sabato 17 ottobre 2026

Brazilian Jiu-Jitsu: quali arti marziali possono contrastarlo davvero?

 


Negli anni Novanta il Brazilian Jiu-Jitsu sembrò dimostrare una verità scomoda per molte scuole di arti marziali: conoscere pugni, calci e forme spettacolari non significava necessariamente saper affrontare un avversario capace di portare il combattimento a terra, controllare il corpo e applicare una leva articolare o uno strangolamento. Le prime competizioni di combattimento libero resero evidente questa lacuna. Ma da qui a considerare il BJJ una formula magica, oppure a sostenere che la lotta libera, il Sambo o il Judo possano neutralizzarlo automaticamente, esiste una distanza considerevole.

La domanda corretta non è quale arte marziale sia capace di sconfiggere il Brazilian Jiu-Jitsu in assoluto. Bisogna chiedersi quale sistema sappia sfruttare meglio le proprie competenze contro quelle di un praticante di BJJ, in quali condizioni e con quali regole. La differenza non è puramente teorica: cambia completamente il significato del confronto.

La lotta libera, soprattutto nelle sue varianti agonistiche più sviluppate, costituisce uno degli strumenti più efficaci per contrastare il gioco posizionale del BJJ. Il lottatore dedica una parte fondamentale del proprio allenamento alle entrate sulle gambe, alle proiezioni, agli sbilanciamenti, alle difese contro gli atterramenti e al mantenimento della posizione dominante. Possiede inoltre un'abitudine motoria particolarmente importante: non accetta facilmente di rimanere sotto l'avversario.

Il praticante di Brazilian Jiu-Jitsu, invece, può considerare la posizione supina una piattaforma offensiva. La guardia non è semplicemente una postura difensiva, ma un sistema dal quale controllare le distanze, sbilanciare l'avversario, recuperare posizioni e cercare sottomissioni. Per un lottatore cresciuto in uno sport nel quale trovarsi sulla schiena può significare perdere, questa impostazione rappresenta una differenza sostanziale.

Tuttavia, sostenere che un praticante di BJJ puro fatichi necessariamente a portare a terra un lottatore di alto livello è una generalizzazione. Un atleta di Brazilian Jiu-Jitsu può sviluppare ottime proiezioni e atterramenti; allo stesso modo, un lottatore può non possedere una difesa sufficiente contro strangolamenti e leve articolari. Il risultato dipende dalla preparazione concreta dei due individui, non soltanto dal nome delle rispettive discipline.

La vera superiorità strategica della lotta consiste nella capacità di influenzare dove si svolge il combattimento. Un buon wrestler può rendere difficile l'ingresso in guardia, mantenere una pressione dall'alto, rialzarsi quando lo ritiene opportuno e costringere l'avversario a inseguire posizioni sfavorevoli. Ma il controllo dall'alto non equivale automaticamente a una posizione sicura. Nel momento in cui il lottatore ignora le possibilità di attacco del BJJ, può esporsi a strangolamenti, leve alle braccia e attacchi alle gambe. La stessa pressione che permette di controllare il corpo può diventare un punto d'appoggio per una sottomissione.

Inoltre, la lotta sportiva non insegna normalmente a colpire con pugni e gomitate. Se il confronto avviene secondo le regole delle arti marziali miste, il wrestler deve adattare la propria tecnica alla presenza dei colpi e delle sottomissioni. Se si tratta invece di una situazione di autodifesa, entrano in gioco variabili ulteriori: spazio disponibile, terreno, abbigliamento, presenza di altre persone e possibilità di allontanarsi. La capacità di vincere una gara di lotta non coincide con una competenza universale nel combattimento.

Il Combat Sambo costituisce un caso ancora più interessante perché combina diverse famiglie di tecniche. Il Sambo si sviluppò nell'Unione Sovietica attraverso la rielaborazione di metodi di lotta e combattimento provenienti da tradizioni differenti. La sua variante da combattimento integra proiezioni, controllo al suolo, percussioni e sottomissioni, secondo un regolamento specifico. Definirlo semplicemente un'arte marziale militare sovietica è riduttivo: la sua storia comprende istituzioni sportive, sistemi di preparazione fisica e applicazioni legate anche agli apparati militari e di sicurezza.

Il vantaggio potenziale del Combat Sambo rispetto al BJJ tradizionale risiede proprio nell'ampiezza del repertorio. Un atleta allenato a colpire, proiettare e continuare l'azione a terra non deve necessariamente interrompere la propria strategia quando cambia la distanza. Può combinare pressione, percussioni e transizioni, costringendo l'avversario a difendersi da minacce differenti. Questa integrazione può diventare particolarmente efficace nelle MMA, dove la sola specializzazione nel grappling non basta.

Occorre però correggere un'affermazione diffusa: il Brazilian Jiu-Jitsu avrebbe ignorato per decenni le leve alle gambe, lasciandosi sorprendere da un repertorio esclusivo del Sambo. La storia è più complessa. Gli attacchi agli arti inferiori erano conosciuti anche nel mondo del grappling, ma le regole di molte competizioni di BJJ limitavano determinate tecniche, soprattutto alcune torsioni del ginocchio come l'heel hook. Le restrizioni cambiavano secondo federazione, categoria, cintura e formato agonistico. Il repertorio praticato in palestra, inoltre, non coincideva necessariamente con quello consentito in gara.

