venerdì 10 aprile 2026

La menzogna della pace armata

 


Morihei Ueshiba, il fondatore dell'Aikido, era un uomo che poteva scaraventare dall'altra parte della stanza un lottatore addestrato senza apparente sforzo, e poi inchinarsi come se avesse appena versato il tè. Questa immagine – la potenza fisica al servizio di una filosofia che rifiuta la potenza – è il paradosso che ha sempre affascinato e al tempo stesso tradito l'Aikido. Perché l'idea che quest'arte marziale si basi sull'evitare il combattimento, più che sul provocarlo, non è una pia illusione da libri di auto-aiuto. È scritta nelle ossa delle tecniche, nel rituale dell'allenamento, nella struttura stessa di ciò che si fa e non si fa sul tatami. Eppure, come tutte le verità che suonano troppo belle, merita di essere esaminata con il bisturi del cinismo, senza la retorica new age che spesso la avvolge.

Cominciamo dal principio: in Aikido non si attacca mai per primi. Non è una scelta etica astratta, è una regola tecnica. Ogni esercizio, ogni sequenza, ogni kata prevede che ci sia un attaccante – l'uke – che sferra un pugno, afferra il polso, colpisce con un bastone. E il difensore – il nage – risponde. Non anticipa, non provoca, non cerca lo scontro. Risponde. Questa asimmetria iniziale è già una dichiarazione di intenti: l'Aikido non è uno strumento per cercare guai, ma per uscirne. Nelle parole di Ueshiba, "la vera vittoria è la vittoria su se stessi" – masakatsu agatsu – e vincere su se stessi significa innanzitutto non cedere all'impulso di colpire per primi. È una disciplina che assomiglia più a un addestramento alla moderazione che a un corso di sopravvivenza. E in questo, già, si distingue radicalmente da qualsiasi arte marziale competitiva, dove l'obiettivo è colpire prima, più forte, più spesso.

Ma la differenza più profonda non sta nel "se" si risponde, ma nel "come". L'Aikido non risponde alla forza con la forza. La devia. Il movimento caratteristico – quello che si vede in ogni dimostrazione, con i corpi che ruotano, le braccia che si aprono a spirale, gli avversari che volano via come foglie – non è uno scontro frontale. È un'elusione circolare. Il principio fisico è semplice: se qualcuno ti spinge, tira; se qualcuno tira, spingi. L'Aikido aggiunge una terza dimensione: se qualcuno avanza, ruota. Non opponi resistenza, cambi angolo. E in quel cambio di angolo, lo slancio dell'avversario diventa la sua stessa trappola. L'energia non viene distrutta, ma reindirizzata. È un concetto di una eleganza quasi matematica, e funziona splendidamente in un dojo con un partner che collabora. Il problema, come vedremo, è quando il partner non collabora.

Le tecniche distintive dell'Aikido – ikkyo, nikyo, sankyo, kotegaeshi – sono leve articolari. Servono a immobilizzare, non a rompere. Si può rompere un gomito con un ikkyo, se si applica abbastanza forza e velocità. Ma l'addestramento standard non insegna a rompere. Insegna a controllare, a guidare l'avversario a terra, a tenerlo fermo con una pressione minima. Anche qui, la filosofia si traduce in tecnica: non si tratta di infliggere il massimo danno, ma di neutralizzare la minaccia con il minimo danno necessario. In un'epoca di violenza stradale e aggressioni casuali, questa potrebbe sembrare una scelta ingenua. Ma per chi ha a che fare con situazioni in cui l'uso della forza è regolato da leggi – forze dell'ordine, addetti alla sicurezza – non è affatto ingenua. È un'opzione razionale.

