sabato 28 febbraio 2026

SHAOLIN KUNG FU: Il cadavere che non sa di essere morto



C'è una domanda che puzza di naftalina e sudore vecchio, una domanda che qualcuno ancora si fa mentre sorseggia tè verde e sogna voli tra le nuvole: quanto è efficace lo Shaolin Kung Fu rispetto agli altri stili?

La risposta è semplice, brutale, e sanguina come una ferita aperta.

Lo Shaolin Kung Fu, nella sua forma tradizionale, quella che vedi nei documentari con i monaci che fanno le flessioni con un dito e piantano aste di metallo nella gola, è un cadavere che cammina. È bellissimo da vedere. È affascinante come un quadro di Caravaggio. Ma se lo metti di fronte a uno che mena davvero, che suda sangue in una gabbia otto ore al giorno, che ha imparato a incassare prima ancora di imparare a tirare... quel cadavere cade in dieci secondi. Letteralmente.

Partiamo dai fatti, dalle cose che bruciano gli occhi e non si possono ignorare.

Lo Shaolin Kung Fu è nato per sopravvivere sui campi di battaglia dell'antica Cina. Secoli fa, era roba seria. Era violenza pura, messa a sistema. Ma i secoli sono passati, e quello che era un pugno è diventato una carezza. Oggi, la maggior parte dell'allenamento Shaolin si concentra su qigong, resistenza, e forme prestabilite – quelle coreografie che vedi nei video su YouTube e ti fanno dire "cazzo, che figata". Il problema è che lo sparring, il combattimento vero, quello in cui due persone provano davvero a spaccarsi la faccia a vicenda, è quasi assente .

I numeri parlano chiaro. Mentre il judo, nato alla fine dell'Ottocento, ha sempre messo il randori (lo sparring controllato) al centro di ogni singolo allenamento, lo Shaolin si è perso nelle sue stesse pieghe. Un ricercatore europeo di arti marziali, Iain Abernethy, l'ha detto senza peli sulla lingua: "Gran parte del kung fu cinese non viene testato in sparring regolari, il che porta a un enorme divario tra teoria e pratica" .

Tradotto dal politichese: passi anni a imparare mosse che non hai mai provato su un essere umano che cerca di farti male. E poi ti stupisci se nella realtà fai la fine di un vitello al mattatoio.

Nel 2023 è girato un video sui social. Un maestro di kung fu, convinto, sicuro, con quella spocchia che viene da decenni di "io so cose che voi umani non potete capire", sfida un combattente di MMA. Il maestro vuole dimostrare che le tecniche ancestrali possono ancora competere. Vuole mostrare al mondo che la filosofia e i principi superano la forza bruta.

Il combattimento dura dieci secondi.

Meno.

Il maestro viene colpito, cade, e mentre è a terra senti una risata fuori campo. I "medici" lo soccorrono, lui cerca di parlare, ma la scena è grottesca. Ridicola. Patetica .

I commenti sotto al video sono una giungla di scuse, di "non era un vero maestro", di "se fosse stato vero Shaolin sarebbe finita diversamente". Ma la verità è un'altra: quello non era un maestro, forse. Ma anche se lo fosse stato, il risultato non sarebbe cambiato di molto. Perché lo Shaolin tradizionale, quello puro, non ti prepara a quello che succede in un combattimento vero. Non ti prepara al caos. Non ti prepara al dolore. Non ti prepara a quel momento in cui il mondo si restringe a un pugno che arriva dritto alla tua faccia e tu devi decidere in un millesimo di secondo se schivare, incassare, o morire .

Entra in qualsiasi gabbia di MMA professionistica. Cerca uno che combatta in puro stile Shaolin.

Non lo trovi.

E non perché i monaci siano troppo umili per partecipare a competizioni volgari come quelle. Ma perché lo Shaolin tradizionale, quello delle forme e delle coreografie, non ha posto in un ambiente dove la gente ti prende a calci nelle gambe per tre round e poi ti strangola fino a farti vedere le stelle.

