La domanda è velenosa, carica di un’ammirazione distorto che sfocia nel fanatismo. La si sente spesso, sussurrata nei forum o urlata nei bar dopo un pay-per-view: "Se Khabib è imbattibile, allora il Sambo deve essere l'arte marziale suprema."È una logica fallace, un'illusione pericolosa. Smontiamola, senza pietà.
Khabib Nurmagomedov non è un prodotto in serie del Sambo. È un fenomeno unico, un perfetto stormo di circostanze. Il suo dominio non è un certificato di superiorità per il Sambo, ma un manifesto della sua personale ferocia. La sua base è la lotta daghestana, una tradizione montanara di lotta libera che ha nel sangue, non in un dojo. Su quella ossatura primordiale ha innestato il Judo (le sue proiezioni da clinch) e il Jiu-Jitsu Brasiliano (le sue sottomissioni da schienamento). Il "Sambo" che lui pratica è il Sambo da Combattimento, un sistema ibrido nato per essere flessibile.
Dire che Khabib ha vinto grazie al Sambo è come dire che Picasso dipingeva grazie ai tubetti di colore a olio. È vero, ma è una verità così superficiale da essere una menzogna. Ha vinto perché aveva una pressione da wrestling mai vista in UFC, una tranquillità psicopatologica nella gabbia, una capacità di esecuzione che rasentava la perfezione meccanica. Un altro campione di Sambo, con lo stesso curriculum tecnico ma senza quella mente e quel fisico, sarebbe stato semplicemente un buon lottatore. Non un dio.
Prima di Khabib, il picco assoluto della dominanza in uno sport da combattimento era incarnato da Aleksandr Karelin. 135 kg di puro istinto predatorio, vincitore di 9 mondiali e 3 ori olimpici nella lotta greco-romana. Le sue vittorie non erano decisioni: erano annichilimenti. La sua "presa al corpo inversa" non era una tecnica: era un disastro naturale. In un'ipotetica MMA degli anni '90, avrebbe sbriciolato crani con una facilità agghiacciante.
Eppure, anche Karelin perse. Nella sua ultima, epica finale olimpica, contro un americano più giovane, Rulon Gardner, la cui intera strategia fu: "Non farti afferrare. Resisti. Sopravvivi."Karelin, il mostro immortale, inciampò sul gradino più alto. La lotta greco-romana divenne, per magia, "inferiore"? No. Semplicemente, in quel giorno, quell'uomo non fu abbastanza. E' la chiave di tutto. Sconfiggere un campione nazionale di Sambo non perché si conoscessero segreti più mortali, ma perché le fondamenta della lotta libera, la pressione, la posizione, l'aggressività, erano più solide. È il combattente che fa la differenza. La disciplina è solo un linguaggio. Puoi avere il vocabolario più ricco del mondo (il Sambo), ma se non sai costruire una frase con ritmo, potenza e timing, perderai contro un poeta che conosce poche parole, ma le usa per distruggerti.
La domanda stessa è un nonsenso. Fuori da un contesto regolamentato, il concetto di "arte marziale" si dissolve nel caos. Un coltello, un calcio nelle parti basse, una folla, del gas al peperoncino, un bastone. In quel regno del bruto, la tecnica pura soccombe alla violenza pura, all'astuzia, alla crudeltà. Khabib, come qualsiasi essere umano, è vulnerabile a un attacco alle spalle, a un'arma, a un numero soverchiante.
L'idea che esista un'arte "suprema" è un rifugio per chi non comprende la vera natura del combattimento: è un dialogo di corpi, menti, circostanze e volontà. Khabib ha scritto, per 29 atti, il dialogo più convincente della storia delle MMA moderne. Ma attribuire quella scrittura solo al Sambo è un insulto alla sua complessità e un fraintendimento fondamentale di cosa significhi combattere.
Il Sambo non è la più grande arte marziale. È un ottimo strumento, forse il più completo per il contesto delle MMA. Ma non esistono strumenti "più grandi". Esistono solo artigiani capaci di piegarli, fondarli e forgiarli in un'arma unica che porta il loro nome. Quell'arma, nel caso di Khabib, si chiamava "Khabib". Il Sambo era solo una delle leghe della sua lama. Credere altrimenti significa non aver mai guardato veramente un combattimento. Significa guardare il pennello e credere di aver capito il quadro.
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