Ho imparato a diffidare delle cinture nere la prima volta che sono entrato in una palestra di Kickboxing ad Amsterdam, in una di quelle strade umide che corrono parallele ai canali. L'istruttore, un surinamese con le nocche talmente incallite da sembrare scolpite nel legno di ironwood, rise quando qualcuno menzionò il grado di un nuovo allievo. "La cintura", disse, "serve solo a tenere su i pantaloni. Poi fece una pausa, e aggiunse: "E a volte neanche quello". In quella frase cinica c'era più verità che in interi manuali di arti marziali. Perché la cintura nera, come tutti i simboli troppo venerati, ha subito il destino delle icone: è diventata più importante di ciò che rappresenta, e nel diventarlo ha smarrito il suo significato originale.
C'è un equivoco di fondo che attraversa come un fiume sotterraneo la percezione occidentale delle arti marziali, e riguarda proprio la natura di questo pezzo di stoffa cucita e ricucita attorno alla vita. Lo si tratta come un traguardo, come un punto d'arrivo, come una patente che attesterebbe una competenza definitiva e indiscutibile. La verità, come sanno bene coloro che hanno realmente percorso il cammino marziale in Oriente, è esattamente opposta. In molte scuole tradizionali giapponesi, lo shodan, il primo grado di cintura nera, significa letteralmente "primo passo". Non si è arrivati, si è appena cominciato. Si è dimostrato di aver assimilato i fondamenti al punto da poter finalmente iniziare a comprendere, non certo da poter insegnare o, peggio, da potersi considerare al sicuro dalla brutale imprevedibilità di un confronto reale.
E tuttavia, nella costruzione dell'immaginario collettivo, la cintura nera ha assunto le proporzioni di un feticcio. Lo si deve in parte al cinema, ai film di arti marziali che hanno popolato gli schermi dagli anni Settanta in poi, dove il grado veniva esibito come un trofeo e chi lo indossava diventava automaticamente invincibile. Lo si deve anche a una certa tendenza alla burocratizzazione delle discipline orientali, trasformate in percorsi a tappe con tanto di esami, quote, e progressioni garantite, molto simili ai gradi scolastici occidentali. Il mercato, si sa, ama le certificazioni. La cintura nera è diventata così un prodotto, qualcosa che si può comprare con la perseveranza e la retta via, certo, ma anche con il semplice scorrere del tempo e il pagamento delle tasse d'esame.
Ho visitato dojo in mezza Europa dove il livello era inversamente proporzionale al colore della cintura. Ho visto cinture nere muoversi come burattini impacciati, privi di qualsiasi reale comprensione del combattimento, della distanza, del tempo. Ho visto cinture marroni, appena un gradino sotto, che le avrebbero smontate in pochi secondi se solo fosse stato consentito loro di provarci. La cintura nera, in questi contesti, non è che un attestato di presenza, la ricompensa per aver frequentato con sufficiente regolarità le lezioni, per aver imparato a memoria i kata, per aver mostrato la dovuta deferenza al maestro. Nulla a che vedere con la capacità reale di difendere se stessi o, tanto meno, di insegnare agli altri.
Ma sarebbe ingiusto e semplicistico liquidare l'intero sistema dei gradi come una montatura. Nelle scuole serie, in quelle dove lo sparring è parte integrante dell'addestramento, dove ci si alloca il naso sanguinante e si torna il giorno dopo, dove il maestro è tale perché ha combattuto e vinto, non perché ha ereditato un titolo, lì la cintura nera conserva ancora un significato profondo. Non indica invincibilità, indica qualcosa di più raro e prezioso: indica che chi la indossa ha attraversato il fuoco e ne è uscito trasformato. Indica che ha sviluppato quella che i giapponesi chiamano zanshin, la consapevolezza vigile, la presenza mentale che precede e segue ogni azione. Indica che ha imparato a cadere e a rialzarsi, a perdere e a imparare dalla sconfitta, a controllare la paura e a usare l'aggressività senza esserne posseduto.
