Ma la risposta, probabilmente, non è un uomo.
E non è nemmeno una delle solite donne da film tipo Mulan (che è un mito) o Xena (invenzione televisiva). La risposta è una donna realmente esistita. Si chiamava Khutulun, era una principessa mongola del XIII secolo, e la sua storia è una roba da far accapponare la pelle.
Khutulun nacque intorno al 1260. Era pronipote di Gengis Khan (la pronipote, per l'esattezza), figlia di Kaidu, il potente condottiero che governava l'Asia centrale dalla Mongolia occidentale fino all'India. Era anche cugina del famoso Kublai Khan, l'imperatore che avrebbe fondato la dinastia Yuan in Cina.
Ma a differenza del cugino Kublai, che si era ammorbidito con le raffinatezze della corte cinese, Khutulun e suo padre rimasero fedeli alle antiche tradizioni mongole. Significa:
Vita nomade nelle steppe.
Addestramento militare fin da bambina.
Le tre discipline sacre dei Mongoli: equitazione, tiro con l'arco e lotta (i giochi del Naadam).
La principessa non crebbe in un harem. Crebbe con 14 fratelli, e imparò presto a difendersi e a batterli. Imparò a cavalcare come un uomo, a tirare con l'arco come un uomo, a lottare come un uomo. E, a differenza degli uomini, non perdeva mai.
Marco Polo, che la incontrò e ne scrisse nei suoi racconti, la descrisse come una guerriera superba. Le sue parole sono rimaste nella storia:
"Poteva cavalcare attraverso le file nemiche e catturare un prigioniero con la facilità con cui un falco cattura un pollo."
Tradotto dal mongolo medievale: era una macchina da guerra.
Il suo stile di combattimento non era la "boxe" o il "karate" che conosciamo oggi. Era un mix micidiale di:
Tiro con l'arco a cavallo: I Mongoli erano i migliori arcieri a cavallo della storia. Potevano galoppare, girare il busto di 180 gradi e centrare un bersaglio in movimento. Khutulun non faceva eccezione. Sua era la precisione millimetrica.
Bökh (lotta mongola): Era la sua specialità. La lotta mongola è un corpo a corpo brutale. Non ci sono categorie di peso. Non ci sono limiti di tempo. Due avversari si afferrano per le braccia o la vita e lottano finché uno non tocca terra con qualsiasi parte del corpo.
Khutulun era imbattuta. E non stiamo parlando di tornei locali. Stiamo parlando di competizioni nazionali dove sfidava i migliori lottatori dell'impero.
Combattimento sul campo di battaglia: Non era una "sportiva". Era una soldatessa. Accompagnava il padre in guerra. Si gettava nella mischia. Faceva prigionieri. Uccideva.
E qui arriva la parte più divertente (e brutale) della sua storia.
Khutulun non voleva sposarsi. O meglio, non voleva sposare uno che non fosse degno di lei. Così impose una regola che, ancora oggi, fa impallidire qualsiasi uomo:
"Chiunque voglia sposarmi deve prima sconfiggermi nella lotta e battermi nella corsa dei cavalli."
I pretendenti, ovviamente, non mancavano. Era figlia di uno degli uomini più potenti dell'Asia. Era bellissima (secondo le cronache). Era ricchissima. Ma nessuno riusciva a batterla.
Le regole dello scontro: se il pretendente perdeva, doveva consegnarle 100 cavalli. A volte, i più audaci puntavano anche 1.000 cavalli in una singola sfida.
Il risultato? Khutulun non fu mai sconfitta. Accumulò un gregge di 10.000 cavalli – una fortuna inestimabile per un popolo nomade.
La scena più celebre: un principe (di cui non conosciamo il nome) arrivò con un'aria da spaccone, puntando 1.000 cavalli. I genitori di Khutulun la supplicarono di lasciarsi battere, di fare un passo indietro per amor di pace. Lei, forse, ci provò. Ma l'adrenalina del combattimento era più forte. Lo umiliò. Lo gettò a terra davanti a tutti. E lui se ne andò in silenzio, lasciando indietro i cavalli.
Nessun uomo riusciva a domarla. E come spesso accade quando una donna è troppo potente per gli standard dell'epoca, iniziarono le voci.
I nemici politici di suo padre, che non riuscivano a batterli sul campo di battaglia, ricorsero alla calunnia. Iniziarono a dire che Khutulun aveva una relazione incestuosa con suo padre. Era l'unico modo per spiegare perché una donna così bella e ricca non si sposasse.
Kaidu, il padre, capì che quelle accuse stavano minando la sua credibilità. Così, probabilmente, chiese alla figlia di trovare un marito per far tacere le malelingue.
