lunedì 13 aprile 2026

L'orgoglio della panchina e la realtà del ring

C'è una frase che circola negli spogliatoi delle arti marziali di tutto il mondo, e suona più o meno così: "Il mio stile è il migliore, perché è il mio". L'ha pensata almeno una volta ogni praticante di karate, ogni cintura nera di judo, ogni allievo di kung fu che abbia mai guardato con sufficienza un pugile o un lottatore di Muay Thai. È un istinto comprensibile, quasi fisiologico: la fedeltà al proprio maestro, il tempo investito, le ossa rotte e i sacrifici creano un legame che sfida l'obiettività. Ma quando questa fedeltà si trasforma nella convinzione che il proprio stile sia oggettivamente superiore a tutti gli altri – come nel caso di chi proclama la supremazia del Bajiquan – il terreno si fa scivoloso. Perché la realtà, quella dei fatti e dei combattimenti veri, ha la brutale abitudine di ridere delle nostre certezze.

Il Bajiquan, lo ammetto, ha un fascino innegabile. Chi lo pratica si muove con una potenza esplosiva, gomiti che sferzano, spalle che proiettano, piedi che radono il terreno in quella famosa "spinta delle otto direzioni". I video dimostrativi sono impressionanti: rotture di mattoni, leva del gomito che sollevano un uomo da terra, colpi di spalla che mandano l'avversario a gambe all'aria. Akira Yuki, il personaggio di Virtua Fighter, ha fatto sognare generazioni di giocatori con i suoi colpi devastanti e la sua postura compatta. Ma c'è un problema, ed è lo stesso che affligge molte arti marziali tradizionali cinesi: la distanza tra la dimostrazione e il combattimento è un abisso che pochi attraversano vivi.

Il video che circola online – quello del "Maestro mondiale di Bajiquan" contro un principiante di MMA – è diventato un documento iconico, non perché sia eccezionale, ma perché è esattamente ciò che ci si aspetta. Il maestro assume una posizione profonda, le braccia basse, il peso sulle punte. Il principiante, con una guardia alta e una mobilità da lottatore moderno, avanza. Il maestro lancia un calcio frontale – piede a martello, classico del Bajiquan – ma nel farlo scopre la testa. Il principiante schiva di un soffio e risponde con un diretto al volto. Il maestro cade. Fine. Durata: meno di un minuto. Non è un'eccezione, è una regola. E la regola dice che uno stile che non si allena contro la resistenza reale, contro avversari che non collaborano, contro pugni che arrivano a velocità e angolazioni imprevedibili, è uno stile condannato.

Ma andiamo con ordine, e cerchiamo di capire perché il Bajiquan – nonostante la sua reputazione leggendaria in Cina e tra i cultori delle arti tradizionali – fatica terribilmente a tradursi in efficacia nel mondo reale. Il problema non è nelle tecniche. Gomitate, colpi di spalla, calci bassi e proiezioni sono strumenti validi, usati anche nelle MMA con successo. Il problema è nell'approccio. Il Bajiquan, come la maggior parte del kung fu tradizionale, basa il suo allenamento su forme predefinite (kata, taolu) e su esercizi a due in cui l'avversario attacca in modo prevedibile. Non c'è sparring a piena intensità, non c'è resistenza, non c'è l'abitudine a incassare colpi veri. Quando il maestro si trova di fronte a qualcuno che non segue il copione – che non attacca con un pugno lento dal basso verso l'alto, ma con una combinazione di diretti e ganci alla testa – il suo sistema va in tilt. Le aperture che nella forma non esistevano diventano voragini. La guardia bassa, che nel kata è elegante e minacciosa, nella rissa è un invito a farsi stendere.

C'è poi la questione della distanza. Il Bajiquan eccelle nel combattimento a cortissimo raggio, con gomiti, ginocchia e colpi di spalla. Ma per arrivare a quella distanza, devi prima sopravvivere al medio e al lungo raggio. E lì, contro un pugile che sa usare il jab e il cross, o contro un lottatore di Muay Thai che ti martella le gambe con calci bassi, il bajiquanista tradizionale non ha risposte. La sua mobilità è limitata, la sua protezione del volto inadeguata, la sua abitudine a tenere le mani basse – caratteristica distintiva dello stile – diventa un suicidio. Non a caso, nei circuiti di MMA professionistica, nessun combattente di alto livello utilizza il Bajiquan come base. Non perché non ne abbiano sentito parlare, ma perché hanno provato a farlo funzionare e non ha funzionato. La selezione naturale degli sport da combattimento è spietata: sopravvivono solo le tecniche e le strategie che superano il test dell'avversario che oppone resistenza. Il Bajiquan, in questo test, è stato bocciato ripetutamente.

E qui arriviamo al punto dolente, quello che i sostenitori delle arti tradizionali non vogliono sentire: la Cina, che pure ha una tradizione marziale millenaria, non produce lottatori di livello mondiale nelle competizioni miste. I campioni di ONE Championship, di UFC, di Bellator vengono da Brasile, Stati Uniti, Russia, Giappone, Thailandia, Caucaso. Dalla Cina, pochi. E quelli che ci sono – come Li Jingliang, come Zhang Weili – non usano il kung fu tradizionale. Usano boxe, Muay Thai, lotta libera, jiu-jitsu brasiliano. Perché? Perché quelle arti hanno fatto ciò che il Bajiquan e i suoi fratelli non hanno mai fatto: si sono evoluti. Hanno abbandonato ciò che non funziona, hanno integrato ciò che funziona, hanno adottato metodi di allenamento basati sulla resistenza e sullo sparring a piena intensità. Il kung fu tradizionale, al contrario, è rimasto cristallizzato in forme che forse avevano senso due secoli fa, ma che oggi – di fronte alla scienza dello sport e alla pratica delle MMA – rivelano tutte le loro debolezze.

Non sto dicendo che il Bajiquan sia inutile. Nessuna arte marziale è completamente inutile, se praticata con intelligenza e integrata con altri metodi. Un bajiquanista che aggiunge alla sua base una solida guardia pugilistica, un allenamento regolare di sparring, e qualche nozione di lotta a terra, può diventare un combattente temibile. Ma a quel punto, non sta più facendo Bajiquan. Sta facendo un ibrido, una forma di MMA con influenze tradizionali. E l'orgoglio – quello che dice "il mio stile è superiore" – è proprio l'ostacolo che impedisce questo salto. Perché l'orgoglio ti chiude nel dojo, ti fa credere che la forma sia la realtà, ti spinge a cercare video di maestri che rompono mattoni mentre ignori i video di quei maestri che vengono messi KO da principianti.

La verità, spiacevole ma liberatoria, è che non esiste un'arte marziale superiore a tutte le altre. Esistono metodi di allenamento più o meno efficaci, esistono atleti più o meno talentuosi, esistono contesti più o meno adatti. Il Bajiquan può essere uno stile affascinante, ricco di storia e di potenza esplosiva. Ma pretendere che sia superiore alla boxe, alla Muay Thai, al jiu-jitsu o alla lotta libera è un atto di fede, non un giudizio tecnico. E la fede, nel combattimento, si scontra sempre con il pugno che arriva dove non lo aspetti. Chiedetelo al maestro del video. Lui credeva di essere il migliore. Per un minuto, almeno, ci ha creduto. Poi ha conosciuto il sapore del tappeto.


Cesio Endrizzi


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