domenica 30 ottobre 2011

Topor

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Topór (Боевой топор in cirillico) è la parola che in lingua polacca e in lingua russa indica la scure d'arcione in particolare e l'ascia da battaglia in generale. Arma manesca di diretta derivazione orientale, quasi certamente basata su di un modello in uso alla cavalleria dei turchi ottomani, differisce dalla scure d'arcione occidentale per la conformazione della lama, la cui linea è ottimizzata per i colpi discendenti vibrati dal cavaliere in arcioni.

Storia
L'uso della scure d'arcione, ben documentato nella Persia degli Achemenidi (v. Sagaris) ancor prima che dei Parti o dei Sasanidi, fu una caratteristica tipica delle forze di cavalleria del Medioriente tanto nell'Antichità quanto nel Medioevo. Dalla Persia, la passione per la scure d'arcione si diffuse nelle terre dell'attuale Afghanistan, dell'Armenia e delle contrade più settentrionali del subcontinente indiano.
Nel Khanato di Bukhara (XVI-XVIII secolo), il tabarzin (vocabolo di lingua farsi indicante genericamente la scure da guerra, sia nella sua versione da fanteria che da cavalleria) era attributo precipuo del sovrano (khan).
La sistematica pressione delle popolazioni di etnia turca sulla Persia prima e sul Mar Nero poi concorsero a veicolare verso l'Europa l'uso dell'ascia d'armi. Nelle regioni baltiche, interessate dalla presenza di popolazioni germaniche use a servirsi in modo variegato della scure quale arma (Vichinghi e Variaghi), il miscuglio tra la tradizione orientale e quella occidentale portò allo sviluppo di una particolarissima tipologia di scure d'arcione che mantenne spesso le caratteristiche tipiche dell'ascia turco-persiana mescolandola a volte con elementi germanici: il topor.
La scure d'arcione russo-polacca ebbe larga diffusione presso le forze di cavalleria di quei potentati cristiani che avevano dovuto fare gioco-forza del soldato a cavallo il prototipo delle proprie forze armate onde contrastare i continui raid dei cavalieri turchi e tartari: la Confederazione Polacco-Lituana, la potente compagine statale sorta nel 1569 con la fusione del Granducato di Lituania e del Regno di Polonia, ed il Granducato di Moscovia, erede della Rus' di Kiev devastato dai Tataro-mongoli.
Rispetto alle altre tipologie di scuri d'arcione in uso presso gli eserciti dell'Europa occidentale, il topor restò in uso ancora in piena Età Moderna. La cavalleria russa e gli husaria polacco-lituani, tanto quanto i loro avversari turchi e tartari, continuarono a servirsi di armi bianche d'arcione ancora nel pieno XVII secolo, quando cioè la cavalleria occidentale aveva ormai pienamente adottato il modello "Spada-e-Pistola" codificato durante la Guerra dei Trent'Anni. Il topor con manico coperto di cuoio ed argento conservato presso l'Armeria del Cremlino di Mosca (riportato sotto in figura) è stato, a titolo di esempio, datato al Seicento.
Il persistere della scure nella panoplia dei cavalieri dell'Europa orientale fu anzitutto dovuto ad un preciso bisogno pratico. In quelle contrade infatti l'uso di una corazza a maglia di ferro o a maglia di ferro laminata, sia da parte delle armate cristiane che da parte degli ottomani, perdurava ancora in piena Età barocca, quando cioè l'Europa occidentale copriva la sua cavalleria pesante (corazzieri e raitri) con solidi piastroni di metallo. I russi ed i polacco-lituani, tanto quanto i turco-tartari, erano quindi ancora nella condizione di dover ricorrere a scuri e mazze per liquidare il nemico negli scontri. Bisogna inoltre considerare che la scure, tanto quanto la mazza ferrata (bulava) aveva un significato simbolico enorme per le popolazioni slave e magiare tanto quanto per i turchi ed i persiani.
Il topor scomparve definitivamente dai campi di battaglia dell'Europa orientale solo al volgere del Settecento, con alcuni esemplari ancora prodotti nel XIX secolo.

