Cominciamo da un dato di fatto che separa immediatamente i calci dai pugni: il costo energetico e il rischio. Un pugno è un movimento corto, esplosivo, che coinvolge solo la parte superiore del corpo e che richiede frazioni di secondo per essere eseguito. La sua traiettoria è breve, lineare, e il corpo rimane in equilibrio quasi per tutto il tempo. Un calcio, al contrario, è un movimento che coinvolge l’intera catena cinetica: dalla pianta del piede che spinge, alla rotazione dell’anca, al bilanciamento delle braccia. Durante un calcio, il combattente è su una gamba sola, vulnerabile a qualsiasi spinta o contrattacco. Se il calcio manca il bersaglio o viene intercettato, il tempo di recupero è doppio rispetto a un pugno sbagliato. E in quell’intervallo di disarmo, l’avversario può entrare, sbilanciare, portare a terra o colpire con una combinazione di pugni. La boxe, con la sua economia di movimento, è la disciplina che meglio si sposa con la necessità di rimanere sempre pronti a difendersi. Il calcio, per quanto potente, è un lusso che ci si può permettere solo se si ha una superiorità schiacciante in termini di distanza e tempismo, o se si è disposti a correre un rischio calcolato.
C’è poi la questione delle regole, che molti sottovalutano. Nell’MMA moderno, i takedown sono consentiti, anzi incoraggiati. Un combattente che solleva la gamba per un calcio alto o medio espone automaticamente il proprio baricentro: l’avversario può afferrare la gamba al volo, sbilanciarlo e portarlo al tappeto. È una delle tecniche più elementari del wrestling difensivo, e funziona con una regolarità imbarazzante contro i calciatori incauti. Una volta a terra, il calciatore si trova in un mondo che non è il suo: il grappling, le montate, i ganci, le leva. E lì, il pugilato – inteso come capacità di colpire da posizioni ravvicinate, con brevi ganci e montanti – torna ad avere la meglio. Per questo i grandi calciatori dell’MMA, come Mirko Cro Cop o Edson Barboza, hanno dovuto sviluppare una difesa dei takedown di altissimo livello. Non bastava saper calciare: dovevano saper impedire all’avversario di afferrare la loro gamba. E questo richiede anni di allenamento specifico, una consapevolezza spaziale fuori dal comune, e una capacità di leggere l’intenzione dell’avversario che pochi possiedono. Per il lottatore medio, che magari ha iniziato a 20 anni e non ha una carriera decennale alle spalle, è molto più efficiente investire tempo nella boxe e nel wrestling difensivo base, piuttosto che inseguire la chimera del calcio perfetto.
Un altro aspetto, spesso ignorato dai puristi delle arti marziali “tradizionali”, è la differenza di equipaggiamento. I guantoni dell’MMA sono piccoli, leggeri, con le dita scoperte. Proteggono le nocche ma lasciano intatte la velocità e la sensibilità della mano. Un pugno ben piazzato con questi guanti può fratturare un osso del volto con una facilità che i guantoni della boxe non permettono. I calci, invece, non hanno alcuna protezione: si sferra con il piede nudo – o al massimo con un piccolo paratibia – contro un avversario che spesso ha i gomiti e le ginocchia pronti a parare. Un calcio sbagliato che impatta contro un gomito può fratturare il metatarso del calciatore, mettendolo fuori combattimento per mesi. Il pugno, anche se para male, rischia molto meno danni autoinflitti. C’è poi il fattore psicologico: è più facile impegnarsi a fondo in un pugno, perché la mano è corta e il rischio di infortunio è limitato. Un calcio, specialmente se alto, richiede una fiducia totale nella propria tecnica e nella propria resistenza ossea. Molti combattenti, anche tra i professionisti, sviluppano una inibizione inconscia a calciare a pieno regime, per paura di farsi male da soli. Un’inibizione che non hanno con i pugni.
