Se chiudete gli occhi e pensate a un combattimento in strada, cosa vedete? Due tizi che saltellano su e giù come pugili? O forse due lottatori accovacciati in posizione da wrestling, pronti a piombare sulle gambe?
Niente di male. È l’immagine che i media e l’UFC ci hanno cucito addosso.
Ma la verità è molto più sporca, molto più brutale, e molto più strana. La verità è che alcune delle posizioni di combattimento più efficaci mai conceite sembrano uscite da un film di Bruce Lee girato sotto acido. Sembrano sbilenche, fragili, e decisamente poco pratiche. Eppure, sono state affinate in posti dove se sbagliavi, non tornavi a casa.
Parliamoci chiaro: se non hai mai preso un calcio sulla tibia nudo, non puoi capire. Se non hai mai dovuto difenderti su un selciato sconnesso mentre qualcuno cerca di strapparti il portafogli, non puoi giudicare. Perché il combattimento non è una foto su Instagram. È brutale, è istintivo, e a volte la posizione più "stupida" è quella che ti salva la vita.
Ecco alcuni esempi di posizioni che sembrano una pagliacciata, ma che nella realtà sono efficienti come un colpo di mazza.
IL MUAY THAI E LA POSIZIONE DELLA GRU: UN INVITO A FAR MALE?
Partiamo da quella che forse è la più fraintesa di tutte. Se guardi un combattente di Muay Thai in guardia, vedi uno che sta su una gamba sola. L’altra tibia è sollevata, parallela al suolo, pronta. Sembra la gru di Karate Kid? Può darsi. Ma a differenza del film, qui non si vola, si distrugge.
Al primo round, contro uno strizzacervelli qualsiasi che non ha mai preso un colpo in vita sua, questo atteggiamento sembra una cretinata. "Stai in equilibrio su un piede solo? Basta spingerti e cadi, no?".
No, testa di cazzo. Non cadi. Perché quel piede sollevato non è lì per fare il bellino. È uno scudo di osso. La tibia è uno degli ossi più duri del corpo umano, e quei ragazzi la trasformano in una barriera vivente. Quando arriva un calcio basso (una di quelle mazzate che ti spezzano il femore se non le blocchi), loro non indietreggiano. Loro parano con l'osso. Il peso è centrato sul piede d'appoggio. È una struttura solida, testata migliaia di volte sugli ottagoni e nei stadi di Bangkok.
Se sei uno che non alza la gamba per bloccare, esci dalla palestra con le gambe distrutte. Sembri uno zombie di The Walking Dead dopo tre round. I peroni si fratturano, i muscoli si infiammano, e tu finisci a zoppicare per una settimana.
Quella posizione "instabile" è il motivo per cui i thailandesi durano cinque round a prenderci a calci sulle gambe e tu, dopo un allenamento, fai fatica a salire le scale. L’hanno testata sul campo, e il campo non perdona.
NEKO-ASHI-DACHI: IL GATTO CHE NON È MAI UN GATTO
Andiamo avanti. La posizione del gatto. Neko-ashi-dachi. Un nome che sembra uscito da uno yaoi manga, ma che è pura malvagità in termini di combattimento.
Immagina: quasi tutto il peso sulla gamba posteriore, il piede anteriore che tocca appena il suolo come se stesse saggiando la temperatura dell’acqua. Sembri un fenicottero con l’ernia. Sembra che basti uno starnuto per buttarti giù.
Ed è qui che scatta l’inganno. Perché quella posizione è una molla carica. La gamba anteriore non sta lì a fare da sostegno, ma è un'arma in attesa. Da lì puoi sferrare un teep (quel calcio frontale che ferma l’avversario come un muro invisibile) senza il minimo preavviso. Non c’è spostamento di peso, non c’è carico: è un fulmine a ciel sereno.
Inoltre, hai mai provato a prendere a pugni uno che sta arretrato in quel modo? È come inseguire un fantasma. Lui è già in ritirata, il peso è già dietro. Tu butti un pugno e lui scivola via come l’olio, lasciandoti in piena estensione, vulnerabile come un vitello al macello.
Non è una posizione da combattimento statico. È una posizione da autodifesa dinamica. Serve a mantenere la distanza, a controllare lo spazio, a far sì che l’aggressore si sbilanci da solo. Chi l’ha provata su strada sa che, quando hai qualcuno che ti carica, essere già in ritirata significa avere una frazione di secondo in più per reagire. E in strada, le frazioni di secondo sono la differenza tra tornare a casa e finire al Pronto Soccorso.
