Eppure, esiste un’arte marziale che sembra seguire un percorso inverso. I suoi dojo non sono invasi da bambini. Sono pieni di adulti. Spesso adulti con un passato in altri sport, o nessun passato sportivo affatto. Persone che tornano a casa dal lavoro, indossano un keikogi scuro e passano un’ora a rotolare sul tatami senza mai sferrare un colpo, senza mai “vincere” un incontro. Quest’arte è l’Aikido.
Sviluppato all’inizio del XX secolo dal maestro giapponese Morihei Ueshiba (chiamato dai suoi allievi “O Sensei”), l’Aikido è spesso descritto come “l’arte della non-resistenza”. Ma per un adulto che cerca una pratica fisica e mentale, questa definizione è solo l’inizio. Ciò che rende l’Aikido magnetico per chi ha superato l’adolescenza è esattamente ciò che lo rende “noioso” per un bambino: l’assenza di tornei, la mancanza di una scala gerarchica basata sulla forza e la necessità di pensare invece di colpire.
Analizziamo i pilastri di questa attrazione.
I bambini amano la competizione. È istintivo. Vogliono sapere chi è il più veloce, il più forte, il primo della fila. Per questo sport come il judo o il karate da competizione funzionano così bene tra i più piccoli: c’è un vincitore, un perdente, una medaglia d’oro.
L’adulto medio, invece, passa la sua giornata in una competizione a somma zero. Al lavoro, c’è un budget da spartire, una promozione da ottenere, un progetto da vincere su un collega. La vita moderna è una sequenza di micro-conflitti. Quando quest’adulto entra in un dojo di Aikido, l’ultima cosa che desidera è un’altra lotta. Desidera una tregua.
L’Aikido non ha tornei. Morihei Ueshiba era esplicito su questo punto: la competizione alimenta l’ego e l’aggressività, valori opposti allo scopo dell’arte, che è la risoluzione armoniosa del conflitto. In palestra, nessuno cerca di “battere” nessuno. Due persone lavorano insieme. Una attacca (con un’energia reale, ma controllata), l’altra esegue la tecnica per deviare l’attacco. Poi ci si scambia i ruoli. L’obiettivo non è dimostrare la propria superiorità, ma far sì che la tecnica funzioni per entrambi. Se uke (chi attacca) cade male, è un fallimento per entrambi: l’esecutore non ha applicato correttamente la leva e il caduto non ha protetto il proprio corpo.
Questo ambiente collaborativo è un sollievo psicologico immenso. Non si è giudicati per quante medaglie si portano a casa, ma per quanto si è aiutato il compagno a migliorare.
Un bambino recupera in poche ore da una storta o da una caduta violenta. Un uomo o una donna di quarant’anni no. La forza esplosiva, la potenza muscolare pura, iniziano a declinare inevitabilmente con l’età. Le lesioni diventano più frequenti e le guarigioni più lente.
Qui l’Aikido gioca la sua carta vincente: è un’arte marziale che non richiede forza fisica. Anzi, la forza è spesso un ostacolo. Un adulto che entra nell’Aikido dopo anni di palestra scopre con sorpresa che i suoi bicipiti non servono a nulla. La leva che proietta a terra un aggressore più grande non nasce dalle braccia, ma dalle anche. Non dai pugni, ma dallo spostamento del proprio centro di gravità.
L’Aikido insegna il kuzushi (lo sbilanciamento) e la geometria pura. È come risolvere un puzzle in movimento: se l’avversario avanza dritto, tu ti sposti di novanta gradi. Se tira, tu accompagni la spinta. Se spinge, tu tiri. Un uomo anziano, se sa posizionare i propri piedi e far ruotare i fianchi, può proiettare un ragazzo forte e grosso senza battere ciglio. Non perché l’anziano sia “più forte”, ma perché ha capito il vettore della forza e l’ha deviato.
Per un adulto che sente il peso degli anni o che non ha mai avuto una stazza imponente, questa è una rivelazione liberatoria. L’Aikido è la dimostrazione pratica che la mente può guidare il corpo per superare i limiti della biologia.
