domenica 22 febbraio 2026

Classifica delle Arti Marziali per Autodifesa Stradale (da 1 a 10)

 

1. Krav Maga (Voto: 9.5/10)
Partiamo dal primo, e non a caso. Il Krav Maga è stato sviluppato per una ragione specifica: insegnare a ragazzi ebrei mingherlini a sopravvivere ai pogrom negli anni '30 . Non c'è filosofia, non c'è estetica, non c'è competizione. C'è solo: "Come faccio a neutralizzare questa minaccia e tornare a casa vivo?".

  • Perché funziona: colpi agli occhi, alla gola, all'inguine; disarmi immediati; difesa da più aggressori; uso di oggetti di fortuna .

  • Il limite: molti corsi commerciali sono annacquati. Devi trovare un istruttore vero, possibilmente con esperienza militare o nelle forze dell'ordine.

  • 2. Muay Thai (Voto: 9/10)
    L'"arte degli otto arti" non è una frase fatta. Gomiti, ginocchia, pugni, calci: tutto è progettato per fare male davvero . I thailandesi si allenano a prendere colpi, a incassare, a non indietreggiare. E in strada, chi non arretra vince.

  • Perché funziona: devastante a media e corta distanza. Le clinchate ti permettono di controllare l'avversario mentre lo distruggi con le ginocchia .

  • Il limite: Poca enfasi sulla lotta a terra. Se vai giù, sei in difficoltà.

3. Boxe (Voto: 8.5/10)
Sembra semplice, ma non lo è. La boxe ti insegna tre cose fondamentali: colpire, schivare, muoverti . In strada, la maggior parte degli scontri finisce in pochi secondi con un cazzotto ben piazzato. Il pugile sa mettere tutto il peso in quel cazzotto .

  • Perché funziona: gioco di gambe, lettura delle distanze, incassare i colpi. E il pugno è l'arma più naturale che abbiamo.

  • Il limite: solo pugni, niente calci, niente lotta. E i guantoni non ci sono, quindi le mani si rompono.

4. Judo (Voto: 8.5/10, ex aequo con la Boxe)
Il judo vecchia scuola, quello che insegnava a usare il marciapiede come alleato, è forse la cosa più sottovalutata in ottica autodifesa. Una proiezione ben eseguita su asfalto finisce la lotta in un istante .

  • Perché funziona: sbilanciamento, proiezioni, controllo a terra. Un judoka ti fa cadere e non ti lascia rialzare .

  • Il limite: richiede anni per padroneggiare le proiezioni in condizioni di stress. E in piedi, contro uno che tira pugni, devi chiudere la distanza senza prendere botte.

5. Brazilian Jiu-Jitsu (Voto: 8.5/10, ex aequo)
Lo so, lo so: il BJJ è fantastico. Ma in strada ha un problema gigante: ti porta a terra, e a terra sei vulnerabile a calci, coltelli e amici dell'aggressore . Detto questo, se lo combini con qualcos'altro, è letale.

  • Perché funziona: il controllo a terra è insuperabile. Se sai portare lì l'avversario e hai amici che ti coprono, vinci .

  • Il limite: la posizione supina è la peggiore in una rissa di strada. E molti praticanti sono abituati a combattere seduti, non a entrare in contatto sotto i colpi.

6. Wing Chun (Voto: 7/10)
Il Wing Chun è stato sviluppato per le strade affollate e criminali di Hong Kong . In teoria, è perfetto per distanza ravvicinata. In pratica, molti praticanti moderni non fanno sparring vero e non sanno cosa significa prendere un pugno in faccia .

  • Perché funziona: scoppio di potenza a corta distanza, mani appiccicose, economia di movimento .

  • Il limite: se non fai sparring duro, se non testi le tue tecniche contro qualcuno che resiste, è solo una danza.

7. Kyokushin Karate (Voto: 7/10, con una precisazione importante)

E arriviamo al punto. Il Kyokushin merita un discorso a parte.

Fondato da Masutatsu Oyama, il Kyokushin è uno degli stili di karate più duri in assoluto . I combattimenti sono a pieno contatto, senza protezioni, e si può colpire con tutto tranne che con i pugni al viso . Questo crea guerrieri con una resistenza fisica e mentale fuori dal comune.

Il fondatore, Oyama, era un tipo tosto. Si racconta che abbia ucciso un toro a mani nude (anche se con un colpo alla testa, non proprio una scena da western). E ha creato una prova, l'Hyakunin Kumite, dove il combattente deve affrontare 100 avversari uno dopo l'altro . Roba da pazzi.

I punti di forza del Kyokushin sono evidenti:

  • Condizionamento fisico bestiale: i praticanti si abituano a prendere colpi, a incassare, a non mollare .

  • Calci devastanti: bassi, alti, circolari. Le gambe sono armi .

  • Filosofia del "non arrendersi mai": lo spirito forgiato nella sofferenza è un'arma in sé .

Ma c'è un limite enorme, e lo riconoscono anche i praticanti onesti: nel Kyokushin tradizionale, non si colpisce il viso con i pugni . Questo crea una "cecità" pericolosissima in strada. Uno abituato a combattere senza paura di prendere pugni in faccia, quando si trova davanti uno che gliene tira uno, può andare in tilt.

Il verdetto sul Kyokushin: se lo integri con un po' di boxe per colmare il vuoto della guardia al volto, diventa un'arte completa e temibile. Da solo, rischi di incassare un destro che non hai mai imparato a parare . Voto 7, ma con la consapevolezza che è un 7 con le palle.


8. Taekwondo (Voto: 6/10)
Calci spettacolari, velocità, flessibilità . Peccato che in strada, un calcio alto sia il modo più veloce per finire a terra con una gamba in mano a qualcuno.

  • Perché funziona: se hai una distanza e puoi colpire basso, può funzionare.

  • Il limite: troppo acrobatico, troppo poco concreto. Le versioni sportive hanno ucciso l'efficacia originaria .

9. Aikido (Voto: 5/10)
Lo dico con rispetto: l'Aikido è bellissimo, è filosofia pura, è armonia. Ma in strada, contro uno che ti viene addosso ubriaco e incazzato, le leve e le proiezioni "morbide" spesso non funzionano . Richiedono una collaborazione che l'avversario non ti darà mai.

  • Perché funziona: in teoria, se sei un maestro con 30 anni di esperienza.

  • Il limite: nella pratica, contro uno non collaborativo, è un suicidio.

10. Kung Fu Tradizionale (Voto: 4/10)
Attenzione: parlo del Kung Fu "da parco", quello con le forme lunghe e i movimenti acrobatici. Il Sanshou (versione da combattimento) è un'altra cosa . Ma il Kung Fu tradizionale, quello che si vede nei film, è spesso una coreografia. E le coreografie, in strada, ti fanno ammazzare.

Come dicevamo all'inizio, nessuna arte marziale ti salva se sei un coglione. La strada è un'altra cosa. È merda, è paura, è sangue. È il tipo che non si ferma quando cadi, che ti tira un calcio in testa mentre sei già a terra, che tira fuori un coltello quando perde.

