Il problema non è che Muhammad Ali fosse invincibile. Il problema è che tutti lo ricordano come tale, come il pugile che schivava i colpi piegandosi all'indietro con le mani abbassate, pura magia pugilistica. E nessuno ricorda che Joe Frazier e Ken Norton trasformarono quella magia in una trappola mortale. E questa, cari lettori, è la prova più evidente che la boxe, quando è geniale, non vende un pugile: vende un mondo.
Ricostruiamo i fatti, che sono semplici e sorprendenti. Ali era un pugile puro, specializzato nel combattimento a distanza, che si affidava a un'eccezionale mobilità laterale, a un jab fulmineo e a un'ottima gestione della distanza. Ritirando la testa appena fuori dalla portata dell'avversario, costringeva i pesi massimi tradizionali a sferrare pugni a vuoto prima di contrattaccare. Funzionava. Funzionava perché gli avversari di Ali combattevano secondo le sue regole: a distanza, aspettando il momento giusto.
E qui sta il punto che nessuno vuole dire. Joe Frazier era l'incarnazione dello "sciame", uno stile praticamente studiato per mettere in difficoltà un pugile che cercava di colpire dalla distanza. Invece di rimanere a distanza e puntare alla testa, Frazier schivava e si muoveva agilmente sotto il jab di Ali. Questo continuo movimento della testa gli permetteva di accorciare le distanze e attaccare il busto di Ali, colpendolo ripetutamente per togliergli velocità di gamba. Una volta che Frazier si trovava a distanza ravvicinata, la difesa inclinata di Ali diventava un punto debole contro l'arma migliore di Frazier: il gancio sinistro in salto. Quando un pugile che combatte a distanza si piega all'indietro con le mani basse, potrebbe evitare un diretto destro, ma espone il lato della testa. Un pugile aggressivo si avvicina semplicemente, riduce la distanza rimanente e sferra un gancio ad arco direttamente nello spazio in cui la testa dell'avversario si sta ritirando.
Ken Norton esercitava una pressione diversa. Pur non essendo un pugile aggressivo come Frazier, Norton era un attaccante atipico che smantellava il ritmo di Ali. Utilizzava una difesa insolita, con le braccia incrociate. Invece di schivare il jab di Ali, Norton lo parava da sotto o lo bloccava con gli avambracci, per poi avanzare immediatamente. Questa pressione frontale annullava il vantaggio di distanza di cui Ali aveva bisogno per impostare le sue combinazioni.
Il denominatore comune tra Frazier e Norton era il loro rifiuto di combattere secondo le regole di Ali. Un pugile che predilige la distanza ha bisogno di spazio per dettare i tempi dell'incontro e mantenere il proprio ritmo. Avvicinandosi ad Ali, entrambi ne spezzavano il tempismo e lo costringevano a combattere sulla difensiva o alle corde. Trasformavano incontri di boxe tattica in estenuanti scontri ravvicinati, dimostrando che anche il più brillante pugile che predilige la distanza è vulnerabile una volta che gli viene tolto lo spazio.
La verità è che Ali non era invincibile. Era il risultato di tre cose che Frazier e Norton hanno fatto insieme: gli hanno tolto lo spazio, gli hanno spezzato il ritmo, e lo hanno costretto a combattere sulla difensiva. Tre gesti semplici, che conoscono tutti, e che nessuno mette in pratica perché richiedono una cosa sola: il coraggio di non combattere secondo le regole dell'avversario. E il coraggio, cari lettori, è l'ingrediente che manca sempre nelle vostre strategie. La prossima volta che guardate un incontro di Ali, pensateci. Non state guardando un mito. State guardando un uomo che ha imparato, sulla propria pelle, che anche il più brillante pugile è vulnerabile una volta che gli viene tolto lo spazio.
Cesio Endrizzi
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