Seduti. In silenzio. Oggi si parla di qualcosa che puzza di marcio nel mondo delle arti marziali.
Avete presente quei tizi con la tunica bianca, la barba curata, lo sguardo penetrante, che si fanno chiamare "Gran Maestro"? Quelli che rilasciano interviste parlando di "energia interiore" e "antiche tradizioni millenarie"? Quelli che hanno una cintura di colore impossibile, tipo nera con strisce rosse e dragoni ricamati?
Bene. È ora di sfondare il muro di cazzate.
Perché la verità, nuda e brutale, è questa: il titolo di "Maestro" nelle arti marziali cinesi è un'invenzione commerciale, una traduzione di merda importata dall'Occidente negli anni '70, figlia di una serie TV e del marketing senza vergogna.
E "Gran Maestro"? Quello non è mai esistito. Nemmeno nella fantasia di un monaco shaolin ubriaco.
Partiamo dalle radici. Nella lingua cinese antica, in quella vera, quella dei manuali di combattimento e delle storie tramandate col sangue, non esisteva un termine specifico per indicare il "maestro di arti marziali".
C'era shifu (師父), che significa letteralmente "padre-insegnante". Un termine di rispetto, certo. Ma anche di relazione. Il shifu è quello che ti prende per mano, che ti insegna, che ti dà da mangiare quando non hai niente. È un legame personale, non un titolo da esibire.
Poi c'è laoshi (老師), "vecchio insegnante". Usato a scuola, all'università, per chi ti trasmette conoscenza. Niente di sacro, niente di mistico. Solo rispetto per chi sa più di te.
E poi c'è dashi (大師). E qui casca l'asino.
Dashi significa "grande maestro". Ma per secoli, per millenni, è stato usato per i monaci buddisti. Per i venerabili, per quelli che hanno raggiunto l'illuminazione spirituale. Mai, dico MAI, per uno che tira pugni e calci.
Nessun combattente, nessun guerriero, nessun istruttore di kung fu nella Cina pre-moderna si sarebbe sognato di chiamarsi dashi. Sarebbe stato come un pugile di periferia che si fa chiamare "Sua Santità". Ridicolo. Blasfemo.
C'è un documento. Una notizia. Un giornale di Hong Kong del 1953.
Racconta di un incontro leggendario: Wu Gongyi, maestro di Tai Chi, contro Chen Kefu, maestro di Gru Bianca Tibetana. Roba seria. Sangue, sudore, tecnica pura. Un evento che scosse il mondo delle arti marziali cinesi.
Ora, vai a leggere quell'articolo. Cerca la parola "dashi". Cerca "grande maestro". Cerca anche solo "maestro" in senso onorifico.
Non c'è. Zero. Niente.
I giornalisti dell'epoca, cinesi veri, che scrivevano per cinesi veri, non usavano quei termini. Perché non esistevano. Perché un combattente era un combattente. Un istruttore era un istruttore. Punto.
Il concetto di "Maestro" come titolo sacro, come grado iniziatico, come patente di superiorità spirituale applicata alle arti marziali, è successivo. Molto successivo.
Siamo nei primi anni '70. La guerra in Vietnam sta finendo male. L'America cerca nuove spiritualità, nuove filosofie, nuovi eroi. E arriva lui: David Carradine.
Kung Fu, la serie TV. Un monaco shaolin metà cinese metà americano che vaga per il West diffondendo saggezza e calci volanti. Il monaco, nel primo episodio, chiama il suo insegnante "maestro". In inglese. Ma nel doppiaggio cinese, per rendere l'idea di sacralità, usano "dashi".
E lì scatta la scintilla.
Il pubblico occidentale, affascinato, esotizzato, comincia a cercare "maestri di kung fu". E qualche imprenditore senza scrupoli, in Cina e a Hong Kong, capisce l'affare.
"Vuoi un maestro? Te lo diamo. Vuoi un gran maestro? Te lo inventiamo. Vuoi una cintura che non esiste? La stampiamo."
Da lì, il termine "dashi" applicato alle arti marziali comincia a diffondersi. Prima a Hong Kong, poi a Taiwan, poi, con l'apertura della Cina, anche sul continente. Un prestito linguistico, una parola riciclata, un'etichetta messa su una scatola vuota.
Negli anni '80 e '90, il fenomeno esplode. Ogni scuola ha il suo "gran maestro". Ogni stile ha il suo "patriarca". Titoli che nella storia cinese non sono mai esistiti, ma che riempiono i portafogli e gonfiano gli ego.
In giapponese, la situazione è simile ma con un'altra sfumatura.
Prendiamo il suffisso "-ka" (家). Judoka, Karateka, Aikidoka. In Giappone, questo suffisso è riservato a chi ha raggiunto un livello altissimo in quell'arte. È un onorifico, un riconoscimento pubblico. Non te lo auto-attribuisci. Te lo danno gli altri. E te lo danno dopo anni, decenni, di pratica riconosciuta.
In Occidente, "judoka" significa semplicemente "uno che pratica judo". Come "runner" significa "uno che corre". Un livellamento verso il basso, una perdita totale del significato originario.
Il risultato? Gente con tre mesi di pratica che si presenta come "karateka". Cinture nere che si fanno chiamare "sensei" dopo due anni. Maestri che non hanno mai messo piede in Giappone che rilasciano diplomi di "Meijin" – un titolo che in Giappone è riservato a pochissimi, tipo campioni nazionali di Go o maestri di arti tradizionali con cinquant'anni di carriera.
È il far west. Ma senza pistole. Solo con tuniche di raso e cinture color arcobaleno.