Le arti marziali sono strumenti. Il miglior martello del mondo non costruisce una casa da solo. Serve l'uomo che lo impugna. E quell'uomo deve avere il ferro dentro. Deve essere disposto a soffrire, a incassare, a rialzarsi. Deve avere una tendenza al lato oscuro. Perché in strada, chi è troppo buono, troppo educato, troppo "marziale", perde.

Il Kyokushin, in questo senso, è una fucina di uomini duri. Ti tempra, ti forgia, ti insegna a non mollare. Ma se non colmi il buco della guardia al viso, rischi di finire K.O. per un pugno che non hai mai imparato a parare.

Il Kyokushin è nella lista, eccome. Ma è un gradino sotto i primi. Perché in strada, la "verità suprema"  è una sola: sopravvivere. E per sopravvivere, devi essere pronto a tutto. Anche a prendere un pugno in faccia.


sabato 21 febbraio 2026

Non Esiste l'Arte Marziale Migliore. Esisti Tu. E Se Sei Debole, Nessuna Tecnica Ti Salverà.

Ogni santo giorno, su Internet, qualcuno chiede: "Qual è la migliore arte marziale per la strada?". E ogni santo giorno arrivano le stesse risposte: Krav Maga, BJJ, Muay Thai, boxe, Wing Chun, jeet kune do. Ognuno tira l'acqua al suo mulino, ognuno difende la sua palestra, il suo maestro, il suo investimento di tempo e denaro.

E ogni santo giorno, chi ha veramente visto la merda, chi ha veramente assaggiato il marciapiede con la faccia, chi ha veramente dovuto difendere la propria vita da uno che non aveva regole né rimorsi, sorride e si fa i cazzi suoi.

Perché la verità, quella sporca e scomoda, è una sola: nessuna arte marziale ti salverà se sei un coglione.

L'Arte Non Esiste. Esiste l'Uomo.

Io sono cintura nera di BJJ. Ho fatto boxe, Wing Chun, Karate. Ho speso anni della mia vita a rotolarmi sul tappetino, a farmi male, a imparare leve e proiezioni. E ti dico una cosa: se domani esco ubriaco da un bar e un pezzo di merda qualsiasi mi tira un cazzotto in faccia, tutto quel training potrebbe valere zero.

Perché la strada non è un tappetino. Non c'è arbitro, non c'è peso limite, non c'è rispetto. La strada è merda, è sangue, è improvvisazione. È uno che ti viene addosso mentre stai cercando le chiavi della macchina. È un gruppo di deficienti che ti circondano mentre torni a casa. È un pezzo di vetro, una spranga, una testata mentre sei già per terra.

E in quella situazione, la tua arte marziale vale quanto la tua capacità di rimanere lucido, di incassare, di essere più bastardo tu di quanto lo sia lui. Roba che non si insegna in nessuna palestra.

Io ho conosciuto ragazzi di Karate della vecchia scuola. Quelli veri, non quelli con la tutina bianca e il cinturone da 10º dan comprato su Internet. Gente che si allenava sul cemento, che prendeva calci negli stinchi fino a sanguinare, che sapeva che un combattimento vero dura secondi e finisce con qualcuno a terra che non si rialza.

Quei ragazzi sapevano sopravvivere. Non perché avessero tecniche segrete. Ma perché il loro training era dolore puro. Perché avevano imparato a prenderle, prima ancora che a darle. Perché avevano capito che in strada non vince il più tecnico, ma il più cattivo. Quello che quando va giù, si rialza. Quello che quando è a terra, continua a lottare. Quello che non ha paura di sporcarsi le mani di sangue, suo o dell'avversario.

E lo stesso per il Judo vecchia scuola. Quello che insegnava a usare il marciapiede come alleato, a proiettare l'avversario non su un tatami morbido ma sull'asfalto, a finirlo prima che potesse rialzarsi. Roba che oggi farebbe inorridire i genitori dei ragazzini che portano i figli in palestra per "socializzare".

Oggi la gente si allena male. Si allena in ambienti protetti, con regole precise, con avversari che conoscono il copione. Si allena la tecnica, ma non si allena il caos. Si allena la forma, ma non si allena la sostanza. Si allena il rispetto, ma non si allena la cattiveria.

E poi escono dalla palestra convinti di essere macchine da guerra. Poi uno li tocca per sbaglio al bar, e vanno nel panico. Perché non hanno mai preso un vero schiaffone in faccia. Non hanno mai sentito cosa significa vedere il sangue colare dagli occhi di uno che hai appena colpito. Non hanno mai avuto veramente paura per la propria vita.

La verità è che alcune persone sono semplicemente dure. Hanno il ferro dentro. Sono nate così, o lo sono diventate crescendo in certi ambienti, in certe situazioni. Gente spietata, crudele, senza onore né rimorso. Gente che per strada non si batte, sopravvive. E contro quella gente, la tua tecnica perfetta da palestra vale meno di zero.

La gente cerca la tecnica magica. Quella che ti permette di neutralizzare tre aggressori con una mossa sola. Quella che trasforma un ragazzino mingherlino in un guerriero invincibile. Quella che ti dà il potere senza il dolore.

Non esiste. Non è mai esistita. Non esisterà mai.

Le uniche cose che funzionano sono il dolore, la dedizione e una sana tendenza al lato oscuro. Devi essere disposto a farti male, a rialzarti, a rifarlo. Devi essere disposto a diventare quello che non vorresti essere. Devi essere disposto a perdere un pezzo di umanità per sopravvivere in un mondo che umano non è.

E allora, qual è l'arte marziale migliore?

Se proprio devo rispondere, ti dico questa: la migliore arte marziale per la strada è quella che pratichi con qualcuno che non ha nessuna intenzione di farti vincere. Quella che ti mette in situazioni di merda e ti costringe a trovare una via d'uscita. Quella che ti insegna a incassare, a cadere, a rialzarti. Quella che ti toglie le illusioni e ti lascia solo con la realtà.

Boxe va bene, se impari a muoverti e a incassare. BJJ va bene, se impari che a terra non si scherza e che le leve fanno male davvero. Judo va bene, se impari a cadere senza romperti l'osso del collo. Muay Thai va bene, se impari che gli stinchi si spezzano e che i gomiti tagliano la pelle come coltelli.

Ma nessuna di queste ti salverà se non hai la testa. Se non hai la freddezza di guardare l'avversario negli occhi e capire se è uno che si fermerà dopo il primo cazzotto o uno che ti inseguirà fino a casa. Se non hai la cattiveria di colpire per primo, più forte, e continuare finché non è a terra e non si muove più.

Quindi, la prossima volta che qualcuno ti chiede qual è la migliore arte marziale per la strada, digli questa cosa: "Non esiste. Esisti tu. E se sei un coglione, nessuna arte marziale ti salverà".

Perché la strada non è un torneo. Non ci sono punti, non ci sono medaglie, non ci sono applausi. C'è solo tu, l'altro, e la merda. E vince chi ha più voglia di sopravvivere. Chi è disposto a sporcarsi, a farsi male, a diventare bestia.

Se hai questo dentro, qualsiasi arte marziale andrà bene. Se non ce l'hai, nemmeno il miglior maestro del mondo potrà aiutarti.

