di solito da davanti, afferrando il collo con l'interno-gomito e torcendo la testa con le braccia.
  • Bulldog: identica alla ghigliottina ma effettuata alle spalle dell'avversario.
  • Gearlock: tipo di strangolamento.
  • Gogoplata: strangolamento effettuato combinando una presa con la gamba e le braccia, di solito effettuata da una posizione di guardia.
  • Locoplata: variante della gogoplata.
  • Rear naked choke: termine generico per gli strangolamenti operati da dietro la schiena dell'avversario.
  • Triangolo: uno strangolamento che si effettua formando un triangolo con le gambe attorno al collo dell'avversario che viene schiacciata; può essere effettuato anche con un braccio.
Gi Choke: termine generico per indicare gli strangolamenti effettuati grazie all'ausilio di un keikogi o abiti simili.
  • Ezequiel: l'inverso dello strangolamento al collo all'indietro, usando la parte interna del bavero per avere presa.
  • Crosschoke: tipo di strangolamento con il gi usata soprattutto nel judo, gli atleti incrociano le braccia ad "X" e afferrano il gi dell'avversario o i suoi indumenti per strozzarlo.
  • Okuri eri jime: conosciuta nel judo come uno strangolamento con un solo bavero della giacca. 

Compressioni

  • Achilles lock: una compressione del tendine di Achille.
  • Biceps slicer: una compressione al gomito e al bicipite.
  • Calf slicer: una compressione del polpaccio.
  • Leg scissors: le gambe sono avvolte attorno al corpo e comprimono il torace o l'addome impedendo la respirazione.
  • Figura quattro: (chiamata anche triangolo al braccio, arm triangle o leg triangle) termine utilizzato per descrivere la posizione di braccia o gambe incrociate di modo da ricordare la forma del numero "4" mentre si afferra un avversario.