C'è una cosa che pochi capiscono, perché pochi l'hanno vissuta veramente.
Quando prendi la cintura nera in una disciplina seria, in una palestra seria, con un insegnante serio, non ti dicono: "Bravo, ora sei maestro". Ti dicono: "Bravo, ora puoi cominciare a imparare".
Lo so, sembra una frase fatta. Invece è la verità più sporca e più onesta.
La cintura nera è l'ingresso. È il momento in cui hai finalmente imparato le basi abbastanza bene da poter iniziare a capire cosa significa davvero quell'arte. È come prendere la patente: non sei un pilota, sei solo qualcuno che non investe i pedoni ogni volta che guida.
Poi vengono gli anni. I sacrifici. Le ossa rotte. Le sconfitte. Le lezioni che ti entrano nella pelle non perché qualcuno te le ha spiegate, ma perché le hai pagate col sangue.
E forse, dopo vent'anni, trent'anni, qualcuno comincerà a chiamarti "maestro". Non perché te lo sei attribuito. Non perché l'hai scritto sul biglietto da visita. Ma perché gli altri, quelli che hanno imparato da te, quelli che ti hanno visto cadere e rialzarti, ti riconoscono quel ruolo.
È un titolo che ti danno. Non che ti prendi.
E poi arriva il gradino successivo. Quello comico, se non fosse tragico.
"Gran Maestro". In cinese non esiste. In giapponese non esiste. In coreano esiste solo nei film. È un'invenzione occidentale, un'iperbole da marketing, un modo per distinguersi in un mercato affollato.
"Se lui è maestro, io sono gran maestro. Se lui è gran maestro, io sono grandissimo maestro. Se lui è grandissimo maestro, io sono patriarca."
È una scala senza fine, una corsa al rialzo che dice tutto e il contrario di tutto. Perché se devi continuare a inventare titoli per dimostrare che sei superiore, forse superiore non lo sei.
I veri combattenti, i veri maestri, quelli che hanno fatto la storia delle arti marziali, non avevano bisogno di titoli. Erano conosciuti per quello che facevano, non per come si facevano chiamare.
Mas Oyama, fondatore del Kyokushinkai, si faceva chiamare "Oyama". Non "Gran Maestro Oyama". Helio Gracie, padre del Jiu-Jitsu brasiliano, era "Helio". Non "Gran Maestro Helio". Bruce Lee era "Bruce". Punto.
La grandezza non ha bisogno di etichette. La riconosci da come si muove, da come colpisce, da come ti guarda. Non da quanto è lunga la stringa davanti al nome.
Perché Questo Gonfiarsi di Titoli?
Semplice: insicurezza e soldi.
Nel mondo delle arti marziali commerciali, i titoli vendono. La gente vuole imparare da un "maestro", non da un "istruttore". Vuole il "gran maestro", perché pensa che più alto è il titolo, più profonda è la conoscenza. È lo stesso meccanismo per cui la gente compra Rolex falsi: l'apparenza conta più della sostanza.
E allora apri una scuola, ti fai stampare un biglietto da visita con "Gran Maestro, 10° Dan, Erede della Tradizione Millenaria del Drago Addormentato", e la gente viene. Paga. Si inchina. Ti chiama "maestro".
Peccato che nella tradizione millenaria non ci sia nessun drago. Peccato che il 10° Dan in quella disciplina non esista. Peccato che tu abbia cominciato a praticare otto anni fa e il tuo unico combattimento vero sia stato con il fegato dopo una cena abbondante.
Ma chi controlla? Chi verifica? Nessuno. Perché nel mondo delle arti marziali, soprattutto in quelle "strane", non esiste un albo, non esiste un registro, non esiste un'autorità centrale. Esistono solo le parole di chi si autoproclama.
E le parole, si sa, costano poco.
Torno all'immagine che ho usato altre volte, perché funziona sempre.
Il puma non si proclama "re della giungla". Non ha bisogno di un cartello. La sua presenza, il suo sguardo, il suo silenzio dicono tutto.
I veri combattenti sono così. Non hanno bisogno di titoli. Non hanno bisogno di tunica bianca. Non hanno bisogno di cerimonie. Entrano in palestra, sudano, insegnano, picchiano, vengono picchiati, e la loro autorità la riconosci dal fatto che quando parlano, tutti ascoltano. Non perché hanno un pezzo di stoffa colorata. Ma perché sanno di cosa parlano.
Il resto è teatro. È marketing. È fuffa per polli da spennare.
Allora, la prossima volta che incontri uno che si presenta come "Gran Maestro", fai una cosa.
Guardalo. Ascoltalo. Osserva come si muove. Come risponde a una domanda diretta. Come reagisce se qualcuno mette in dubbio la sua autorità.
Poi chiediti: "Quest'uomo ha davvero qualcosa da insegnarmi? O sta solo recitando una parte?"
Perché la verità, nuda e brutale, è questa: le arti marziali non hanno bisogno di titoli. Hanno bisogno di sudore, di umiltà, di pratica costante. Hanno bisogno di gente che non ha paura di mettersi in discussione, di imparare, di cadere e rialzarsi.
I titoli sono per i curriculum. La sostanza è per il tatami.
E sulla sostanza, non si baratta. Non si compra. Non si eredita.
Si conquista. Col tempo. Col sangue. Con la pazienza di chi sa che la cintura nera è solo l'inizio, e che "maestro" è una parola che devi meritare ogni giorno, non un'etichetta da appiccicare sul petto.
Questa è la verità. Brutale. Senza infingimenti.
Il resto sono stronzate da cartoncino plastificato.
Nessun commento:
Posta un commento