Quello che trovi, invece, sono combattenti che hanno preso pezzi di kung fu – soprattutto Sanda, che è la versione modernizzata e sportiva del kung fu cinese – e li hanno mescolati con BJJ, Muay Thai, lotta olimpica. Gente come Cung Le, che veniva dal wushu e dal sanshou, o come Muslim Salikhov, soprannominato "il re del kung fu" e campione del mondo di wushu . Lui combatte in UFC, ma non fa Shaolin puro. Fa Sanda, che è un'altra cosa. È kung fu che ha imparato a sporcarsi le mani, a fare a botte sul serio, a mescolarsi con chi viene da altre strade.

Roy Nelson, peso massimo UFC con cintura nera di Shaolin, lo dice chiaro: "Il kung fu è la radice di almeno il 95% di tutte le arti marziali". Ma lui, quando combatte, non fa il monaco. Fa MMA. Prende quello che funziona dallo Shaolin – la sensibilità, il lavoro sul manichino, la meditazione per controllare il caos – e butta via il resto .

John Danaher, uno degli allenatori più rispettati nel mondo del grappling, ha detto una cosa che andrebbe tatuata sulla fronte di tutti gli appassionati di kung fu tradizionale: "In un combattimento reale, la capacità di portare l'avversario a terra, di bloccare le articolazioni o di controllarlo è ciò che determina l'esito" .

Lo Shaolin, nella sua forma pura, questa roba non la insegna. Insegna calci alti, posizioni spettacolari, coreografie da film. E va bene, se vuoi fare cinema. Se vuoi fare spettacolo. Ma se vuoi sopravvivere, se vuoi uscire vivo da un vicolo buio o da una rissa al bar, allora devi guardare altrove.

Uno studio pubblicato sul Journal of Sports Science & Medicine nel 2020 ha confermato che le forme tradizionali fanno bene alla salute, alla forma fisica, alla flessibilità. Ma dimostrare un impatto diretto sulla capacità di combattimento? Impossibile. Manca un meccanismo di misurazione. Manca il banco di prova. Manca la palestra dove due esseri umani si menano davvero .

Se poi entriamo nel dettaglio delle sotto-discipline, il discorso si fa ancora più interessante e ancora più triste per lo Shaolin.

Prendi il Wing Chun. Anche quello è kung fu, anche quello viene dalla Cina, anche quello ha una storia secolare. Ma almeno il Wing Chun ha il concetto di "linea centrale", ha il chi sao (le mani appiccicose), ha una filosofia di combattimento a distanza ravvicinata che qualcosa sul campo la dice. I praticanti di Wing Chun seri, quelli che non si perdono in chiacchiere, fanno sparring. Si confrontano. Mettono alla prova le tecniche .

Lo Shaolin no. Lo Shaolin è troppo vasto, troppo antico, troppo "origine di tutte le cose" per sporcarsi le mani in palestra. E così mentre il Wing Chun, per quanto limitato, per quanto vulnerabile a un pugile che sa tenere la distanza, almeno prova a confrontarsi con la realtà, lo Shaolin resta lassù, sul suo piedistallo, a guardare il mondo che cambia senza capire che sta diventando un reperto archeologico .

Ci sono stili di kung fu che funzionano, intendiamoci. Il Sanda, l'ho detto. Lo Shuai Jiao, la lotta cinese antica, che è essenzialmente wrestling con tremila anni di esperienza alle spalle. Il Tang Lang (mantide religiosa), se insegnato bene. Lo Xing Yi Quan, che è lineare, diretto, pensato per chiudere la pratica in fretta .

Ma lo Shaolin puro? Quello delle centinaia di forme, delle decine di armi, della tradizione che si tramanda da millenni? Quello è come un dinosauro: imponente, affascinante, perfetto per un museo. Ma se lo porti nella giungla di oggi, muore.

I difensori dell'ultima ora hanno sempre la stessa scusa: "Lo Shaolin non può essere usato in MMA perché ci sono troppe regole. Colpire alla gola è vietato, colpire gli occhi è vietato, certe leve sono vietate. In un combattimento senza regole, il monaco vincerebbe".

