La maggior parte delle arti marziali tradizionali, oggi, sembra inefficace. Lo vediamo nei video di YouTube. Lo vediamo nei combattimenti clandestini. Lo vediamo quando un praticante di karate si trova davanti un lottatore di MMA e viene smontato in trenta secondi.
Allora sorge la domanda: sono sempre state inefficaci? O lo sono diventate solo dopo che l'allenamento scientifico ha preso piede?
La risposta è più complicata di un sì o un no. Ed è anche più triste.
Anticamente – torniamo indietro di secoli, anche millenni – le arti marziali venivano insegnate con uno spirito molto pratico: difendersi dai tipi di minacce che ci si poteva aspettare di incontrare nella vita. Non sul ring. Non in un torneo. Nella vita.
Cosa significa? Significa che un samurai non si allenava per vincere una medaglia. Si allenava per non farsi uccidere. E se doveva uccidere, lo faceva. Senza regole. Senza arbitro. Senza categorie di peso.
Un lottatore di jujitsu antico non si preoccupava di "non far male" all'avversario. Si preoccupava di spezzargli un braccio, slogargli una spalla, strangolarlo fino a che non smetteva di muoversi. Perché se sbagliava, il giorno dopo non c'era.
Un maestro di kung fu non insegnava "forme" perché erano belle da vedere. Insegnava movimenti che, in una rissa vera, potevano salvare la vita. Calci all'inguine. Dita negli occhi. Colpi alla gola. Cose che oggi, in qualsiasi competizione, ti farebbero squalificare all'istante.
Ecco il punto. Le arti marziali tradizionali non sono nate inefficaci. Sono nate letali. Ma la letalità, nella nostra società, non è più ammessa.
A un certo punto – in tempi diversi per culture diverse – le arti marziali sono entrate nell'arena della competizione sportiva. E lì hanno dovuto cambiare.
Perché la competizione ha regole. E le regole sono pensate per proteggere i concorrenti da lesioni permanenti o dalla morte. Nessuno vuole vedere un atleta morire sul tatami. Nessuno vuole spiegare a una madre perché suo figlio è tornato a casa con un braccio rotto.
Così le regole hanno tagliato via le parti pericolose.
Nelle arti marziali di lotta – judo, lotta olimpica – pugni, calci e colpi sono vietati. Non puoi colpire. Puoi solo proiettare e controllare. Nelle arti marziali di percussione – karate, taekwondo – sono vietate le proiezioni e le prese articolari. Non puoi lottare a terra. Non puoi levare l'avversario.
In tutte le competizioni, gli incontri sono uno contro uno. Niente armi. Niente più aggressori. Niente terreno accidentato. Niente sabbia negli occhi. Niente morsi. Niente tirate di capelli. Niente colpi all'inguine.
Il combattimento reale è fatto di tutte queste cose. La competizione le ha cancellate.
Questo è il punto centrale. Le regole definiscono la natura della competizione, e la competizione definisce la pratica dell'arte.
Se sai che in gara non puoi colpire l'inguine, smetti di allenare il colpo all'inguine. Se sai che non puoi colpire un avversario a terra, smetti di allenare le tecniche per colpire a terra. Se sai che l'avversario è solo e disarmato, smetti di allenarti contro più aggressori e contro armi.
Così, generazione dopo generazione, le arti marziali si sono addomesticate. Hanno perso i loro denti. Hanno perso la loro sporcizia. Hanno perso la loro efficacia.
Quello che resta è uno sport. Bellissimo da vedere, emozionante, ricco di disciplina e rispetto. Ma non è combattimento. È una partita. Con regole. Con arbitri. Con un punteggio.
Oggi, la stragrande maggioranza di chi si iscrive a una palestra di karate, taekwondo, judo, kung fu, non lo fa per imparare a uccidere. Lo fa per tenersi in forma. Per imparare disciplina. Per fare amicizia. Per magari vincere una medaglia a un torneo locale.
E va bene così. Non c'è niente di male. Il mondo moderno non ha bisogno di samurai. Ha bisogno di persone sane, educate, rispettose.
Ma non chiamiamolo "combattimento reale". Perché non lo è.
Un campione di karate può essere un atleta straordinario. Può avere riflessi fulminei, calci altissimi, una concentrazione invidiabile. Ma se lo metti in una strada, contro un uomo che vuole accoltellarlo per rubargli il portafoglio, potrebbe morire. Perché la strada non ha regole. E lui non si è mai allenato senza regole.
Ci sono ancora istruttori "vecchia scuola". Quelli che hanno imparato prima che la competizione diventasse l'unico orizzonte. Quelli che insegnano ancora le tecniche sporche. Quelli che ti fanno allenare con la resistenza, con l'adrenalina, con la paura.
Ti insegnano a colpire l'inguine. A infilare le dita negli occhi. A usare una penna come un'arma. A difenderti da due aggressori. A cadere sull'asfalto senza romperti le ossa. A rialzarti mentre qualcuno ti sta prendendo a calci.
Esistono. Sono rari. Sono difficili da trovare. E spesso non hanno una bella palestra con pavimento imbottito e aria condizionata. Si allenano nei parchi, nei garage, nei seminterrati. Non rilasciano certificati. Non fanno pubblicità. Non hanno pagine Instagram curate.
La sfida più difficile, oggi, non è imparare il combattimento reale. È trovare qualcuno che sappia insegnartelo.
La verità è che le arti marziali tradizionali non sono mai state "inefficaci". Erano efficaci per quello per cui erano state progettate: uccidere o non farsi uccidere in un ambiente senza regole.
Poi sono state trasformate in sport. E come sport, sono diventate inefficaci per il combattimento reale. Perché la competizione non è la guerra. Il tatami non è la strada. L'arbitro non è la morte.
Se vuoi imparare a difenderti davvero, devi cercare un insegnante che non ti parli di tornei. Che non ti parli di medaglie. Che non ti parli di "spirito marziale" come se fosse una poesia.
Devi cercare qualcuno che ti dica: "Oggi impariamo a cavare un occhio. Domani impariamo a rompere una gola. E se non sei pronto a farlo, vai a fare yoga".
Buona fortuna. Ne avrai bisogno. Perché trovare un insegnante così è come trovare un ago in un pagliaio. E anche se lo trovi, dovrai essere pronto a seguirlo. Senza illusioni. Senza paura. Sapendo che quello che impari non lo userai mai in un torneo.
Lo userai solo se un giorno, in una strada buia, non avrai altra scelta. E in quel giorno, ringrazierai di non aver fatto solo kata.
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