E ricordati: la migliore autodifesa è non trovarsi in quella situazione. Ma se ti ci trovi, non cercare la tecnica magica. Cerca la via d'uscita. E se non c'è, diventa tu la via d'uscita. A qualsiasi costo.



venerdì 20 febbraio 2026

Judo vs BJJ: La Verità che i Puristi Non Vogliono Sentire


Nel mondo delle MMA, si sente continuamente parlare di "Brazilian Jiu-Jitsu" come se fosse la bibbia del grappling. I commentatori urlano "ha preso la schiena!", "sta cercando la kimura!", e tutti pensano ai Gracie, alla leva, alla tecnica raffinata.

Ma se guardate bene, la maggior parte di quello che vedete in gabbia non è BJJ. È judo. O meglio, è judo adattato, ibridato, violentato e rimesso insieme per sopravvivere agli strike.

E questo, amici miei, è il segreto peggio custodito delle arti marziali.

Partiamo dalle origini, senza peli sulla lingua. Il Brazilian Jiu-Jitsu non è una disciplina autonoma caduta dal cielo. È un ramo, una derivazione, una costola del judo . Quando Mitsuyo Maeda, allievo diretto di Jigoro Kano (il fondatore del judo), sbarcò in Brasile e insegnò a Carlos Gracie, quello che trasmise non era "Jiu-Jitsu" nel senso giapponese antico. Era judo. Il judo del Kodokan, con le sue proiezioni, le sue leve, le sue immobilizzazioni .

I Gracie presero quel sistema, lo adattarono al loro fisico (Helio era gracile, leggero) e iniziarono a specializzarsi in quello che nel judo era solo una parte: il newaza, il combattimento a terra. Trascurarono le proiezioni, che richiedono forza e potenza, e si concentrarono su ciò che permetteva a un uomo piccolo di sopravvivere: le leve, gli strangolamenti, la gestione del peso .

Quindi, tecnicamente, il nome più onesto per il BJJ sarebbe "Judo Brasiliano". Perché è esattamente quello che è: una branca specializzata del judo che ha deciso di ignorare quasi completamente la parte in piedi per dedicarsi ossessivamente alla parte a terra .

E prima ancora? Il judo stesso è un sottoinsieme del Jiu-Jitsu tradizionale giapponese. Jigoro Kano, alla fine dell'Ottocento, prese le centinaia di tecniche letali, pericolose e spesso inefficienti del Jiu-Jitsu classico (quello dei samurai, studiato per uccidere), ne selezionò un gruppo ristretto, le ripulì dagli aspetti più pericolosi per l'integrità fisica degli allievi, e le trasformò in uno sport educativo .

Chiamò quel sistema "Kodokan Judo", ovvero "la via della morbidezza". Ma alla base, era sempre Jiu-Jitsu. Solo depurato, codificato, reso praticabile in sicurezza.

Quindi la catena è chiara:

  • Jiu-Jitsu tradizionale: arte marziale dei samurai, tecniche letali, niente regole.
  • Judo: selezione e sportivizzazione del Jiu-Jitsu, focus sulle proiezioni.
  • BJJ: specializzazione nel newaza del judo, portata all'estremo dai Gracie in Brasile.

C'è un dettaglio fondamentale che pochi conoscono. Il judo delle origini, quello della prima metà del Novecento, era molto diverso da quello che vediamo oggi alle Olimpiadi. Era più fluido, più "morbido", meno dipendente dalla forza bruta. Le tecniche venivano eseguite stando in piedi, con posture naturali, in uno stato di rilassamento che permetteva di sentire lo squilibrio dell'avversario piuttosto che imporlo con la forza .

Era molto più vicino all'Aikido di Ueshiba che al judo muscolare di oggi. Non c'erano divisioni di peso, perché l'idea era che la tecnica dovesse prevalere sulla forza. I campioni dell'epoca erano uomini magri, agili, che lanciavano avversari più grossi con un semplice movimento del polso.

Poi arrivò la seconda guerra mondiale. E dopo la guerra, il judo cambiò. Gli americani, che occupavano il Giappone, volevano sport spettacolari, atletici, competitivi. Il judo si trasformò: arrivarono le categorie di peso, l'enfasi sulla potenza esplosiva, l'allenamento fisico sempre più intenso. Nacque il "judo di potenza", quello che vediamo oggi: atleti massicci, scatti esplosivi, grip fighting estenuante .

Questo judo moderno, quello sportivo, è ciò che funziona nelle MMA. Perché prepara il corpo a esplosioni violente, a contatti brutali, a lottare contro la resistenza massima dell'avversario .

E arriviamo al punto. Perché il judo è così efficace in gabbia? Per due ragioni precise.

Primo: il judo è uno sport. Questo significa che viene praticato a piena intensità, contro avversari che resistono al 100%, in condizioni di stress competitivo. Un judoka, quando entra in gabbia, ha già migliaia di ore di combattimento vero alle spalle. Ha già sentito cosa significa essere proiettato al suolo con violenza, ha già lottato per rialzarsi, ha già subito e applicato leve in condizioni di massima opposizione .

Il BJJ sportivo, invece, ha un problema: permette di "tirare la guardia", di sedersi per terra e aspettare che l'avversario venga da te. Questo crea un'abitudine mentale e fisica che in MMA è suicida. Perché in gabbia, se ti siedi, l'avversario ti sta sopra e ti distrugge con i pugni .

Secondo: i colpi, nelle MMA, sono relativamente inefficaci a distanza. Anche nei match di pugilato professionistico, meno del 50% dei pugni colpisce il bersaglio. Nelle MMA, con le distanze variabili e la minaccia del takedown, la percentuale cala ulteriormente. Questo significa che la maggior parte dei tentativi di colpo fallisce. E quando falliscono, quando l'avversario ha allungato le braccia e ha perso l'equilibrio, si apre un'opportunità d'oro per chi sa sfruttarla .

Il judo, con le sue proiezioni fulminee e i suoi sbilanciamenti, è perfetto per capitalizzare quegli errori. Un pugno che manca il bersaglio diventa un braccio da afferrare. Un calcio che si perde nel vuoto diventa una gamba da spazzare. Il judoka, allenato a sentire lo squilibrio, trasforma l'errore dell'avversario in una discesa violenta al suolo .

Oggi, il grappler completo nelle MMA non è né un puro judoka né un puro BJJ. È un ibrido. Prende la esplosività e le proiezioni del judo, le combina con la gestione posizionale e le sottomissioni del BJJ, e aggiunge la capacità di assorbire e infliggere colpi .

Il wrestling americano, con la sua capacità di portare a terra l'avversario con costanza e di controllarlo con il top game, ha insegnato ai grappler che stare sopra è meglio che stare sotto. Il judo ha insegnato che la transizione dalla distanza di colpo al corpo a corpo è il momento cruciale. Il BJJ ha insegnato che, una volta a terra, la battaglia non è finita finché non c'è una sottomissione o un knockout .

