Sembra quasi un
paradosso.
Il Judo è una delle
arti marziali più specializzate al mondo nel combattimento dalla
distanza ravvicinata.
Il suo intero
sistema ruota attorno alla capacità di controllare l'avversario,
romperne l'equilibrio e proiettarlo.
La Muay Thai,
invece, non nasce come arte del combattimento con le proiezioni come
obiettivo principale.
Eppure, quando si
guarda un combattimento nel quale sono consentiti i colpi, può
sembrare che il judoka perda improvvisamente gran parte dei propri
vantaggi nel clinch.
Non perché il Judo
sia inefficace.
Ma perché non
esiste più lo stesso clinch.
Questa è la
distinzione fondamentale.
Un judoka e un
combattente di Muay Thai possono trovarsi entrambi a pochi centimetri
di distanza, con le mani addosso all'avversario.
Ma stanno cercando
di fare cose completamente diverse.
Nel Judo, il clinch
è spesso l'inizio della proiezione.
Nel Muay Thai, il
clinch può essere contemporaneamente controllo, sbilanciamento e
posizione dalla quale colpire.
E quando compaiono
le ginocchiate, ogni tentativo di cambiare posizione deve fare i
conti con una minaccia che nel Judo sportivo semplicemente non
esiste.
Il primo grande
elemento di differenza è la testa.
Nel Judo, il
controllo dell'avversario passa spesso attraverso prese alla giacca e
al corpo.
La presa permette di
manipolare il busto, creare squilibri e utilizzare il movimento
dell'avversario contro di lui.
Il judoka non deve
necessariamente essere più forte.
Deve riuscire a
controllare la struttura dell'altro e portarla nella posizione
necessaria per la proiezione.
Nel Muay Thai,
invece, il controllo della testa può diventare centrale.
Il famoso clinch
thailandese permette di controllare la testa e il collo
dell'avversario, spesso con entrambe le mani, cercando di alterarne
la postura.
E qui entra in gioco
una semplice realtà biomeccanica: se controlli la testa,
influenzi enormemente la posizione del corpo.
La testa è
collegata alla colonna vertebrale.
Quando viene portata
in avanti o verso il basso, l'avversario deve reagire per mantenere
l'equilibrio.
Se non lo fa, perde
la postura.
E per un judoka la
postura è fondamentale.
Una proiezione non
consiste semplicemente nel "prendere qualcuno e lanciarlo".
Richiede una precisa
combinazione di ingresso, squilibrio, posizione del corpo, controllo
e movimento.
Se l'avversario
riesce continuamente a impedirti di assumere la posizione necessaria,
la tecnica diventa molto più difficile.
Questo vale
soprattutto per alcune proiezioni che richiedono di entrare
profondamente sotto il centro di massa dell'avversario.
Pensiamo, per
esempio, al seoi nage.
Il judoka deve
entrare, ruotare e portare il proprio corpo in una posizione nella
quale possa utilizzare la struttura dell'avversario contro di lui.
Ma se mentre cerca
di entrare gli viene tirata la testa verso il basso e il suo
avversario mantiene i fianchi lontani, la situazione cambia.
Non significa che il
seoi nage diventi "inutile".
Significa che la
finestra d'ingresso diventa più difficile da ottenere.
Lo stesso discorso
vale per l'uchimata.
Il judoka deve
creare una particolare relazione tra i due corpi per poter utilizzare
efficacemente la gamba e il movimento del bacino.
Se l'avversario
riesce a controllare la testa, mantenere una buona base e impedire
l'ingresso, il judoka non può semplicemente eseguire la tecnica
perché la conosce.
Ed è qui che arriva
la seconda differenza: il combattimento con i colpi punisce i
tentativi falliti in maniera completamente diversa.
In un incontro di
Judo, tentare una proiezione e fallire significa principalmente
perdere una posizione.
In un combattimento
nel quale sono consentite le ginocchiate, può significare esporsi a
un colpo.
Questa differenza
modifica la psicologia del combattimento.
Il judoka non deve
più pensare soltanto: "Come posso rompere il suo equilibrio?"
Deve anche pensare:
"Come posso rompere il suo equilibrio senza espormi mentre lo
faccio?"
È un problema
completamente diverso.
Immaginiamo un
combattente che controlla la testa dell'avversario.
Può tirarla verso
il basso.
Può spostarlo
lateralmente.
Può costringerlo a
reagire.
E contemporaneamente
può minacciare una ginocchiata.
Il judoka è quindi
costretto a proteggersi mentre cerca di costruire la propria
proiezione.
Questa
sovrapposizione di minacce è ciò che rende il clinch thailandese
così difficile da affrontare per chi proviene esclusivamente dal
grappling sportivo.
Non è soltanto una
questione di forza.
È una questione di
priorità.
Ogni volta che
abbassi la testa per entrare, rischi di esporti.
Ogni volta che
cerchi di avvicinare i fianchi, devi controllare la posizione
dell'avversario.
Ogni volta che provi
a modificare la presa, devi considerare cosa può accadere nel
frattempo.
Nel Judo sportivo,
il regolamento permette di concentrarsi quasi completamente sul
problema della proiezione.
Nel Muay Thai, il
corpo dell'avversario è contemporaneamente una struttura da
manipolare e una fonte di attacchi.
