C'è un'immagine di Bruce Lee che resiste a tutto: il dragone che vola, il calcio laterale che sfonda il cielo, la velocità che umilia gli avversari. Ma c'è un'altra immagine, meno celebrata e molto più interessante: quella di un uomo che, a un certo punto della sua carriera, si accorge di avere un buco enorme nella sua arte. I suoi leggendari calci, a terra, erano inutili. E così, decenni prima che le MMA esistessero come sport, Lee fece una cosa che pochi artisti marziali della sua epoca avevano il coraggio di fare: andò a cercare maestri di judo e jujitsu per imparare quello che non sapeva.
La storia di questa scoperta ha un momento preciso, ed è quasi comica nella sua brutalità. Siamo sul set di The Green Hornet, nel 1966. Lee è già una star, ma alcuni stuntman si lamentano del fatto che sia un po' troppo rude nelle scene di combattimento. Per "dargli una lezione", viene chiamato Gene LeBell, judoka, lottatore di catch wrestling e stuntman leggendario . LeBell lo afferra in una headlock e lo mette sulla schiena. Lee, sorpreso, non riesce a liberarsi. Urla "Mettimi giù o ti ammazzo", ma LeBell continua a portarlo in giro per il set . È un momento umiliante, ma anche rivelatore. Lee capisce due cose: primo, che esiste un mondo di tecniche che lui non conosce; secondo, che se vuole essere un combattente completo, deve impararle.
Da quell'episodio nasce un'amicizia e un sodalizio di allenamento. LeBell insegna a Lee una varietà di proiezioni, sgambetti e prese di sottomissione del judo e del wrestling, mentre Lee condivide con lui la sua conoscenza dei colpi e del gioco di gambe . Non è un rapporto maestro-allievo nel senso tradizionale: è uno scambio tra due professionisti che si rispettano. Lee non si vergogna di imparare da qualcuno che lo ha messo a terra: ne fa una risorsa.
Nello stesso periodo, Lee stringe un rapporto profondo con Wally Jay, fondatore dello Small Circle Jujitsu. Jay è un maestro di jujitsu di decimo dan e judo di sesto dan, e Lee studia con lui le leve articolari e le tecniche di strangolamento . Quello che colpisce non è solo il tempo che Lee dedica a queste discipline, ma il modo in cui le integra: non le tratta come aggiunte esotiche, ma come parti di un sistema che sta cercando di costruire. Il Jeet Kune Do, la sua filosofia marziale, nasce proprio da questa idea: prendere ciò che è utile da qualsiasi stile, senza farsi fermare dalla tradizione . E la lotta a terra, per Lee, era utile. Eccome.
C'è poi un terzo incontro, forse meno raccontato ma altrettanto significativo: quello con Hayward Nishioka, campione nazionale di judo. Nishioka non era solo un judoka: era anche un praticante di karate Shotokan e un istruttore di educazione fisica. Lee lo rispettava profondamente, e Nishioka ricambiava l'ammirazione . In un'intervista, Nishioka racconta un episodio rivelatore. Un giorno, a casa di Lee, dopo essere stato colpito ripetutamente dalla velocità dell'attore, gli chiese: "Cosa faresti se mi sedessi a terra e aspettassi che mi attacchi?" Lee rispose: "Me ne andrei" . È una risposta che la dice lunga: Lee non era un lottatore di strada disposto a tutto, ma era abbastanza intelligente da capire che il combattimento reale non ha regole. E che se qualcuno si siede a terra, il combattimento cambia natura. Meglio saperlo, che scoprirlo a proprie spese.
La cosa più straordinaria è che tutto questo allenamento finì per confluire nelle sue coreografie cinematografiche. La sequenza di combattimento iniziale di Enter the Dragon (1973) è considerata da molti storici delle MMA come uno dei momenti seminali dello sport . Lee combatte contro un giovane Sammo Hung: niente kung fu tradizionale, niente pose. I due indossano guantini aperti simili a quelli delle MMA moderne, e il combattimento passa dai colpi alle proiezioni, fino a culminare con Lee che esegue un juji-gatame, una leva al braccio incrociata, da manuale . Hung batte il tapout. È la prima volta che un film mostra una sottomissione in un contesto competitivo, e non è un caso: è il risultato diretto degli anni di allenamento di Lee con LeBell, Jay e Nishioka.
La domanda che viene da farsi è: perché Lee lo ha fatto? Non aveva bisogno di imparare il judo per essere famoso. Era già una star. La risposta, forse, sta in una frase che Nishioka gli attribuisce. Lee diceva che il judo era "la cosa più vicina al reale", molto più del karate o dell'aikido, perché c'è contatto, c'è resistenza, c'è la prova tangibile che una tecnica funziona o no . Lee non era un collezionista di tecniche: era un uomo che voleva sapere se quello che faceva funzionava davvero. E a terra, i suoi calci non funzionavano.
Oggi, a cinquant'anni di distanza, la lezione è ancora valida. Il cross-training non è una moda: è una necessità per chiunque voglia essere un combattente completo. Lee lo aveva capito prima di tutti, e lo aveva capito nel modo più onesto possibile: facendosi mettere a terra da qualcuno più bravo di lui, e poi chiedendogli di insegnargli come si fa.
Cesio Endrizzi
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