Cos’è quella polvere? E perché viene lanciata con tanta solennità?
La risposta – sorprendentemente semplice e profondamente complessa al tempo stesso – è una sola: è sale.
Non il sale qualsiasi che si trova sulle nostre tavole, ma un sale purificato, spesso di tipo marino e dalla grana grossa, conservato in contenitori di legno di cedro. E il motivo per cui viene lanciato non è affatto casuale: affonda le sue radici in credenze antiche di mille e cinquecento anni fa, in un’epoca in cui il sumo non era ancora uno sport, ma un ponte tra il mondo degli uomini e quello degli dèi.
Per comprendere il gesto del lancio del sale, bisogna dimenticare per un attimo l’idea moderna di “competizione atletica”. Il sumo, nella sua forma originaria, non era un gioco né un semplice combattimento. Era un rito – qualcosa di molto più serio e sacro.
Le prime tracce del sumo risalgono al periodo Kofun (250-538 d.C.), ma è durante il periodo Nara (710-794) che il sumo diventa parte integrante dei rituali della corte imperiale. Esistono antiche cronache giapponesi, come il Kojiki (Raccolta di Antichi Eventi) e il Nihon Shoki (Annali del Giappone), che narrano di combattimenti leggendari tra dèi stessi (kaminari). Secondo il mito, fu proprio il combattimento di sumo tra il dio Takeminakata e il dio Takemikazuchi a decidere chi avrebbe governato la terra del Giappone.
Da queste origini mitologiche nasce l’idea centrale: il sumo è un’offerta, una danza guerriera capace di compiacere le divinità dello Shintoismo (kami). Durante i festival del raccolto o in occasione di epidemie, siccità o altre calamità, si organizzavano incontri di sumo per intrattenere gli dèi e chiedere il loro favore. Un buon combattimento, combattuto con onore e purezza, era un modo per assicurarsi buoni raccolti, salute e protezione.
L’anello stesso del sumo, il dohyō, non è un semplice quadrato di argilla. È un altare shintoista. È costruito con terra sacra, viene benedetto da un sacerdote, e sopra di esso pende un tetto che ricorda quello di un santuario. Quattro nappe colorate agli angoli rappresentano le quattro stagioni e i quattro punti cardinali. Entrare in quel cerchio significa entrare in uno spazio che non è più profano: è il regno degli dèi.
E qui entra in gioco il sale. Perché proprio il sale?
Nello Shintoismo, la religione nativa del Giappone, la purezza rituale è tutto. Qualsiasi impurità – kegare – contaminava l’uomo, il santuario, il cibo. Prima di avvicinarsi a un dio, era necessario purificarsi. L’acqua era il primo elemento purificatore (basti pensare al rituale del temizu, il lavaggio di mani e bocca all’ingresso di un santuario), ma il sale occupava un posto altrettanto speciale.
Il sale è sempre stato un bene prezioso in Giappone, un paese circondato dal mare ma con poca produzione interna. La sua capacità di preservare il cibo dal marciume, di disinfettare le ferite e di dare sapore lo rendeva magico agli occhi degli antichi. Si credeva che il sale avesse poteri divini, in particolare quello di prevenire la decomposizione – non solo della carne, ma anche dello spirito.
Nello Shintoismo, il sale viene usato in numerose cerimonie di purificazione chiamate shubatsu o kessai. Un sacerdote agita un bastone sacro (gohei) sopra una scodella di sale e poi lo sparge sui fedeli o sugli oggetti da purificare. Il sale scaccia le energie negative, allontana gli spiriti maligni e ripristina l’armonia originale, incontaminata, della creazione.
Per questo motivo, ancora oggi, i ristoranti giapponesi mettono piccoli mucchietti di sale all’ingresso (il morigio). Per questo motivo, dopo un funerale, si getta sale sulla propria persona prima di rientrare in casa. Il sale è il guardiano della soglia tra il puro e l’impuro, tra il sacro e il profano.
Quando il lottatore di sumo – chiamato rikishi – sale sul dohyō, non è un semplice atleta. È un uomo che si prepara a entrare in uno spazio divino per combattere una battaglia sacra. Ma prima di iniziare, lo spazio deve essere reso puro. Deve essere ripulito da qualsiasi influenza maligna, da qualsiasi spirito vagante che potrebbe alterare l’esito dello scontro.
