Nel panorama delle arti marziali
moderne — dominato dai riflettori degli sport da combattimento, dai
tornei spettacolari e dall’ossessione mediatica per la competizione
— un’antica domanda continua a riemergere: quanto è
pratico il Judo in un combattimento reale?
Non in una
gabbia, non su un tatami regolamentare, ma nel mondo vero:
in strada, in un locale, in un corridoio angusto, nel caos di una
rissa improvvisa.
La risposta, sostenuta da decenni di
storia, testimonianze, risultati e analisi tecniche, è
sorprendentemente diretta: il Judo rimane una delle arti
marziali più concrete ed efficaci mai concepite, nonostante
la percezione moderna — spesso distorta — che lo riduca a uno
sport olimpico.
E la sua efficacia non si basa su miti o
sensazionalismi: si fonda su principi solidi, osservabili,
verificabili.
Per comprendere l’impatto del Judo è
necessario tornare alla visione del suo fondatore, Kano
Jigoro, un educatore illuminato, innovatore e architetto di
un’arte marziale destinata a cambiare il mondo.
Kano prese le
tecniche del jujutsu tradizionale, ne estrasse l’essenza e le
organizzò in un sistema pragmatico, scientifico, rigoroso.
Il suo obiettivo?
Creare un metodo
di combattimento utile, sicuro nell’allenamento,
ma letale nella sostanza.
Non stupisce che lo stesso Kano
dichiarò:
“Il Judo è uno studio di tecniche con cui puoi uccidere se vuoi uccidere, ferire se vuoi ferire, sottomettere se vuoi sottomettere e, quando sei attaccato, difenderti.”
Una descrizione essenziale dell’arte marziale totale che aveva in mente: proiezioni devastanti, leve articolari, strangolamenti, immobilizzazioni e perfino colpi (atemi waza), oggi spesso dimenticati ma un tempo parte integrante del curriculum.
Le testimonianze storiche parlano chiaro: quando le situazioni richiedevano un sistema affidabile e concreto per sopravvivere, il Judo veniva scelto.
Il leggendario kickboxer Joe
Lewis, considerato uno dei combattenti più completi del XX
secolo, raccontò che i migliori buttafuori nei locali erano sempre
judoka.
Motivo?
La capacità di controllare,
neutralizzare, proiettare e portare
a terra un individuo aggressivo senza bisogno di colpirlo.
In un contesto reale, questo vale oro.
Un ex membro dei Royal Commandos
raccontò di aver cucito lamette sotto i risvolti della giacca per
evitare che un judoka potesse afferrarlo e scaraventarlo giù da una
scala nel corso di una rissa da pub.
Chi vive il combattimento
reale non prende precauzioni contro ciò che non teme: la misura del
pericolo è proporzionale al rispetto.
Il 23 ottobre 1951, a Rio de Janeiro,
il judoka Masahiko Kimura sconfisse il fondatore del
BJJ, Helio Gracie, usando una leva articolare
devastante — oggi universalmente nota come Kimura.
Un
gesto atletico e tecnico che dimostrò ancora una volta quanto il
Judo, quando praticato nella sua forma piena, non abbia nulla da
invidiare a nessuna arte da combattimento moderna.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, gli
Alamo Scouts dell’esercito americano furono
addestrati al Judo per operazioni clandestine.
Negli anni ’50 se
ne servì anche l’Aeronautica americana.
Durante la guerra del
Vietnam, i Berretti Verdi ricevevano formazione
basata direttamente sui princìpi del Kodokan.
Quando un’istituzione militare sceglie un’arte per salvare la vita dei suoi uomini, non lo fa per moda.
Negli ultimi decenni, una parte
dell’identità del Judo si è progressivamente spostata verso la
dimensione sportiva.
Le competizioni, le regole dell’IJF, le
restrizioni tecniche — introdotte per proteggere gli atleti e
uniformare gli incontri — hanno trasformato molti dojo in palestre
agonistiche.
La conseguenza è duplice:
La percezione del Judo come arte marziale completa è andata indebolendosi.