I bambini vogliono diventare “Power Rangers” o lottatori della WWE. Gli adulti, spesso, coltivano una passione più sottile: la storia. L’Aikido è intriso di tradizione samurai. Non una tradizione folkloristica da cartone animato, ma viva, palpabile, quotidiana.
Gran parte dell’allenamento dell’Aikido deriva direttamente dalle tecniche di spada (kenjutsu) e di lancia (sojutsu) della scuola Daitō-ryū Aiki-jūjutsu. Per questo, nei dojo si utilizzano regolarmente armi tradizionali: il bokken (spada di legno), il jō (bastone corto) e il tantō (coltello di legno).
Imparare a maneggiare una spada non è un vezzo estetico. Insegna la ma-ai (la distanza critica di combattimento), il sabaki (il movimento del corpo per evitare la lama) e la zanshin (la consapevolezza prolungata anche dopo il movimento). Per un adulto appassionato di cultura giapponese, di storia militare o semplicemente di artigianato fine, questa è una ricchezza che nessuno sport da combattimento moderno può offrire.
Inoltre, impugnare un bokken e ripetere un suburi (taglio di base) per cento volte ha un effetto quasi meditativo. È il lento cerimoniale del tè applicato alla strategia militare. Calma la mente, centra il respiro, e lascia fuori dalla porta le tensioni della riunione di lavoro appena finita.
Esiste una verità scomoda negli sport da combattimento: il pugilato e la Muay Thai sono magnifici, ma il prezzo da pagare in termini di danni cerebrali e traumi articolari è alto. Anche il Brazilian Jiu-Jitsu, pur essendo più tattico, mette a dura prova la schiena e le ginocchia con torsioni e pressioni costanti.
L’Aikido, per sua natura, protegge il corpo. Non ci sono colpi alla testa. Non ci sono leve articolari portate all’estremo (l’obiettivo è il controllo, non la frattura). Lo sforzo principale, l’unico vero “impatto”, è l’ukemi: l’arte di cadere rotolando.
Un principiante adulto impara a cadere in mille modi diversi: avanti, indietro, laterale, con salti, con capriole. All’inizio fa male, è normale. Ma dopo pochi mesi, il corpo impara a distribuire l’energia della caduta lungo la schiena curva, come una ruota. Una volta acquisita quest’abilità, si può continuare a praticare intensamente fino a settant’anni e oltre. Molti maestri giapponesi di Aikido sono attivi e sciolti anche oltre gli ottant’anni. È una pratica sostenibile, che allunga la vita del corpo invece di consumarlo.
Infine, c’è un aspetto psicologico fondamentale. Un bambino pratica un’arte marziale per divertirsi, per sfogarsi, o perché lo fanno i suoi amici. Un adulto, invece, investe il suo tempo (prezioso, spesso scarso) per rispondere a bisogni profondi: gestire lo stress, trovare un senso di comunità e, in molti casi, esplorare una dimensione spirituale.
L’Aikido non è solo un insieme di leve e proiezioni. È una filosofia applicata. Ueshiba parlava di masakatsu agatsu (la vera vittoria è la vittoria su se stessi). In un’epoca di ansia diffusa e di burnout, il dojo di Aikido diventa un laboratorio per reimparare a respirare, a restare calmi sotto pressione (quando un avversario vi afferra il polso, simulate una scadenza lavorativa), e ad accettare i propri limiti con umorismo.
Cadere e rialzarsi, cadere e rialzarsi. Per un adulto che ha fallito un progetto, perso una relazione o sbagliato una scelta, questa rotazione infinita sul tatami è una metafora potentissima della resilienza quotidiana.
Non c’è un’arte marziale “migliore” di un’altra. Il karate sarà sempre più popolare tra i bambini perché è lineare, esplosivo e dà soddisfazioni immediate. Il judo è fantastico per incanalare l’energia fisica. Ma per l’adulto che si affaccia per la prima volta a un dojo o che torna a praticare dopo anni di inattività, l’Aikido offre qualcosa di raro: un percorso in cui la forza non è un requisito ma un ostacolo; in cui non c’è un nemico da distruggere ma un compagno da aiutare; in cui l’obiettivo non è vincere, ma non perdere mai la calma.
E forse, in un mondo che corre troppo e pretende sempre di più, non c’è insegnamento più maturo e necessario di questo.