Ti sei fatto l'illusione. Hai bevuto la storia che ti hanno venduto in quel garage ammuffito che chiamano palestra. Sirene che ululano, grida gutturali, l'istruttore con la maglietta nera che racconta di operazioni segrete. Ti hanno detto che il Krav Maga è la verità cruda, la fine della discussione. Che tutto il resto è danza, cerimonia, cazzata per turisti.
Svegliati. Ti sei addormentato in un sogno pubblicitario.
Il Krav Maga non è un superpotere. È un manuale. Un manuale scritto per soldati, per gente che già sa combattere, che già ha il fisico di un toro e la mente di un killer. Un manuale che tu, che forse vieni dall'ufficio o dalla scuola, hai letto due volte a settimana e pensi di conoscere.
Ora, immagina la scena. La piazzola dietro il deposito abbandonato, l'asfalto bagnato e oleoso. Tu, con le tue mosse "sporche" imparate a memoria. Di fronte, non c'è il povero cristiano da bar che ti hanno mostrato. C'è lui.
Lui ha vent'anni di Muay Thai nelle ossa. Le sue tibie sono tronchi d'ebano, levigati da mille colpi ai sacchi e ai pali. I suoi gomiti sono scalpelli. Non ha bisogno di "arrivare alle parti basse" perché le sue ginocchia già volano da una distanza che tu non puoi nemmeno concepire. La sua guardia è un muro. La sua distanza è una trappola. Tu provi ad avvicinarti, quel famoso "entrare" di cui parla il tuo istruttore, e ti becchi una schivata e un calcio al fegato che ti spegne la luce. Arte marziale? Questa è guerra.
Oppure c'è lei. Dieci anni di Judo nei campi di allenamento più duri del paese. Le sue dita sono artigli, il suo centro di gravità è un buco nero. Afferri? Sei già in volo. Ti aggrappi? La tua spalla si sta già dislocando contro l'asfalto. Il Krav Maga ti dice "evita di andare a terra". Lei, con un sorriso, ti ci porta. E lì, sul cemento, il suo "gentile" controllo articolare diventa una leva che trasforma il tuo gomito in un pretzel. Fine della storia.
E il tipo di Jiu-Jitsu? Quello che puzza di sudore e tapis roulant? Quello che vive nel sottobosco delle palestre, dove si lotta per cinque round come se fosse aria? Tu provi a colpirlo, lui si tuffa sulle tue gambe come uno squalo. Un secondo dopo sei sotto, soffocato da un odore di giacca bagnata e disperazione. I suoi "colletti" non sono per eleganza, sono per tua asfissia. Le sue leve non chiedono permesso.
Il punto non è lo stile. Il punto è il mostro che lo pratica.
Il Krav Maga può essere micidiale. In mano a un pazzo con la psicologia giusta, con una forma fisica da animale, con l'esperienza reale di aver preso e dato colpi. Ma nella mano di un impiegato che fa due ore a settimana, è un manuale Ikea in una guerra di trincea.
Il vero combattimento non rispetta i cataloghi delle tecniche. È adrenalina, paura, sudore negli occhi, il respiro che brucia. È la fortuna del colpo che parte storto e ti trova la tempia. È la sfortuna di scivolare su una lattina. È l'istinto di un ratto d'angolo contro la tecnica ripetuta diecimila volte di un gladiatore.
Quindi, smettila di venerare il nome. Smettila di pensare che esista la botta magica.
Se vuoi sopravvivere, non cercare l'arte "vincente". Cerca la ferocia. Cerca la consistenza. Cerca la resistenza che viene solo da anni passati a vomitare dopo gli allenamenti. Cerca qualcuno che ti picchi per davvero in palestra, non che ti faccia il gioco del "se io fossi un cattivo".
Costruisci un fisico che sia un'arma. Costruisci una mente che non si spegne quando arriva il primo pugno in faccia, quello che non avevi previsto.
Perché la verità, amico mio, è più
cruda di qualsiasi lezione in un garage.
La
verità è che nelle strade buie, non vince lo stile. Vince il mostro
più affamato.
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