mercoledì 3 novembre 2010

La Bottega del Macellaio: Come Sopravvivere a un Pitbull che Ti Respira sul Collo

Ti sei mai chiesto cosa passa per la testa di un uomo quando vede arrivare Rocky Marciano? Non il documentario, non la statua. Lui. Vivo. Sudato. Con quelle spalle da scaricatore di porto e la testa incassata tra le clavicole come un carro armato in posizione di sfondamento.

Io me lo sono chiesto. E la risposta è: niente. Perché quando hai un avversario che ti viene addosso accovacciato, con il mento sul petto e le mani che viaggiano come pistoni, il tempo per pensare finisce. Inizia il tempo per sopravvivere.

E allora esce la verità. La boxe non è scacchi. È guerra di trincea. E contro un uomo che si abbassa, che si rannicchia e ti carica, che ti toglie lo spazio vitale come un incendio toglie l’ossigeno, le soluzioni eleganti finiscono subito. Resta il sangue, la tecnica, e la capacità di non andare nel panico quando il pitbull ti è sotto il mento.

Partiamo da un presupposto: Rocky Marciano era alto 178 centimetri. Non era un nano. Ma combatteva come se lo fosse. Si abbassava, si compattava, spariva sotto la linea di tiro e poi riemergeva con un gancio corto, un gancio al fegato, un gancio a tutto. Sembrava volesse entrarti dentro il corpo, non solo nella guardia.

E non era solo forza. Era intelligenza bestiale. Marciano sapeva che la distanza lunga non era la sua. Quindi la cancellava. Ti toglieva il jab togliendoti lo spazio per allungare il braccio. Ti toglieva il diretto togliendoti la visuale. E quando eri alle corde, non ti faceva respirare.

Ora, tu che leggi e magari hai fatto due anni di boxe dilettantistica, pensi: "Basta il jab, basta il gioco di gambe, basta allungare il braccio". E in teoria hai ragione. In pratica, quando un uomo di 90 chili ti carica con l’intenzione esplicita di spezzarti le costole con un gancio mentre ti spinge indietro, il jab diventa un gesto tecnico complicato da eseguire con la frequenza cardiaca a 180.

Qui non si parla di schemi. Si parla di nervi.

Ezzard Charles non era un picchiatore. Era un pugile. Elegante, preciso, con un jab da manuale e una capacità di lettura del combattimento che oggi, nell’era dei picchiatori da palestra, è quasi estinta. Eppure, nel primo incontro con Marciano, durò 15 round. Perse ai punti, ma diede un manuale di istruzioni su come trattare un avversario accovacciato.

Cosa fece Charles? Non cercò il KO. Non cercò la guerra. Cercò il tempo.

Charles capì che la posizione accovacciata è una gabbia dorata. Da lì dentro, Marciano vedeva poco, si muoveva male lateralmente ed era costretto a caricare in linea retta. Charles non lo aspettava. Lo faceva venire, sì. Ma non indietreggiava dritto. Indietreggiava in diagonale. Faceva un passo indietro e uno a sinistra, rompeva l’angolo, costringeva Marciano a riposizionarsi, e mentre Rocky riposizionava i piedi, Charles infilava il jab.

Non un jab da fermo. Un jab in movimento, con il peso già sul piede arretrato, pronto a sloggiare. Non per ferire. Per disturbare. Per dire: "Non puoi venire dritto, perché ogni volta che provi, ti beccherai questo legnetto in faccia".

Il jab non è un colpo da KO. È un colpo da semaforo. Lo tieni acceso e l’avversario è costretto a fermarsi. E se è costretto a fermarsi, non ti prende.

Tony Tucker contro Mike Tyson, 1987. Tyson è nel suo momento di grazia. È una scheggia impazzita, si abbassa, entra, spacca. Tucker non è un fenomeno, ma è alto, ha un jab lungo e un uppercut destro che parte dalle scarpe.

Tyson si abbassa per entrare. Tucker non indietreggia. Aspetta. Sincronizza il movimento. E quando la testa di Tyson entra nel raggio, Tucker alza il braccio come se volesse infilzarlo. L’uppercut non colpisce il mento. Colpisce la fronte, l’arcata sopracciliare, la guardia. Non fa male come un gancio. Ma rompe il ritmo. E quando rompi il ritmo a Tyson, gli togli il carburante.

