Una proiezione d'anca eseguita alla perfezione può valere una vittoria sul tatami. La stessa proiezione, eseguita su un marciapiede di cemento, può invece provocare conseguenze gravissime. È questa una delle differenze fondamentali tra il combattimento praticato in palestra e un'aggressione reale.
Nel dojo l'ambiente è controllato. Il pavimento è progettato per ridurre gli infortuni, lo spazio è conosciuto, l'illuminazione è adeguata e, soprattutto, esistono regole. Ci sono un avversario e, nelle competizioni, un arbitro che può interrompere il combattimento. Le tecniche più pericolose sono vietate e, generalmente, entrambi i partecipanti sanno che stanno per affrontarsi.
Per strada tutto questo scompare.
Il terreno può essere irregolare o scivoloso, possono esserci automobili, muri, vetri, marciapiedi e ostacoli. Un semplice errore di equilibrio può trasformare una caduta apparentemente banale in un trauma grave.
Anche la presenza di un solo aggressore non può essere data per scontata. Potrebbero esserci altre persone, oppure potrebbe comparire un'arma. Non esistono categorie di peso, non esistono regole e nessuno garantisce che l'aggressore si fermi quando viene messo in difficoltà.
C'è poi una differenza psicologica enorme.
Durante un allenamento il praticante sa cosa sta per accadere. Il cervello ha il tempo di prepararsi. Durante un'aggressione, invece, la sorpresa può provocare una forte risposta di stress. La percezione può restringersi, l'attenzione concentrarsi su una sola minaccia e la coordinazione diventare meno precisa.
Questo significa che una tecnica molto complessa, perfettamente eseguita durante l'allenamento, potrebbe non essere la scelta più realistica in una situazione improvvisa.
Ed è proprio qui che emerge l'importanza dell'allenamento.
Le arti marziali non diventano inutili perché la strada è diversa dal dojo. Al contrario, allenarsi permette di sviluppare equilibrio, distanza, timing, resistenza allo stress, capacità di cadere e di mantenere il controllo del proprio corpo. Ma bisogna comprendere che il combattimento sportivo e l'autodifesa hanno obiettivi differenti.
Sul tatami si cerca di vincere.
Nell'autodifesa, invece, l'obiettivo principale è tornare a casa.
Non serve dimostrare di essere più forte dell'aggressore. Serve creare la possibilità di interrompere lo scontro e allontanarsi. Evitare il conflitto quando possibile, mantenere la distanza, cercare una via di fuga e chiedere aiuto possono essere strategie molto più importanti di una tecnica spettacolare.
In questo senso, il vero passaggio dal dojo alla realtà non consiste nell'imparare tecniche sempre più letali.
Consiste nell'imparare a riconoscere quando non combattere è la scelta migliore.
Un buon praticante non dovrebbe uscire dal dojo pensando di essere invincibile. Dovrebbe uscirne sapendo di avere maggior controllo del proprio corpo, maggiore consapevolezza dell'ambiente e, soprattutto, una maggiore capacità di gestire una situazione pericolosa senza trasformarla inutilmente in una tragedia.
Cesio Endrizzi
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