martedì 11 novembre 2025

La Forza Invisibile del Judo: Perché l’Arte di Kano Jigoro Resta una delle Discipline Più Efficaci nel Combattimento Reale


Nel panorama delle arti marziali moderne — dominato dai riflettori degli sport da combattimento, dai tornei spettacolari e dall’ossessione mediatica per la competizione — un’antica domanda continua a riemergere: quanto è pratico il Judo in un combattimento reale?
Non in una gabbia, non su un tatami regolamentare, ma nel mondo vero: in strada, in un locale, in un corridoio angusto, nel caos di una rissa improvvisa.

La risposta, sostenuta da decenni di storia, testimonianze, risultati e analisi tecniche, è sorprendentemente diretta: il Judo rimane una delle arti marziali più concrete ed efficaci mai concepite, nonostante la percezione moderna — spesso distorta — che lo riduca a uno sport olimpico.
E la sua efficacia non si basa su miti o sensazionalismi: si fonda su principi solidi, osservabili, verificabili.

Per comprendere l’impatto del Judo è necessario tornare alla visione del suo fondatore, Kano Jigoro, un educatore illuminato, innovatore e architetto di un’arte marziale destinata a cambiare il mondo.
Kano prese le tecniche del jujutsu tradizionale, ne estrasse l’essenza e le organizzò in un sistema pragmatico, scientifico, rigoroso.

Il suo obiettivo?
Creare un metodo di combattimento utile, sicuro nell’allenamento, ma letale nella sostanza.
Non stupisce che lo stesso Kano dichiarò:

“Il Judo è uno studio di tecniche con cui puoi uccidere se vuoi uccidere, ferire se vuoi ferire, sottomettere se vuoi sottomettere e, quando sei attaccato, difenderti.”

Una descrizione essenziale dell’arte marziale totale che aveva in mente: proiezioni devastanti, leve articolari, strangolamenti, immobilizzazioni e perfino colpi (atemi waza), oggi spesso dimenticati ma un tempo parte integrante del curriculum.

Le testimonianze storiche parlano chiaro: quando le situazioni richiedevano un sistema affidabile e concreto per sopravvivere, il Judo veniva scelto.

Il leggendario kickboxer Joe Lewis, considerato uno dei combattenti più completi del XX secolo, raccontò che i migliori buttafuori nei locali erano sempre judoka.
Motivo?
La capacità di controllare, neutralizzare, proiettare e portare a terra un individuo aggressivo senza bisogno di colpirlo.

In un contesto reale, questo vale oro.

Un ex membro dei Royal Commandos raccontò di aver cucito lamette sotto i risvolti della giacca per evitare che un judoka potesse afferrarlo e scaraventarlo giù da una scala nel corso di una rissa da pub.
Chi vive il combattimento reale non prende precauzioni contro ciò che non teme: la misura del pericolo è proporzionale al rispetto.

Il 23 ottobre 1951, a Rio de Janeiro, il judoka Masahiko Kimura sconfisse il fondatore del BJJ, Helio Gracie, usando una leva articolare devastante — oggi universalmente nota come Kimura.
Un gesto atletico e tecnico che dimostrò ancora una volta quanto il Judo, quando praticato nella sua forma piena, non abbia nulla da invidiare a nessuna arte da combattimento moderna.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, gli Alamo Scouts dell’esercito americano furono addestrati al Judo per operazioni clandestine.
Negli anni ’50 se ne servì anche l’Aeronautica americana.
Durante la guerra del Vietnam, i Berretti Verdi ricevevano formazione basata direttamente sui princìpi del Kodokan.

Quando un’istituzione militare sceglie un’arte per salvare la vita dei suoi uomini, non lo fa per moda.

Negli ultimi decenni, una parte dell’identità del Judo si è progressivamente spostata verso la dimensione sportiva.
Le competizioni, le regole dell’IJF, le restrizioni tecniche — introdotte per proteggere gli atleti e uniformare gli incontri — hanno trasformato molti dojo in palestre agonistiche.

