Il problema non è che il Karate e la Muay Thai siano diversi. Il problema è che uno dei due ti insegna a combattere, e l'altro ti insegna a fare i kata in un dojo silenzioso mentre fuori dalla porta c'è il mondo vero che ti aspetta. Non è una questione di gusti, non è una questione di tradizioni, non è una questione di rispetto per i maestri. È una questione di fisica. E la fisica non ha cinture.
Partiamo dal Giappone, perché il discorso è affascinante e va preso sul serio. Karate, Judo, Aikido: il budo moderno, la via marziale. Dopo la fine dell'era dei samurai, questi sistemi si sono evoluti da tecniche di sopravvivenza sul campo di battaglia, il jutsu, a percorsi di sviluppo del carattere. Le arti marziali giapponesi pongono grande enfasi sulla gerarchia, sull'etichetta, sui kata, le forme predefinite da eseguire individualmente. L'obiettivo filosofico è la disciplina spirituale. Nel Karate, questo si manifesta nel concetto di ikken hissatsu, un colpo, morte certa. Le tecniche sono lineari e veloci, con un'immediata retrazione per mantenere l'equilibrio ed evitare contrattacchi. Il Judo si basa sul gi, l'uniforme pesante, per stabilire prese, usando la leva e le manovre di squilibrio per proiettare gli avversari. Tutto molto bello, tutto molto nobile, tutto molto elegante. Peccato che l'avversario, in strada, non indossi il gi. Peccato che l'avversario, in strada, non aspetti che tu finisca il kata. Peccato che l'avversario, in strada, non abbia letto il manuale di etichetta.
E ora guardate la Thailandia. Il Muay Thai è nato anch'esso sul campo di battaglia, ma si è evoluto negli stadi altamente competitivi di Bangkok. La sua filosofia è rigorosamente pragmatica: una tecnica è valida solo se funziona sotto la pressione del contatto pieno. Sebbene i combattenti mostrino profondo rispetto per i loro maestri e le tradizioni, in particolare attraverso la danza pre-combattimento Wai Kru Ram Muay, nel Muay Thai tradizionale non esistono kata o cinture. L'attenzione è interamente focalizzata sulla preparazione fisica, sulla forza mentale e sull'efficacia in combattimento. Leggete bene: nessuna cintura. Nessun kata. Nessuna forma da eseguire da soli immaginando un avversario che non c'è. Solo il contatto, il sudore, il dolore, e la verifica continua di quello che funziona e di quello che non funziona. Il Muay Thai è conosciuto come l'arte degli otto arti, perché usa pugni, calci, gomitate e ginocchia. A differenza dei calci lineari e rapidi del Karate, un calcio circolare della Muay Thai implica l'impiego di tutto il corpo in una rotazione. Il combattente ruota sul piede anteriore e spinge la gamba posteriore completamente attraverso il bersaglio, cercando di colpire con la tibia piuttosto che con il piede, per massimizzare l'impatto. E poi c'è il clinch, il sistema di lotta in posizione eretta che usa il controllo del collo e dei bicipiti, senza l'ausilio di un gi, per rompere la postura dell'avversario e sferrare ginocchiate e gomitate a distanza ravvicinata. Mentre le arti marziali giapponesi spesso separano i colpi dalla lotta, la Muay Thai li integra perfettamente. Non c'è un momento in cui la tecnica finisce e comincia un'altra cosa. C'è solo il combattimento, nella sua forma più nuda e brutale.
E qui viene fuori la verità che nessun maestro giapponese vuole sentirsi dire, e che nessun praticante di Karate accetterà mai di buon grado. Le arti marziali giapponesi sono nate per un mondo che non esiste più. Il samurai aveva un codice, aveva un'onore, aveva un'avversario che combatteva con le sue stesse regole. La strada di oggi non ha nessuna di queste cose. La strada di oggi ha un tizio che ti punta un coltello, un altro che ti afferra da dietro, un terzo che ti prende a calci mentre sei a terra. E in quella situazione, il kata non serve a niente. La cintura nera non serve a niente. L'etichetta non serve a niente. Serve la tibia che colpisce come una mazza da baseball, serve la gomitata in faccia, serve il ginocchio nello stomaco. Serve la brutalità, non la disciplina. E chi vi dice il contrario vi sta vendendo un sogno, non una difesa.
Certo, il Muay Thai non è perfetto. È uno sport da ring, con le sue regole, i suoi tempi, i suoi arbitri. Non è la strada, e nessuno lo pretende. Ma la sua filosofia è l'unica che regge alla prova dei fatti: una tecnica è valida solo se funziona sotto la pressione del contatto pieno. Il Karate, con i suoi kata e le sue cinture, è una bellissima disciplina spirituale. Il Judo è uno sport olimpico splendido, con una tradizione nobile. L'Aikido è una filosofia in movimento, affascinante da guardare. Ma se domani sera vi trovate in un vicolo buio con tre persone che vi vogliono fare male, non chiamate il maestro di Karate. Chiamate quello che si è fatto rompere il naso mille volte in clinch, e che ha imparato una cosa sola: che la tibia, quando arriva, non chiede il permesso.
La domanda amara, quella che dovrebbe far riflettere chiunque stia per iscriversi a un corso di arti marziali, è questa: volete imparare a difendervi davvero, o volete imparare a fare una cosa bella da guardare allo specchio? Perché se la risposta è la seconda, l'Aikido è perfetto. Ma se la risposta è la prima, allora smettete di guardare i kata e cominciate a guardare la tibia. Perché il mondo là fuori non ha nessuna intenzione di rispettare la vostra cintura.
Cesio Endrizzi