Come è possibile che un uomo così amato, così temuto, così seguito, sia stato considerato una delusione nell'Ultimate Fighting Championship? La risposta non è né semplice né ingiusta. Kimbo Slice non era un impostore, ma un'anomalia: un combattente nato nell'era sbagliata, entrato nello sport troppo tardi, con un set di abilità perfetto per la strada ma fatalmente incompleto per la gabbia.
Per capire perché Kimbo fu considerato sopravvalutato, bisogna prima capire l'enormità delle aspettative che lo precedevano. A metà degli anni Duemila, prima che le MMA diventassero il fenomeno globale che sono oggi, i video dei combattimenti clandestini di Kimbo Slice iniziarono a diffondersi come un incendio.
In quelle clip girate con telecamere amatoriali, si vedeva un gigante barbuto, petto nudo, scarpe da ginnastica e pantaloncini, che affrontava avversari uno dopo l'altro in cortili e garage. I combattimenti duravano secondi. Un gancio, un montante, e l'avversario crollava a terra come un sacco di patate. Kimbo non aveva tecnica raffinata, ma aveva una potenza esplosiva innata, una mascella di granito e una presenza scenica che ricordava i cattivi dei film di arti marziali.
Per milioni di spettatori, Kimbo era il vero combattente di strada, l'antitesi dei lottatori "artificiali" delle organizzazioni professionali. Quando fu annunciato il suo passaggio alle MMA professionistiche, il mondo si aspettava di vedere lo stesso dominio trasferito senza soluzione di continuità nella gabbia. Ciò che non capivano, però, è che la rissa da strada e le MMA sono due sport completamente diversi.
Il tallone d'Achille di Kimbo Slice era semplice, evidente e letale: non sapeva lottare. Non esiste un modo più elegante per dirlo. In una rissa di cortile, non ci sono regole, ma esiste anche una convenzione non scritta: i combattimenti sono quasi esclusivamente boxe a mani nude. Nessuno cerca di portarti a terra, nessuno tenta una sottomissione. Se cadi, ti rialzi e continui a menare.
Nelle MMA professionistiche, il terreno di combattimento è un ecosistema completamente diverso. I lottatori esperti, quelli che hanno passato anni a studiare Jiu-Jitsu brasiliano e lotta olimpica, sanno che portare a terra un pugile puro è la strategia più sicura e redditizia. Perché rischiare il volto contro la potenza di Kimbo quando puoi semplicemente afferrargli le gambe, sbatterlo al tappeto e neutralizzarlo?
La dimostrazione più cruda di questa verità arrivò durante la sua partecipazione a The Ultimate Fighter, il reality show che funge da talent scout per l'UFC. L'avversario era Roy Nelson, un lottatore esperto, tecnicamente solido, ma fisicamente meno imponente di Kimbo. Gli spettatori occasionali speravano in uno scontro epico. Ciò che videro fu una lezione di grappling.
Nelson non ci pensò due volte: chiuse la distanza, portò Kimbo a terra in pochi secondi, lo immobilizzò in posizione "a croce" (una delle posizioni di controllo più dominanti nel Jiu-Jitsu) e iniziò a martellare colpi senza che Kimbo potesse fare nulla se non coprirsi il volto. L'arbitro interruppe l'incontro poco dopo. Kimbo, l'uomo che terrorizzava i cortili, era stato ridotto a un sacco da boxe umano da un lottatore tecnicamente superiore ma molto meno famoso. Quella sconfitta non fu una casualità: fu la rivelazione di un difetto strutturale insormontabile.
Anche se Kimbo avesse avuto il tempo e la voglia di imparare la lotta, c'era un problema ancora più grande: il suo corpo era già in declino prima ancora di iniziare. Kimbo Slice debuttò nelle MMA professionistiche a 33 anni. Per un atleta, specialmente in uno sport di contatto, i 33 anni non sono l'alba della carriera: sono il tramonto.
A quell'età, molti combattenti hanno già alle spalle un decennio di allenamenti, combattimenti, infortuni e riabilitazioni. Kimbo arrivava con un passato da guardia del corpo e buttafuori, lavori che avevano messo a dura prova le sue ginocchia. Nel corso degli anni, accumulò artrite e problemi articolari che limitarono gravemente la sua mobilità.