Quindi, la prossima volta che sentite parlare di "BJJ" come l'arte suprema del grappling nelle MMA, ricordatevi di questa conversazione. Il BJJ è fondamentale, certo. Ma gran parte di ciò che vedete in azione - le proiezioni, gli sbilanciamenti, la capacità di sentire il momento esatto per attaccare - viene dal judo. Dal judo di potenza, da quello sportivo, da quello che si allena con l'esplosività e la determinazione di chi deve portare a terra un avversario che si muove e colpisce.

E se proprio vogliamo essere onesti fino in fondo, il BJJ è solo un sottoinsieme specializzato del judo. Un judo che ha deciso di sedersi per terra e non rialzarsi mai più. Ma nelle MMA, dove ci si deve sempre rialzare, il judo nella sua completezza torna a essere protagonista.

giovedì 19 febbraio 2026

Svegliati, John Wick. Il Tuo Ninja non è Mai Esistito. Ecco la Verità Sgradevole sugli Shuriken.


Smettila di immaginare il ninja come l'uomo in tuta nera che lancia stelle della morte dal tetto. È ora di fare a pezzi questa favola per bambini e turisti, perché la realtà è molto più interessante, e molto più sporca.

Partiamo dalla domanda: "Come fanno i ninja a trasportare gli shuriken senza farsi male?" La risposta è così semplice che fa male: Nella stragrande maggioranza dei casi, non li trasportavano affatto. Perché non li usavano.

Ti hanno venduto l'idea dello shuriken come l'arma segreta del guerriero ombra. La verità? Gli shuriken compaiono nei manuali dei samurai, non dei ninja. E nei samurai, erano un attrezzo marginale, quasi un passatempo. Non erano armi primarie. Erano un diversivo, un modo per guadagnare un secondo, per infastidire. Contro un'armatura? Inutili. Contro un vestito pesante? Inutili. Servivano solo per un colpo perfetto, da chirurgico, alla gola o all'occhio. Per il resto, erano solo schegge.

Quindi, il problema del "come trasportarli" è irrilevante quanto chiedersi come portare le palline da golf in un campo di battaglia. Non è quello che uccide.

Il Vero Tradimento: Il Ninja non era un Supereroe in Pigiama.

Ora, facciamo piazza pulita dell'icona. Il ninja in calzamaglia nera che si mimetizza nell'ombra è un'immagine da teatro, un costume di scena. Nella vita reale, un uomo vestito di nero in un Giappone feudale sarebbe stato avvistato e ucciso in cinque secondi. Il buio non è un mantello dell'invisibilità.

Il vero ninja era molto più subdolo, molto più intelligente e molto più normale. Assomigliava a questo:

    L'Uomo Qualunque: La maggior parte dei ninja erano spie, infiltrati. E come fa una spia a passare inosservata? Sembra un contadino, un mercante, un monaco. Indossa i loro panni, parla il loro dialetto, si confonde tra la folla. La tuta nera è l'ultima cosa che avrebbe indossato. Era un agente della CIA, non un supereroe della Marvel.

    Il Guerriero in Armatura: Se la missione prevedeva uno scontro, se sapeva che avrebbe dovuto combattere, il ninja non si presentava in kimono. Si presentava da samurai, perché molto spesso lo era. Indossava l'armatura, impugnava la katana, e faceva il suo dovere da soldato. Non c'era nulla di furtivo in questo.

Il confine tra ninja e samurai era labile, a volte inesistente. Erano guerrieri che svolgevano un certo tipo di lavoro (spionaggio, guerriglia), non una razza a parte con poteri magici.

La Lezione Spietata per Oggi.

Perché ti sto raccontando tutto questo? Perché anche nella difesa personale, come nella storia, ci sono due modi di affrontare la realtà:

  • Il modo del Mito: Credere che esista un'arma segreta (lo shuriken, la mossa micidiale, la cintura nera) che ti renderà invincibile. È il pensiero magico di chi cerca la soluzione facile.

  • Il modo del Sopravvissuto: Capire che la vera arma è l'adattamento. Il ninja storico non si affidava a un attrezzo, ma alla sua capacità di diventare chiunque, di essere ovunque e di non essere mai dove lo aspettavano.

La tua sicurezza, come quella del ninja, non sta in un oggetto appuntito in tasca. Sta nella tua capacità di essere invisibile quando serve (consapevolezza situazionale, mimetizzazione nell'ambiente, non attirare l'attenzione), e di essere un duro bersaglio quando non puoi più esserlo (preparazione fisica, uso di armi contingenti, determinazione letale).

Dimentica lo shuriken. Non ti serve. Non ti ha mai servito.

Cerca invece di essere come il vero ninja: una persona che passa inosservata, che non combatte mai una battaglia se non in assoluto vantaggio, e che se deve combattere, lo fa con la ferocia di un guerriero, non con la grazia di un ballerino.

La vera arte marziale non è lanciare stelle. È far sì che nessuno sappia mai che sei stato lì. O che se ti trovano, sia già troppo tardi per loro.


mercoledì 18 febbraio 2026

Il Cannibale di Boston: Biomeccanica e Terrore di John L. Sullivan

 


L'asfalto delle città moderne è un lusso. Ai tempi di John L. Sullivan, il ring era una fossa di terra battuta circondata da uomini che puzzavano di whisky e segatura, pronti a scommettere l'affitto dei figli su un uomo che potesse spezzare il cranio di un altro a mani nude. Se pensi che Sullivan fosse solo un bruto irlandese con i baffi a manubrio e un ego smisurato, non hai capito nulla della fisica del trauma. Sullivan non era un battitore; era un ingegnere della distruzione cinetica in un’epoca in cui la medicina chiamava ancora il Parkinson "tremore senile".

Il "Great John L." è stato il ponte tra il medioevo del London Prize Ring Rules — un mattatoio dove potevi proiettare l'avversario sulla nuca e soffocarlo nel fango — e la precisione chirurgica del pugilato moderno. Ma non farti ingannare dai guantoni: per Sullivan, il guanto era solo un modo per non rompersi le nocche troppo presto, permettendogli di colpire più forte, più a lungo e con più cattiveria.

Analizziamo il suo hardware. Sullivan non aveva il fisico longilineo dei moderni pesi massimi che sembrano modelli di fitness. Aveva la corporatura di un pilastro portante: gambe come tronchi di quercia, glutei massicci che fungevano da accumulatori di energia e avambracci che sembravano clave ricoperte di pelle.

In fisica, la potenza è data dalla massa per l'accelerazione. Sullivan aveva la massa, ma la sua vera genialità risiedeva nella capacità di trasferirla. I suoi piedi grandi non servivano solo per l'equilibrio; erano le basi stabili di una catena cinetica che iniziava dal suolo. Ogni volta che Sullivan lanciava quel destro leggendario, l'energia risaliva attraverso i suoi glutei monumentali (il motore primario di ogni vero colpo da KO), ruotava nel bacino e veniva proiettata con un’accelerazione angolare che si scaricava sul punto di giunzione tra la mandibola e l'osso temporale dell'avversario.

Quando colpiva "dove il mento incontra l'orecchio", non stava solo causando dolore. Stava colpendo il centro dell'equilibrio. Un impatto lì causa una rotazione violenta del cranio, che a sua volta induce una forza di taglio sul tronco encefalico. È la morte clinica della coordinazione motoria. Ecco perché i resoconti dicono che gli uomini "cadevano come morti". Non svenivano per il dolore; il loro sistema operativo veniva formattato da un impulso meccanico devastante.