Costruzione
Rispetto alla scure d'arcione occidentale, il topor aveva:
  • testa metallica massiccia ma di dimensioni più contenute. La lama di scure aveva bordo superiore quasi piatto, a volte discendente, ed il filo rivolto verso il basso. Alcuni esemplari, causa probabile influenza tedesca, avevano una lama simile a quella dell'ascia barbuta. Posteriormente alla lama, il topor poteva sviluppare un dente a forma di testa di martello, per intensificare la potenza del colpo all'impatto. Negli esemplari orientali, la testa dell'arma era realizzata in pregevole acciaio Damasco tipo Wootz;
  • manico in legno quasi sempre impreziosito da ghiere, lamine ed anelli di metallo, capaci al contempo di rinforzarlo ma molto diversi, nella linea, dalle stanghe metalliche normalmente utilizzate per irrobustire l'ascia d'armi anglo-francese. Gli esemplari da parata hanno manico in legno più sottile ed aggraziato, sontuosamente impreziosito.


mercoledì 28 settembre 2011

Pietro Boine, Campione Italiano dei Pesi Massimi (a sua insaputa)

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Domenica 10 luglio 1910 a Valenza Po’, cittadina piemontese, viene organizzato, nel pieno della calura estiva, un match che vede in palio il titolo di Campione Assoluto (senza cioè distinzioni di peso) del Nord Italia. Valenza è città in forte sviluppo industriale: dalla seconda metà dell’Ottocento cresce l’attività orafa e successivamente quella calzaturiera, e col nuovo secolo tali produzioni iniziano a divenire industriali. Parallelamente si genera un certo fermento sociale e nascono nuove associazioni che aggregano la popolazione in forte crescita numerica, con fini di solidarietà sociale ma ovviamente anche ricreativi: si sviluppano quindi diverse società sportive. L’attività principale è quella ciclistica, sulla pista ellissoidale, di circa 700 metri e con ampie tribune, che occupa la zona oggi limitata da Piazza Gramsci e Via Trieste, nella buona stagione si susseguono settimanalmente corse ed allenamenti con la partecipazione dei campioni del momento, ma va per la maggiore anche la società che si occupa di atletica e ginnastica e anche il nuovo sport del pugilato trova terreno fertile per proporre eventi, fino ad arrivare appunto ad ospitare il titolo dell’Alta Italia.
Sul ring salgono Antonio Ferranti, della Libertas Post Resurgo, società atletica di Milano, e soprattutto Pietro Boine, ligure, ventenne che può essere considerato il vero pioniere della boxe in Italia. L’incontro dura poco, Boine è troppo superiore all’avversario e già alla terza ripresa lo mette KO laureandosi Campione. Lui non lo sa, e non lo saprà mai perché il riconoscimento arriverà postumo, ma non ha conquistato solo il titolo dell’Alta Italia, è il primo Campione Italiano dei pesi massimi, sarà la Federazione Pugilistica Italiana negli anni successivi alla sua nascita, che avverrà nel 1916, a stabilirlo, rimettendo ordine nell’attività svoltasi prima della sua fondazione.

Spostiamo ora la nostra attenzione su Pietro Boine. Nato ad Andora Ligure il 20 settembre 1890 da una famiglia prima benestante e poi sempre più povera, cresce a Portomaurizio, località che unita ad Oneglia negli anni Venti darà vita alla città di Imperia, riesce a studiare fino al Ginnasio poi a 13 anni si imbarca su un mercantile, con la speranza di diventare un giorno commerciante, ma non farà altro che il mozzo, dunque si stanca presto e torna in famiglia. Riparte però ben prima dei vent’anni per la Francia, spinto dalle necessità economiche, fa mille lavori e approda a Parigi dove conosce il pugilato sportivo, se ne innamora a prima vista, e da spettatore diventa praticante. Tornato in Italia va a Milano e insieme al maestro Celestino Caverzasio fonda il Club Pugilistico Nazionale. 
Combatte a Milano, Binasco, Broni, Verona, fino ad arrivare al match di Valenza, che secondo il CONI sul sito sportolimpico.it fu la finale di un vero e proprio torneo per assegnare il titolo Alta Italia sotto l’egida delle Federazione Atletica Italiana, svoltosi con incontri alle 4 riprese rispettando le regole del marchese di Queensberry.
  