La conseguenza è duplice:

  1. La percezione del Judo come arte marziale completa è andata indebolendosi.

  2. Molti insegnanti hanno sacrificato aspetti essenziali dell’autodifesa — atemi, leve alle gambe, proiezioni proibite — in favore della performance olimpica.

Ma un dato resta incontrovertibile: il Judo originario non era uno sport, ma un sistema di sopravvivenza.

Kano stesso avvertì che la competizione eccessiva avrebbe:

  • ridotto il Judo a un set di movimenti sportivi,

  • cancellato la dimensione del vero combattimento,

  • trasformato l’arte in qualcosa di prevedibile e incompleto,

  • minato la sua utilità marziale.

Le sue parole, lette oggi, suonano come una profezia perfetta.

Perché il Judo funziona (ancora) così bene nel mondo reale

1. Le proiezioni sono più decisive dei pugni

A differenza di colpi e calci, una proiezione ben eseguita:

  • non può essere “bloccata” senza conseguenze,

  • sfrutta la forza dell’avversario,

  • funziona anche contro un aggressore più forte,

  • può terminare immediatamente uno scontro.

In strada, cadere male può essere fatale.
E un judoka sa far cadere chiunque — anche senza volerlo ferire.


2. Gli strangolamenti sono risolutivi

Uno shime-waza richiede pochi secondi per spegnere un aggressore violento senza danneggiarlo in modo permanente.
È un vantaggio enorme in scenari legali o di difesa personale.


3. Il controllo del corpo dell’avversario è totale

Prese, squilibri, ribaltamenti, immobilizzazioni: il Judo è una scienza del movimento umano.
Chi domina la presa domina la lotta.


4. La gestione delle distanze è impeccabile

Un judoka esperto non permette all’avversario di colpire con efficacia.
Riduce la distanza, annienta lo spazio, porta lo scontro dove è più forte: il corpo a corpo.


5. Il Judo funziona anche senza gi

Il mito che il Judo sia inutile senza kimono è privo di fondamento.
Fino al 1945 si praticava regolarmente senza gi.
E anche oggi, nelle forze armate, viene insegnato con abbigliamento quotidiano.

6. È semplice, diretto, efficiente

Non serve una tecnica estetica: serve una leva ben fatta, un ingresso pulito, un kuzushi perfetto.
Il minimalismo del Judo lo rende universale.


Oggi molti dojo vivono di agonismo: tornei, medaglie, ranking.
Ma per chi cerca efficacia, auto-protezione e comprensione profonda dell’arte marziale, questo può diventare un limite.

Kano stesso raccomandava di fare randori vero solo una o due volte l’anno: non perché fosse inutile, ma perché l’eccesso di competizione snatura il Judo, orientandolo verso tecniche “da regolamento”.

Per l’autodifesa servono:

  • atemi waza,

  • leve proibite in gara,

  • proiezioni non consentite,

  • tecniche adattate all’ambiente reale,

  • gestione di aggressori multipli,

  • studio degli oggetti impropri,

  • attenzione al terreno irregolare.

Il punto non è abolire la competizione — è ricordare che non rappresenta l’essenza dell’arte.

Oggi, mentre molte arti marziali cercano visibilità mediatica o modelli di business redditizi, il Judo continua a essere un’arte silenziosa, spesso sottovalutata, ma straordinariamente autentica.

La sua efficacia non dipende dalle mode: dipende dai suoi principi.

Massimo rendimento con il minimo sforzo.
Cedere per vincere.
Usare la forza dell’avversario contro di lui.

Princìpi che nessuna disciplina ha codificato con la stessa eleganza.

Nel mondo moderno, in cui l’autodifesa deve essere reale, concreta, verificabile e priva di fronzoli, il Judo continua a offrire:

  • tecniche efficaci,

  • una filosofia equilibrata,

  • un addestramento fisico completo,

  • una struttura mentale solida,

  • un approccio non violento ma potenzialmente letale.

Non è un’arte superata.
Non è uno sport scolastico.
E non è soltanto una disciplina olimpica.

È uno dei sistemi di combattimento più intelligenti e pericolosi mai creati.

Se usato come inteso da Kano Jigoro, il Judo non perde mai.

Mai.


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