Nel 1924, a Kyoto, un uomo basso e tarchiato di nome Choki Motobu fece qualcosa che avrebbe dovuto accendere un faro per generazioni di artisti marziali, ma che invece fu rapidamente rimosso dalla memoria ufficiale. Salì sul palco di fronte a un pubblico, affrontò un pugile occidentale – un professionista, non un dilettante – e lo stese con un pugno secco, diretto, senza fronzoli. Il pugile cadde e non si rialzò. Motobu, che non amava i kata, che non si preoccupava della forma, che si era fatto le ossa nei combattimenti di strada del quartiere di Naha, dimostrò una verità scomoda: il karate che funziona non assomiglia al karate che si insegna. Non oggi, e forse non da molto tempo. E la distanza tra ciò che Motobu fece quella sera e ciò che milioni di studenti ripetono nei dojo di tutto il mondo è l'abisso che separa l'arte marziale dalla sua caricatura.
La storia della diluizione è nota, ma vale la pena raccontarla senza ipocrisie. Il karate di Okinawa, quello vero, nasce in un contesto di violenza pratica: divieto di portare armi per i contadini, ritorsioni tra clan, bisogno di difendersi con ciò che il corpo offre. Le tecniche erano semplici, dirette, brutali. Colpi agli occhi, all'inguine, leve articolari che non lasciavano scampo, calci bassi alle rotule. Non c'era competizione, non c'era punteggio, non c'era "spirito sportivo". C'era la sopravvivenza. Poi, all'inizio del Novecento, Gichin Funakoshi porta il karate in Giappone. E qui accade l'irreparabile. Per essere accettato nel sistema educativo giapponese – nelle università, nelle scuole militari – il karate deve essere addolcito. Le tecniche pericolose vengono rimosse o simbolizzate. I kata diventano il centro dell'allenamento, eseguiti con una lentezza e una simmetria che nulla hanno a che fare con la rissa da cui provengono. Si introduce il kumite controllato, con le regole, i punti, l'arbitro che ferma l'azione dopo ogni colpo. E quello che resta è un'arte marziale senza la marzialità: una ginnastica coreana travestita da disciplina guerriera.
Il problema non è che il karate sia diventato uno sport. Lo sport è una cosa nobile, se praticato con consapevolezza. Il problema è che lo sport ha sostituito il combattimento senza che nessuno lo ammettesse. Oggi, nella stragrande maggioranza dei dojo, lo sparring è a punti: si colpisce, si interrompe, si riparte. L'adrenalina non ha tempo di salire. La fatica non ha tempo di accumularsi. La pressione di un avversario che non si ferma dopo il primo colpo – quella pressione che fa la differenza tra un allenamento e una rissa – non viene mai sperimentata. E così lo studente impara a colpire, ma non impara a essere colpito. Impara a eseguire una tecnica, ma non impara a gestire il caos di un'aggressione reale. Quando il primo pugno vero arriva – e arriva sempre quando non te lo aspetti – la reazione non è tecnica, è gelo. Il cervello si blocca. Il corpo non risponde. E tutto ciò che hai ripetuto per anni, sui tatami puliti, con i partner che collaboravano, si rivela per quello che è: una danza senza conseguenze.
Eppure, attenzione a non buttare via il bambino con l'acqua sporca. Le tecniche del karate tradizionale – i pugni rovesciati, le gomitate, i calci bassi alle gambe – non sono inferiori a quelle della boxe o della Muay Thai. Anzi, alcune di esse, se eseguite con la giusta meccanica, generano una potenza paragonabile. Il problema non è il "cosa", ma il "come". Un pugno diretto di karate, lanciato da una posizione stabile, con rotazione dei fianchi e spinta della gamba posteriore, è un pugno che può mettere KO un avversario. Un calcio circolare basso alla coscia, se ripetuto decine di volte, compromette la mobilità di chi lo riceve esattamente come il low kick della Muay Thai. Ma la differenza è che il nak muay thailandese ripete quel calcio mille volte a settimana su un sacco, poi su un partner con i guantoni, poi in sparring a piena intensità. Il karateka medio lo ripete in aria, nel kata, e al massimo contro un avversario che tiene i guantoni a distanza di sicurezza. Il primo impara a far male. Il secondo impara a mimare il dolore.