Molti storici attribuiscono a Jack Dempsey l'invenzione dell'attacco selvaggio, il cosiddetto "Dempsey Roll". Ma Dempsey era un allievo spirituale di Sullivan. Il "blitzing" di Sullivan era una novità assoluta. Prima di lui, il pugilato era una questione di attesa, di schivata, di clinch estenuanti. Sullivan, invece, entrava nel ring con un solo obiettivo: l'annichilimento totale nel minor tempo possibile.

Il volume di pugni di Sullivan non era una raffica disordinata. Era una pressione costante che saturava le capacità difensive del nemico. Immagina di dover parare dieci colpi al secondo, ognuno dei quali ha il potenziale di spezzarti le costole o mandarti in coma. Il cervello umano può processare solo una certa quantità di informazioni alla volta; Sullivan sovraccaricava il processore del suo avversario finché questi non commetteva un errore. E a Sullivan bastava un solo errore.

La sua tecnica di colpire "in montante" anziché "in sopramano" è rivelatrice. Un colpo circolare dall'alto può essere intercettato o scivolare via sulla calotta cranica (l'osso più duro del corpo). Un montante che risale o un colpo diretto che entra dal basso verso l'alto colpisce la punta del mento, usando la testa dell'avversario come una leva per scuotere il cervello contro la base del cranio. È biomeccanica applicata alla macelleria.

John Donaldson, l'unico che riuscì a resistere tre round nel tour di Sullivan. È un dettaglio fondamentale. Donaldson era un tecnico, un uomo che capiva gli angoli e le traiettorie. Insegnando a Jim Corbett, ha tramandato il segreto per battere un predatore come Sullivan: la distanza e il movimento laterale.

Perché Sullivan ha perso contro Corbett? Non per mancanza di potenza, ma per la legge del rendimento decrescente. Sullivan era un guerriero di attrito. Funzionava finché l'avversario accettava lo scontro frontale. Corbett, invece, introdusse la "scienza della fuga". Girando attorno a Sullivan, Corbett usò il baricentro dell'irlandese contro di lui. Ogni volta che Sullivan caricava, Corbett non era più lì. Sullivan doveva resettare la sua massa, sprecando quantità enormi di energia per fermare e far ripartire quel motore da cento chili.

Ma non dimentichiamo: Sullivan perse quando era ormai l'ombra di se stesso, consumato dall'alcol e da una vita di eccessi. Nel suo prime, Sullivan avrebbe mangiato Corbett vivo prima che questi potesse finire il primo round.

"Forza, fannullone!". Non era solo spavalderia. Era guerra psicologica. Sullivan sapeva che la paura paralizza i muscoli. Un muscolo contratto dalla paura è un muscolo lento. Schernendo l'avversario, Sullivan lo costringeva a una reazione emotiva, rompendone il ritmo respiratorio.

E fuori dal ring? Sullivan era un combattente totale. La sua capacità di "ripulire i saloon" con stecche da biliardo o a mani nude dimostra che la sua non era solo un'abilità sportiva, era una predisposizione alla violenza tattica. Sapeva usare l'ambiente. In una rissa da bar, la biomeccanica cambia: non hai spazio per caricare il pugno, quindi usi il peso del corpo per schiacciare l'avversario contro il bancone, usi le dita per cercare gli occhi, usi la testa come un maglio.

Il fatto che avesse il naso dritto alla fine della carriera è la prova suprema del suo talento tecnico. Non era un incassatore che "prendeva un colpo per darne uno". Sullivan era un difensore proattivo: la sua difesa era l'offesa. Colpiva così forte e così spesso che gli avversari non avevano il tempo di colpirlo.

John L. Sullivan ha dimostrato che un pugile esperto può smontare un lottatore Māori di 136 kg con un singolo impatto ben piazzato. Perché? Perché la forza di un pugno di un uomo che sa come coordinare i suoi 90-100 kg di muscoli è superiore alla capacità di assorbimento del collo umano, non importa quanto sia grosso l'avversario.

Sullivan non era un "battitore senza talento". Era un pioniere che ha capito prima di tutti che il combattimento non è una danza, ma una serie di collisioni. Ha perfezionato lo stile che avrebbe poi portato Dempsey e Tyson a dominare il mondo: aggressione intelligente, potenza generata dal suolo e una volontà ferina di chiudere la pratica prima che l'arbitro possa contare fino a dieci.

Oggi i lottatori di MMA cercano di emulare quella ferocia, ma Sullivan la viveva. Senza medici a bordo ring, senza tacca dell'ossigeno, senza categorie di peso. Solo lui, le sue nocche e la certezza che, alla fine della fiera, sarebbe stato lui l'unico uomo rimasto in piedi.

Era il campione del popolo perché era reale. Era brutale, era sporco, ma era tecnicamente perfetto per lo scopo che si era prefissato: essere l'uomo più pericoloso del pianeta. E guardando la sua biomeccanica, è difficile dargli torto.

martedì 17 febbraio 2026

Karate e Strada: Il ballo in maschera della difesa personale

Diciamoci la verità: il 90% del Karate moderno è l'equivalente marziale della danza classica, ma con meno flessibilità e costumi meno aderenti.

La maggior parte dei praticanti passa anni a perfezionare il Sunome (il colpo controllato). Si allenano a fermare il pugno a due centimetri dal naso dell'amico, perché "siamo gentiluomini". Poi arrivano in strada. Il tipo che vuole staccargli la testa non ha letto il manuale del Fair Play. Non ferma il colpo. Non aspetta che tu sia in Kokutsu-dachi. E mentre il Karateka sta ancora caricando il pugno dal fianco (il mitico Hikite, la mossa più inutile della storia del combattimento reale), l'altro gli ha già tirato una testata e svuotato le tasche.

C'è questa illusione suprema per cui se ripeti una sequenza di mosse contro l'aria per dieci anni, magicamente saprai applicarle contro un aggressore vero. Follia pura. I Kata sono bellissimi da vedere, ma pretendere di imparare a combattere senza fare sparring pesante e caotico è come pretendere di imparare a nuotare facendo ginnastica sul divano. In strada non c'è ritmo, non c'è estetica e, soprattutto, l'avversario non "muore" se fai una posa plastica dopo averlo colpito.

Imparare il karate per la difesa è "intenso e doloroso". Certo, dovrebbe esserlo. Ma quanti Dojo lo fanno davvero? La realtà è che la maggior parte dei Sensei vende "sicurezza percepita". Ti insegnano a parare un pugno lento e telefonato con una parata alta che richiede tre secondi di preparazione. Nella realtà, un pugno da strada viaggia a una velocità che la tua memoria muscolare da palestra non può nemmeno processare. Se il tuo allenamento non prevede qualcuno che cerca attivamente di abbatterti mentre sanguini, non ti stai allenando alla difesa: stai facendo aerobica a tema giapponese.