Molti insegnanti hanno sacrificato aspetti essenziali dell’autodifesa — atemi, leve alle gambe, proiezioni proibite — in favore della performance olimpica.
Ma un dato resta incontrovertibile: il Judo originario non era uno sport, ma un sistema di sopravvivenza.
Kano stesso avvertì che la competizione eccessiva avrebbe:
ridotto il Judo a un set di movimenti sportivi,
cancellato la dimensione del vero combattimento,
trasformato l’arte in qualcosa di prevedibile e incompleto,
minato la sua utilità marziale.
Le sue parole, lette oggi, suonano come una profezia perfetta.
Perché il Judo funziona (ancora) così bene nel mondo reale
1. Le proiezioni sono più decisive dei pugni
A differenza di colpi e calci, una proiezione ben eseguita:
non può essere “bloccata” senza conseguenze,
sfrutta la forza dell’avversario,
funziona anche contro un aggressore più forte,
può terminare immediatamente uno scontro.
In strada, cadere male può essere
fatale.
E un judoka sa far cadere chiunque — anche senza volerlo
ferire.
2. Gli strangolamenti sono risolutivi
Uno shime-waza richiede pochi secondi
per spegnere un aggressore violento senza danneggiarlo in modo
permanente.
È un vantaggio enorme in scenari legali o di difesa
personale.
3. Il controllo del corpo dell’avversario è totale
Prese, squilibri, ribaltamenti,
immobilizzazioni: il Judo è una scienza del movimento umano.
Chi
domina la presa domina la lotta.
4. La gestione delle distanze è impeccabile
Un judoka esperto non permette
all’avversario di colpire con efficacia.
Riduce la distanza,
annienta lo spazio, porta lo scontro dove è più forte: il corpo a
corpo.
5. Il Judo funziona anche senza gi
Il mito che il Judo sia inutile senza
kimono è privo di fondamento.
Fino al 1945 si praticava
regolarmente senza gi.
E anche oggi, nelle forze armate,
viene insegnato con abbigliamento quotidiano.
6. È semplice, diretto, efficiente
Non serve una tecnica estetica: serve
una leva ben fatta, un ingresso pulito, un kuzushi perfetto.
Il
minimalismo del Judo lo rende universale.
Oggi molti dojo vivono di agonismo:
tornei, medaglie, ranking.
Ma per chi cerca efficacia,
auto-protezione e comprensione profonda dell’arte marziale, questo
può diventare un limite.
Kano stesso raccomandava di fare randori vero solo una o due volte l’anno: non perché fosse inutile, ma perché l’eccesso di competizione snatura il Judo, orientandolo verso tecniche “da regolamento”.
Per l’autodifesa servono:
atemi waza,
leve proibite in gara,
proiezioni non consentite,
tecniche adattate all’ambiente reale,
gestione di aggressori multipli,
studio degli oggetti impropri,
attenzione al terreno irregolare.
Il punto non è abolire la competizione — è ricordare che non rappresenta l’essenza dell’arte.
Oggi, mentre molte arti marziali cercano visibilità mediatica o modelli di business redditizi, il Judo continua a essere un’arte silenziosa, spesso sottovalutata, ma straordinariamente autentica.
La sua efficacia non dipende dalle mode: dipende dai suoi principi.
Massimo rendimento con il
minimo sforzo.
Cedere per vincere.
Usare
la forza dell’avversario contro di lui.
Princìpi che nessuna disciplina ha codificato con la stessa eleganza.
Nel mondo moderno, in cui l’autodifesa deve essere reale, concreta, verificabile e priva di fronzoli, il Judo continua a offrire:
tecniche efficaci,
una filosofia equilibrata,
un addestramento fisico completo,
una struttura mentale solida,
un approccio non violento ma potenzialmente letale.
Non è un’arte superata.
Non è
uno sport scolastico.
E non è soltanto una disciplina olimpica.
È uno dei sistemi di combattimento più intelligenti e pericolosi mai creati.
Se usato come inteso da Kano Jigoro, il Judo non perde mai.
Mai.
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