Ti ricordi gli anni ’80? I film con i ninja che lanciavano stelle e sparivano nel fumo. I manifesti coi tizi incappucciati. Le riviste di arti marziali piene di inserzioni: “Diventa ninja in 6 settimane. Invia un bonifico”.
E poi gli anni ’90, il disastro. Il ninjutsu è diventato una barzelletta. Ridevano tutti. Anche oggi, se dici "ninja" a uno che ha fatto un po' di judo o di Muay Thai, si scompiscia.
Perché? Te lo dico io.
Ragione numero uno: il film American Ninja e i suoi fratelli bastardi
Negli anni ’80 Hollywood ha preso una tradizione di guerra psicologica, mimetizzazione e sabotaggio, e l’ha trasformata in un uomo in nero che fa capriole. Il ninja del cinema non doveva sudare, non doveva sanguinare, non doveva avere paura. Doveva solo essere figo.
E la gente ci ha creduto.
I ragazzini hanno comprato gli shuriken da bancarella, i nunchaku di plastica, e hanno iniziato a credere che esiste un modo per diventare invisibile.
La realtà? I veri shinobi erano contadini e samurai di basso rango che facevano lavori sporchi: incendiavano depositi, avvelenavano pozzi, si mimetizzavano tra i cespugli per ore aspettando che il nemico abbassasse la guardia. Niente capriole. Niente fumo. Tanta pazienza e tanta merda.
Ragione numero due: il marketing del cazzo
Negli stessi anni, un signore giapponese di nome Masaaki Hatsumi ha preso il titolo di "capo della tradizione Togakure-ryū" e ha iniziato a viaggiare in Occidente. Carismatico. Misterioso. Con un sorriso che prometteva poteri segreti.
Hatsumi ha creato un impero. Ha brevettato il termine "ninjutsu" come arte marziale. Ha dato cinture nere a chiunque pagasse il seminario. Ha scritto decine di libri pieni di disegni e frasi tipo "il vero guerriero vince senza combattere".
E intorno a lui si è formata una setta. Se mettevi in dubbio una tecnica, eri "cieco". Se chiedevi prove, eri "immature". Se ti allontanavi, eri "un traditore".
Oggi il suo successore è un tizio giapponese che fa video dove tocca le persone e loro cadono senza che lui le abbia colpite. Forza vitale? No. Truffa. Si chiama effetto placebo o, peggio, complicità.
Ragione numero tre: nessuna competizione, nessuna verifica
Nel judo, se sei bravo, vinci un incontro. Nella boxe, se menti, prendi un pugno e lo scopri. Nel BJJ, se la tua tecnica non funziona, vieni schiacciato e costretto a cedere.
Nel ninjutsu degli anni ’80 non c’erano incontri. Non c’era sparring. Non c’era verifica.
L’istruttore diceva: “Questa tecnica è troppo pericolosa per essere provata sul serio”. E gli studenti annuivano, come pecore.
Risultato: generazioni di "ninja" che non avevano mai preso un colpo, mai sudato sul serio, mai fallito. Uscivano dalle palestre credendo di poter disarmare un uomo armato di coltello con un movimento della mano.
Poi uscivano nella vita vera e prendevano botte. O peggio.
Quindi esiste un insegnamento credibile oggi?
Risposta breve: sì, ma non lo trovi dove pensi.
Risposta lunga: dimentica il tizio in nero che ti promette poteri occulti. Dimentica i seminari da 500 euro. Dimentica i video su YouTube con la musica epica.
Un insegnamento credibile del ninjutsu oggi si riconosce da queste cose:
Non si chiama ninjutsu. O almeno, non come parola magica. Si chiama "Bujinkan", "Genbukan", "Jinenkan"? Ok, ma attenzione. Ci sono istruttori seri? Sì. Sono rari come le mosche bianche.
Fa sparring. Se non fai a botte sul serio, non stai imparando nulla. Il vero erede del ninjutsu mette i guantoni, fa grappling, lotta sporco. Le tecniche di controllo della distanza, le finte, la gestione della paura: quelle si imparano solo con il contatto reale.
Non vende miti. Un istruttore credibile ti dirà: “Guarda, le tecniche di mimetizzazione servivano con le armature e le torce a olio. Oggi ti serve un corso di sopravvivenza urbana, non un mantello nero.” Ti dirà che il kuji-kiri (le posizioni delle mani) non sono poteri magici ma tecniche di concentrazione e respirazione. Niente fumo. Niente specchi.
Ha cicatrici. Se il tuo maestro non ha mai preso un pugno, non ha mai lottato sul serio, non ha mai avuto paura per la sua vita, cambia palestra. Subito.
Vuoi un consiglio da veterano? Dimentica il ninjutsu come etichetta.
Cerca un posto che insegna difesa personale applicata. Che fa lezione con maglietta e jeans. Che usa oggetti di scena: coltelli finti ma che fanno male, torce, giacche per simulare la presa.
Chiedi di fare un round di sparring libero. Se l’istruttore dice “no, è troppo pericoloso”, alzati e vattene.
Uno bravo ti farà male, ma ti farà capire. Uno cattivo ti parlerà di “energie” e ti chiederà soldi in anticipo.
Il ninjutsu degli anni ’80 meritava la cattiva reputazione. Era pieno di truffatori, illusi, e venditori di fumo. E quella macchia non è ancora sparita del tutto.
Ma la radice esiste. La tradizione esiste. Le tecniche di sopravvivenza, di mimetizzazione, di combattimento asimmetrico esistono e funzionano ancora.
Solo che non le impari da un tizio in pigiama nero. Le impari da qualcuno che ha sporcato le mani, ha fallito, ha sanguinato, e ha ancora il coraggio di dirti: “Metti i guanti. Dimostrami che sai fare.”
Se trovi uno così, tienitelo stretto. Se non lo trovi, allenati da solo. Ma non dare mai più soldi a chi ti promette poteri che non ha.
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