Il sito dedicato alla boxe sportenote.com ricostruisce invece diversamente gli eventi, colloca infatti il torneo domenica 19 luglio, una settimana dopo il match con Ferranti, in tale occasione Boine mette KO in 2 riprese prima Monzani poi Giacomo Rossi confermandosi così Campione. Nel 1911 abbiamo notizia di otto combattimenti sostenuti da Boine, tutti a Milano, sei vittorie e due sconfitte, maturate entrambe contro pugili di scuola britannica, Max Roberts, che Boine aveva in precedenza battuto per KO tecnico alla terza ripresa, e O’Mara. In questo stesso anno Pietro inizia anche a tirare di scherma, sotto le cure del grandissimo maestro Giuseppe Mangiarotti. Otterrà buonissimi risultati nella spada da terreno.
Nel 1912 dopo una serie di match sostenuti tra Milano e Bologna e tutti vinti a giugno a Milano Boine torna a combattere nel torneo che deve assegnare il Titolo Alta Italia, stavolta articolato in tre diverse categorie di peso. Il pugile di Portomaurizio sosterrà tra il 10 e il 15 giugno sei incontri, uno al giorno, affrontando quattro differenti avversari, Eustacchio Sala e Paolo Zucca due volte, mettendoli tutti KO. Il match decisivo il 15 è contro Alessandro Valli che resisterà 6 rounds.
A questo punto Pietro va a cercare nuovi stimoli, e nuove e più consistenti borse, in Francia, dove tra il 2 settembre e il 16 novembre, combatterà otto volte. Gli avversari che gli vengono proposti in terra francese sono ben più ostici dei meno esperti pugili italiani, e dopo due successi iniziali ad Aix Les Bains e Ginevra (Svizzera) Boine sarà sconfitto a Lione da Frank Klaus per KO alla terza ripresa. Si riscatterà di fronte al pubblico lionese battendo dieci giorni dopo Jack Meekins e potrà poi approdare a Parigi dove raccoglierà due pareggi e due pesanti sconfitte.
Tornato in Italia nel 1913 dopo due iniziali successi lascia l’otto marzo il titolo dell’Alta Italia nella mani di Eugenio Pilotta che lo sconfigge a Milano per KO tecnico alla quinta ripresa. Tornerà sul ring due settimane dopo e nel giro di una ventina di giorni tra Milano e Genova otterrà tre vittorie e un pareggio. L’antivigilia di Natale sul quadrato allestito al “Filodrammatici” di Milano con una borsa di ben 500 lire arriva il momento dell’attesa rivincita con Pilotta. Boine non è in buone condizioni di salute, debilitato da un’infezione tifoidea non curata. Nonostante il parere contrario del suo maestro di scherma e amico Giuseppe Mangiarotti che per l’ennesima volta a poche ore dell’inizio dell’incontro lo esorta inascoltato a consultare un medico, vuole comunque combattere. Pilotta è in difficoltà alla prima ripresa, ma riesce a superare il momento difficile mentre a Boine vengono a mancare le energie, l’avversario lo colpisce più e più volte, alla terza ripresa per non cadere Pietro si aggrappa alle corde, fino a che l’arbitro, il cronista della Gazzetta dello Sport Arturo Balestrieri, decreta il KO tecnico.



Pietro Boine non si riprese più, mori il 28 gennaio 1914 quattro mesi dopo aver compiuto 23 anni, alla Clinica San Giuseppe a San Vittore per un attacco violento di tifo. Riposa nel cimitero di Portomaurizio a Imperia, di fianco al fratello Giovanni, poeta, saggista e scrittore, anche lui mancato prematuramente (1887-1917) anche lui pioniere, destino di famiglia, del Modernismo. Fu il fratellastro (figlio in seconde nozze della madre) Pietro Giovanni nel 1984 a far traslare accanto a quelle di Giovanni ciò che restava delle spoglie di Pietro da Milano.














martedì 27 settembre 2011

Le ragazze più belle del Giappone abitano a Sapporo


Non si può negare che le donne giapponesi, siano di tutt'altra bellezza rispetto alla focosa bellezza mediterranea, ma non per questo meno affascinante. La bellezza è un valore estremamente soggettivo, ma dubito che siano molti quelli capaci di rimanere insensibili di fronte alla vista di una bella ragazza giapponese. Nei miei viaggi in Giappone non ho potuto che verificare di persona la grande quantità di belle donne sia tra le giovani che tra le donne mature: di fronte a certe bellezze, poi, c'era solo da rimanere incantati. 
Non per niente nel 2007 la giapponese Riyo Mori vinse il titolo di Miss Universo. 

