Ti hanno mentito. Ti hanno venduto una favola pulita, igienizzata, avvolta in cotone bianco e legata con una cintura colorata. Hai passato anni a inchinarti, a sudare su tatami immacolati, a perfezionare quel gyaku-zuki o a fare uchikomi fino allo sfinimento. Credi di saperti difendere. Credi che, se un giorno la merda colpirà il ventilatore, i tuoi muscoli memorizzeranno le mosse e ti salveranno il culo.
Fermati. Respira. Ora, strappati quella fantasia dalle palle e ascolta la verità, che fa male, puzza di sudore rancido e sangue.
Il difetto fondamentale, quello che trasforma il tuo durissimo allenamento in un castello di carte di fronte a un aggressore determinato, non è una tecnica segreta, non è la mancanza di “spirito combattivo”. È una cosa stupida, banale, ovvia. È la tua fottuta uniforme.
Il gi, il dobok, il kimono. Quella veste da monaco guerriero che ti fa sentire parte di una tradizione. È la tua prigione. È la barriera di cotone che separa il fantasma del dojo dalla concretezza viscida del marciapiede.
Partiamo da lì, dal judo. Arte nobile, scientifica, la via della cedevolezza. Jigoro Kano, genio indiscusso, guardò al jacket wrestling europeo e vide nella giacca pesante lo strumento perfetto per il suo sistema. Un tessuto spesso, resistente, che non si strappa. Un’impugnatura generosa. Il judogi è una meraviglia ingegneristica per lo sport del judo. Ti permette di afferrare, tirare, torcere, controllare. Impari il kuzushi, lo sbilanciamento, sentendo la trazione precisa sulla manica dell’altro. Impari a cadere aggrappandoti a quel tessuto.
Ecco il primo tradimento.
La prima volta che provai a usare il mio bel o-soto-gari fuori dal dojo, fu contro un coglione di nome Antonio. Non era un marzialista. Era solo un ragazzo grosso, con la faccia da bullo e le braccia pelate. Stavamo nel parcheggio della scuola, asfalto caldo, io in pantaloncini, lui in una maglietta di cotone leggero, sudatissima. Afferrai dove avrei dovuto afferrare la sua manica. La mia presa scivolò via come su un pesce. Tentai un affondo al collo della sua maglietta: il tessuto si allungò, si deformò, ma non mi diede leva. Non ebbi controllo. Lui si avventò, una massa informe di istinto e cattive intenzioni. I miei piedi, abituati a scivolare sul tatami, si incollarono all’asfalto. La mia elegante proiezione si trasformò in un goffo abbraccio, e finii a terra, con il suo peso sopra di me e il sapore amaro della polvere e dell’umiliazione in bocca.
Il judogi ti insegna a lottare con il judogi. Punto. Nel mondo reale, la gente indossa giacche di pelle scamosciata che scivolano, piumini gonfi, canottiere elastiche, maglioni di lana. O niente. Sudore, olio, pioggia. Le tue belle prese a doppio pugno sull’abbottonatura? Inesistenti. Il controllo dal bavero? Una barzelletta. Sei stato addestrato in un universo parallelo dove tutti indossano armature di cotone spesso. Sei un pesce addestrato a nuotare in un acquario, gettato nell’oceano. E l’oceano è viscido, freddo e non ha maniche.
Passiamo alle arti di calcio. Karate. Taekwondo. Quella sensazione di potenza quando scocchi un mawashi-geri perfetto, il fischio dell’aria tagliata dal collo del piede. Ti senti un dio. Il tuo corpo è un’arma levigata.
Poi metti un paio di scarpe. Scarpe da ginnastica, anfibi, stivaletti. Qualsiasi cosa.
E il tuo dio muore.
Quel calcio rotante che arrivava alla tempia dell’avversario in allenamento, ora ti arriva a malapena al fegato. È più lento, perché il peso alla fine della leva (il tuo piede) è raddoppiato o triplicato. È più debole, perché la meccanica del tuo corpo è tarata per la leggerezza dell’arto nudo. La tua mira è alterata. Il collo del piede, quella zona ossea dura che colpisce con precisione, ora è imbottita da una linguetta di tessuto e gomma. Colpisci con le dita dei piedi? Con la pianta? Non lo sai più. Tentare un calcio alto con degli anfibi è come cercare di dipingere un affresco con un mattone legato al braccio: sei goffo, impreciso, e sprechi un’energia mostruosa.
E le tue difese? Quel bel gedan-barai per parare un calcio basso? Prova a farlo con le scarpe ai piedi. La tua gamba è più lenta, la tua base è diversa. Sei un mezzo secondo indietro. In un combattimento reale, mezzo secondo è l’eternità che intercorre tra un dente integro e uno che rotola sull’asfalto.
