C'è un'immagine che la società ama venderti. Quella del pugile milionario, del campione che sale sul ring con il Rolex al polso e la Bentley parcheggiata fuori. La vita da sogno, il riscatto sociale, la scalata dalla povertà alla ricchezza in dodici round.
Poi c'è la realtà.
Joe Frazier, l'uomo che ha sconfitto Muhammad Ali, che ha messo la sua anima sul ring in quello che fu definito il "Fight of the Century", ha trascorso gli ultimi anni della sua vita dormendo su una brandina pieghevole in un minuscolo appartamento sopra la sua palestra. Non aveva niente. Aveva perso tutto. Il divorzio, le tasse, gli investimenti sbagliati, la salute distrutta, e alla fine anche le mura sopra la testa.
E non era solo. Era la regola.
La storia di Joe Frazier non è un'eccezione. È il copione che si ripete decennio dopo decennio, con nomi diversi e gli stessi identici finali.
Mike Tyson guadagnò oltre 300 milioni di dollari in carriera. Oggi è un uomo che ha dichiarato bancarotta, che ha visto i suoi soldi dissolversi in manager predatori, gioielli per ex mogli, tigri bianche comprate per capriccio, e debiti con il fisco che avrebbero potuto comprare un'isola.
Evander Holyfield, il campione che ha affrontato Tyson, ha guadagnato almeno 200 milioni. La sua mega-mansion in Georgia, la più grande residenza privata degli Stati Uniti, con 109 camere, è andata all'asta per debiti. Oggi vive di apparizioni e di quello che la buona volontà degli amici gli concede.
Bernard Hopkins, uno dei più intelligenti del circuito, racconta che alla fine dei conti, il 90% dei pugili professionisti finisce i soldi entro cinque anni dal ritiro. Non importa quanto hanno guadagnato. Non importa quanti titoli hanno vinto. La stragrande maggioranza finisce nella polvere.
E Frazier, prima di loro, ne è stato l'archetipo perfetto.
Il problema non è quanto guadagnano. Il problema è cosa succede dopo.
I manager sono il primo colpo. Il pugile, spesso un ragazzo uscito dai quartieri poveri, senza istruzione, senza una famiglia che lo guidi in questioni finanziarie, firma contratti che gli lasciano briciole. Il manager prende il 20, il 30, a volte il 50%. Poi arrivano gli avvocati. Poi arrivano i promotori. Poi arrivano i consulenti fiscali che magari sono anche loro ladri.
Il fisco è il secondo colpo. Negli Stati Uniti, lo zio Sam prende fino al 40% dei guadagni. E i pugili, che spesso girano per il mondo combattendo in stati diversi, in paesi diversi, si ritrovano con una matassa fiscale che nemmeno un commercialista con tre lauree riuscirebbe a districare. Le tasse non pagate, le multe, gli interessi: un debito che cresce più veloce di quanto loro possano salire sul ring.
Le persone intorno sono il terzo colpo. Amici d'infanzia, parenti, cugini di terzo grado, donne, ex mogli, figli avuti in relazioni diverse. Tutti vogliono un pezzo. E il pugile, che è arrivato dal nulla, che si sente in dovere di condividere, dice sì. Dice sì fino a quando non rimane niente.
Frazier ha pagato per tre divorzi. Ha pagato per mantenere figli sparsi in diverse famiglie. Ha pagato per manager che lo hanno spennato come un pollo. E alla fine, del patrimonio costruito con i pugni, non è rimasto nulla.
C'è un altro fattore che nessuno considera, quando guarda la vita patinata dei campioni. Il pugile non è un impiegato che va in pensione e continua a vivere con la stessa qualità di vita. Il pugile, quando smette, ha il corpo distrutto.
Joe Frazier aveva l'ipertensione, il diabete, e un fegato distrutto da anni di colpi alla zona addominale. Non poteva più lavorare. Non poteva più allenarsi seriamente. Non poteva più fare nulla che non fosse sopravvivere. E quando il corpo non produce più reddito, quando le mani che valevano milioni non riescono più a stringere un guantone, allora il conto arriva.
