Jigoro Kano, il fondatore del judo, introdusse alla fine dell’Ottocento il primo sistema di classificazione strutturato: il metodo kyū/dan, con le cinture bianca per i principianti (kyū) e nera per gli studenti avanzati (dan). In quel sistema originale, ottenere la cintura nera non significava essere un maestro imbattibile: significava semplicemente che lo studente aveva appreso i fondamenti ed era ora pronto per iniziare un allenamento avanzato e serio. La cintura nera era il punto di partenza, non l’arrivo. Gichin Funakoshi, il fondatore del karate Shotokan moderno, adottò questo stesso sistema in Giappone negli anni Venti. Anche lì, la progressione era essenziale: poche cinture, molti anni di pratica, nessuna gratificazione immediata.
Il sistema delle cinture intermedie – gialla, arancione, verde, blu, marrone – fu introdotto e popolarizzato in Europa negli anni Trenta da Mikinosuke Kawaishi, un istruttore di judo che insegnava a Parigi. Kawaishi non inventò i colori dal nulla, ma li organizzò in una scala di progressione pensata per adattare l’insegnamento a un pubblico occidentale che, a differenza di quello giapponese, non aveva familiarità con i tempi lunghi dell’apprendimento marziale. Non si trattò solo di “impazienza”, come una certa vulgata semplifica: fu una scelta pedagogica consapevole, volta a dare agli studenti punti di riferimento visibili e frequenti, riducendo l’abbandono e rendendo l’arte marziale accessibile a un numero molto più ampio di persone. Il sistema funzionò, e fu rapidamente adottato dalle scuole di karate di tutto il mondo.
Il problema è che ciò che era nato come uno strumento didattico – una mappa per orientare lo studente lungo un percorso lungo e accidentato – è stato progressivamente scambiato per il percorso stesso. Con la commercializzazione delle arti marziali, il sistema di classificazione ha subito una trasformazione profonda. Gestire un dojo è un’attività commerciale: ci sono affitti, bollette, stipendi. Per fidelizzare gli allievi e generare entrate, molte scuole hanno moltiplicato i livelli di cintura, introdotto strisce intermedie, richiesto “tasse d’esame” per ogni passaggio. Alcune palestre hanno creato cinture nere “junior” per bambini di dieci anni, altre garantiscono la cintura nera in due o tre anni a patto che lo studente paghi regolarmente la retta. È il fenomeno del “McDojo”, termine dispregiativo che indica quelle scuole dove la cintura non è più il riconoscimento di una competenza, ma un prodotto di consumo.
Questa deriva commerciale ha generato un divario incolmabile tra la percezione pubblica della cintura nera – simbolo di letale maestria, decenni di sudore e sacrificio – e la realtà di molte palestre contemporanee, dove la cintura nera si ottiene in tempo utile per il diploma di scuola media inferiore. La discrepanza tra la cintura come misura della competenza nel combattimento e la cintura come strumento di fidelizzazione del cliente è il motivo per cui il moderno sistema di classificazione del karate è oggi così aspramente criticato. Non perché le cinture colorate siano sbagliate in sé: sono state, e possono essere, un utile strumento didattico. Ma perché lo strumento ha preso il posto del fine, la mappa ha sostituito il territorio.
Nel sistema originale di Kano, la cintura nera era l’inizio della pratica seria. Lo studente che la indossava aveva dimostrato di aver assorbito le basi, e da lì iniziava il vero lavoro: l’affinamento, la personalizzazione, la ricerca. Oggi, per molti, la cintura nera è il traguardo. Una volta raggiunta, si smette di allenarsi, o ci si dedica ad aprire una propria scuola, trasmettendo a propria volta una conoscenza spesso superficiale. E così il ciclo si perpetua. Il paradosso è che i colori, nati per dare segnali di progresso lungo un percorso infinito, hanno finito per far credere che il percorso avesse una fine. Che dopo la cintura nera non ci fosse più nulla da imparare.
Il vero problema, insomma, non è che le cinture abbiano perso significato. È che troppi praticanti hanno finito per confondere la mappa con il sentiero. La cintura indica dove sei stato. Non dice nulla su dove stai andando. E nel vuoto di quella domanda – dove stai andando? – si misura la differenza tra chi pratica per il colore della cintura e chi pratica per la pratica stessa. Tra chi cerca un riconoscimento e chi cerca la via. Tra chi si ferma alla mappa e chi continua a camminare.
Cesio Endrizzi
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