domenica 21 giugno 2026

L’uomo che sollevava montagne: come Alexander Karelin rese impossibile la lotta greco-romana


 Nel mondo della lotta greco-romana dei pesi massimi, esiste una verità non scritta che i tecnici trasmettono come un dogma: non si può sollevare un uomo di centotrenta chili quando è sdraiato a terra, in posizione di difesa, con tutto il peso distribuito sul tappeto in cerca di attrito. La biomeccanica lo vieta, la fisica lo esclude, la tradizione lo sconsiglia. Poi arrivò Alexander Karelin, e le leggi della fisica dovettero fare i conti con un siberiano cresciuto a spaccare legna nella neve alta fino alle cosce. Per sei anni – dal 1993 al 1999 – Karelin non perse un solo punto in competizione internazionale. Non un incontro, non un turno: un punto. E la chiave di quel dominio assoluto fu una mossa che gli avversari impararono a temere più di una sconfitta: la Karelin Lift, un suplex che sollevava il corpo disteso di un uomo di 130 chili e lo scaraventava all’indietro sopra la testa del lottatore. Molti, pur di non subirla, preferivano arrendersi.

La lotta greco-romana, a differenza della libera, vieta l’uso delle gambe in attacco e in difesa. Quando un lottatore viene messo in posizione di difesa (par terre), si sdraia a pancia in giù, braccia e gambe allargate per massimizzare l’attrito e rendere impossibile all’avversario di sollevarlo. Nelle categorie di peso più leggere, alcuni lottatori riescono comunque a sollevare l’avversario abbastanza da eseguire un piccolo suplex o un ribaltamento. Nei pesi massimi – dove gli atleti superano i 120 chili – la cosa era considerata biologicamente impossibile. Karelin non solo la rendeva possibile, ma la eseguiva con una tale potenza e ampiezza che gli avversari, nel momento in cui sentivano le sue braccia chiudersi attorno alla loro vita, dovevano scegliere tra due opzioni: resistere e rischiare di venire sollevati, ruotati in aria e sbattuti violentemente sul collo (con conseguenze che andavano dalla semplice contusione alla frattura), oppure arrendersi immediatamente, concedere i punti e salvaguardare l’integrità fisica. La stragrande maggioranza sceglieva la resa. Era un vantaggio psicologico che precedeva lo scontro fisico: Karelin vinceva ancora prima di eseguire la mossa.

Ciò che rendeva possibile questa prodezza era una combinazione unica di forza, leva e tecnica che Karelin possedeva come nessun altro. La sua forza lombare era proverbiale: nato a Novosibirsk, in Siberia, nel 1967, Karelin costruì il suo corpo in un ambiente che non conosceva palestre riscaldate né attrezzature sofisticate. Correva nella neve alta, remava per ore su pesanti barche sui laghi gelati, spaccava legna per riscaldare la casa, e sviluppò una resistenza cardiovascolare che gli permetteva di mantenere un ritmo intenso nel terzo periodo, quando gli altri pesi massimi avevano già esaurito le loro riserve di energia. La sua forza di presa era tale che poteva bloccare le braccia di un avversario senza sforzo apparente. E la sua leva, frutto di uno studio quasi accademico della biomeccanica – Karelin conseguì un dottorato di ricerca in educazione fisica, con una tesi dedicata proprio alla psicologia e alla meccanica della lotta – gli permetteva di trovare angoli di sollevamento che sembravano violare la geometria del corpo umano.

L’effetto combinato di questi fattori creò un’aura di invincibilità che pochi atleti nella storia dello sport hanno conosciuto. Gli avversari entravano sul tappeto già sconfitti. Non cercavano di fare punti, non cercavano di vincere: cercavano di sopravvivere, di limitare i danni, di uscire dall’incontro senza essere umiliati. Karelin, dal canto suo, non mostrava mai compiacimento. La sua faccia era una maschera impassibile, i suoi movimenti erano economici e letali, la sua etica del lavoro era leggendaria. Si racconta che nei campi di addestramento siberiani, Karelin si allenasse con orsi imbalsamati – una leggenda, certo, ma una leggenda che dice molto su come veniva percepito: più vicino a una forza della natura che a un atleta umano.

La striscia di imbattibilità si interruppe nel 2000, alle Olimpiadi di Sydney, quando Karelin perse l’oro contro l’americano Rulon Gardner in uno degli sconvolgimenti più grandi nella storia dello sport olimpico. Gardner, un lottatore poco conosciuto, riuscì dove nessuno era riuscito prima: resistere alla Karelin Lift, non cedere psicologicamente, e vincere per un solo punto dopo un supplementare contestato. Ma quell’unica sconfitta, arrivata dopo dodici anni di dominio assoluto (Karelin non perdeva un incontro internazionale dal 1987), non fece che aumentare la leggenda. Perché Karelin non era stato semplicemente un campione: era stato un fenomeno che aveva riscritto le leggi della sua disciplina, trasformando una mossa considerata impossibile in un’arma di distruzione psicologica e fisica. E gli avversari che avevano scelto di arrendersi pur di non essere sollevati e scaraventati nell’aria sanno, meglio di qualsiasi cronista, cosa significasse incontrarlo sul tappeto. Non era lotta. Era sopravvivenza.

Cesio Endrizzi







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