Praticare a piedi nudi ha una sua logica didattica iniziale: si prevengono infortuni, si affina la sensibilità. Ma se non completi l’addestramento calzato, con le scarpe che indossi tutti i giorni, stai solo facendo ginnastica ritmica. Stai danzando. La strada non è un tatami. È cemento, ghiaia, vetri rotti, bordi dei marciapiedi. I tuoi piedi nudi, in quella situazione, sono già due punti di sconfitta. Li taglierai, li ferirai, li congelerai. E il tuo magnifico yoko-geri diventerà uno zoppicare disperato.
La Tragedia del “Come ti Alleni, Combatti”
E qui arriviamo al cuore della questione sporca e brutale. Le arti marziali tradizionali, nella loro ossessione per la forma, il rituale e la tradizione, hanno dimenticato il principio cardinale di ogni preparazione al combattimento: il Specificity Overload.
“Combatti come ti alleni” è il mantra. Ed è vero. Il tuo corpo e la tua mente rispondono esattamente come le hai addestrate. Se ti alleni in un ambiente pulito, controllato, con un compagno collaborativo, in un abbigliamento specifico, è esattamente così che combatterai quando l’adrenalina ti spegnerà la corteccia prefrontale.
Quindi, se ti alleni con un gi leggero e comodo, quando sarai aggredito mentre esci dal pub con il tuo giubbotto invernale, i jeans stretti e le scarpe con la suola liscia, il tuo sistema andrà in tilt. Il giubbotto limiterà la rotazione delle tue spalle per quel pugno. I jeans stretti impediranno quel calcio alto che, anche se inutile, è il tuo riflesso condizionato. Le scarpe scivoleranno sul selciato bagnato durante quel tentativo di tai-sabaki. Sarai un robot a cui hanno cambiato i pezzi, e tu cerchi disperatamente di eseguire un software non compatibile.
Ti alleni per un combattimento sportivo, con regole, in un abito da combattimento sportivo. La strada non ha regole, e il tuo abito è quello di una vittima.
La Soluzione: Sporcarsi le Mani (e il Resto)
Allora, la risposta è buttare via il gi? Abbandonare le arti tradizionali? No. La risposta è sporcarle. Renderle vere.
Fase Due dell’Allenamento: Il gi, il dobok, vanno bene per la fase uno: imparare la meccanica, la forma, la coordinazione. Ma deve esistere una Fase Due, obbligatoria, violenta e caotica. La fase in cui ti alleni con quello che indosserai. Jeans, giacche, cappotti, scarpe. Fai randori in un maglione di lana. Prova a fare una leva al polso a qualcuno che indossa un giubbotto di pelle. Scopri come il tessuto si tende, scivola, si strappa.
Balla nel Fango: Allenati su superfici diverse. Erba bagnata, ghiaia, scale, dentro un corridoio stretto, con la schiena contro un muro, seduto su una sedia. Il tuo meraviglioso juji-gatame da terra funziona su un tappeto? Provalo sull’asfalto. Sentirai le pietre conficcarsi nelle ginocchia, capirai che alcune “soluzioni” del dojo sono fiabe.
Strappa, Afferra, Usa: Smettila di pensare alle prese “pulite” del judo o del ju-jitsu. In una rissa, si afferra quello che si può: i capelli lunghi, la barba, gli orecchini (che si strappano via con un dolore lancinante), il collo della maglietta, la cintura dei jeans. Il cappuccio di un giubbotto è un’impugnatura da sogno, ma devi aver provato a usarlo. Una borsa a tracolla può essere usata per intrappolare un braccio. Queste non sono tecniche “nobili”. Sono sopravvivenza. Sono sporche. E sono reali.
Il Piede Vestito: Dedica sessioni intere solo a calciare un sacco pesante o uno shield indossando le tue scarpe da tutti i giorni. Scopri che un calcio basso con la punta di uno stivale è un’arma devastante, mentre il tuo bel calcio circolare alto è una perdita di tempo ed equilibrio. Adatta la tua meccanica alla realtà, non alla fantasia.
L’autodifesa non è un’arte. È un mestiere sudicio. Non riguarda la perfezione, riguarda l’efficacia nel caos. La tua uniforme tradizionale è la culla in cui hai imparato a muovere i primi passi. Ma se non esci da quella culla, se non ti sporchi di fango, di sudore altrui, e provi a lottare con gli abiti della vita vera, quella culla diventerà la tua bara.
Musashi, il più brutale e pragmatico di tutti, scrisse: “Dovresti riflettere profondamente su questo”. Non si riferiva a filosofie astratte. Si riferiva a questo: conoscere il proprio strumento, il proprio ambiente, il proprio corpo nella condizione reale dello scontro. Il tuo strumento, nello scontro reale, non è il tuo corpo allenato nel vuoto. È il tuo corpo vestito, impacciato, ingombrato dalla vita di tutti i giorni.
Smettila di danzare nel cotone. Esci e sporcati. La strada non aspetta, e non indossa il tuo gi.
Nessun commento:
Posta un commento