Khutulun scelse un uomo. Ma a differenza di tutti gli altri pretendenti, non lo sfidò. Lo scelse tra i seguaci di suo padre e lo sposò senza combattere.
Ci sono diverse ipotesi su chi fosse: forse un prigioniero di guerra di bell'aspetto, forse un soldato mandato per uccidere suo padre. Ma il punto è un altro: anche nel matrimonio, lei scelse. Lei decise la regola. E non si fece mai mettere le mani addosso da nessuno.
Kaidu considerava Khutulun la sua figlia prediletta. Non solo la più amata, ma anche la più ascoltata. La sua consigliera politica più fidata.
Prima di morire, nel 1301, Kaidu cercò di nominarla come sua successore al khanato. Voleva che una donna guidasse il popolo mongolo.
Ma i fratelli di Khutulun (e altri parenti maschi) si opposero. Non era tanto la competenza il problema – era il genere. Nella tradizione mongola, una donna non aveva mai regnato da sola.
Alla fine, fecero un compromesso: Khutulun non sarebbe diventata Khan, ma sarebbe rimasta comandante dell'esercito. Il potere militare, in mano sua.
Ma la sua fine è avvolta nel mistero. Nel 1306, a circa 45-46 anni, Khutulun morì in circostanze poco chiare. Alcune cronache parlano di morte in battaglia. Altre di assassinio per mano di un rivale.
Il corpo fu sepolto. Ma la leggenda, no.
La sua storia è talmente potente che, secoli dopo, è diventata leggenda europea.
Nel 1710, il francese François Pétis de la Croix scrisse una raccolta di fiabe orientali. In una di queste, riprese la storia di Khutulun. Ma la trasformò: invece della lotta, la principessa sottoponeva i pretendenti a tre indovinelli. E invece di perdere cavalli, chi sbagliava veniva decapitato.
Chiamò questa principessa Turandot (che in persiano significa "figlia del Turan").
E da lì, nel 1926, Giacomo Puccini compose la sua ultima opera, "Turandot", quella della principessa di ghiaccio che uccide i pretendenti. La musica è immortale. La storia è quella di Khutulun – anche se distorta e addolcita.
La domanda originale chiede: "Chi è il miglior combattente singolo nella storia dell'umanità?"
Non esiste una risposta definitiva. Ci sono troppe variabili. Culture diverse. Epoche diverse. Armi diverse.
Ma Khutulun ha un argomento fortissimo da sostenere.
Era imbattuta in una disciplina brutale come la lotta mongola.
Era una guerriera sul campo di battaglia (non una sportiva da ring).
Ha battuto tutti i suoi sfidanti – non "qualcuno", TUTTI.
Ha comandato eserciti – non solo lottato.
Ha ispirato una delle opere più famose della storia (anche se non sapeva di farlo).
Se guardiamo il curriculum puro: una donna che non ha mai perso, che ha combattuto in guerre reali, che ha posseduto 10.000 cavalli vinti con la forza delle sue braccia... beh, mettetela sul ring con chiunque. Con Ali. Con Tyson. Con Bruce Lee. Con Miyamoto Musashi. Non possiamo sapere chi vincerebbe. Ma sappiamo per certo che lei non ha mai perso contro nessuno.
E i fantomatici "grandi combattenti" maschili? Quasi tutti hanno una sconfitta sul loro curriculum. Ali ha perso. Tyson ha perso. Musashi ha perso? Dicono di no, ma i duelli di Musashi erano spesso contro spade di legno in contesti controllati. Khutulun lottava a mani nude, senza protezioni, contro avversari che volevano davvero batterla.
Allora, chi è il miglior combattente singolo della storia?
Non lo sapremo mai con certezza. Non c'è un torneo interdimensione dove far combattere Leonida contro Khutulun.
Ma la persona che ha il record più impressionante di imbattibilità in combattimento reale, contro avversari scelti e motivati? Quella è Khutulun.
La principessa mongola che metteva al tappeto ogni uomo che osava sfidarla. La guerriera che cavalcava tra le lance nemiche come un falco tra i polli. La donna che vinse 10.000 cavalli con la sola forza delle sue braccia.
E soprattutto, l'unica che, pur di non essere calunniata, scelse un marito... e lo prese senza nemmeno degnarsi di lottare con lui.
Perché tanto, lo sapeva già: non c'era uomo alla sua altezza.
Questa è la vera regina del combattimento. Il resto sono chiacchiere da uomini che non hanno mai osato sfidarla.
Se la cercate, è laggiù, nella steppa. Con i suoi cavalli. Il suo arco. E un sorriso che mette paura. Ancora oggi.
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