Questa è la chiave. L’avversario accovacciato vive di slancio. Vive di inerzia. Se gli togli l’inerzia, gli togli la vita. L’uppercut non è un colpo da KO contro uno che si abbassa. È un colpo da stop. È il paletto che pianti in mezzo alla strada per far derapare la macchina.

Marciano era immune? No. Marciano era umano. Semplicemente, aveva un mento di granito e una capacità di incassare che rasentava il patologico. Ma la legge della fisica è uguale per tutti: se prendi un colpo mentre sali, la salita si ferma.

C’è un’altra verità che i puristi dimenticano. Il centro del ring non è un premio. È un diritto che si conquista a suon di gomitate e spinte. Contro un avversario che ti carica accovacciato, il centro del ring è il tuo fortino. Se lo perdi, sei alle corde. E alle corde, contro un picchiatore in posizione accovacciata, sei un sacco appeso.

I grandi come Ali non indietreggiavano in linea retta. Ali pedalava. Sembrava scappare, ma in realtà riposizionava l’angolo. Ti faceva passare a lato, ti lasciava colpire l’aria, e quando ti ritrovavi sbilanciato in avanti, lui era già dall’altra parte con il jab in faccia.

Non è vigliaccheria. È geometria applicata alla violenza. Se lui ti vuole prendere dritto, tu non devi essere dritto. Devi essere storto. Devi essere obliquo. Devi essere dove lui non ha ancora messo gli occhi.

E questo si allena. Non si improvvisa.

Ora arriva il punto dolente. Tu puoi leggere tutti i manuali del mondo su come battere il picchiatore accovacciato. Puoi studiare Charles, Tucker, Holyfield. Puoi sapere a memoria le traiettorie del gancio corto e le angolazioni del jab laterale.

Poi sali sul ring. E il tuo sparring partner non è Marciano. È un ragazzo che fa il 70% perché domani lavora. È uno che si allena due ore al giorno e non ha mai avuto un gancio al fegato vero, di quelli che ti fanno piegare in due e pensare a tua madre.

E qui casca l’asino.

Perché replicare la ferocia di Marciano, Tyson, Frazier non è questione di tecnica. È questione di fame. Di cattiveria. Di quella disperazione animale che ti fa entrare sotto i colpi senza paura. Gli sparring partner che sanno simulare questa roba sono merce rarissima. E quando li trovi, li paghi profumatamente. E ti fai male. Ogni giorno.

La verità è che la maggior parte dei pugili non sa affrontare un avversario accovacciato semplicemente perché non si allena contro uno vero. Fa sparring con gente che tira diritto, che sta alta, che si muove pulita. Poi arriva la notte del match, e il suo avversario è un torello basso con le mani di cemento e la testa dura. E lì, il pugile elegante si scioglie come neve al sole.

Allora, qual è il modo più efficace per combattere un avversario in posizione accovacciata?

Non esiste. Esistono strumenti.

Il jab per tenerlo lontano. Il gioco di gambe laterale per non essere un bersaglio fisso. L’uppercut per fermarlo quando sale. Il clinch per farlo respirare il tuo fiato e fargli capire che non sei solo un sacco. Il centro del ring per non finire in zona di macelleria. E soprattutto, la testa. La capacità di non andare nel panico quando lui ti è addosso e senti il suo respiro sul collo.

Marciano è stato battuto? No. È andato in pensione imbattuto. Questo significa che non esiste una formula magica. Esiste solo il lavoro sporco. Esiste la capacità di adattarsi, di soffrire, di trovare un angolo quando sembra che tutti gli angoli siano chiusi.

E quando non trovi l’angolo, quando lui ti ha alle corde e comincia a martellare, esiste solo una regola: non abbassare le mani. Non chiudere gli occhi. Continuare a menare.

Perché la boxe, alla fine, non è uno sport per puristi. È uno sport per sopravvissuti. E i sopravvissuti non hanno bisogno di essere eleganti. Hanno bisogno di essere ancora in piedi quando suona la campana.

Questa è la verità. Nuda, cruda, senza infingimenti.

Il resto è solo letteratura.



martedì 2 novembre 2010

Come combattente di MMA, cosa rispondi ai puristi/appassionati di boxe che sostengono che i combattenti di MMA non combattono come si deve?