Il lancio del sale, quindi, ha una funzione precisa: purificare l’anello.
Il lottatore raccoglie il sale dal piccolo secchio posto accanto al dohyō, lancia le braccia in alto e sparge la polvere bianca a destra, a sinistra e al centro. Ogni gesto è calibrato. Più sale viene lanciato, più l’atleta dimostra energia, determinazione e consapevolezza della sacralità del momento. Non c’è rabbia nel gesto: c’è riverenza.
Inoltre, in una lettura più simbolica, il sale rappresenta anche il prezzo della battaglia. Nelle culture antiche di tutto il mondo, il sale era una merce di scambio e di pagamento (da qui la parola “salario”, dal latino salarium, la razione di sale data ai soldati romani). Lanciare sale significa “offrire qualcosa di prezioso” agli dèi, un sacrificio simbolico per ottenere la loro attenzione e il loro favore durante l’incontro.
Tecnicamente, il sale lanciato in aria ricade sul bordo dell’anello e in piccola parte sulla superficie d’argilla. A fine torneo, quella stessa argilla – mescolata al sale – verrà rimossa e sostituita con terra nuova, completando così il ciclo di purificazione.
Per capire quanto questa dimensione sacra sia ancora viva nel sumo moderno, basta osservare un altro dettaglio che lascia spesso interdetti gli spettatori occidentali: l’arbitro, chiamato gyōji, non veste come un arbitro sportivo. Indossa un magnifico abito di corte dell’epoca Heian (794-1185), un kimono ricamato e un alto copricapo nero chiamato eboshi. Ma l’elemento più sorprendente è un piccolo pugnale o una spada corta, il tanto, infilato nella cintura.
Perché un arbitro di sport da combattimento porta un’arma?
La risposta è agghiacciante e sublime allo stesso tempo. Il gyōji è il rappresentante degli dèi sul dohyō. La sua parola è legge. Quando dichiara un vincitore e un vinto, la sua decisione è assoluta, inappellabile, come un giudizio divino. Nessuna tecnologia, nessun replay, nessuna protesta può invertire la sua sentenza. Il combattimento di sumo non ha round, non ha punti, non ha tempi supplementari: termina in un istante, e quell’istante è deciso dall’arbitro.
Tradizionalmente, se un gyōji commetteva un errore evidente – se dichiarava vincitore il lottatore che era stato chiaramente sconfitto – l’unica via d’onore era il seppuku, il suicidio rituale. La spada che l’arbitro porta alla vita non è un ornamento. È lo strumento con cui, simbolicamente e in passato anche letteralmente, è pronto a uccidersi se prende una decisione sbagliata.
Oggi, ovviamente, i gyōji non si uccidono più. Esistono sistemi di controllo e commissioni che possono rivedere le decisioni eclatanti. Ma la spada è ancora lì, e la sua presenza ricorda a tutti – lottatori, pubblico, arbitro stesso – che il sumo non è uno scherzo. È una battaglia sacra, in cui la purezza, l’onore e la verità contano più della vittoria stessa.
Quindi, quando vedete quei lottatori enormi lanciare sale nell’aria, non pensate a una semplice scaramanzia. Non è il “girare a destra” di un tennista né una “coreografia d’ingresso” di un pugile. È un gesto che ha quasi duemila anni, forse più. È il respiro di una religione che non ha mai smesso di soffiare sull’anello.
Il sale cade. Brilla per un secondo sull’argilla scura. Poi i due lottatori si accovacciano, si toccano il cuore, battono le mani per chiamare l’attenzione degli dèi, e si lanciano l’uno contro l’altro. Nel fragore dell’impatto, nel grido del gyōji, nella polvere che si alza, c’è ancora l’ombra di un antico tempio. C’è ancora la preghiera per un buon raccolto, per un anno senza malattie, per la pace della terra.
Quella polvere bianca è sale. Ma è anche memoria, fede, paura e coraggio. È ciò che separa il mondo degli uomini dal mondo degli dèi – e, per un solo istante, li fa incontrare proprio lì, al centro del cerchio.
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