Per difendersi da un takedown, un combattente deve poter abbassare il baricentro, cambiare direzione rapidamente, muovere le gambe con agilità. Con le ginocchia che aveva Kimbo, tutto ciò era quasi impossibile. I suoi avversari lo sapevano. Bastava un'incursione, un affondo, una presa alla caviglia, e Kimbo era automaticamente a terra.
L'età influì anche sulla sua capacità di assorbire i colpi. La mascella di granito che aveva dominato nei cortili iniziò a mostrare crepe. Nel 2015, durante il suo secondo periodo in UFC, subì una sconfitta devastante per KO tecnico contro un avversario che, in altri tempi, probabilmente non avrebbe avuto alcuna possibilità contro di lui.
Infine, c'era il problema della resistenza cardiovascolare. I combattimenti clandestini nei cortili duravano in media meno di due minuti. Kimbo era abituato a esplosioni di energia brevissime, seguite dalla fine dell'incontro. Nell'UFC, anche i combattimenti di livello base sono strutturati su tre round da cinque minuti. Quindici minuti di combattimento continuo, intervallati da soli sessanta secondi di pausa.
Kimbo non aveva mai costruito una base aerobica solida. I suoi allenamenti erano focalizzati sulla potenza esplosiva, non sulla resistenza. Nei primi due minuti di ogni round, era ancora pericoloso. Ma se l'avversario riusciva a sopravvivere a quella prima scarica, se lo costringeva a lottare a terra o a muoversi costantemente, Kimbo iniziava a mostrare segni di stanchezza evidenti.
La respirazione diventava affannosa, i pugni perdevano potenza, le braccia si abbassavano. A quel punto, anche un combattente mediocre poteva prendere il sopravvento. Non era codardia, non era mancanza di cuore: era fisiologia pura. Kimbo non aveva mai costruito il motore necessario per durare quindici minuti al massimo dell'intensità.
Alla fine del suo percorso nell'UFC, il record di Kimbo Slice è stato modesto: 5 vittorie, 2 sconfitte (e un no contest) nelle MMA professionistiche, con un brevissimo passaggio di quattro incontri nell'ottagono. Numeri lontanissimi da quelli di campioni come Jon Jones o Georges St-Pierre.
Ma definirlo "sopravvalutato" è forse ingiusto. Sopravvalutato rispetto a cosa? Se lo si giudica come lottatore di MMA completo, sì, era sopravvalutato. La sua fama era sproporzionata rispetto alle sue reali capacità tecniche. Ma se lo si giudica per quello che era realmente – un fenomeno culturale, un combattente da strada diventato icona, un uomo che ha portato milioni di nuovi spettatori a scoprire le MMA – allora il termine "sopravvalutato" non coglie il punto.
Kimbo Slice non era un campione. Era un gladiatore dei tempi moderni, un gigante che ha avuto la sfortuna (o la fortuna, dipende dai punti di vista) di essere catapultato in un'arena per cui il suo corpo e la sua tecnica non erano pronti. Ha fatto ciò che poteva con ciò che aveva: pugni da KO, carisma da vendere e un coraggio incrollabile. Se i fan si aspettavano di più, il problema non era Kimbo. Era la leggenda che avevano costruito attorno a lui.
Kimbo Slice è morto nel 2016, all'età di 42 anni, per insufficienza cardiaca. La sua scomparsa ha riacceso il dibattito sulla sua eredità. Per alcuni, rimarrà per sempre il combattente sopravvalutato che non ha mai dimostrato nulla di importante. Per altri, è stato il pugile di strada che ha infranto le barriere tra sport professionistico e cultura popolare.
Forse, la verità sta nel mezzo. Kimbo Slice non era un impostore: era un combattente incredibilmente coraggioso che ha cercato di fare qualcosa per cui non era stato preparato. La sua potenza da KO era reale. Il suo carisma era innegabile. Ma le MMA sono uno sport spietato, dove le debolezze vengono sempre a galla. E Kimbo, ahimè, ne aveva troppe per competere con i migliori. Il suo più grande limite non era la mancanza di talento: era il fatto di essere arrivato alla festa quando la musica stava già finendo, con le ginocchia rotte, l'artrite alle ossa e un gioco a terra che non esisteva. E per questo, nonostante l'amore dei fan, nell'UFC fu sempre un gigante dai piedi d'argilla.
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