La versione online, in inglese, del quotidiano "Mainichi Shimbun" ha pubblicato un interessante, e curioso, articolo sulla bellezza delle donne di Sapporo: perchè, ci si chiede, a Sapporo ci sono così tante belle ragazze? 
Come ho constatato di persona a Tokyo, soprattutto, e ad Osaka la bellezza femminile abbonda, ma è normale che nelle grandi città ci sia un grande concentramento di belle ragazze. Tokyo, per esempio, è la capitale della moda, della vita notturna e mondana, dello show business: ogni ragazza che vuole sfondare deve obbligatoriamente partire da qua. Ma a Sapporo ? Cosa ha di interessante Sapporo per avere un così alto numero di affascinanti esponenti del gentil sesso ?
Sapporo, capitale della prefettura di Hokkaido, ha circa 1 milione e 800 mila abitanti: è la sesta città del Giappone per dimensione. E' situata lontana dal cuore industriale, commerciale e politico del Paese. Eppure qui le donne sono molto belle, parlando sempre del livello medio, naturalmente; stando all'articolo, sono addirittura considerate le più belle di tutto il Giappone. A ben vedere le spiegazioni ci sarebbero, almeno secondo Shinpei Hayashi uno scrittore di Sapporo; per questo alto tasso di bellezza femminile contribuirebbero un mix di fattori storici, ambientali e sociali. L'isola di Hokkaido, e con essa Sapporo, è stata oggetto di colonizzazione in epoca abbastanza recente: quindi gli odierni abitanti di quell'isola, se non immigrati di recente, sono un miscuglio di caratteristiche somatiche di genti provenienti da varie parti del Giappone e questo guazzabuglio di razze, evidentemente, ha avuto i suoi effetti positivi. C'è poi una possibile spiegazione ambientale che risiede nel clima di Hokkaido: l'isola ha un clima rigido d'inverno, ma spesso le estati sono più che vivibili e, in media, la potenza dei raggi ultravioletti (UV) è minore rispetto al resto del Giappone; questo fatto ha indubbiamente un riscontro positivo sulla pelle in quanto, com'è noto, una forte esposizione ai raggi solari, peggio se senza protezione, rovina l'epidermide ed è proprio la pelle che è uno dei fattori di successo delle ragazze di Sapporo. Una caratteristica che differenzia l'isola di Hokkaido dal resto del Giappone, è la qualità della vita, l'apparente mancanza di frenesia tipica delle grandi megalopoli di Tokyo ed Osaka; qui, in pratica, le donne sono meno stressate e anche questo ha un effetto positivo sul loro aspetto esteriore.
Un sondaggio (piuttosto vecchiotto a dire il vero: 1993), condotto tra gli uomini d'affari giapponesi, volto a stabilire quale prefettura avesse le donne più belle (Hokkaido è risultata la sesta su quarantasette prefetture) ha evidenziato che le donne di Hokkaido non sono solo belle, ma anche forti caratterialmente e decise, e pure questo fa parte del loro fascino. Anche per questo risultato lo scrittore Shimpei ha pronta una possibile spiegazione: nel periodo della colonizzazione l'isola era inospitale e, nei rigidi inverni, uomini e donne dovevano collaborare per riuscire a sopravvivere in quell'ambiente ostile; quindi in un ambiente di sostanziale uguaglianza tra uomini e donne, queste ultime hanno avuto la possibilità di forgiare il loro carattere non sottomesso al maschio.
E' indubbio però che, come detto all'inizio, in Giappone ci sono veramente molte belle ragazze e, è inutile negarlo, anche su questo aspetto il Paese confida per accrescere il suo appeal sul mercato turistico internazionale.