Va bene, cancella tutto ciò che è educato. Dimentica il "rispetto reciproco tra sport" e il "sono solo discipline diverse". Qui si parla di strada, di sangue, di quello che succede quando la musica si ferma e sei solo tu contro un altro animale. Tu vuoi sapere cosa dico ai puristi della boxe, a quelli che guardano l’UFC e dicono che "non sanno menare"? Allora siediti e ascolta, perché ti rispondo senza guantoni.

Io non combatto per i punti. Non salgo sull’Ottagono per fare poesia con il jab. Non mi interessa la perfezione del gioco di gambe se il mio avversario mi carica addosso come un toro infuriato e mi schianta contro la gabbia. Voi guardate la boxe e vedete l’arte. Io guardo l’MMA e vedo la guerra. E in guerra, l’unica regola è uscirne vivo.

Dici che non so boxare? Hai ragione. Non faccio boxe. Faccio a pugni. E c’è una differenza abissale, che voi non capirete mai finché non sarete lì, con la schiena sulla pedana e un wrestler da 100 kg che vi siede in petto e vi trasforma la faccia in una bistecca. La boxe è uno sport bellissimo, elegante, nobile. Ma è uno sport. L’MMA è una rissa legalizzata, un’esplosione di ferocia contenuta in dieci minuti. E quando la rissa inizia, la tua splendida guardia e il tuo gioco di gambe da manuale non valgono un cazzo se io ti afferro il collo e ti sbatto sul cemento.

Voi parlate di posizione dei piedi, di allineamento delle anche, di distanza perfetta. Ma nel mio mondo, la distanza la decido io. E la mia distanza preferita è quella in cui ti annuso il fiato, ti sporgo il fiato in faccia mentre ti spingo contro la gabbia e ti piego la schiena all’indietro. Il clinch per voi è un fallo, un interruzione del flusso. Per me è il punto di partenza. È lì che si decidono gli incontri. È lì che si spezza la volontà.

Vedete, voi puristi avete un problema di base: pensate che la boxe sia la madre di tutti gli sport da combattimento, la base da cui tutto discende. E forse è vero, in termini storici. Ma l’MMA non è un figlio della boxe. È un figlio bastardo della lotta, del jiu-jitsu, della strada. È nato nei garage del Brasile e nelle palestre maledette d’America, dove si entrava per menare e si usciva per non morire. Non c’era spazio per la perfezione tecnica, lì. C’era spazio per la sopravvivenza.

E la sopravvivenza detta le sue regole. Se io so che tu sei un pugile fenomenale, perché diavolo dovrei starti davanti e giocare al tuo gioco? Sarei un idiota. Un suicida. No, io ti porto dove l’aria è più densa, dove i tuoi strumenti diventano inutili. Ti porto a terra. E lì, sul pavimento, la tua nobile arte diventa solo un impiccio. Perché a terra non si mena come in piedi. A terra si usa il peso, la leva, la disperazione. Si mena da posizioni impossibili, con angoli che un pugile nemmeno si sogna. I pugni a martello, le gomitate da monta, i colpi laterali mentre si cerca di passare la guardia. Non è boxe, è macelleria. Ma è una macelleria onesta, senza infingimenti.

E poi parliamo della difesa. Voi avete la guardia alta, il gomito chiuso, il movimento perpetuo. Bella roba. Peccato che nel mio sport, mentre tu ti preoccupi del mio destro, io ti ho già afferrato una gamba. La tua splendida posizione viene sconvolta dalla necessità di abbassare il baricentro, di allargare la base, di prepararti a difendere il takedown. Come fai a boxare con la paura di finire sotto? Non puoi. E allora sacrifichi la potenza, sacrifichi la precisione, sacrifichi tutto pur di restare in piedi. E quel sacrificio si vede. Si vede nei pugni larghi, nelle aperture enormi, nella tecnica che si sgrega sotto la pressione.

Prendiamo come esempio Brock Lesnar. Un gorilla. Brock non sapeva boxare. Non gli serviva. Lui veniva, ti prendeva, ti buttava giù e ti martellava la testa fino a farti perdere i sensi. Era brutale, era inelegante, era efficace. Questo è il punto che voi non afferrate: l’efficacia. Noi non cerchiamo la bellezza del gesto, cerchiamo la fine dell’incontro. Cerchiamo la sottomissione o il KO. E il KO può arrivare da un pugno sporco, sbilenco, tirato con la disperazione di chi sta perdendo la posizione, e può avere la stessa identica forza distruttiva di un gancio perfetto.

