Poi guardi un match di judo. I due atleti si affrontano in piedi. Si prendono. Si spingono. Si tirano. Si slegano le mani. Si riprendono. Sembra una danza lenta, quasi noiosa, piena di pause e "schiaffi" sulle mani.
Il commentatore medio dice: "Il judo è più lento del wrestling". E lo dice come se fosse un dato di fatto.
Ma è vero? O è solo una percezione superficiale?
La risposta è sporca e affascinante: il judo non è lento. È un altro tipo di velocità. Una velocità repressa. Una velocità che deve guadagnarsi il diritto di esistere.
E la differenza, il vero colpevole di questa percezione, è un pezzo di tessuto di cotone. Il judogi.
Nel wrestling, non ci sono vestiti. I lottatori indossano body attillati, a volte nemmeno quelli. Le prese sono sul corpo nudo: collo, polsi, braccia, gambe, vita. Non c’è tessuto da afferrare.
Nel judo, invece, c’è il judogi. Una giacca pesante, spessa, rinforzata. Maniche larghe. Colletto robusto.
Il judogi è un’arma a doppio taglio. Ti permette di controllare l’avversario con una presa che non esiste nel wrestling. Ma ti rende anche vulnerabile alla stessa presa.
Conseguenza: non puoi attaccare senza prima avere il controllo della presa.
Un lottatore può esplodere da due metri di distanza, afferrare una gamba, e proiettare. Un judoka che prova a fare lo stesso, senza aver prima neutralizzato le mani dell’avversario, è come un soldato che carica senza protezione. L’avversario lo afferra, lo blocca, lo ribalta. E il judoka vola, ma non nella direzione che voleva.
Quindi, il judoka deve guadagnarsi il diritto di attaccare. E lo guadagna lottando per le prese.
Questa lotta per la presa si chiama kumikata. Ed è la parte che il pubblico non vede. O vede, ma non capisce.
A uno spettatore distratto, il kumikata sembra una serie di spinte, strattoni e schiaffi sulle mani. Noioso. Ripetitivo.
In realtà, è una partita a scacchi ad alto rischio.
Ogni judoka cerca di ottenere la presa che gli serve. E di negare all’avversario la presa che vuole.
La presa sul colletto (con la mano dominante) permette di controllare la postura e di tirare l’avversario fuori equilibrio.
La presa sulla manica (con l’altra mano) permette di bloccare il braccio dell’avversario e di guidare la proiezione.
La presa incrociata (mano destra sul colletto sinistro dell’avversario) è più potente, ma lascia scoperto un fianco.
Se un judoka permette all’avversario di assicurarsi la presa dominante, è già a metà strada verso la sconfitta. Non può più attaccare. Può solo difendere. E la difesa, nel judo, è molto più difficile dell’attacco.
Quindi, i primi minuti di un match di judo sono una guerra di nervi. I due atleti si tastano, si misurano, cercano il varco. Sembra lento. Ma ogni movimento è carico di significato tattico.
Se hai un buon kumikata, puoi:
Bloccare l’avversario.
Sbilanciarlo.
Forzarlo in una posizione scomoda.
Nascondere le tue intenzioni.
Se hai un kumikata scarso, sei un agnello che aspetta il macello.
Questa lentezza non è difetto. È necessità.
E qui arriva il paradosso.
Il judo non è meno esplosivo del wrestling. È che la sua esplosività è compressa in un lasso di tempo molto più breve.
Nel wrestling, l’esplosione è all’inizio dell’azione. Il lottatore esplode da lontano, entra, proietta.
Nel judo, l’esplosione è alla fine del kumikata. I due atleti lottano per la presa. Lottano per lo squilibrio. Lottano per il momento. Sembra che non stia succedendo nulla. E poi, in una frazione di secondo, tutto accade.
La presa è stata
assicurata.
Lo squilibrio è stato creato.
Il corpo
dell’avversario è in traiettoria.
Il judoka esplode.
Il corpo vola. Il tatami trema. Ippon.
In un attimo. In un battito di ciglia.
Questa è l’esplosività del judo. Non è assente. È repressa. È come una molla che viene compressa lentamente, sempre di più, fino al punto di rottura. E quando si rompe, l’energia liberata è immensa.
Il wrestling ha esplosioni multiple, più frequenti, più visibili. Il judo ha esplosioni più rare, ma spesso più spettacolari. Perché l’ippon (la proiezione perfetta) è una delle sensazioni più belle dello sport.
C’è un altro fattore che contribuisce alla percezione della “lentezza”: il rischio.