E la salute, negli Stati Uniti, è un lusso. Le cure mediche costano. Le ospedalizzazioni costano. I farmaci costano. E quando non hai più i soldi, non hai più le cure.
Larry Holmes, che aveva combattuto contro Frazier e che era stato suo rivale, fu quello che pagò le sue cure mediche di base. Non la famiglia. Non la federazione. Non la città di Philadelphia che lo aveva celebrato come eroe. Un ex avversario che si mise la mano al portafoglio perché Joe non aveva nemmeno quello per comprarsi le medicine.
Se non fosse stato per Holmes, Frazier sarebbe morto senza nemmeno un antidolorifico.
La palestra di Joe Frazier a Philadelphia non era solo un edificio. Era il suo ultimo rifugio. Era il posto dove aveva costruito la sua leggenda, dove aveva allenato giovani speranze, dove aveva cercato di ricostruire una vita dopo che tutto era crollato.
Dopo il divorzio, dopo la perdita del patrimonio, Joe si trasferì in un minuscolo appartamento sopra la palestra. Dormiva su una brandina pieghevole. Non aveva una casa, aveva un ripostiglio con una branda. Ma almeno aveva quelle mura. Almeno aveva l'odore del sudore e del cuoio, l'eco delle sue vittorie, la presenza dei ragazzi che venivano ad allenarsi.
Poi arrivò la malattia. Peggiorò. Non poteva più gestire la palestra. Le tasse non pagate, le bollette, le spese. E la palestra, l'ultimo pezzo di ciò che era stato, l'ultimo simbolo di una vita spesa tra i ring, andò perduta.
Marvis, suo figlio, provò a salvarla. Fece quello che poteva, ma non bastò. Non bastò mai. Perché quando il pozzo è vuoto, quando i debiti sono più grandi dei ricordi, quando la salute è talmente distrutta da non permetterti nemmeno di alzarti la mattina, non c'è figlio che possa salvarti.
C'è una domanda che nessuno si fa, quando legge storie come quella di Joe Frazier.
Dove erano i dirigenti delle federazioni? Dove erano i promotori che avevano guadagnato milioni sulle sue spalle? Dove erano i politici di Philadelphia che gli avevano dato le chiavi della città? Dove erano i fan che lo avevano acclamato come un dio?
Erano altrove. Erano impegnati con il prossimo campione, con il prossimo evento, con il prossimo business. Perché nel mondo della boxe, come in tutti gli sport, la riconoscenza ha una durata molto breve. Finché combatti, sei un eroe. Appena smetti, sei un ingombro. Appena sei malato e povero, sei un imbarazzo.
Il sistema è fatto così. Prende, usa, consuma, getta. E il pugile, che ha dato tutto, si ritrova da solo con i suoi ricordi e una brandina pieghevole.
La storia di Joe Frazier non è finita bene. È morto nel 2011, a 67 anni, con il fegato distrutto, con pochi soldi, con pochi amici. Il suo funerale fu celebrato, le bandiere furono messe a mezz'asta, i grandi campioni vennero a rendergli omaggio. Ma lui era già andato.
E il suo nome oggi? Viene ricordato come "l'uomo che sconfisse Ali". Un'etichetta. Una riga nei libri di storia. E intanto, altri pugili, oggi, stanno seguendo la stessa strada. Guadagnano milioni, li bruciano, si fidano delle persone sbagliate, si distruggono il corpo, e finiranno come Joe.
Perché la lezione non viene mai imparata. Perché la boxe è uno sport di poveri, che per un attimo diventano ricchi, ma nella testa restano poveri. E la povertà, quando torna, torna con gli interessi.
Joe Frazier ha dormito su una brandina pieghevole in un appartamento sopra la sua palestra, prima di perdere anche quella. E se questo non vi fa capire cosa c'è veramente dietro il glamour della boxe, allora non avete capito niente.
La gloria dura una notte. I pugni restano per sempre. E i debiti, quelli non se ne vanno mai.
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