La domanda che mi sono sentito porre, in una palestra di periferia dove l'odore del sudore si mescola a quello della speranza, potrebbe apparire, a un primo superficiale ascolto, come un tecnicismo da appassionati. Quali sono i metodi più efficaci per difendersi dal BJJ nelle MMA? Eppure, proprio in questo interrogativo, nella sua apparente specificità tecnica, si cela forse la sintesi perfetta di un'intera filosofia del combattimento, una metafora che trasuda dal tappeto blu fino ai tavoli di legno scuro dove si decidono le sorti dei popoli. Non è solo una questione di leve e strangolamenti, ma di postura esistenziale, di come ci si rialza quando il mondo, nella sua furia, ci schianta al suolo.
Osservavo giorni fa, dalle parti di un torneo minore alle porte di Roma, un giovane combattente alle prese con un avversario che lo aveva portato al tappeto con la disinvoltura di chi compie un gesto quotidiano. Il malcapitato, un buon striker dalle mani veloci ma dal ground game incerto, si dimenava sotto la monta come un pesce fuor d'acqua. Il suo corpo, in quel frangente, era già un campo di battaglia perduto. La prima lezione, la più antica e la più disattesa, è quella che i vecchi saggi del grappling ripetono come un mantra: la difesa dal BJJ non si improvvisa, si costruisce mattone dopo mattone sul tappeto. Come scriveva un veterano su un forum specializzato, con la cruda onestà di chi ha sudato chilogrammi di sale, "l'unica anti-grappling è il grappling" . Non serve diventare fenomeni, non occorre aspirare alla cintura nera, ma ignorare i fondamentali della lota a terra significa consegnare all'avversario la propria testa su un vassoio d'argento.
Eppure, il giovane di quella palestra romana tentava qualcosa di istintivo, di primordiale. Cercava lo spazio, quel respiro vitale che separa la sconfitta dalla sopravvivenza. Lo spazio, in effetti, è la moneta più preziosa quando si è sotto un lottatore di BJJ . Ma lo spazio non si conquista con la forza bruta, non si strappa con la disperazione. Si costruisce con la tecnica, con quei movimenti che i profani giudicano incomprensibili e gli iniziati sanno essere poesia applicata. Il ponte, o "upa" nel gergo carioca, rappresenta forse la più alta espressione di questa lotta per la sopravvivenza. Quando l'avversario è montato, quando il suo peso schiaccia il vostro petto e le sue mani cercano già la gola, il ponte diventa l'atto rivoluzionario per eccellenza. Si blocca il braccio, si incastra la gamba, e con uno scatto d'anche si inarca il corpo, facendo rotolare via l'aggressore come un masso dalla montagna . Non è forza, è fisica applicata, è leva, è la dimostrazione che Archimede aveva ragione: datemi un punto d'appoggio e vi solleverò il mondo, o almeno vi ribalterò un avversario più pesante di me.
Ma la difesa dal BJJ non è solo questione di posizioni e rovesciamenti. È anche, e forse soprattutto, questione di attimi, di quei frangenti in cui il combattimento si sospende tra un movimento e l'altro. Prendete la ghigliottina, ad esempio. Quante carriere sono finite in quel nodo scorsoio che si stringe intorno al collo quando si tenta un abbassamento mal calibrato? Ebbene, anche lì esiste una via d'uscita, un corridoio stretto ma percorribile. La difesa dalla ghigliottina è un capolavoro di logica applicata: non si tira indietro la testa, come l'istinto suggerirebbe, ma la si spinge in avanti, attraverso la presa, mentre con una mano si blocca il polso dell'avversario e con l'altra si cerca la sua spalla per costruire una leva contraria. Poi ci si alza, in punta di piedi, e si scarica tutto il proprio peso sull'aggressore, trasformando la sua arma in una gabbia, il suo tentativo di sottomissione in una posizione di svantaggio . È l'arte di rovesciare i ruoli, di fare del pericolo un'opportunità, che non è solo tattica da ottagono ma filosofia di vita.
C'è poi una scuola di pensiero più cinica, più spietata, che riecheggia nei meandri dei forum e nelle palestre più underground. Quella che suggerisce di uscire dal perimetro del BJJ sportivo e attingere al repertorio della sopravvivenza pura. Colpi ai genitali, dita negli occhi, morsi. Un praticante di aikido, in un acceso dibattito online, sosteneva con foga che una buona presa al polso o una spinta sulle orbite mentre si è in monta possono risolvere in un istante ciò che ore di grappling non risolverebbero . E in effetti, la logica di chi pratica Krav Maga o difesa personale va proprio in questa direzione: colpire i punti vulnerabili, non giocare al gioco dell'avversario, uscire dalla matrice . Ma la realtà, come sempre, è più complessa e più affascinante. Perché anche queste tecniche "sporche" richiedono, per essere efficaci, una conoscenza di base della dinamica del combattimento a terra. Come si fa a cavare un occhio se non si riesce nemmeno a liberare un braccio? Come si fa a colpire i genitali se l'avversario vi schiaccia con il suo peso e vi blocca le anche?
La verità, che emerge dai racconti di chi ha vissuto decine di battaglie sul tappeto, è che il BJJ nelle MMA non è più quello dei tempi eroici dei Gracie, quando bastava portare l'avversario al suolo per avere vinto la guerra. Oggi il gioco è ibrido, contaminato, meravigliosamente complesso. Il wrestling ha insegnato l'importanza del "wall work", quel lavoro contro la gabbia che trasforma lo spazio in arma. Il Muay Thai ha mostrato come le ginocchia possano diventare devastanti anche da posizioni di controllo. E il BJJ si è dovuto adattare, imparando a privilegiare il controllo e la posizione rispetto alla caccia ossessiva alla finalizzazione . La guardia chiusa, che nel BJJ tradizionale è una posizione di relativa sicurezza, nelle MMA diventa una trappola mortale se non si chiude rapidamente l'azione, perché i pugni dell'avversario pioveranno implacabili.
E allora, il segreto forse non sta in una tecnica miracolosa, in un colpo segreto tramandato da maestri himalayani. Il segreto sta nell'ibridazione, nella contaminazione. Sta nel sapere quando usare il ponte per ribaltare, quando lo spazio per allontanarsi, quando il colpo proibito per guadagnare un secondo di respiro. Sta nel comprendere che il BJJ non è il nemico, ma il linguaggio che il nemico parla. E per difendersi da chi parla una lingua, bisogna impararne almeno l'abc, non per rispondere in poesia, ma per capire quando sta per dire "ti spezzo il braccio". In fondo, l'atleta di cui parlavo all'inizio, quello sotto la monta, alla fine si è rialzato. Ha perso l'incontro, certo, ma si è rialzato. E nei suoi occhi, mentre lasciava il tappeto, c'era già la consapevolezza che il vero combattimento, quello che conta, non è contro l'avversario, ma contro la propria ignoranza. Ed è lì, in quella consapevolezza, che si vince o si perde molto prima di mettere piede nella gabbia.
Nessun commento:
Posta un commento