Nel wrestling, se sbagli una proiezione, l’avversario può guadagnare una posizione di controllo. Ma non è la fine del mondo. Puoi recuperare. Puoi lottare a terra. Puoi riprovare.
Nel judo, se sbagli una proiezione, il rischio è molto più alto. Perché? Perché l’avversario ha il judogi.
Se un judoka attacca senza una presa solida, l’avversario lo afferra. Lo blocca. Lo contrattacca con una proiezione che sfrutta lo slancio dell’attaccante. E in un secondo, il match è finito.
Non c’è recupero. Non c’è seconda possibilità. L’ippon è immediato.
Questa asimmetria nel rischio costringe i judoka a essere molto più selettivi. Non possono attaccare a casaccio. Non possono "provare" una proiezione e vedere come va. Devono essere certi, o almeno molto fiduciosi, che l’attacco andrà a segno.
Quindi, i judoka passano più tempo a preparare l’attacco. E meno tempo ad attaccare.
Da fuori, sembra lentezza. Da dentro, è intelligenza tattica.
C’è anche una differenza filosofica tra i due sport.
Il wrestling, specialmente quello americano (folkstyle), premia l’attività. Più azioni fai, più punti fai. Più sei esplosivo, più vinci.
Il judo, specialmente quello olimpico, premia l’efficienza. L’ippon è una sola azione. Ma quell’azione deve essere perfetta. Non contano le “quasi proiezioni”. Non contano i tentativi falliti. Conta solo l’attacco pulito, deciso, finale.
Questa differenza culturale si riflette nel ritmo.
Il wrestling è rock and roll. Il judo è musica classica.
Il wrestling è una sequenza di assoli di chitarra. Il judo è una sinfonia che aspetta il crescendo.
Non è che uno sia “meglio” dell’altro. Sono diversi. E la diversità va rispettata.
Alla fine, dobbiamo ammettere una cosa: il wrestling sembra più veloce del judo. Ed è vero, in apparenza.
Ma la velocità che vedi nel wrestling è una velocità orizzontale. I lottatori si muovono molto, cambiano direzione, esplodono da fermi.
La velocità del judo, invece, è verticale. I judoka si muovono meno, ma quando si muovono, lo fanno con una potenza che manda l’avversario a terra in una frazione di secondo.
È come paragonare uno sprinter (wrestling) a un sollevatore di pesi (judo). Lo sprinter è più veloce in termini di metri al secondo. Ma il sollevatore di pesi, nel momento dello strappo, ha un’accelerazione impressionante.
Non sono la stessa cosa. E va bene così.
Se sei un artista marziale, non devi scegliere. Devi capire entrambi.
Dal wrestling impari l’esplosività, la capacità di chiudere la distanza, l’aggressività.
Dal judo impari la pazienza, il controllo delle prese, l’importanza dello squilibrio, la capacità di attendere il momento giusto.
Un combattente completo ha bisogno di entrambe.
L’esplosività del wrestling per attaccare.
La pazienza del judo per non attaccare a casaccio.
La capacità di entrare da lontano (wrestling).
La capacità di controllare le mani prima di entrare (judo).
Le MMA moderne lo hanno capito. I migliori lottatori di MMA hanno studiato entrambi.
Khabib Nurmagomedov aveva radici di wrestling e judo. La sua capacità di pressare contro la gabbia (wrestling) e di usare le prese per sbilanciare (judo) lo rendevano inarrestabile.
Non c’è contraddizione. C’è complementarietà.
Allora, perché il judo sembra più lento?
Perché il judo ha una fase preparatoria che il wrestling non ha. Il kumikata. La lotta per la presa. La partita a scacchi nascosta.
Questa fase è meno spettacolare, meno esplosiva, meno “immediata”. Ma è fondamentale. Senza di essa, il judo non esisterebbe.
Il wrestling, invece, può saltare questa fase. Può attaccare da lontano, senza bisogno di stabilire un contatto preliminare.
Questo non rende il wrestling “migliore”. Lo rende diverso.
Se vuoi vedere
esplosività continua, guarda il wrestling.
Se vuoi vedere
esplosività concentrata, guarda il judo.
Se vuoi capire il
combattimento, studiali entrambi.
E la prossima volta che qualcuno dice “il judo è lento”, sorridi. E spiega loro il kumikata.
Forse non capiranno. Ma almeno avrai provato a illuminare le tenebre dell’ignoranza.
Perché il judo non è lento. È paziente. E la pazienza, nel combattimento, non è debolezza.
È la madre delle vittorie.
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