La statistica degli incontri, del resto, parla chiaro. Nella storia dell’UFC, la stragrande maggioranza dei knockout è arrivata da pugni, non da calci. I calci alla testa che portano a KO sono eventi rari, quasi iconici, proprio perché eccezionali. I calci bassi – quelli alla coscia, che non mirano al KO ma alla accumulazione di danno – sono più frequenti, ma raramente chiudono l’incontro da soli. Servono a rallentare l’avversario, a limitarne la mobilità, a preparare il terreno per il pugno finale. In altre parole, il calcio basso è un’arma di supporto, non la protagonista. E anche lì, la sua efficacia dipende dalla capacità di alternarlo con pugni e finte, per evitare che l’avversario impari a bloccarlo o a catturarlo. Un buon calcio basso, integrato in un sistema di boxe, è devastante. Ma da solo, senza la minaccia dei pugni, diventa prevedibile e neutralizzabile.
C’è infine una considerazione antropologica, che forse suonerà sgradevole alle orecchie dei multiculturalisti, ma che ha un fondo di verità statistica. Le culture che storicamente hanno prodotto i migliori calciatori – Thailandia, Corea, Croazia – condividono un patrimonio di arti marziali tradizionali dove il calcio è centrale da secoli. Muay thai, taekwondo, kickboxing orientale. In quei paesi, i bambini iniziano a calciare a 6 anni, e a 20 hanno già 14 anni di esperienza nell’uso del piede come arma. La loro coordinazione, la loro flessibilità, la loro capacità di leggere la distanza sono frutto di un addestramento precoce che in Occidente non esiste, o esiste solo in nicchie ristrette. Il lottatore occidentale medio – americano, brasiliano, europeo continentale – cresce con la boxe o con la lotta, non con i calci. Provare a insegnargli calci complessi da adulto è come voler fare di un trentenne un ballerino classico: le finestre di apprendimento motorio sono chiuse, e la frustrazione è garantita. Per questo, nella pratica, la stragrande maggioranza dei lottatori di MMA sceglie di perfezionare ciò che già sa fare – i pugni – piuttosto che inseguire una competenza che richiederebbe anni di dedizione esclusiva.
Ma attenzione: non è che i calci non funzionino. Funzionano eccome, ma solo in mani (o piedi) di combattenti eccezionali, dotati di talento naturale, anni di allenamento specifico, e una struttura fisica favorevole (gambe lunghe, buona mobilità dell’anca, basso centro di gravità). Per ogni Cro Cop che mette a segno un calcio alla testa da manuale, ci sono decine di lottatori che hanno provato a imitarlo e sono finiti con la faccia sul tappeto, dopo che l’avversario aveva afferrato la loro gamba al volo. La differenza tra il campione e l’aspirante è proprio questa: il campione sa quando calciare, ma sa anche quando non farlo. E sa che la priorità assoluta, nell’economia di un incontro, è rimanere in piedi e in equilibrio. Il pugno, con la sua economicità e il suo basso rischio, è lo strumento che meglio garantisce entrambe le cose.
In conclusione, la prossima volta che vedrete un incontro di MMA e vi chiederete perché i lottatori non scatenino una tempesta di calci, ricordatevi che quello che sembra “convenzionale” è spesso il frutto di un’evoluzione spietata. La boxe è sopravvissuta nell’ottagono perché è efficace in un modo che i calci, per la maggior parte dei combattenti, non sono. Non è una questione di estetica o di tradizione: è una questione di vittoria. E nell’MMA, come nella guerra, il generale che vince non è quello che ha l’arma più bella, ma quello che ha l’arma che funziona più spesso. Il pugno, in questo senso, è il fucile d’assalto dei combattimenti. Il calcio è il cannone: più potente, ma più lento, più ingombrante, e terribilmente difficile da usare senza farsi male da soli. Scegliete voi con cosa volete andare in battaglia. Ma se ci tenete alla faccia, scegliete il pugno.
Cesio Endrizzi