Piantiamo subito una bandiera nella carne molle della realtà. Quando parliamo di combattimento corpo a corpo, dimentica i kata, i colori delle cinture e le cazzate mistiche sull’“energia”. Stiamo parlando di due macchine biologiche che cercano di spezzarsi a vicenda con leve di carne, angoli di osso e finestre di tempo larghi meno di un battito di ciglia.
La domanda è: quanti sono gli angoli di attacco? E, cosa più importante, quali ti tengono vivo?
La risposta pulita, quella che puoi disegnare su una lavagna davanti a reclute che non hanno mai sentito il sapore del proprio sangue, è otto. Otto direzioni. Come una stella a otto punte vista dall’alto. Avanti, dietro, sinistra, destra, e i quattro incroci diagonali: avanti-sinistra, avanti-destra, dietro-sinistra, dietro-destra. Ma non fermarti qui, perché il nemico non combatte su un foglio di carta. Lui respira, si abbassa, sale in piedi, ti cade addosso.
Se sei furbo, smetti di pensare in due dimensioni. Ogni essere umano armato o disarmato proietta attorno a sé una sfera d’influenza. È il volume di spazio che può toccare, colpire, graffiare, mordere o calpestare con un passo, un pugno o uno stiletto. Le linee che rappresentano l’estensione massima di braccia e gambe, in ogni cazzo di direzione, disegnano una sfera imperfetta.
Finché le tue sfere sono separate, sei al sicuro (relativamente). Nel momento in cui si toccano, inizia la danza della distanza. Nel momento in cui si intersecano, inizia il massacro.
Quindi se guardi dall’alto, gli angoli di attacco sono otto. Ma ruota l’immagine verticalmente. Adesso guardi il tuo avversario frontalmente. Lui non è un bersaglio piatto come un cartone della birra. Ha un mento che può incassare, una gabbia toracica che scivola, un bacino che ruota. Ecco che spuntano altri otto angoli: alto, basso, sinistra, destra, i quattro diagonali a 45° (basso-dx, basso-sx, alto-dx, alto-sx).
Ora prendi quella sfera e tagliala di lato. Considera un avversario accovacciato che ti carica come un toro. O uno che cade in terra e cerca di tranciarti i tendini d’Achille. Da una visuale laterale hai di nuovo otto direzioni: dall’alto del cranio fino alle caviglie, passando per il femore e il ginocchio. Tre piani: orizzontale, verticale frontale, verticale laterale. Otto per tre. Ma è una scorciatoia, una stampella per la mente.
Ecco dove il teorico si rompe le ossa contro il muro della realtà. Nel caos di una rissa in un parcheggio, dietro un pub, dentro un corridoio stretto, non esistono otto angoli, né ventiquattro, né novantasei. Esistono infinite posizioni. Ogni volta che il tuo avversario sposta il peso di un centimetro sul piede anteriore, l’intera mappa degli angoli di attacco cambia. Ogni volta che inclina il busto di 3 gradi per proteggere il fegato, tu perdi due angoli e ne guadagni uno nuovo dietro l’orecchio.
Il problema è che sei troppo lento. Il tuo cervello analitico non può processare tutti questi dati in tempo reale. Se provi a pensare “ora colpirò al 45° basso sinistro dal piano frontale, con rotazione di 22 gradi del polso”, un buttafuori di 130 chili ti avrà già sfondato la laringe con una testata.
Per questo i professionisti – non i teorici, ma i bastardi che tornano a casa sanguinanti – fanno una cosa semplice: limitano i piani.
Nella pratica, riduciamo la sfera tridimensionale a tre piani di base:
Il piano orizzontale (visto dall’alto): serve per muoverti, per tagliare le linee di fuga, per cercare il fianco. Qui contano solo le otto direzioni di spostamento.
Il piano verticale frontale (visto di fronte): serve per colpire la testa, il collo, il plesso, l’inguine. Qui contano le otto direzioni d’impatto.
Il piano verticale laterale (visto di lato): serve per gli attacchi a mezza distanza, gomitate, ginocchiate, colpi ai reni.
Ma non li usi tutti insieme. Scegli un piano dominante in base alla distanza. A distanza lunga (le vostre sfere si sfiorano) pensi in orizzontale: cerchi l’angolo cieco, il suo dietro, il suo lato debole. A distanza media (i vostri avambracci si toccano) passi al frontale verticale: miri a sventrare la guardia con linee dirette o diagonali. A distanza stretta (corpo a corpo, teste che cozzano) usi il laterale: colpi brevi che risalgono o scendono come scalpelli.
Se sei sveglio, hai già capito una cosa che i morti non hanno fatto in tempo a realizzare: le stesse linee viste dall’alto rappresentano anche gli angoli di evasione. Uscire da un pugno non è indietreggiare dritto (il modo più veloce per prendere un secondo pugno in bocca). È uscire a 45°, spezzare la linea di attacco, tagliare fuori dalla sua spalla. È abbassarsi sotto un gancio e uscire dal lato opposto. È girare intorno alla sua sfera come uno squalo intorno a una gabbia.
Chi attacca pensa in linee rette. Chi sopravvive pensa in diagonali.
Ultima lezione, ed è la più importante, quella che ti salverà il naso e forse la vita: nessuno di questi angoli è fisso.
Non lo è perché lui si muove. Non lo è perché tu vacilli. Non lo è perché il terreno è sporco di pioggia o di sangue. Ogni micro-spostamento del baricentro del tuo avversario riscrive la geometria del combattimento nell’istante stesso in cui credi di averla capita. Non puoi fissare un angolo di attacco come faresti con un chiodo nel muro. Devi inseguirlo, prevederlo, anticiparlo.
Ecco perché la conoscenza teorica degli otto angoli non è fine a se stessa. È un’impalcatura. Ti serve per capire, quando finisci a terra con un ubriaco sulle costole e un coltello che brilla sotto la luna, che il tuo ultimo colpo deve partire da 45° basso, sotto la sua guardia istintiva, e salire dritto nel suo mento. Ma lo farai senza pensare. Lo farai perché hai reso quegli angoli automatici, scolpiti nel cervelletto a forza di pratica sporca e ripetizione sanguinosa.
Quindi, per rispondere alla domanda del titolo: in teoria, gli angoli di attacco sono 8 se guardi dall’alto, 8 se guardi di fronte, 8 se guardi di lato. E puoi combinarli in una griglia 3x8 = 24 direzioni fondamentali. Ma nella realtà di uno scontro vero, nel momento in cui i denti si stringono e l’aria puzza di adrenalina, gli angoli diventano infiniti.
Il tuo compito non è contarli. Il tuo compito è diventare talmente sporco, talmente realistico, talmente brutale che il tuo corpo sappia trovare l’angolo giusto senza passare attraverso il filtro del pensiero. Perché il pensiero è lento. Il sangue è veloce.
E l’angolo giusto è sempre quello che lui non si aspetta, che arriva da dove non ha guardato, che finisce nel punto in cui la carne cede e l’osso si spezza.
Gli altri ottantadue angoli sono solo matematica per vigliacchi.
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