E questo cambia
tutto.
C'è poi un altro
elemento spesso sottovalutato: la distanza tra i fianchi.
Molte proiezioni di
Judo richiedono che il corpo del judoka entri in una posizione molto
precisa rispetto al centro di massa dell'avversario.
Il combattente
thailandese, invece, è allenato a mantenere una postura che gli
consenta di controllare, colpire e mantenere l'equilibrio.
Se riesce a
mantenere il bacino sufficientemente lontano mentre controlla la
parte superiore del corpo dell'avversario, può rendere molto più
difficile il contatto necessario per alcune proiezioni.
Ma ancora una volta,
non significa che il judoka sia "bloccato".
Significa che deve
adattarsi.
Ed è qui che la
risposta originale diventa troppo semplicistica.
Un judoka esperto
non rimarrebbe necessariamente per sempre sotto una doppia presa al
collo.
Potrebbe cercare di
rompere la presa.
Potrebbe cambiare
angolo.
Potrebbe utilizzare
altre forme di controllo.
Potrebbe entrare
sulle gambe o sul corpo, a seconda del regolamento.
Potrebbe utilizzare
tecniche di Judo che non richiedono esattamente la stessa
configurazione.
E soprattutto
potrebbe sfruttare il movimento dell'avversario.
Perché il clinch
thailandese non è una posizione magica.
Anche il Nak Muay
deve mantenere equilibrio e struttura.
Se perde la
posizione, può essere proiettato.
E infatti le
proiezioni esistono anche nella Muay Thai.
Sono però
generalmente diverse dalle proiezioni di Judo sia per regolamento sia
per il modo in cui vengono costruite.
Quindi non è
corretto dire: "Il clinch thailandese neutralizza il Judo."
È più corretto
dire: "Il clinch thailandese presenta al judoka un
problema che il Judo sportivo non gli chiede normalmente di
risolvere."
E quel problema è
la contemporaneità.
Devi controllare.
Devi sbilanciare.
Devi entrare.
Devi proteggerti.
E devi farlo mentre
l'avversario può colpirti.
Questa è una delle
ragioni per cui le arti marziali cambiano radicalmente quando
cambiano le regole.
Una tecnica non
esiste nel vuoto.
Esiste all'interno
di un sistema di regole, posture, distanze e minacce.
Una presa che
funziona magnificamente in una disciplina può essere molto meno
conveniente quando l'avversario può colpire.
E una posizione
apparentemente dominante può diventare pericolosa se concede
all'altro una nuova arma.
Il clinch della Muay
Thai è un esempio perfetto.
Nel combattimento
thailandese, il controllo della testa non serve soltanto a
immobilizzare.
Serve a creare una
situazione nella quale l'avversario deve continuamente reagire.
Una testa fuori
posizione.
Un corpo che perde
l'allineamento.
Una gamba che deve
compensare.
E poi una
ginocchiata.
Il vero vantaggio
non è quindi una singola tecnica.
È la catena
di minacce.
Il combattente
thailandese non deve necessariamente pensare: "Ti tengo fermo."
Può pensare: "Se
ti muovi in questa direzione, ti sbilancio. Se rimani fermo, ti
colpisco. Se abbassi la postura, cambio angolo. Se reagisci alla
ginocchiata, modifico il controllo."
Il judoka deve
quindi interrompere quella catena e creare una propria sequenza.
Ed è proprio qui
che emerge la differenza tra conoscere un'arte marziale e saperla
adattare.
Un judoka abituato
esclusivamente al proprio regolamento potrebbe trovarsi in seria
difficoltà.
Un judoka allenato
specificamente contro pugni, ginocchiate e clinch thailandese avrebbe
invece un arsenale completamente diverso di risposte.
Lo stesso vale nella
direzione opposta.
Un Nak Muay che
entra in un incontro di Judo e pensa di poter semplicemente usare il
proprio clinch potrebbe scoprire molto rapidamente perché il Judo ha
trascorso oltre un secolo a perfezionare il combattimento dalla
presa.
Se gli togli le
ginocchiate, i pugni e i calci, il problema cambia.
E improvvisamente il
judoka torna ad avere un ambiente nel quale le sue specialità
possono esprimersi al massimo.
È questa la lezione
più interessante.
Non esiste una
graduatoria universale nella quale una disciplina "vince"
sempre contro un'altra.
Esistono regolamenti
che premiano determinate competenze.
Il Judo è
straordinariamente sofisticato nel controllo dell'equilibrio, nella
presa e nella proiezione.
La Muay Thai è
straordinariamente sofisticata nella gestione della distanza, dei
colpi e del clinch offensivo.
Quando queste due
competenze si incontrano in un ambiente nel quale sono consentite le
ginocchiate, il judoka non sta semplicemente affrontando un altro
grappler.
Sta affrontando un
avversario che può trasformare ogni fase della preparazione alla
proiezione in un'opportunità per colpirlo.
Ed è questo che
rende il clinch thailandese così particolare.
Non impedisce
fisicamente al judoka di proiettare.
Gli rende
costoso arrivare nella posizione dalla quale vuole proiettare.
E in un
combattimento reale, questa differenza può essere enorme.
Perché la tecnica
migliore del mondo non serve a molto se l'avversario non ti concede
mai la posizione necessaria per applicarla.
Cesio Endrizzi