E poi, diciamolo chiaro: quanto è noiosa la boxe quando due fenomeni si studiano per dodici riprese? Quanto è arte e quanto è paura? Nell’MMA non ci si può nascondere. Non puoi ballare per tutta la notte. Prima o poi devi incassare, devi andare nel fuoco. Devi lottare. E lottare, per un pugile puro, è quasi un’offesa. È come chiedere a un ballerino di fare il buttafuori.

Non sto dicendo che la boxe sia inferiore. Dico che è diversa. Ma quando un pugile guarda me e dice che "non combatto come si deve", si mette in una posizione di superiorità che è solo ignoranza. Perché "come si deve" in quale contesto? Nel contesto delle regole della boxe? Certo, lì perdo. Ma qui non siamo in quel contesto. Siamo nell’Ottagono. E nell’Ottagono, le mie mani fanno male esattamente come le tue. Solo che io, oltre alle mani, ho anche il resto del corpo.

Io posso colpirti con la testa, con i gomiti, con le ginocchia, con gli stinchi. Posso strangolarti, posso spezzarti un braccio, posso tenerti fermo e martellarti finché l’arbitro non ci separa. Tu no. Tu hai solo i pugni. È come se un violinista dicesse a un chitarrista che non sa suonare perché non usa l’archetto. Strumenti diversi, spartiti diversi, orchestre diverse.

Quindi sì, sono d’accordo. I combattenti di MMA non sanno boxare. Non ci serve saper boxare. Ci serve saper colpire. E c’è una differenza. Il pugile colpisce. Il lottatore di MMA ferisce. Colpire è uno scambio, un punteggio, un gioco. Ferire è un’intenzione, una necessità, un istinto. Io non salgo per fare punti. Salgo per toglierti la voglia di combattere. Salgo per piegarti, per spegnerti, per sentirti cedere sotto il mio peso.

E quando sei lì, sotto di me, con la faccia insanguinata e le braccia che non rispondono più, capisci. Capisci che la strada non ha tecnica. Ha solo una direzione: avanti. E non importa come ci arrivi. Importa che arrivi prima tu.

Questa è la risposta. Senza infingimenti. La prossima volta che un purista ti parla di guardia e jab, chiedigli se ha mai sentito il peso di un uomo che ti schiaccia il petto e ti cerca la gola. Se non l’ha sentito, che taccia. Noi non siamo qui per piacergli. Siamo qui per vincere. E se per vincere devo sembrare un gorilla, allora che gorilla sia. Almeno il gorilla, nella giungla, non chiede scusa a nessuno.


lunedì 1 novembre 2010

Sangue, Asfalto e Danza: La Verità Brutale sul Kata in Strada


Dimentica le luci soffuse del dojo. Dimentica l’odore di incenso, il silenzio sacro e il rispetto cerimoniale. Se sei qui per sentirti dire che una danza coreografata ti salverà il culo quando un tizio di cento chili sta cercando di staccarti la mascella con una bottiglia rotta, hai sbagliato indirizzo.

In strada non c’è l’arbitro che urla “Yame!”. Non c’è il tatami morbido ad attutire la tua caduta. C’è solo l’asfalto freddo, il puzzo di adrenalina, e la consapevolezza che, se sbagli, non torni a casa intero. Allora parliamoci chiaro: quanto è efficace il Kata in un combattimento reale?

La risposta breve? Zero. Se pensi di fare un Heian Shodan mentre un drogato ti carica, sei già morto.
La risposta vera? È la tua unica speranza, ma solo se hai il fegato di capire cosa diavolo stai facendo.

Entriamo nel fango. Il problema del Karate moderno è che è diventato una sfilata di moda per pigiami bianchi. Vedi questi tizi che tirano colpi all’aria, tesi come corde di violino, urlando come ossessi mentre eseguono movimenti che sembrano bellissimi in video, ma che non hanno alcun senso logico in una rissa.

