domenica 8 marzo 2026

La coda e il pugno. Apologia di una difesa animale

La domanda che mi sono sentito porre, in un angolo assolato del Mediterraneo dove il mare promette requie e la terra, invece, cova spesso un'ira silente, potrebbe apparire, a un primo superficiale ascolto, come una curiosità da bar, un ozioso paradosso da dopocena. Quando ci si trova di fronte a un cane ostile e si deve combattere, è più saggio dare calci o pugni? Eppure, proprio in questa domanta, nella sua brutale semplicità, si cela forse la sintesi perfetta di un'intera antropologia del conflitto, una metafora che trasuda dalla sabbia rovente di un litorale qualunque fino ai tavoli di legno scuro dove si decidono le sorti dei popoli. Non è una questione di cinofilia, né di tattiche da marciapiede. È, al suo nocciolo più duro, una questione di postura morale, di leva, di punto di applicazione della forza contro un'avversità che non conosce ragione.

Osservavo giorni fa, dalle parti di Ostia, un uomo alle prese con un pastore tedesco ringhioso che gli sbarrava il passo verso la sua stessa automobile. L'uomo, un tipo sulla cinquantina, dall'aria vissuta e dalle mani nodose, tentennava. Il suo corpo, in quel frangente, era già un campo di battaglia interiore. Sollevare un piede, scalciare, significava allungare la leva, guadagnare distanza, tenere la belva lontana dal ventre e dal volto. Il calcio, in fondo, è la pedagogia del respingimento, l'arte di tracciare un confine invalicabile con la suola della scarpa. Significa dire: "Tu stai là, io resto qui, e il mio territorio arriva fino alla punta del mio stivale". È la mossa del guardiano, del pastore, del centurione che pianta l'asta davanti allo scudo. Chi sceglie il calcio, forse, crede ancora nella possibilità di una linea di demarcazione, in un confine sacro che, se violato, autorizza una reazione misurata e distanziante.

Ma il dubbio dell'uomo di Ostia, quel suo pugno chiuso che saliva e scendeva nervosamente lungo il fianco, raccontava un'altra verità. Il pugno, o peggio la lotta corpo a corpo, rappresenta l'esatto opposto. È la negazione dello spazio, il crollo delle distanze. Chi chiude la mano a martello e si getta nella mischia ha già accettato, consciamente o meno, che il confine è già stato valicato, che la trincea è stata invasa. Il pugno è la reazione del naufrago, non del marinaio; è la politica del caos, della rissa, dell'abbraccio mortale dove si annulla ogni alterità e si diventa un unico corpo sofferente e furioso. Lottare con un cane significa sporcarsi, rotolarsi nella sua stessa terra, confondere il proprio sudore con il suo pelo, il proprio sangue con la sua bava. Significa, in un certo senso, diventare cane anche tu.

Non è forse questa la scelta che si para innanzi a ogni civiltà quando si trova a fare i conti con la belva della storia, che sia un'ideologia totalitaria, una crisi finanziaria feroce o un'ondata migratoria percepita come invasione? C'è chi, come il virtuoso del calcio, predica il contenimento, la costruzione di muri (fisici o burocratici), l'uso di una forza calcolata che parta dai piedi ben piantati a terra per allontanare la minaccia. È la scuola del realismo politico, del "tenere a bada", del non abbassarsi al livello dell'aggressore ma respingerlo con uno strumento che, pur nella sua durezza, preserva una certa geometrica distanza. E poi ci sono coloro che, invece, stringono i pugni e si gettano nella mischia del dialogo, dell'assimilazione, della lotta totale. Credono che solo entrando nel merito della furia, comprenderne le radici e affrontarla a viso aperto, senza scudi né distanze, si possa davvero vincerla. Ma il rischio, in questa resa dei conti, è altissimo: si può uscire dalla lotta talmente trasformati da non riconoscersi più, con il marchio dei denti dell'avversario impresso per sempre sulla propria anima.

Forse, la saggezza popolare che ho raccolto in anni di reportage dai luoghi più caldi del pianeta suggerisce una terza via, un pragmatismo che non è viltà ma acume. Se il cane è grosso e la sua carica è inarrestabile, il calcio è una carezza che non fermerà la furia. Se il cane è piccolo e guizzante, il pugno colpisce il vuoto mentre i denti già vi serrano il polpaccio. La vera strategia, mi diceva un vecchio allevatore in Abruzzo, è un'altra e sta tutta in una parola: leva. Usare ciò che si ha, l'ambiente, l'inganno. Non il calcio o il pugno, ma la giacca avvolta al braccio da offrire in pasto alla sua bocca, il bastone trovato per terra usato non per percuotere ma per tenere la testa feroce inchiodata al suolo, la spinta laterale che sfrutta lo slancio stesso dell'animale per farlo rovinare a terra. È l'arte della guerra applicata al vicolo cieco, quella che insegna a non opporre mai forza a forza in modo diretto, ma a usare l'energia dell'avversario per farlo inciampare.

Ecco allora che la domanda iniziale si rivela per quello che è: un falso dilemma. Sia il calcio che il pugno sono figli di una stessa logica lineare, quella dello scontro frontale, della reazione istintiva. La vera maestria, quella che distingue l'uomo dalla belva, l'analista dal guerriero, sta nella capacità di sottrarsi a questa dualità. Sta nell'inventare una risposta che non è nel repertorio, nel trasformare il conflitto in un problema di fisica e di psicologia piuttosto che di sola forza bruta. Davanti al cane che ringhia, come davanti alle crisi che abbaiano all'orizzonte della nostra Europa stanca e disillusa, non si vince con il riflesso condizionato del calcio o con la disperazione del pugno. Si vince, quando possibile, con l'intelligenza di chi sa che a volte la miglior vittoria è far sì che il combattimento non abbia nemmeno luogo, o che si risolva con un movimento laterale, con una deviazione, con l'uso sapiente del mantello del torero più che con la spada del matador.

In fondo, il cane non cerca la nostra morte, ma la nostra sottomissione o la nostra ritirata dal suo territorio. E la storia, con i suoi cicli e le sue pretese, forse non è diversa. Ci chiede di non abbassarci alla rissa, ma nemmeno di illuderci di poterla tenere per sempre a distanza con un calcio ben assestato. Ci chiede piuttosto di capire da dove venga la sua corsa, quale fame o paura la muova, e di trovare il punto esatto in cui il suo slancio si trasforma nella sua stessa sconfitta. E in questo ragionamento, mentre il sole cala su quella spiaggia e l'uomo di Ostia, chissà, ha forse trovato il modo di raggiungere la sua auto senza colpo ferire, resta una certezza amara: la nostra grandezza, o la nostra rovina, si gioca tutta lì, in quel breve istante in cui dobbiamo decidere se essere reattivi o strategici, se usare i piedi o i pugni, o se, più saggiamente, usare la testa per pensare a qualcosa di meglio. Ma soprattutto, si bastardo dentro, fuori e tutt'intorno, perché in ogni conflitto, anche il più animale, c'è sempre un riflesso di ciò che siamo e di ciò che temiamo di diventare.


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