È una balla colossale.

Primo: anche togliendo tutte le regole, il problema di base resta. Il monaco non è abituato a incassare. Non è abituato a combattere contro qualcuno che non segue il copione. Non è abituato al caos. E in un combattimento senza regole, il caos è l'unica regola.

Secondo: le regole dell'MMA non sono lì per castrare le arti marziali. Sono lì per tenere in vita i combattenti. Ma dentro quelle regole, c'è spazio per una violenza che lo Shaolin tradizionale non ha mai sperimentato. Prendere un calcio sulle gambe per tre round, sentire i muscoli che cedono, le ossa che si incrinano, e continuare a combattere – questa è roba che nessuna forma ti insegna .

Terzo: la scusa delle regole cade davanti a un fatto semplice. Se lo Shaolin fosse così devastante in uno scenario "senza regole", perché nessuno lo usa? Perché non ci sono video di monaci che entrano in circle fight thailandesi e fanno strage? Perché quando un maestro accetta una sfida, anche truccata, anche preparata, finisce sempre nella polvere in dieci secondi?

Alla fine, la domanda non è "quanto è efficace lo Shaolin Kung Fu?".

La domanda è: efficace a fare cosa?

A migliorare la salute? Sì, eccome. A sviluppare flessibilità, coordinazione, controllo del respiro? Assolutamente sì. A darti una disciplina mentale e una connessione con una tradizione millenaria? Certo, se è quello che cerchi.

Ma a menare? A sopravvivere in uno scontro vero? A tenere testa a uno che ha passato gli ultimi dieci anni a imparare come spegnere le luci a un altro essere umano?

No.

Lo Shaolin, in quello scenario, è spacciato. Ed è spacciato non perché sia una truffa, non perché i monaci non siano atleti straordinari, ma perché il mondo del combattimento reale si è evoluto. Si è mescolato. Ha preso il meglio da ogni disciplina e ha buttato via il resto. E in questo calderone, lo Shaolin tradizionale non ha trovato posto.

I combattenti di MMA che hanno background Shaolin lo sanno. Per questo non combattono in puro stile Shaolin. Per questo mescolano, prendono, adattano. Perché sanno che la tradizione, da sola, non basta. Perché sanno che il mondo là fuori è sporco, è crudele, è imprevedibile, e che le forme imparate al tempio, per quanto belle, per quanto antiche, per quanto spirituali, non ti salvano quando uno ti chiude in un angolo e inizia a massacrarti di ginocchiate.

Lo Shaolin Kung Fu è una delle più grandi espressioni culturali dell'umanità. Merita rispetto, merita studio, merita di essere preservato. Ma se parliamo di efficacia in combattimento, se parliamo di menare le mani sul serio, allora dobbiamo avere il coraggio di dire le cose come stanno.

Lo Shaolin, oggi, è un leone in gabbia. Maestoso, affascinante, capace di farti trattenere il respiro. Ma se apri quella gabbia e lo butti nella savana, dove le iene cacciano in branco e i leopardi sanno aspettare, quel leone non dura una notte.

E la savana, oggi, si chiama MMA, si chiama boxe, si chiama Muay Thai, si chiama BJJ. Si chiama realta'. Quella realtà che non perdona, che non aspetta, che non si commuove davanti alla tradizione.

Lo Shaolin ha insegnato tanto a tutti. Ha piantato semi che oggi danno frutti in migliaia di palestre sparse per il mondo. Ma lui, il vecchio albero, è rimasto indietro. È rimasto aggrappato alle sue radici mentre tutto intorno cresceva, cambiava, evolveva.

E ora, quando qualcuno osa chiedere "quanto è efficace?", la risposta è lì, davanti agli occhi di tutti. In quei dieci secondi di video. In quella risata fuori campo. In quel corpo a terra che cerca di rialzarsi e non ci riesce.

Lo Shaolin non è morto. Ma il suo tempo, quello del combattimento, è finito da un pezzo. E nessuna quantità di qigong, di meditazione, di forme ancestrali potrà riportarlo indietro.


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