mercoledì 10 giugno 2026

La via della non competizione: Perché l’Aikido ha scelto la pace invece del podio

 



Cammini in un dojo di Aikido. Non senti il rumore secco dei colpi sui sacchi, non vedi lividi e sangue, non ci sono arbitri che contano punti. Vedi due persone che si muovono in cerchio, quasi danzando. Una attacca con lentezza, l’altra si sposta, si gira, e l’attaccante vola via senza quasi essere toccato. Nessuno urla. Nessuno vince.

Poi vai in una palestra di judo, di MMA, di boxe. È un’altra musica. Colpi. Resistenza. Sudore. Competizione. Vince il migliore, perde il più debole.

Ecco la differenza. L’Aikido non è nato per la competizione. Non è nato per lo sport. È nato da una visione filosofica radicale: proteggere la vita anche di chi ti attacca.

Non è una scelta “tecnica”. È una scelta spirituale. E per capirla, dobbiamo tornare al suo fondatore, Morihei Ueshiba, e al trauma che cambiò per sempre la sua visione delle arti marziali.

Prima della Seconda Guerra Mondiale, Morihei Ueshiba era un maestro di arti marziali letali. Conosceva il jujitsu, la scherma di spada, la lancia. Era un combattente temuto.

Poi vide la guerra. La devastazione. La morte.

Ueshiba ebbe una svolta spirituale. Giunse alla conclusione che la vera vittoria non è “distruggere il nemico”, ma armonizzarsi con l’energia dell’attacco e neutralizzarlo senza ferire. La parola “Aikido” significa proprio: “la via dell’armonizzazione con l’energia universale”.

Non “la via del pugno che uccide”. Non “la via della sottomissione”. La via dell’armonia.

E da quella rivelazione, Ueshiba proibì esplicitamente le competizioni nei suoi dojo. Perché la competizione, diceva, alimenta l’ego, l’aggressività, la mentalità a somma zero in cui uno vince e l’altro perde. L’Aikido doveva essere l’opposto: un’arte in cui entrambi i praticanti crescono, si proteggono, si aiutano.

Introdusse un principio, Masakatsu Agatsu : “la vera vittoria è la vittoria su se stessi”. Non importa battere l’altro. Importa dominare la propria paura, il proprio ego, la propria aggressività.

Se entri in un dojo di Aikido, noterai subito che non c’è “sparring”. Non ci sono incontri. Ci si allena in coppia, alternandosi nel ruolo di uke (chi attacca) e nage (chi esegue la tecnica). L’uke attacca, il nage si sposta e proietta. Poi si cambia.

L’uke non resiste. Anzi, aiuta il nage a completare la tecnica, cadendo in modo sicuro (ukemi) per non farsi male. L’obiettivo non è “testare” la tecnica contro resistenza massima. È imparare il movimento, la tempistica, l’equilibrio, la sensibilità.

Questo tipo di allenamento ha vantaggi enormi:

  • Si può praticare fino a tarda età: senza colpi, senza infortuni da competizione, l’Aikido è accessibile anche a persone anziane.

  • Si basa sulla fluidità, non sulla forza: le tecniche funzionano anche se sei fisicamente più debole, perché sfruttano lo slancio dell’attaccante.

  • È una meditazione in movimento: richiede concentrazione, controllo del respiro, consapevolezza spaziale.

Ma ha anche un limite evidente: non prepara al combattimento reale contro un avversario che resiste. Ed è per questo che l’Aikido è spesso criticato negli ambienti delle MMA: perché i suoi praticanti, abituati a un allenamento cooperativo, non sanno gestire la pressione di un avversario che fa di tutto per non farsi proiettare.

Ma la verità è che l’Aikido non è mai stato pensato per quello scopo. E chi lo pratica, di solito, non cerca quello.

Il tipo di persona attratta dall’Aikido è diverso da quello che si iscrive a una palestra di boxe o di MMA.

Non cerca la competizione. Non cerca di dimostrare di essere il più forte. Cerca:

  • Disciplina e consapevolezza: l’Aikido è rigoroso nel galateo, nella forma, nel controllo. Per molti, è un percorso di crescita personale.

  • Longevità: puoi iniziare a 40, 50, 60 anni e praticare per decenni, senza timore di infortuni gravi.

  • Applicazione filosofica: i principi dell’Aikido (cedere, entrare, reindirizzare, armonizzarsi) vengono spesso insegnati come metafore per gestire i conflitti quotidiani: al lavoro, in famiglia, nelle relazioni.

  • Movimento elegante: l’Aikido è bello da vedere. Le tecniche circolari, le cadute rotonde, i movimenti fluidi hanno un’estetica che affascina chi cerca un’arte marziale “artistica”.

Non è una critica. È una constatazione: l’Aikido non è per chi vuole “picchiare”. È per chi vuole “crescere”. E va benissimo così.

C’è un’eccezione alla regola. Esiste un ramo dell’Aikido, chiamato Shodokan Aikido (o Tomiki Aikido), che ha introdotto una forma di competizione regolamentata.

Kenji Tomiki, allievo di Ueshiba, era anche cintura nera di Judo. Credeva che l’Aikido potesse essere testato in competizioni controllate, con regole che proteggono gli atleti e permettono di valutare l’efficacia delle tecniche.

In queste competizioni, i praticanti indossano protezioni (come un pugno imbottito) e cercano di segnare punti applicando tecniche di proiezione o di controllo. Non è pugilato. Non è MMA. Ma è una forma di confronto.

Eppure, questo ramo è minoritario. La stragrande maggioranza dei dojo di Aikido rimane fedele alla visione originale di Ueshiba: niente tornei, niente classifiche, niente “vincitori”.

Alla domanda “perché i praticanti di Aikido si concentrano sull’ideologia invece che sulla competizione?”, la risposta è: perché è esattamente ciò che l’Aikido è stato progettato per fare.

Non è un’arte marziale “incompleta” che non sa combattere. È un’arte marziale che ha scelto un altro scopo. Non la distruzione del nemico. La costruzione di sé stessi.

Per alcuni, questo è un limite. Per altri, è un pregio. Dipende da cosa cerchi.

Se cerchi adrenalina, competizione, test di forza, vai in una palestra di MMA. Se cerci meditazione, disciplina, movimento armonioso, longevità, l’Aikido è per te.

Non c’è uno “migliore”. C’è solo ciò che fa per te.

E Ueshiba, probabilmente, sorriderebbe nel vedere che ancora oggi i suoi allievi non cercano di “vincere” l’avversario, ma di vincere se stessi.

Perché la vera vittoria, insegnava, è quella sull’orgoglio. E l’Aikido, in questo, è ancora imbattuto.



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