Negli ultimi anni le competizioni no-gi e il submission grappling hanno contribuito a una trasformazione importante: le leve alle gambe sono diventate un settore altamente sviluppato del BJJ moderno. Non si può quindi descrivere il confronto attuale come quello fra un Sambo capace di attaccare le gambe e un Brazilian Jiu-Jitsu incapace di difenderle. Esistono atleti di entrambe le tradizioni con preparazione avanzata in questo settore, e la competenza effettiva conta più dell'origine della tecnica.

Khabib Nurmagomedov e Islam Makhachev illustrano bene il problema delle classificazioni troppo rigide. Entrambi hanno costruito carriere di alto livello nelle arti marziali miste utilizzando un grappling caratterizzato da pressione, controllo posizionale, atterramenti e capacità di mantenere l'avversario in condizioni sfavorevoli. Il loro stile viene spesso associato al Sambo e alla lotta del Daghestan, ma il successo nelle MMA non può essere attribuito a un singolo sistema isolato. È il risultato dell'integrazione fra discipline, allenamento specifico, preparazione fisica, lettura tattica e adattamento alle regole.

Il loro esempio non dimostra che il Sambo sia intrinsecamente superiore al BJJ. Dimostra qualcosa di più utile: un grappler può diventare estremamente efficace quando non si limita a cercare la sottomissione, ma costruisce una sequenza nella quale l'avversario viene prima privato dello spazio, poi costretto a reagire e infine controllato. La pressione non è soltanto forza fisica; è la capacità di ridurre progressivamente le opzioni disponibili all'altro atleta.

Anche il Judo merita un'analisi meno superficiale. La sua competenza nelle proiezioni è indiscutibile, e un judoka di alto livello può portare a terra un avversario con precisione, equilibrio e potenza. Una proiezione eseguita correttamente può provocare conseguenze serie, soprattutto su una superficie dura. Ma affermare che una proiezione ad alta ampiezza concluda spesso il combattimento all'istante significa trasformare una possibilità reale in una certezza che non esiste.

L'impatto dipende dalla tecnica, dalla traiettoria, dalla capacità di cadere, dal terreno e dalle caratteristiche fisiche dei contendenti. Non tutte le proiezioni hanno la stessa efficacia e non tutti gli avversari reagiscono allo stesso modo. Soprattutto, il BJJ non è privo di tecniche in piedi: comprende atterramenti, spazzate e proiezioni, anche se molti percorsi di allenamento dedicano più tempo al combattimento a terra rispetto al Judo agonistico.

C'è poi una distinzione spesso dimenticata. Il Judo sportivo contemporaneo è regolato da norme che incidono sulle prese, sulle azioni consentite e sulla durata delle fasi a terra. Il BJJ, a seconda del regolamento, permette invece di proseguire più a lungo nel lavoro al suolo e attribuisce un'importanza centrale alle sottomissioni. Il judoka può dunque possedere un vantaggio specifico nella fase iniziale senza avere automaticamente lo stesso vantaggio quando il confronto si sviluppa secondo le regole del BJJ. Viceversa, il praticante di BJJ può trovarsi in difficoltà se non ha allenato adeguatamente la difesa dalle proiezioni.

Anche il riferimento alla superficie dura va trattato con cautela. Una proiezione può essere pericolosa fuori dalla palestra, ma questo non rende il combattimento reale un test scientifico più semplice delle competizioni sportive. In strada mancano spesso le condizioni controllate che permettono di valutare in modo ripetibile le prestazioni. La presenza di cemento non trasforma ogni proiezione in una conclusione garantita, così come il fatto che una tecnica sia efficace sul tatami non la rende automaticamente sicura o prevedibile in ogni altro contesto.

La lezione degli ultimi trent'anni è che le arti marziali efficaci non sono rimaste immobili. Dopo le prime affermazioni del BJJ nelle competizioni di combattimento libero, i suoi avversari hanno imparato a difendere gli atterramenti, a evitare le posizioni pericolose e a sviluppare un grappling più completo. Parallelamente, il BJJ ha incorporato tecniche di lotta, nuove strategie di controllo e un repertorio sempre più raffinato di attacchi agli arti inferiori. Le MMA hanno accelerato questa evoluzione perché obbligano gli atleti a confrontarsi con problemi che una singola disciplina, presa isolatamente, non risolve tutti.

La conclusione è meno spettacolare di una classifica fra arti marziali, ma più solida. La lotta libera può aiutare a controllare le transizioni e la posizione dall'alto; il Combat Sambo offre un repertorio integrato di percussioni e grappling; il Judo può sfruttare una notevole competenza nelle proiezioni. Nessuna di queste discipline garantisce, da sola, di neutralizzare un praticante di Brazilian Jiu-Jitsu di pari livello.

Il vero contrasto al BJJ non è un nome da scrivere sulla copertina di un manuale. È una preparazione capace di riconoscere le sue posizioni, comprenderne le sottomissioni, difendere gli atterramenti e adattarsi alle condizioni concrete del confronto. In una gara di grappling può essere vantaggioso specializzarsi; nelle MMA serve integrare le competenze; nell'autodifesa bisogna anche considerare la possibilità di evitare lo scontro. L'arte marziale più efficace non è quella che promette di battere tutte le altre: è quella che prepara il praticante a riconoscere i propri limiti e a colmarli con un allenamento verificabile.

Cesio Endrizzi

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