Il Kata, per come viene insegnato nella maggior parte dei dojo commerciali oggi, è una menzogna. È ginnastica ritmica con i pugni chiusi. Se pensi che fare una "parata alta" contro un tizio che ti tira un gancio largo da bar serva a qualcosa, preparati a mangiare i tuoi denti per cena. In un combattimento reale, la coreografia vola fuori dalla finestra nel primo millesimo di secondo. La gente non attacca con un passo lungo e un pugno al plesso solare restando ferma a farsi colpire. La gente ti morde, ti tira i capelli, ti trascina a terra e ti colpisce dove fa male.

Quindi, perché perdere tempo con le "Forme"? Perché, se segui la progressione tradizionale — quella vera, sporca e faticosa — il Kata non è una danza. È un manuale di omicidio codificato. Ogni rotazione, ogni spostamento di peso, ogni pugno o calcio ha un motivo nascosto: colpire, deviare, immobilizzare, sopravvivere.

Se vuoi davvero imparare a sopravvivere, devi smetterla di avere fretta. Oggi tutti vogliono tutto subito. Entrano in palestra e vogliono fare sparring il primo giorno. Risultato? Due scimmie che si prendono a schiaffi senza coordinazione, consolidando abitudini pessime che, in strada, diventeranno la loro condanna a morte.

Kihon: Costruire le Armi

Il Kihon è la base. È qui che impari a stare in piedi senza inciampare sui tuoi stessi piedi quando la paura ti chiude i vasi sanguigni. È qui che impari che un pugno non parte dalla spalla, ma dal terreno, passa per l’anca e scarica tutta la tua rabbia attraverso le nocche.

Se non padroneggi il Kihon, sei un tizio che agita le braccia. In strada, chi agita le braccia finisce col naso piatto. Il Kihon ti insegna anche a respirare nel momento giusto, a spostare il peso quando l’avversario ti travolge e a mantenere il centro di gravità anche quando qualcuno ti spinge contro un muro o ti graffia la faccia. Senza questo, ogni Kata, ogni sparring, è inutile.

Kata: Il Magazzino delle Cattiverie

Qui è dove la maggior parte della gente si perde. Il Kata è la libreria. È una sequenza di tecniche che nascondono Bunkai (applicazioni reali) che i maestri moderni hanno paura di insegnare.

Quei movimenti lenti e fluidi? Non sono parate. Sono rotture di braccia. Sono dita negli occhi. Sono proiezioni brutali dove la testa dell’avversario incontra l’asfalto. Se li impari davvero, il Kata diventa la tua memoria muscolare, il tuo manuale interno di sopravvivenza.

Il Kata ti insegna a muovere il corpo come un’unica unità, a mantenere equilibrio mentre ruoti, a distribuire la forza in modo efficiente. Ma attenzione: un vero combattimento non è il luogo adatto per eseguire il Kata. Non farai mai il Kanku Dai per intero contro qualcuno con un coltello in mano. Ma se hai macinato quel Kata diecimila volte, il tuo corpo saprà generare potenza da angoli impossibili, schivare colpi e colpire dove fa male, senza pensarci.

Kumite: Il Test del Fuoco

Poi arriva il Kumite. E qui la faccenda si sporca.

  • Kihon Kumite: È la disciplina. Impari a non chiudere gli occhi quando un pugno ti sfiora il naso. Impari la distanza, il timing, la sensazione del contatto.

  • Jiyu Ippon Kumite: Qui iniziamo a parlare di sopravvivenza. L’avversario attacca senza preavviso. Devi leggere la sua intenzione, il respiro, il micro-movimento della spalla. Se non hai la tecnica corretta (quella limata nel Kata), reagirai d’istinto come un bambino spaventato.

  • Jiyu Kumite (Combattimento Libero): Simulazione controllata del caos. Qui impari a trasformare la precisione del Kata in azione reale, veloce e letale.

Il Kumite è il ponte tra l’arte e la realtà. È qui che capisci se ogni ripetizione, ogni caduta, ogni dolore sopportato nel Kata ti ha veramente reso un combattente.

In strada, la tecnica "perfetta" del dojo muore. Diventa brutale, corta, essenziale. Se il tuo Karate non si trasforma in qualcosa di simile a una rissa da porto ma con la precisione di un chirurgo, stai solo giocando.