HUNG GAR E LA POSIZIONE DEL CAVALLO: UNA PALESTRA INVISIBILE
Ora parliamo delle posizioni basse. Quelle in stile Hung Gar, con il cavallo largo, le ginocchia piegate, il baricentro a pochi centimetri da terra. Chiunque abbia fatto un minimo di palestra sa che è una posizione tremenda. Ti bruciano i quadricipiti, ti tremano le gambe, e sembra che tu stia facendo un’ora di cyclette senza muoverti di un millimetro.
"Ma a cosa serve?", chiede il solito finto esperto da divano. "In un combattimento devi muoverti, non startene lì accovacciato come un ranocchio!"
Certo, tesoro. E in un combattimento devi anche avere delle gambe che non si spezzino come grissini al primo contrasto. Quelle posizioni non sono fatte per combatterci stando fermi. Sono fatte per costruire una struttura. Sono fatte per sviluppare una forza isometrica tale che quando qualcuno prova a buttarti giù, tu sia inamovibile come un paracarro.
Lottatori di judo e BJJ che si avvicinano a questi stili spesso raccontano la stessa cosa: quei tizi sono difficilissimi da sbilanciare. Perché hanno un baricentro basso e una connessione col suolo che viene da anni di torture in posizioni apparentemente inutili. Quando il peso si sposta, loro non cadono. Assorbono. E quando assorbono, possono contrattaccare con una potenza che parte dalle punte dei piedi e arriva al pugno come un'onda d'urto.
Non è una posizione da combattimento, è un allenamento per il combattimento. Sembra poco pratica? Forse. Ma prova a far cadere uno che si allena così. Poi ne riparliamo.
LA GINGA DELLA CAPOEIRA: LA DANZA CHE INGANA LA MENTE
E infine, la regina delle incomprensioni: la ginga della Capoeira.
Uno che ondeggia, che balla, che sembra più preoccupato di non pestare i piedi al partner che di darti un calcio in faccia. Sembra una coreografia da spiaggia di Bahia, non un combattimento.
E invece è una delle posizioni più subdole mai inventate. Perché la ginga non è statica. È movimento perpetuo. È un'oscillazione del peso che rende impossibile per l’avversario trovare il tempo e la distanza giusta per colpire. Mentre tu ondeggi, i tuoi fianchi si caricano come balestre. Da quel movimento nascono calci angolati, imprevedibili, che partono da dove l’avversario non se li aspetta.
Non è un caso che alcuni dei più grandi combattenti di MMA, come Anderson Silva (prima che gli scoppiasse la tibia), o Marcus Aurélio, abbiano integrato movimenti della Capoeira nel loro gioco. Perché contro uno che si muove in linea retta, uno che ondeggia e ti gira intorno è un incubo. Non sai mai dove colpirà. Ti confonde il ritmo. Ti fa sbagliare i tempi.
La ginga è l’arte di creare caos nella mente dell’avversario mentre il tuo corpo è già in movimento per colpire. Non è una danza. È una trappola.
Il punto è che viviamo in un’epoca di specializzazione estrema. Abbiamo visto così tanti incontri di MMA che pensiamo che l’unico modo "giusto" di stare in guardia sia quello che vediamo nell’Ottagono. Ma l’MMA è uno sport con regole, con un arbitro, con un tappetino morbido.
Le arti marziali tradizionali non venivano concepite per quello. Venivano concepite per sopravvivere su un terreno sconnesso, magari bagnato, magari con più di uno che ti viene addosso, magari con un bastone in mano. Venivano concepite in posti dove se perdevi l’equilibrio, eri morto.
Quelle posizioni "poco pratiche" sono il distillato di generazioni di violenza reale. Hanno affrontato il test più duro di tutti: la selezione naturale della rissa. Se una posizione non funzionava, chi la usava moriva o veniva menomato. E non la tramandava.
Quindi, la prossima volta che vedi uno in palestra che sta su una gamba sola come una gru, o che ondeggia come un ubriaco, o che si accovaccia come se dovesse fare i bisogni, non ridere. Chiediti: "Quanti coglioni ha dovuto rompere il suo maestro per arrivare a pensare che questa fosse una buona idea?".
La risposta, molto probabilmente, è: tanti. Tanti coglioni rotti.
E se hai ancora dubbi, vai in un posto dove le arti marziali si fanno davvero. Chiedi a un thailandese di prenderti a calci sulle gambe, o a un lottatore di Hung Gar di provare a farti cadere. Poi torni e ne riparliamo. Ma portati del ghiaccio. Tanto ghiaccio.
Nessun commento:
Posta un commento