Vedi quel povero diavolo nella foto che non sembra felice? Non è perché sta raggiungendo l'illuminazione attraverso il dolore. È perché, nel profondo, il suo istinto gli sta dicendo che quello che sta facendo non serve a nulla. Passare ore a colpire un asse di legno (Makiwara) per farsi venire le nocche callose è utile solo se il tuo aggressore è fatto di legno e resta immobile. Un essere umano si muove, reagisce, ti afferra, ti butta a terra. E una volta a terra, il 99% dei Karateka è utile quanto un ombrello in un uragano.

La cosa più difficile è trovare il "giusto Sensei". Traduzione: "Il Karate che ti insegnano quasi ovunque fa schifo, buona fortuna a trovare l'unico tizio in tutto il continente che sa ancora come si tira una gomitata vera senza rompersi il braccio". La verità è che la maggior parte dei Sensei sono ex campioni di scontrini o di forme (Kata), che non hanno mai ricevuto uno schiaffo fuori da un contesto sportivo. Come possono insegnarti a sopravvivere?

Il Karate funziona in strada? Solo se sei un atleta d'élite, con una predisposizione naturale alla violenza, che ha passato anni a fare contatto pieno e che usa il Karate solo come base per un combattimento molto più sporco. Per tutti gli altri, la cintura nera serve solo a tenere su i pantaloni mentre scappate. E scappare, per inciso, è l'unica mossa del Karate che funziona davvero al 100% in strada.



lunedì 16 febbraio 2026

La Fabbrica dei Rottami: Perché le "Mille Ripetizioni" sono il Cancro delle Arti Marziali



Entrate in un Dojo qualunque e troverete quasi certamente lo stesso scenario deprimente: una fila di poveri illusi che, con gli occhi vitrei e il sudore che gli brucia le pupille, ripetono lo stesso gesto meccanico per la settecentesima volta consecutiva. L’aria è satura di grida gutturali e di un senso di autocompiacimento masochista. Credono di stare forgiando lo spirito. In realtà, stanno solo forgiando una futura clientela fissa per ortopedici e fisioterapisti.

Il dogma delle "mille ripetizioni" è il rifugio di chi non sa insegnare e di chi ha troppa paura di pensare. È la "soluzione pigra" alla maestria tecnica. Ma se vogliamo essere davvero brutali, dobbiamo smontare questo castello di carte pezzo per pezzo, partendo dalla biologia per arrivare alla psicologia del fallimento.

Il Mito della "Memoria Muscolare" (e come la stai distruggendo)

Tutti amano citare la frase: "La pratica non rende perfetti, rende permanenti". Ma pochi sembrano comprenderne la gravità. Il tuo sistema nervoso non ha un filtro morale; non distingue tra un pugno perfetto che spacca il mento a un avversario e un colpo sciatto che ti espone al contrattacco. Lui registra tutto.

Quando decidi di eseguire 1.000 colpi diretti in una sessione, stai scommettendo contro la tua stessa fisiologia. Per i primi 50 colpi, forse, la tua concentrazione è alta. Per i successivi 100, la stanchezza inizia a intaccare la precisione. Dal duecentesimo in poi, non stai più praticando arti marziali: stai praticando sopravvivenza alla noia.

Il tuo gomito inizia a scendere di un millimetro, la tua spalla si incastra, il tuo peso si sposta troppo in avanti. Stai letteralmente scrivendo nel tuo database neurale il codice per un errore sistematico. Congratulazioni: hai passato sei mesi ad allenarti per essere un combattente che, sotto stress, eseguirà un movimento tecnicamente fallato con una precisione meccanica. Hai reso "permanente" la tua mediocrità.

La biomeccanica del suicidio articolare

Parliamo di fisica, non di misticismo orientale. Quando sferri un pugno o un calcio "a vuoto" (lo shadow boxing o il Kihon esasperato), l'energia cinetica generata non viene scaricata su un bersaglio. Deve essere riassorbita dalle tue stesse strutture anatomiche.

Se ripeti questo gesto 1.000 volte al giorno, stai sottoponendo le tue capsule articolari, i tendini e le cartilagini a un micro-trauma costante. È l'effetto "colpo di frusta" applicato a ogni giuntura del tuo corpo. La tendinite non è una medaglia al valore; è il segnale che sei un idiota che non rispetta la propria macchina biologica. I grandi maestri del passato che si vantavano di migliaia di colpi al giorno spesso finivano i loro anni d'oro incapaci di sollevare una tazzina di tè senza soffrire. È questo il tuo modello di "successo"? Diventare un invalido che sa come stare in Zenkutsu-dachi?

Il Rito dei "Mille Tagli": Teatro, non Addestramento

Passiamo al folklore. Il rito dei "Mille tagli di spada" a Capodanno è un classico esempio di come il simbolismo abbia preso a testate la logica. Immaginate la scena: studenti armati di bokken che oscillano come pendoli impazziti. Il Sensei urla i numeri in giapponese, una lingua che metà della classe non capisce ma che tutti ripetono per sentirsi parte di un film di Kurosawa.

A metà dell'opera, il Kiai diventa un rantolo. La tecnica del taglio, che dovrebbe essere un movimento di precisione millimetrica destinato a dividere un nemico, diventa un gesto floscio, simile a chi cerca di scacciare una mosca con un giornale arrotolato. Il Sensei, dall'alto del suo piedistallo, conta e osserva il massacro tecnico. Lui esegue i tagli "alla perfezione"? Forse. O forse è solo più bravo a nascondere il tremore muscolare.

Il punto è: cosa hai imparato dopo venti minuti di agonia? Hai imparato a "resistere". Bene. Ma la resistenza senza precisione è solo testardaggine. Se il nemico fosse stato davanti a te al taglio numero 850, ti avrebbe sgozzato mentre tu eri occupato a cercare di non svenire per l'ipossia. Le arti marziali servono a uccidere o a non essere uccisi, non a vedere chi ha più fiato per urlare numeri cardinali in una lingua straniera.

La trappola della "Falsa Maestria"

C'è un motivo per cui si cita Rika Usami come esempio di perfezione. Ma guardate bene i suoi video: non vedrete mai un movimento fatto con sciatteria. La sua perfezione non deriva dal fatto di aver fatto "1.000 ripetizioni", ma dal fatto di aver fatto una ripetizione perfetta per mille volte. C'è una differenza abissale.

Il Maestro mediocre ti dice: "Fallo ancora, ancora, ancora". Il Maestro intelligente ti dice: "Fermati. Hai sbagliato l'inclinazione dell'anca di due gradi. Riposati, visualizza il movimento corretto e riprova tra trenta secondi".

Il primo metodo produce automi stanchi. Il secondo produce campioni. La quantità è il rifugio di chi non ha qualità. Se hai bisogno di mille tentativi per capire come si porta un pugno, forse le arti marziali non sono la tua strada. Forse dovresti provare il giardinaggio, anche se probabilmente riusciresti a distruggere anche le cesoie per eccesso di "dedizione".

