venerdì 1 gennaio 2010

SUMO, IL MITO DEI GIGANTI E LA VERA NATURA DELLA FORZA: COME È CAMBIATO IL FISICO DEI CAMPIONI GIAPPONESI

 


La prima cosa che colpisce osservando un incontro di sumo è spesso quella meno importante per comprenderlo: le dimensioni dei combattenti. Uomini che possono superare abbondantemente i 150 chilogrammi si affrontano sul dohyo, il tradizionale ring circolare, dando vita a scontri nei quali pochi secondi possono separare una vittoria da una sconfitta. L'immagine è potente, quasi caricaturale, e ha finito per condizionare la percezione internazionale di uno degli sport di combattimento più antichi del Giappone. Il lottatore di sumo è diventato, nell'immaginario occidentale, sinonimo di obesità, quando in realtà la sua identità atletica è molto più complessa e la sua storia racconta un rapporto con la forza che non può essere ridotto alla massa corporea.

La questione merita un approfondimento perché riguarda un cambiamento che non è soltanto estetico. Nel corso del tempo, il modello fisico dei rikishi, i lottatori professionisti, si è evoluto insieme alle esigenze competitive, alle strategie di preparazione e alla crescente internazionalizzazione della disciplina. Il peso ha assunto un'importanza sempre maggiore, ma non ha cancellato il ruolo della tecnica, della velocità e della capacità di controllare il proprio corpo. Confondere questi elementi significa non comprendere né il sumo storico né quello contemporaneo.

Le fotografie dei campioni giapponesi del passato offrono una testimonianza interessante. Molti di questi uomini presentavano corporature imponenti, toraci sviluppati, spalle larghe e muscolature evidenti. Non erano necessariamente magri, perché la robustezza costituiva già allora una caratteristica ricercata, ma non tutti possedevano le dimensioni addominali che oggi vengono associate alla disciplina. Alcuni avevano un aspetto più vicino a quello di un atleta di forza che a quello dello stereotipo contemporaneo del lottatore estremamente pesante.

Occorre, tuttavia, evitare un errore opposto: immaginare un passato nel quale il sumo fosse popolato prevalentemente da uomini asciutti e muscolosi. Le fotografie storiche non rappresentano un censimento delle corporature e non consentono di ricostruire con precisione la composizione corporea degli atleti. Inoltre, l'assenza di immagini comparabili, le differenze di alimentazione e le caratteristiche fisiche delle diverse generazioni rendono complicato stabilire quando sia iniziata una trasformazione generalizzata. Ciò che si può affermare è che il sumo ha sempre riconosciuto un valore competitivo alla massa, mentre il modo di raggiungerla e utilizzarla è cambiato sensibilmente.

Per capire perché il peso sia diventato tanto importante bisogna partire dalle regole. Nel sumo professionistico non esistono categorie di peso. Un atleta relativamente leggero può essere chiamato ad affrontare un avversario che lo supera di decine di chilogrammi. Questa caratteristica crea un incentivo evidente: aumentare la massa può rendere più difficile essere spostati, migliorare la stabilità nei contatti e consentire di esercitare una pressione superiore sull'avversario.

Ma il vantaggio non è automatico. Un corpo più pesante possiede maggiore inerzia e può risultare difficile da muovere, ma richiede anche una gestione più efficace dell'equilibrio. Quando il peso viene proiettato nella direzione sbagliata, la stessa massa che rappresentava un vantaggio può diventare un problema. Un lottatore che avanza con eccessiva aggressività, senza controllare la posizione dei piedi e il proprio baricentro, può essere indotto a perdere stabilità da un avversario tecnicamente più abile.

È questa la dimensione meno visibile del sumo: il combattimento non consiste semplicemente nel produrre la spinta più potente, ma nel creare le condizioni affinché la propria forza possa prevalere su quella dell'altro. La posizione iniziale, il momento del contatto, la direzione della pressione e la capacità di reagire a uno spostamento improvviso sono elementi determinanti. Un incontro può durare pochi secondi, ma in quell'intervallo si concentrano decisioni motorie estremamente rapide.

La preparazione dei rikishi riflette questa esigenza. Gli allenamenti tradizionali comprendono esercizi che sviluppano qualità specifiche, spesso lontane dall'immagine di un semplice programma per aumentare il peso. Lo shiko, per esempio, consiste nel sollevare alternativamente le gambe e abbassarle con forza sul terreno. Apparentemente elementare, questo esercizio contribuisce a sviluppare stabilità, mobilità delle anche e controllo degli arti inferiori. Il teppo consiste invece in spinte ripetute contro un palo, allenando la meccanica del movimento utilizzato durante il contatto con l'avversario.

A questi si aggiungono il matawari, esercizio di flessibilità che porta il lottatore ad ampliare notevolmente l'apertura delle gambe, e il butsukari-geiko, nel quale un atleta esercita ripetutamente pressione contro un compagno che oppone resistenza. La finalità è costruire un corpo capace di produrre forza senza perdere equilibrio, assorbire gli impatti e mantenere una posizione efficace anche sotto sollecitazione.

La differenza tra un uomo molto pesante e un rikishi professionista emerge proprio in questi dettagli. La forza necessaria per spostare un avversario non dipende soltanto dalla muscolatura delle braccia. Nasce soprattutto dalla capacità di utilizzare gli arti inferiori, trasferire la spinta attraverso le anche e mantenere il tronco sufficientemente stabile. La parte superiore del corpo interviene nel controllo e nella gestione del contatto, ma la prestazione è il risultato di una catena di movimenti coordinati.