C'è un movimento, negli ultimi anni, che cerca di recuperare il karate perduto. Si chiama "bunkai pratico" o "applicazione realistica dei kata". Istruttori come Iain Abernethy, Patrick McCarthy, i fratelli Lund, hanno passato decenni a decodificare i kata tradizionali, dimostrando che quei movimenti apparentemente astratti contengono in realtà proiezioni, leve, strangolamenti, difese da armi. Non è una riscoperta: è un ricordo. Perché i kata furono concepiti come promemoria di tecniche di combattimento, non come esercizi di meditazione in movimento. Ogni sequenza, se letta con gli occhi giusti, racconta una storia di violenza: un blocco che è in realtà una rottura del gomito, uno spostamento del peso che è in realtà una proiezione di anca, un passo avanti che è in realtà un calcio al ginocchio. Ma questa lettura è stata oscurata quando il karate è stato standardizzato per le masse. Oggi, pochi istruttori la insegnano. E ancora meno la mettono in pratica con resistenza reale.
L'esempio più chiaro di ciò che si può salvare viene da un esperimento condotto da alcuni club di karate in Inghilterra e Australia. Hanno preso i loro allievi di cintura nera – quelli che avevano passato anni a fare kata e kumite leggero – e li hanno messi a fare sparring con regole minime: contatto pieno, nessuna interruzione, terreno libero. Il risultato è stato, per usare un eufemismo, imbarazzante. I karateka non riuscivano a gestire la pressione, si chiudevano a riccio, lanciavano tecniche sbilanciate, finivano a terra senza sapere come rialzarsi. Poi, dopo sei mesi di allenamento modificato – con sparring settimanale, esercitazioni su scenari, difesa da prese e da aggressioni multiple – gli stessi allievi hanno mostrato un miglioramento drammatico. Non erano diventati lottatori di MMA, ma sapevano tenere la distanza, coprirsi, colpire con decisione, e soprattutto non si bloccavano più. La morale? Il karate non è inefficace. È inefficace il modo in cui viene insegnato.
La disciplina, il rispetto, la forma fisica, la concentrazione: tutto questo è prezioso, e nessuno lo nega. Ma non è autodifesa. L'autodifesa è un'altra cosa. È la capacità di reagire quando il cuore batte a centottanta, quando l'adrenalina offusca la vista, quando l'avversario non rispetta le regole e forse ha un coltello. È la capacità di assorbire un colpo e rispondere, di cadere e rialzarsi, di continuare a combattere quando ogni fibra del corpo vorrebbe scappare. Questo non si impara con i kata. Si impara con lo sparring duro, con gli scenari, con la resistenza. Si impara sudando, sanguinando, sbagliando. Si impara perdendo, in palestra, per non perdere per strada.
Choki Motobu, l'uomo che stese il pugile a Kyoto, non aveva cinture, non aveva titoli onorifici, non aveva un dojo con mille allievi. Aveva la strada. E il suo karate era quello che serviva: essenziale, brutale, senza orpelli. Quando gli chiesero perché non insegnasse i kata, rispose che i kata sono utili solo se sai cosa cercare. La maggior parte delle persone non lo sa. E così passano anni a ripetere movimenti senza capire che ogni gesto è una frattura, ogni spostamento è una proiezione, ogni respiro è un'occasione per colpire. Oggi, a quasi cent'anni da quell'incontro, il karate ha bisogno di tornare a Motobu. Non per rinnegare la tradizione, ma per ricordarsi che la tradizione, all'inizio, era violenza. Se la dimentichiamo, ci resta solo una danza. E la danza, per quanto bella, non ha mai salvato nessuno.
Cesio Endrizzi
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