Il punto è che la cintura nera, da sola, non garantisce nulla. Ho conosciuto campioni di Muay Thai che non hanno mai indossato una cintura in vita loro, e che potrebbero ridurre in poltiglia qualsiasi cintura nera media di qualsiasi disciplina, semplicemente perché il loro allenamento è costruito sulla resistenza al dolore e sulla capacità di infliggerlo. Ho conosciuto lottatori di strada, cresciuti nei quartieri difficili di Marsiglia o di Napoli, che non sanno nemmeno cosa sia un grado, ma che possiedono un'intelligenza del combattimento che nessun esame potrà mai certificare. La strada, come mi disse una volta un vecchio pugile rom, è la maestra più severa: non ti chiede che cintura hai, ti chiede se sai tenerti in piedi quando tutto intorno a te crolla.
C'è poi un aspetto psicologico che merita di essere esplorato, ed è quello della proiezione. La società occidentale, assetata di gerarchie e di riconoscimenti visibili dello status, ha proiettato sulle arti marziali il proprio bisogno di ordinare il mondo in caselle. La cintura nera è diventata così un marcatore sociale, un modo per distinguere chi sa da chi non sa, chi ha il diritto di parlare da chi deve ancora ascoltare. Questa dinamica, comprensibile sul piano sociologico, diventa pericolosa quando si traduce in un'autorità indiscutibile. Ho visto maestri di cintura nera insegnare tecniche palesemente inefficaci, ancorate a una tradizione mal compresa e mai messa in discussione, e ho visto allievi assorbirle con la devozione del credente, senza mai osare dubitare.
Il vero paradosso è che le arti marziali, nel loro nucleo più autentico, sono proprio il contrario di questo atteggiamento. Sono un percorso di costante messa in discussione, di adattamento, di morte e rinascita. Un vero maestro non è colui che ha accumulato gradi, ma colui che ha accumulato domande. La cintura nera, in questa prospettiva, non è un punto di arrivo, ma un nuovo inizio. È il momento in cui finalmente si possiedono gli strumenti per cominciare a cercare davvero. Molti, purtroppo, scambiano gli strumenti per il tesoro, e passano il resto della vita a lucidarli senza mai usarli per scavare.
Ho assistito a una scena, in una palestra di Tokyo, che non dimenticherò. Un uomo sulla settantina, cintura nera di judo logora e sbiadita, si allenava con ragazzi che avrebbero potuto essere suoi nipoti. Finito l'allenamento, si sedette in seiza, si inchinò al ritratto del fondatore, e poi si rivolse a un giovane alle prime armi. "Io sono ancora uno studente", disse. "Tra cinquant'anni, forse, comincerò a capire qualcosa". Quel vecchio, con la sua umiltà antica, possedeva più autorità di tutti i maestri improvvisati che ho incontrato nelle palestre patinate d'Occidente. La sua cintura non era un simbolo di potere, era un promemoria: il cammino è infinito, e ogni traguardo è solo un nuovo punto di partenza.
Alla fine, forse, la risposta alla domanda se la cintura nera sia un grado rispettato è che dipende da chi la indossa e da chi la osserva. Per chi ha realmente percorso il cammino, è un oggetto familiare, carico di ricordi e di significato, ma privo di qualsiasi alone magico. Per chi guarda da fuori, può essere tutto e il contrario di tutto: oggetto di venerazione o di scherno, a seconda delle esperienze e dei pregiudizi. La verità, come sempre, sta nel mezzo. La cintura nera è rispettabile quando rappresenta un percorso reale, fatto di sudore e sangue, di sconfitte e di rinascite. È ridicola quando diventa un orpello, una scorciatoia burocratica, un lasciapassare per l'ego.
Forse dovremmo imparare a guardare oltre il drappo nero, oltre il colore che sbiadisce con gli anni, e osservare invece le mani di chi lo indossa. Le mani che hanno colpito e sono state colpite, che hanno stretto e sono state strette, che hanno insegnato e imparato. Quelle mani non mentono mai. Il resto, come diceva quell'istruttore di Amsterdam, serve solo a tenere su i pantaloni. E a volte, neanche quello.