La stanchezza come alibi per la pigrizia mentale

L'allenamento estremo è, paradossalmente, la via più facile. È molto più semplice spaccarsi la schiena con 1.000 ripetizioni meccaniche che mantenere la concentrazione assoluta, totale e devastante per sole 10 ripetizioni. La fatica fisica è un anestetico per il cervello. Quando sei esausto, non devi più pensare, devi solo "fare". E "fare" senza pensare è l'opposto di ciò che un guerriero dovrebbe essere.

Le sessioni di pratica dovrebbero finire quando la qualità decade. Punto. Continuare oltre quel limite significa allenarsi a essere stanchi, non a essere efficaci. Se la tua forma peggiora, il tuo allenamento è finito. Tutto ciò che fai dopo è solo "rumore" che sporca il tuo segnale tecnico. Ma nel mondo del romanticismo marziale, ammettere di essere stanchi è visto come una debolezza. Quindi continui, ti rovini, e chiami questo scempio "disciplina".

Il declino della carriera marziale

Chi segue la via delle 1.000 ripetizioni solitamente ha una carriera fulminea e una vecchiaia dolorosa. A 25 anni sei una macchina, a 35 hai le ginocchia che scricchiolano come porte di un castello infestato, a 45 non riesci più a salire le scale.

Le arti marziali dovrebbero essere una pratica per la vita. La "moderazione" che tanto viene derisa dai fanatici del "No Pain, No Gain" è in realtà l'unica strategia sostenibile. Il saggio non è quello che tira 1.000 pugni al sacco finché non gli sanguinano le nocche; il saggio è quello che tira 50 pugni talmente perfetti che il sacco sembra voler implodere, e poi va a casa a studiare l'anatomia per capire come rendere i prossimi 50 ancora più letali.

Smetti di essere un numero, inizia a essere una lama

La prossima volta che senti l'impulso di contare le tue ripetizioni fino a cifre astronomiche, fermati. Guarda le tue mani, senti le tue articolazioni. Stai costruendo qualcosa o stai solo demolendo la tua salute per un ideale di cartapesta?

La perfezione non abita nei grandi numeri. Abita nel millimetro, nel micro-secondo, nella consapevolezza che ogni singolo colpo potrebbe essere l'ultimo che tiri. Tratta ogni ripetizione come se fosse un'opera d'arte, non come un bullone in una catena di montaggio sovietica. E se il tuo Maestro insiste con i "mille tagli", fagli un favore: regalagli un contatore manuale e vai a prenderti un caffè. Il tuo corpo ti ringrazierà, e la tua tecnica, finalmente libera dalla schiavitù della stanchezza, inizierà a brillare davvero.

domenica 15 febbraio 2026

Anatomia di un Fallimento: Perché il tuo Maestro di Judo ha mangiato l’asfalto


Smettiamola di raccontarci favole. La narrazione dell’artista marziale illuminato che, con un movimento fluido e quasi magico, proietta il bruto di turno facendolo atterrare dolcemente sulla schiena è roba da cinema o da dimostrazioni per neofiti paganti. La realtà è molto più sporca, veloce e, per il "Maestro", umiliante.

Quando un uomo che ha dedicato vent’anni della sua vita al tatami viene steso da un tizio che non ha mai fatto una flessione in vita sua, non è sfortuna. È il risultato inevitabile di una serie di bugie strutturali che il mondo delle arti marziali moderne si rifiuta di ammettere.

L’illusione del controllo e il "Paradosso del Regolamento"

Il Judo è, nel suo DNA moderno, uno sport olimpico. Questo significa che è stato sterilizzato per decenni per essere televisivo, sicuro e codificato. Il Maestro vive in un mondo dove esistono "falli", "aree di combattimento" e, soprattutto, un arbitro pronto a urlare Mate! non appena le cose diventano confuse o pericolose.

In strada, il regolamento non esiste. Il "bruto" non sa che non si possono mettere le dita negli occhi, non sa che non si può afferrare il nervo sotto l'ascella o tirare i testicoli come se fossero campanelli. Mentre il Maestro sta cercando la presa perfetta sul lembo della giacca (che magari l’altro non indossa nemmeno, perché è in canottiera o a torso nudo), l’aggressore gli sta staccando un lobo dell’orecchio a morsi.

Il Judoka è addestrato a reagire a stimoli specifici. Se lo stimolo è "irregolare", il cervello entra in un loop di elaborazione (freeze) che dura frazioni di secondo. In quel lasso di tempo, la persona "non addestrata" gli ha già spaccato il naso con una testata.

Il mito della "Giacca" (Il Gi-dipendente)

Il Judo moderno è schiavo del Judogi. Tutta la meccanica del Maestro si basa su leve, trazioni e spinte applicate a un pezzo di cotone ultra-resistente. Togliete quel cotone e mettete una maglietta di poliestere che si strappa al primo strattone: il 70% delle tecniche del Maestro evapora istantaneamente.

Cosa fa il Maestro quando non trova il bavero? Cerca di adattarsi, certo. Ma il suo istinto muscolare è tarato su una resistenza che non c’è più. Le sue mani scivolano sulla pelle sudata o sull'olio di una giacca di pelle. Nel frattempo, l'avversario "ignorante" non sta cercando una leva elegante: sta mulinando pugni a martello sulla nuca del Maestro che, abbassando la testa per cercare l'entrata di un Seoi-nage, gli sta praticamente offrendo il cranio su un vassoio d'argento.

La "Pugni-fobia": Il terrore del contatto sporco

Parliamoci chiaramente: la maggior parte dei Judoka non riceve un pugno in faccia da anni, o forse non ne ha mai ricevuto uno "vero". Il Judo ignora completamente l' atemi-waza (le tecniche di colpo) nella pratica agonistica.

Un aggressore da strada non attacca con una presa di Judo; attacca con quello che in gergo chiamiamo "haymaker", un pugno largo, sgraziato, carico di peso e cattiveria. Il Maestro, abituato a gestire la spinta e la trazione lineare, viene travolto da una traiettoria circolare che non sa leggere. Un singolo pugno ben piazzato, anche se tecnico quanto una manovra di parcheggio sbagliata, spegne le luci. Quando il sangue inizia a scorrere e la vista si appanna, tutta la "filosofia della cedevolezza" finisce nel cestino. Il dolore vero, quello che non ferma l'incontro ma lo chiude, è un concetto che il Maestro conosce solo in teoria.

La trappola dell'Ego e della Gerarchia

Il Maestro è abituato a essere la figura dominante nel Dojo. Tutti lo rispettano, nessuno lo attacca con l'intento reale di fargli male, e i suoi allievi subiscono passivamente le sue proiezioni per deferenza o per imparare la caduta. Questa "sicurezza da acquario" crea un'arroganza pericolosa.

L'aggressore per strada non sa chi sia il Maestro. Non gli importa della sua cintura nera, della sua stirpe marziale o dei suoi titoli nazionali. Per lui, il Maestro è solo un ostacolo o una preda. Questa mancanza di rispetto distrugge il vantaggio psicologico su cui molti artisti marziali contano. Il Maestro si aspetta che l'altro "senta" la sua superiorità tecnica e si spaventi. Invece, si ritrova davanti una furia cieca che non rispetta i tempi del combattimento e che, magari, è sotto l'effetto di adrenalina pura o sostanze che annullano la percezione del dolore.