C'è poi un dettaglio che molti osservatori esterni fraintendono: l'ukemi, l'arte di cadere. In Aikido si dedica un tempo enorme a imparare a cadere. Rotolamenti avanti, rotolamenti indietro, cadute laterali, cadute alte. A uno sguardo superficiale, sembra una perdita di tempo. In realtà, l'enfasi sull'ukemi è la prova più evidente della filosofia dell'Aikido: persino l'attaccante, colui che ha scatenato la violenza, merita di non farsi male. La caduta sicura non è un accidente tecnico, è un principio etico reso pratica. Se lanci qualcuno, hai la responsabilità di assicurarti che atterri senza fratture. In qualsiasi altra arte marziale, l'avversario che cade è un problema suo. In Aikido, è un problema tuo. Questa inversione di responsabilità – l'aggressore che diventa oggetto di cura – è forse l'eredità più scomoda e più bella di Ueshiba.

E veniamo al grande scoglio, quello su cui l'Aikido si infrange regolarmente nei dibattiti tra appassionati di arti marziali: lo sparring. Nella stragrande maggioranza delle scuole di Aikido tradizionale, non si pratica lo sparring a piena resistenza. L'allenamento è cooperativo. L'uke attacca in un modo predefinito, con un'intensità concordata, e il nage esegue la tecnica. Poi si inverte. Non c'è competizione, non c'è "vincitore", non c'è la tensione di un avversario che cerca attivamente di contrastarti. I critici – e sono molti, e spesso fondati – dicono che senza sparring non si impara mai veramente a combattere. Perché un conto è eseguire una leva su un partner che ti dà il braccio, un altro conto è applicarla su qualcuno che tira indietro, stringe i pugni, ti dà ginocchiate. E la storia recente dell'Aikido nelle competizioni di arti marziali miste è stata, per usare un eufemismo, disastrosa. Praticanti di alto grado sono stati messi al tappeto da lottatori di livello medio in pochi secondi. Questo è un fatto. Non una opinione.

Ma qui dobbiamo chiederci: l'Aikido pretende mai di essere efficace in un ottagono? La risposta è no. Ueshiba non ha creato l'Aikido per vincere tornei. Lo ha creato per risolvere conflitti. E i conflitti della vita reale – quelli che accadono in un bar, in un parcheggio, in una lite condominiale – non assomigliano a un incontro di MMA. Sono brevi, confusi, spesso iniziano con una presa o una spinta, non con un montante. E l'obiettivo, nella stragrande maggioranza dei casi, non è "distruggere l'avversario", ma "non farsi male e andarsene". In questo contesto, i principi dell'Aikido – deviare, controllare, immobilizzare, fuggire – hanno un senso che sfugge a chi giudica tutto dalla prospettiva dello sport da combattimento.

Ciò detto, sarebbe disonesto non riconoscere i limiti. L'Aikido tradizionale, così come viene insegnato nella maggior parte dei dojo, prepara male allo scenario di un'aggressione reale. Non perché le tecniche non funzionino, ma perché il metodo di allenamento – cooperativo, prevedibile, privo di resistenza – non sviluppa la capacità di adattarsi al caos. Un pugno vero non arriva con il ritmo di un attacco da kata. Un'aggressione vera non si ferma se sbagli la leva. E la vera violenza non perdona l'esitazione. Per questo, molti dei migliori insegnanti di Aikido applicato – quelli che lavorano con forze di polizia o security – integrano l'allenamento con sparring condizionato, con attacchi non cooperativi, con scenari realistici. L'Aikido puro, quello da manuale, è un'idea meravigliosa. Ma le idee, da sole, non fermano un pugno.

La conclusione, per chi ha la pazienza di cercarla, è che l'Aikido non è né la panacea dei pacifisti né la ciarlataneria che i suoi detrattori descrivono. È un'arte marziale fondata su un paradosso: usare la massima competenza per applicare la minima forza. Funziona? Dipende da cosa intendi per "funzionare". Se vuoi vincere un torneo di UFC, studia Jiu-Jitsu e Muay Thai. Se vuoi imparare a gestire un conflitto senza distruggere l'altro – e senza distruggere te stesso – l'Aikido ha qualcosa da offrire. Ma solo se sei disposto a integrare il suo allenamento cooperativo con una dose realistica di resistenza. Perché la pace, anche quella armata, non si impara danzando da soli. Si impara a contatto con qualcuno che non vuole collaborare. E su questo, Ueshiba, forse, non era stato abbastanza chiaro.


Cesio Endrizzi





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