Va bene, cancella tutto ciò che è educato. Dimentica il "rispetto reciproco tra sport" e il "sono solo discipline diverse". Qui si parla di strada, di sangue, di quello che succede quando la musica si ferma e sei solo tu contro un altro animale. Tu vuoi sapere cosa dico ai puristi della boxe, a quelli che guardano l’UFC e dicono che "non sanno menare"? Allora siediti e ascolta, perché ti rispondo senza guantoni.
Io non combatto per i punti. Non salgo sull’Ottagono per fare poesia con il jab. Non mi interessa la perfezione del gioco di gambe se il mio avversario mi carica addosso come un toro infuriato e mi schianta contro la gabbia. Voi guardate la boxe e vedete l’arte. Io guardo l’MMA e vedo la guerra. E in guerra, l’unica regola è uscirne vivo.
Dici che non so boxare? Hai ragione. Non faccio boxe. Faccio a pugni. E c’è una differenza abissale, che voi non capirete mai finché non sarete lì, con la schiena sulla pedana e un wrestler da 100 kg che vi siede in petto e vi trasforma la faccia in una bistecca. La boxe è uno sport bellissimo, elegante, nobile. Ma è uno sport. L’MMA è una rissa legalizzata, un’esplosione di ferocia contenuta in dieci minuti. E quando la rissa inizia, la tua splendida guardia e il tuo gioco di gambe da manuale non valgono un cazzo se io ti afferro il collo e ti sbatto sul cemento.
Voi parlate di posizione dei piedi, di allineamento delle anche, di distanza perfetta. Ma nel mio mondo, la distanza la decido io. E la mia distanza preferita è quella in cui ti annuso il fiato, ti sporgo il fiato in faccia mentre ti spingo contro la gabbia e ti piego la schiena all’indietro. Il clinch per voi è un fallo, un interruzione del flusso. Per me è il punto di partenza. È lì che si decidono gli incontri. È lì che si spezza la volontà.
Vedete, voi puristi avete un problema di base: pensate che la boxe sia la madre di tutti gli sport da combattimento, la base da cui tutto discende. E forse è vero, in termini storici. Ma l’MMA non è un figlio della boxe. È un figlio bastardo della lotta, del jiu-jitsu, della strada. È nato nei garage del Brasile e nelle palestre maledette d’America, dove si entrava per menare e si usciva per non morire. Non c’era spazio per la perfezione tecnica, lì. C’era spazio per la sopravvivenza.
E la sopravvivenza detta le sue regole. Se io so che tu sei un pugile fenomenale, perché diavolo dovrei starti davanti e giocare al tuo gioco? Sarei un idiota. Un suicida. No, io ti porto dove l’aria è più densa, dove i tuoi strumenti diventano inutili. Ti porto a terra. E lì, sul pavimento, la tua nobile arte diventa solo un impiccio. Perché a terra non si mena come in piedi. A terra si usa il peso, la leva, la disperazione. Si mena da posizioni impossibili, con angoli che un pugile nemmeno si sogna. I pugni a martello, le gomitate da monta, i colpi laterali mentre si cerca di passare la guardia. Non è boxe, è macelleria. Ma è una macelleria onesta, senza infingimenti.
E poi parliamo della difesa. Voi avete la guardia alta, il gomito chiuso, il movimento perpetuo. Bella roba. Peccato che nel mio sport, mentre tu ti preoccupi del mio destro, io ti ho già afferrato una gamba. La tua splendida posizione viene sconvolta dalla necessità di abbassare il baricentro, di allargare la base, di prepararti a difendere il takedown. Come fai a boxare con la paura di finire sotto? Non puoi. E allora sacrifichi la potenza, sacrifichi la precisione, sacrifichi tutto pur di restare in piedi. E quel sacrificio si vede. Si vede nei pugni larghi, nelle aperture enormi, nella tecnica che si sgrega sotto la pressione.
Prendiamo come esempio Brock Lesnar. Un gorilla. Brock non sapeva boxare. Non gli serviva. Lui veniva, ti prendeva, ti buttava giù e ti martellava la testa fino a farti perdere i sensi. Era brutale, era inelegante, era efficace. Questo è il punto che voi non afferrate: l’efficacia. Noi non cerchiamo la bellezza del gesto, cerchiamo la fine dell’incontro. Cerchiamo la sottomissione o il KO. E il KO può arrivare da un pugno sporco, sbilenco, tirato con la disperazione di chi sta perdendo la posizione, e può avere la stessa identica forza distruttiva di un gancio perfetto.
E poi, diciamolo chiaro: quanto è noiosa la boxe quando due fenomeni si studiano per dodici riprese? Quanto è arte e quanto è paura? Nell’MMA non ci si può nascondere. Non puoi ballare per tutta la notte. Prima o poi devi incassare, devi andare nel fuoco. Devi lottare. E lottare, per un pugile puro, è quasi un’offesa. È come chiedere a un ballerino di fare il buttafuori.
Non sto dicendo che la boxe sia inferiore. Dico che è diversa. Ma quando un pugile guarda me e dice che "non combatto come si deve", si mette in una posizione di superiorità che è solo ignoranza. Perché "come si deve" in quale contesto? Nel contesto delle regole della boxe? Certo, lì perdo. Ma qui non siamo in quel contesto. Siamo nell’Ottagono. E nell’Ottagono, le mie mani fanno male esattamente come le tue. Solo che io, oltre alle mani, ho anche il resto del corpo.
Io posso colpirti con la testa, con i gomiti, con le ginocchia, con gli stinchi. Posso strangolarti, posso spezzarti un braccio, posso tenerti fermo e martellarti finché l’arbitro non ci separa. Tu no. Tu hai solo i pugni. È come se un violinista dicesse a un chitarrista che non sa suonare perché non usa l’archetto. Strumenti diversi, spartiti diversi, orchestre diverse.
Quindi sì, sono d’accordo. I combattenti di MMA non sanno boxare. Non ci serve saper boxare. Ci serve saper colpire. E c’è una differenza. Il pugile colpisce. Il lottatore di MMA ferisce. Colpire è uno scambio, un punteggio, un gioco. Ferire è un’intenzione, una necessità, un istinto. Io non salgo per fare punti. Salgo per toglierti la voglia di combattere. Salgo per piegarti, per spegnerti, per sentirti cedere sotto il mio peso.
E quando sei lì, sotto di me, con la faccia insanguinata e le braccia che non rispondono più, capisci. Capisci che la strada non ha tecnica. Ha solo una direzione: avanti. E non importa come ci arrivi. Importa che arrivi prima tu.
Questa è la risposta. Senza infingimenti. La prossima volta che un purista ti parla di guardia e jab, chiedigli se ha mai sentito il peso di un uomo che ti schiaccia il petto e ti cerca la gola. Se non l’ha sentito, che taccia. Noi non siamo qui per piacergli. Siamo qui per vincere. E se per vincere devo sembrare un gorilla, allora che gorilla sia. Almeno il gorilla, nella giungla, non chiede scusa a nessuno.
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