Duran era il re del mondo. Aveva 29 anni. Era imbattuto da otto anni. Il suo futuro sembrava scritto nel granito.
Cinque mesi dopo, a New Orleans, tutto crollò. In una rivincita che doveva essere la sua apoteosi, Duran si fermò. Voltò le spalle a Leonard, alzò le mani, e disse: “No más”. Non più.
Il mondo della boxe non glielo ha mai perdonato. Ma la verità è che la carriera di Duran non finì lì. Anzi, continuò per quasi altri due decenni, con altri titoli mondiali, altre imprese, altre leggende. Eppure, per il grande pubblico, Duran è ancora l’uomo che si arrese.
Perché? E come mai la sua storia vera è molto più complessa?
Per capire la caduta, bisogna capire l’apice.
Prima di Montreal, Sugar Ray Leonard era considerato invincibile. Era il pugile che aveva ereditato il trono di Muhammad Ali: veloce, carismatico, tecnicamente perfetto. Duran era l’opposto: tozzo, ruvido, terrorizzante. Era il campione dei pesi leggeri che aveva dominato per sette anni, poi era salito di categoria per sfidare il re.
Leonard voleva usare la sua velocità e il suo jab per tenere a distanza Duran. Duran voleva trasformare il ring in un vicolo cieco.
Ci riuscì. Non permise mai a Leonard di respirare. Lo incollò alle corde, lo colpì al corpo, lo frustrò. Alla fine, vinse ai punti. Una decisione unanime. La rivincita fu fissata per novembre, a New Orleans.
Il mondo aspettava di vedere se Duran avrebbe ripetuto il capolavoro.
A New Orleans, Duran arrivò fuori forma. Aveva festeggiato troppo. Aveva mangiato troppo. Era gonfio, lento, irriconoscibile. Sul ring, Leonard cambiò strategia: non cercò più lo scambio diretto. Lo fece muovere, lo frustrò, gli ballò intorno.
Duran non riusciva a prenderlo. I suoi attacchi erano lenti, prevedibili. Leonard lo colpiva e scappava, lo colpiva e scappava, e Duran, stanco, umiliato, cominciò a implodere.
All’ottavo round, dopo uno scambio in cui Leonard gli aveva ballato intorno ancora una volta, Duran si fermò. Si allontanò. Alzò le mani in segno di resa. L’arbitro si avvicinò, incredulo. Duran disse: “No más”. Non più.
Lo stadio rimase in silenzio. I commentatori impazzirono. Il mondo della boxe non aveva mai visto nulla di simile. Un guerriero, un uomo che aveva fatto della sua ferocia la sua bandiera, si era arreso.
L’immagine distrusse la sua reputazione. Per decenni, “No más” fu il suo epitaffio.
Ma Duran non era finito. Il suo orgoglio era ferito, ma non morto.
Nel 1983, a 32 anni, Duran salì di peso e sfidò Davey Moore, imbattuto campione dei pesi superwelter. Nessuno gli dava una chance. Moore era più alto, più giovane, più potente. Duran lo distrusse. Lo mandò al tappeto tre volte. Lo fermò all’ottavo round. Conquistò il titolo mondiale.
Nello stesso anno, salì ancora di peso per sfidare Marvin Hagler, il terrificante campione dei pesi medi. Hagler era uno dei picchiatori più temuti della storia. Duran, che naturalmente combatteva due categorie sotto, non solo non fu messo KO, ma portò Hagler tutti i 15 round. Persi ai punti, ma uscì a testa alta.
Poi, nel 1989, a 37 anni, Duran fece l’impresa più incredibile. Sfidò Iran Barkley, un peso medio alto 1,80 m, forte, potente, campione WBC. Barkley aveva già battuto Thomas Hearns. Era un mostro.
Duran lo affrontò in quello che sarebbe diventato l’incontro dell’anno per la rivista The Ring. Lo colpì, lo fece tentennare, lo costrinse al tappeto. Vinse ai punti. Diventò campione del mondo per la quarta volta, a 37 anni, dopo quasi un decennio dal “No más”.
Non era finito. Continuò a combattere fino a 50 anni. Si ritirò nel 2001, dopo 119 vittorie e 16 sconfitte. Aveva combattuto contro quattro generazioni di pugili: dai leggendari anni ’70, ai mostri sacri degli anni ’80, fino ai giovani rampanti degli anni ’90.
Se Duran ha vinto così tanto dopo il 1980, perché la gente pensa che la sua carriera sia finita lì?
Per tre ragioni.
1. Il simbolismo di “No más” : non fu una sconfitta normale. Fu una resa psicologica. Duran aveva costruito la sua immagine sulla durezza, sulla forza, sulla resistenza. Voltare le spalle fu una ferita all’orgoglio che il pubblico non dimenticò mai. Anche quando vinse di nuovo, quell’immagine restò impressa.
2. L’altalena delle prestazioni : dopo il 1980, Duran non fu più l’uomo imbattibile dei pesi leggeri. Alternò vittorie gloriose a sconfitte inspiegabili. Perso contro Kirkland Laing, un pugile mediocre. Perso contro Thomas Hearns in due round. Perso contro Robbie Sims. Perso contro Sugar Ray Leonard nella terza rivincita. Ogni volta che sembrava tornato, cadeva di nuovo.
3. L’ombra dei mostri degli anni ’80 : Duran fu uno dei “quattro cavalieri” della boxe — insieme a Leonard, Hagler e Hearns. Fu l’unico a combatterli tutti e tre. Ma perse contro Leonard (due volte), contro Hagler (ai punti), contro Hearns (KO). Non riuscì mai a dominare quell’era come aveva dominato quella dei pesi leggeri.
E così, la sua carriera post-1980 fu vista come “il dopo”, non come “il continuo”. Anche quando vinceva, sembrava un lampo in un cielo nuvoloso.
La carriera di Roberto Duran non fu un declino. Fu una trasformazione.
Passò da picchiatore puro a combattente tattico, da dio dei pesi leggeri a guerriero dei pesi medi. Non fu più invincibile, ma fu più resiliente. E soprattutto, non smise mai di lottare.
Alla fine, il “No más” rimarrà la sua macchia. Ma la sua leggenda è fatta anche di altro: di Davey Moore a terra, di Hagler che non lo mise KO, di Barkley sconfitto a 37 anni, di una carriera durata quasi trent’anni.
Duran non cadde a New Orleans. Cadde mille volte, e mille volte si rialzò. E forse, proprio per questo, è ancora più grande.
Perché gli eroi non sono quelli che non cadono mai. Sono quelli che, quando cadono, trovano la forza di rialzarsi. E Duran, più volte di chiunque altro, lo ha fatto.
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