Un campione come Chiyonofuji Mitsugu rappresenta una delle dimostrazioni più significative di questa concezione atletica. Soprannominato il Lupo, raggiunse il grado di yokozuna, il più elevato del sumo professionistico, e dominò la disciplina durante una carriera straordinaria. Il suo peso competitivo viene generalmente collocato intorno ai 120-130 chilogrammi, una dimensione relativamente contenuta rispetto a quella di numerosi campioni contemporanei.

La sua caratteristica più evidente era una muscolatura particolarmente sviluppata, soprattutto nella schiena, nelle spalle e nelle braccia. Ma sarebbe riduttivo attribuire i suoi successi alla sola forza fisica. Chiyonofuji possedeva velocità, coordinazione e una capacità eccezionale di applicare la potenza nel momento opportuno. Sapeva affrontare avversari più pesanti senza accettare necessariamente uno scontro frontale basato sulla superiorità della massa.

La sua carriera dimostra quanto possa essere efficace un modello atletico nel quale la forza viene accompagnata da controllo tecnico e rapidità. Non era necessario essere il lottatore più pesante del torneo per diventare il più temuto. Era necessario saper riconoscere le caratteristiche dell'avversario, individuare i suoi punti deboli e trasformare ogni movimento in un'opportunità.

Anche l'organizzazione delle scuderie giapponesi, le heya, contribuisce a spiegare la formazione di questi atleti. Una heya non è semplicemente una palestra, ma una struttura nella quale i lottatori vivono, si allenano e vengono inseriti in un sistema gerarchico diretto dall'oyakata, il maestro responsabile della scuderia. La preparazione comprende non soltanto il lavoro fisico, ma anche l'apprendimento delle tecniche, la disciplina quotidiana e la progressiva acquisizione delle competenze necessarie per affrontare il professionismo.

L'alimentazione costituisce un altro elemento essenziale. Il chankonabe, il tradizionale stufato consumato nelle scuderie, contiene generalmente carne, pesce, verdure e altri ingredienti, ed è spesso accompagnato da abbondanti porzioni di riso. L'apporto calorico può essere considerevole, perché gli atleti devono sostenere allenamenti impegnativi e, in molti casi, raggiungere una massa corporea elevata.

La questione, però, non può essere liquidata sostenendo che i lottatori mangino semplicemente per ingrassare. L'aumento di peso è inserito in un contesto competitivo nel quale la massa può rappresentare un vantaggio, ma deve essere accompagnata da capacità atletiche sufficienti a renderla utilizzabile. Un corpo che aumenta di dimensioni senza conservare mobilità, forza e coordinazione rischia di diventare meno efficace, non più dominante.

La trasformazione del sumo contemporaneo è stata influenzata anche dall'arrivo di atleti stranieri. La Mongolia ha avuto un ruolo particolarmente importante, ma il professionismo giapponese ha accolto campioni provenienti anche dalle isole del Pacifico e da altri Paesi europei e asiatici. Alcuni possedevano già esperienze nella lotta, nel rugby o in altre discipline di contatto; altri hanno sviluppato le proprie capacità direttamente attraverso il sistema delle heya.

Questa internazionalizzazione ha ampliato la varietà dei modelli atletici e ha contribuito a modificare gli equilibri competitivi. Non è corretto, tuttavia, attribuire una particolare costituzione fisica a un'intera provenienza geografica: tra i lottatori esistono differenze individuali considerevoli e il successo dipende dalla combinazione di caratteristiche fisiche, preparazione e tecnica.

La crescente importanza della massa corporea presenta inoltre conseguenze che non possono essere ignorate. Un peso particolarmente elevato sottopone le articolazioni a sollecitazioni importanti e può aumentare i rischi metabolici e cardiovascolari, soprattutto quando una parte consistente della massa è costituita da tessuto adiposo. Il corpo del rikishi è sottoposto a impatti ripetuti, accelerazioni improvvise e carichi notevoli. La prestazione agonistica deve quindi essere distinta dalla salute a lungo termine: ciò che può offrire un vantaggio durante una competizione non è necessariamente sostenibile per decenni.

Rimane infine una questione di percezione. Il sumo è diventato uno spettacolo internazionale anche grazie alla straordinaria presenza scenica dei suoi protagonisti. Due uomini che possono superare abbondantemente i 150 chilogrammi, vestiti con il tradizionale mawashi, producono un impatto visivo immediato. Ma lo spettacolo rischia di diventare una lente deformante quando il pubblico si concentra esclusivamente sulle dimensioni corporee.

Un incontro di sumo non è una gara a chi possiede più peso. È un confronto nel quale la massa, la forza esplosiva, l'equilibrio e il tempismo devono funzionare insieme. La vittoria può dipendere da una pressione esercitata correttamente, da uno spostamento laterale, da una presa efficace o dalla capacità di sfruttare l'inerzia dell'avversario.

Chiyonofuji rimane il simbolo di una verità sportiva spesso dimenticata: la grandezza fisica non coincide automaticamente con la superiorità atletica. Il sumo non ha bisogno di essere difeso attraverso l'immagine idealizzata di campioni asciutti e muscolosi, né di essere ridotto alla caricatura di uomini giganteschi che si spingono sul ring. La sua complessità risiede proprio nell'incontro tra caratteristiche fisiche differenti, tecnica raffinata e capacità di trasformare il proprio corpo in uno strumento di combattimento.

Cesio Endrizzi