domenica 15 febbraio 2026

Anatomia di un Fallimento: Perché il tuo Maestro di Judo ha mangiato l’asfalto


Smettiamola di raccontarci favole. La narrazione dell’artista marziale illuminato che, con un movimento fluido e quasi magico, proietta il bruto di turno facendolo atterrare dolcemente sulla schiena è roba da cinema o da dimostrazioni per neofiti paganti. La realtà è molto più sporca, veloce e, per il "Maestro", umiliante.

Quando un uomo che ha dedicato vent’anni della sua vita al tatami viene steso da un tizio che non ha mai fatto una flessione in vita sua, non è sfortuna. È il risultato inevitabile di una serie di bugie strutturali che il mondo delle arti marziali moderne si rifiuta di ammettere.

L’illusione del controllo e il "Paradosso del Regolamento"

Il Judo è, nel suo DNA moderno, uno sport olimpico. Questo significa che è stato sterilizzato per decenni per essere televisivo, sicuro e codificato. Il Maestro vive in un mondo dove esistono "falli", "aree di combattimento" e, soprattutto, un arbitro pronto a urlare Mate! non appena le cose diventano confuse o pericolose.

In strada, il regolamento non esiste. Il "bruto" non sa che non si possono mettere le dita negli occhi, non sa che non si può afferrare il nervo sotto l'ascella o tirare i testicoli come se fossero campanelli. Mentre il Maestro sta cercando la presa perfetta sul lembo della giacca (che magari l’altro non indossa nemmeno, perché è in canottiera o a torso nudo), l’aggressore gli sta staccando un lobo dell’orecchio a morsi.

Il Judoka è addestrato a reagire a stimoli specifici. Se lo stimolo è "irregolare", il cervello entra in un loop di elaborazione (freeze) che dura frazioni di secondo. In quel lasso di tempo, la persona "non addestrata" gli ha già spaccato il naso con una testata.

Il mito della "Giacca" (Il Gi-dipendente)

Il Judo moderno è schiavo del Judogi. Tutta la meccanica del Maestro si basa su leve, trazioni e spinte applicate a un pezzo di cotone ultra-resistente. Togliete quel cotone e mettete una maglietta di poliestere che si strappa al primo strattone: il 70% delle tecniche del Maestro evapora istantaneamente.

Cosa fa il Maestro quando non trova il bavero? Cerca di adattarsi, certo. Ma il suo istinto muscolare è tarato su una resistenza che non c’è più. Le sue mani scivolano sulla pelle sudata o sull'olio di una giacca di pelle. Nel frattempo, l'avversario "ignorante" non sta cercando una leva elegante: sta mulinando pugni a martello sulla nuca del Maestro che, abbassando la testa per cercare l'entrata di un Seoi-nage, gli sta praticamente offrendo il cranio su un vassoio d'argento.

La "Pugni-fobia": Il terrore del contatto sporco

Parliamoci chiaramente: la maggior parte dei Judoka non riceve un pugno in faccia da anni, o forse non ne ha mai ricevuto uno "vero". Il Judo ignora completamente l' atemi-waza (le tecniche di colpo) nella pratica agonistica.

Un aggressore da strada non attacca con una presa di Judo; attacca con quello che in gergo chiamiamo "haymaker", un pugno largo, sgraziato, carico di peso e cattiveria. Il Maestro, abituato a gestire la spinta e la trazione lineare, viene travolto da una traiettoria circolare che non sa leggere. Un singolo pugno ben piazzato, anche se tecnico quanto una manovra di parcheggio sbagliata, spegne le luci. Quando il sangue inizia a scorrere e la vista si appanna, tutta la "filosofia della cedevolezza" finisce nel cestino. Il dolore vero, quello che non ferma l'incontro ma lo chiude, è un concetto che il Maestro conosce solo in teoria.

La trappola dell'Ego e della Gerarchia

Il Maestro è abituato a essere la figura dominante nel Dojo. Tutti lo rispettano, nessuno lo attacca con l'intento reale di fargli male, e i suoi allievi subiscono passivamente le sue proiezioni per deferenza o per imparare la caduta. Questa "sicurezza da acquario" crea un'arroganza pericolosa.

L'aggressore per strada non sa chi sia il Maestro. Non gli importa della sua cintura nera, della sua stirpe marziale o dei suoi titoli nazionali. Per lui, il Maestro è solo un ostacolo o una preda. Questa mancanza di rispetto distrugge il vantaggio psicologico su cui molti artisti marziali contano. Il Maestro si aspetta che l'altro "senta" la sua superiorità tecnica e si spaventi. Invece, si ritrova davanti una furia cieca che non rispetta i tempi del combattimento e che, magari, è sotto l'effetto di adrenalina pura o sostanze che annullano la percezione del dolore.

Il terreno: Non è un tappeto morbido

Il Maestro conta sul fatto che, una volta proiettato, l'avversario sia fuori gioco. Ma proiettare qualcuno sull'asfalto o in mezzo ai tavolini di un bar è diverso dal farlo su un tatami di densità controllata. Se il Maestro esegue una proiezione di sacrificio (Sutemi-waza), finisce a terra insieme all'altro. In una palestra, è una mossa da manuale. In strada, significa finire con la schiena sui vetri rotti o sbattere la testa contro un gradino di marmo.

Inoltre, il "non esperto" ha un'arma che il Maestro spesso dimentica: gli amici. Mentre il Maestro sta cercando di finalizzare un’immobilizzazione a terra (Ne-waza), il compagno dell'aggressore gli sta prendendo la testa a calci come se fosse un pallone da calcio. La visione a tunnel del Judoka, focalizzata sull'uno-contro-uno simmetrico, è la sua condanna a morte in un contesto urbano.

La biomeccanica della "Cattiveria"

C’è un elemento che nessuna scuola di Judo può insegnare: la propensione alla violenza gratuita. Il "non esperto" che vince spesso è un individuo che ha fatto della violenza uno strumento quotidiano o che si trova in uno stato di disperazione tale da non avere freni inibitori.

Il Maestro, spesso una persona civile, istruita e con una morale, esita. Non vuole uccidere, non vuole accecare, non vuole finire in prigione. L'altro non ha questi pensieri. La brutalità pura è un moltiplicatore di forza che annulla anni di tecnica raffinata. Se un boscaiolo di 100 kg ti afferra la gola con la forza di chi spacca tronchi tutto il giorno, non c'è "leva" che tenga se non hai la freddezza di infilargli un pollice in un occhio fino al cervello. Ma il Maestro è "troppo nobile" per farlo, e per questo muore.

La caduta degli dei

In definitiva, un Maestro di Judo viene picchiato perché confonde lo Sport con il Combattimento. Il Judo è una disciplina magnifica per il carattere e il fisico, ma quando viene privata della sua componente di "difesa personale reale" (che ormai è un ricordo sbiadito nei manuali di Jigoro Kano) diventa un gioco di prestigio coreografato.

Il tizio che non sa nulla di arti marziali vince perché gioca a un gioco diverso. Non sta facendo Judo. Sta facendo guerra. E in guerra, chi pensa di seguire le regole di un gioco olimpico finisce sempre per essere il primo a cadere.


Riflessione finale: La prossima volta che vedi un Maestro vantarsi della sua invincibilità, chiedigli come se la caverebbe se l'avversario, invece di fare Kumikata, gli tirasse una sedia in faccia. La risposta, se è onesto, sarà un silenzio molto imbarazzato.

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