L’efficacia del Kata nel combattimento reale non sta nella forma estetica, ma nella memoria muscolare. Quando l’adrenalina ti inonda il cervello e il tuo quoziente intellettivo scende a quello di un crostaceo, non puoi "pensare". Puoi solo "fare". Se il tuo allenamento è stato superficiale, se hai saltato i passaggi perché volevi fare il figo e combattere subito, il tuo corpo tornerà alle "risse delle elementari". E in strada, le risse delle elementari ti fanno finire all’ospedale.

Il Kata ti dà la struttura. Ti dà la capacità di colpire duro senza romperti la mano. Ti dà la capacità di assorbire un colpo e restare in piedi. Ti insegna a usare ogni centimetro del corpo, a muovere gli avambracci come leve, a proteggere testa e organi vitali senza pensarci, perché la preparazione è diventata automatica.

Un giovane praticante può fare dieci sparring alla settimana e sentirsi invincibile. Non è così. La strada non perdona l’inesperienza. Ho visto ragazzi uscire da dojo moderni, pieni di energie e atteggiamenti da samurai, e finire con il naso rotto, il mento spaccato e l’orgoglio distrutto perché non avevano mai fatto un Kata come si deve, non avevano mai passato ore a perfezionare il Kihon, a sentire il proprio corpo farsi strumento di sopravvivenza.

Le vere cicatrici non vengono dai colpi subiti in allenamento, ma dalle lezioni che la vita ti infligge quando sei impreparato. Il Kata, il Kihon, il Kumite strutturato sono il tuo vaccino contro la brutalità del mondo reale. Ogni movimento codificato, ogni colpo studiato, è un microcontratto con la tua sopravvivenza.

Molti dojo moderni commettono un crimine: lasciano che i novizi combattano subito. È divertente? Certo. Ti fa sentire un guerriero? Sicuro. Ma è una trappola.

Senza la struttura del Kata e del Kihon, stai solo imparando a essere un pessimo combattente. Stai rafforzando difetti che un predatore esperto userà per demolirti. Se non sai come ruotare l’anca nel Kata, non lo farai magicamente mentre qualcuno ti sta strozzando.

L’eccellenza vale l’attesa. C’è un motivo per cui gli antichi maestri passavano anni su un singolo Kata prima di passare al combattimento. Non erano stupidi. Sapevano che una lama deve essere forgiata a lungo nel fuoco prima di essere usata in battaglia. Se provi a usare un pezzo di ferro grezzo, si spezzerà al primo impatto.

Il Kata non è solo tecnica, è filosofia. È imparare a tollerare il dolore, a conoscere la fatica, a spingere il corpo oltre ciò che la mente crede possibile. Ogni volta che cadi, ogni volta che sbagli, ogni volta che il muscolo brucia, stai costruendo resistenza, precisione e istinto.

Un vero combattente non esegue un Kata. Un vero combattente diventa il Kata. La tecnica, l’equilibrio, la forza, la memoria muscolare diventano una cosa sola con la mente. Non c’è più separazione tra pensiero e azione. Quel pugno, quella parata, quella proiezione che sembravano astratte nel dojo diventano strumenti di sopravvivenza nel mondo reale.

Quindi, il Kata funziona in strada?

Se lo intendi come "fare la formina", la risposta è un no categorico e violento.
Se invece lo intendi come l’architettura invisibile che sostiene ogni tuo movimento, ogni tua parata istintiva e ogni colpo devastante, allora è l’unica cosa che conta.

Non avere fretta di finire nel fango. Padroneggia le tue basi, distruggi i tuoi muscoli con la ripetizione ossessiva delle forme, e solo quando sarai una macchina precisa e letale, porta quella maestria nel caos del Kumite. Solo allora sarai pronto per la strada.

Perché là fuori non conta quanto sei bello. Conta solo chi resta in piedi quando il fumo si dirada. Conta chi può usare ogni microsecondo a proprio vantaggio, chi sa trasformare il dolore in potenza, la paura in velocità. Conta chi ha passato ore, giorni, anni a diventare il Kata stesso, fino a renderlo naturale come respirare.

E ricorda: il sangue sporcherà il tuo asfalto, le tue mani saranno segnate dai colpi, i tuoi muscoli urlano per la fatica. Ma ogni cicatrice, ogni dolore, ogni caduta, sarà un segno che hai trasformato la danza in sopravvivenza, la coreografia in letalità.

Il Kata non è il tuo passatempo. È la tua arma. E in strada, l’unica cosa che conta è sopravvivere.