Il terreno: Non è un tappeto morbido

Il Maestro conta sul fatto che, una volta proiettato, l'avversario sia fuori gioco. Ma proiettare qualcuno sull'asfalto o in mezzo ai tavolini di un bar è diverso dal farlo su un tatami di densità controllata. Se il Maestro esegue una proiezione di sacrificio (Sutemi-waza), finisce a terra insieme all'altro. In una palestra, è una mossa da manuale. In strada, significa finire con la schiena sui vetri rotti o sbattere la testa contro un gradino di marmo.

Inoltre, il "non esperto" ha un'arma che il Maestro spesso dimentica: gli amici. Mentre il Maestro sta cercando di finalizzare un’immobilizzazione a terra (Ne-waza), il compagno dell'aggressore gli sta prendendo la testa a calci come se fosse un pallone da calcio. La visione a tunnel del Judoka, focalizzata sull'uno-contro-uno simmetrico, è la sua condanna a morte in un contesto urbano.

La biomeccanica della "Cattiveria"

C’è un elemento che nessuna scuola di Judo può insegnare: la propensione alla violenza gratuita. Il "non esperto" che vince spesso è un individuo che ha fatto della violenza uno strumento quotidiano o che si trova in uno stato di disperazione tale da non avere freni inibitori.

Il Maestro, spesso una persona civile, istruita e con una morale, esita. Non vuole uccidere, non vuole accecare, non vuole finire in prigione. L'altro non ha questi pensieri. La brutalità pura è un moltiplicatore di forza che annulla anni di tecnica raffinata. Se un boscaiolo di 100 kg ti afferra la gola con la forza di chi spacca tronchi tutto il giorno, non c'è "leva" che tenga se non hai la freddezza di infilargli un pollice in un occhio fino al cervello. Ma il Maestro è "troppo nobile" per farlo, e per questo muore.

La caduta degli dei

In definitiva, un Maestro di Judo viene picchiato perché confonde lo Sport con il Combattimento. Il Judo è una disciplina magnifica per il carattere e il fisico, ma quando viene privata della sua componente di "difesa personale reale" (che ormai è un ricordo sbiadito nei manuali di Jigoro Kano) diventa un gioco di prestigio coreografato.

Il tizio che non sa nulla di arti marziali vince perché gioca a un gioco diverso. Non sta facendo Judo. Sta facendo guerra. E in guerra, chi pensa di seguire le regole di un gioco olimpico finisce sempre per essere il primo a cadere.


Riflessione finale: La prossima volta che vedi un Maestro vantarsi della sua invincibilità, chiedigli come se la caverebbe se l'avversario, invece di fare Kumikata, gli tirasse una sedia in faccia. La risposta, se è onesto, sarà un silenzio molto imbarazzato.

sabato 14 febbraio 2026

Il Mito della Supremazia: Khabib, il Sambo e la Cruda Realtà dei Combattimenti


La domanda è velenosa, carica di un’ammirazione distorto che sfocia nel fanatismo. La si sente spesso, sussurrata nei forum o urlata nei bar dopo un pay-per-view: "Se Khabib è imbattibile, allora il Sambo deve essere l'arte marziale suprema."È una logica fallace, un'illusione pericolosa. Smontiamola, senza pietà.

Khabib Nurmagomedov non è un prodotto in serie del Sambo. È un fenomeno unico, un perfetto stormo di circostanze. Il suo dominio non è un certificato di superiorità per il Sambo, ma un manifesto della sua personale ferocia. La sua base è la lotta daghestana, una tradizione montanara di lotta libera che ha nel sangue, non in un dojo. Su quella ossatura primordiale ha innestato il Judo (le sue proiezioni da clinch) e il Jiu-Jitsu Brasiliano (le sue sottomissioni da schienamento). Il "Sambo" che lui pratica è il Sambo da Combattimento, un sistema ibrido nato per essere flessibile.

Dire che Khabib ha vinto grazie al Sambo è come dire che Picasso dipingeva grazie ai tubetti di colore a olio. È vero, ma è una verità così superficiale da essere una menzogna. Ha vinto perché aveva una pressione da wrestling mai vista in UFC, una tranquillità psicopatologica nella gabbia, una capacità di esecuzione che rasentava la perfezione meccanica. Un altro campione di Sambo, con lo stesso curriculum tecnico ma senza quella mente e quel fisico, sarebbe stato semplicemente un buon lottatore. Non un dio.

Prima di Khabib, il picco assoluto della dominanza in uno sport da combattimento era incarnato da Aleksandr Karelin. 135 kg di puro istinto predatorio, vincitore di 9 mondiali e 3 ori olimpici nella lotta greco-romana. Le sue vittorie non erano decisioni: erano annichilimenti. La sua "presa al corpo inversa" non era una tecnica: era un disastro naturale. In un'ipotetica MMA degli anni '90, avrebbe sbriciolato crani con una facilità agghiacciante.

Eppure, anche Karelin perse. Nella sua ultima, epica finale olimpica, contro un americano più giovane, Rulon Gardner, la cui intera strategia fu: "Non farti afferrare. Resisti. Sopravvivi."Karelin, il mostro immortale, inciampò sul gradino più alto. La lotta greco-romana divenne, per magia, "inferiore"? No. Semplicemente, in quel giorno, quell'uomo non fu abbastanza. E' la chiave di tutto. Sconfiggere un campione nazionale di Sambo non perché si conoscessero segreti più mortali, ma perché le fondamenta della lotta libera, la pressione, la posizione, l'aggressività, erano più solide. È il combattente che fa la differenza. La disciplina è solo un linguaggio. Puoi avere il vocabolario più ricco del mondo (il Sambo), ma se non sai costruire una frase con ritmo, potenza e timing, perderai contro un poeta che conosce poche parole, ma le usa per distruggerti.

La domanda stessa è un nonsenso. Fuori da un contesto regolamentato, il concetto di "arte marziale" si dissolve nel caos. Un coltello, un calcio nelle parti basse, una folla, del gas al peperoncino, un bastone. In quel regno del bruto, la tecnica pura soccombe alla violenza pura, all'astuzia, alla crudeltà. Khabib, come qualsiasi essere umano, è vulnerabile a un attacco alle spalle, a un'arma, a un numero soverchiante.

L'idea che esista un'arte "suprema" è un rifugio per chi non comprende la vera natura del combattimento: è un dialogo di corpi, menti, circostanze e volontà. Khabib ha scritto, per 29 atti, il dialogo più convincente della storia delle MMA moderne. Ma attribuire quella scrittura solo al Sambo è un insulto alla sua complessità e un fraintendimento fondamentale di cosa significhi combattere.

Il Sambo non è la più grande arte marziale. È un ottimo strumento, forse il più completo per il contesto delle MMA. Ma non esistono strumenti "più grandi". Esistono solo artigiani capaci di piegarli, fondarli e forgiarli in un'arma unica che porta il loro nome. Quell'arma, nel caso di Khabib, si chiamava "Khabib". Il Sambo era solo una delle leghe della sua lama. Credere altrimenti significa non aver mai guardato veramente un combattimento. Significa guardare il pennello e credere di aver capito il quadro.