giovedì 22 ottobre 2026

DAL KUNG FU ACROBATICO AL GUN-FU DI JOHN WICK: PERCHÉ IL CINEMA MARZIALE HA CAMBIATO PELLE

 



C’è stato un tempo in cui bastavano una musica incalzante, un cortile polveroso e un maestro con la tunica per trasformare una rissa in una leggenda. L’eroe affrontava dieci avversari, li spediva al tappeto con calci spettacolari, piroette e pugni fulminei, incassava qualche colpo di circostanza e alla fine rimaneva in piedi, magari sistemandosi il colletto. Oggi, invece, il protagonista di un film d’azione può scaraventare un uomo contro una parete, trascinarlo a terra, immobilizzarlo e concludere la sequenza con un colpo d’arma da fuoco. È cambiato il cinema, è cambiato il pubblico e, soprattutto, è cambiato il modo in cui Hollywood vuole raccontare la violenza.

Per capire questa trasformazione bisogna tornare agli anni Settanta e Ottanta, quando il cinema di kung fu conquistò il pubblico internazionale. Bruce Lee aveva già dimostrato che un combattimento poteva diventare una forma di espressione cinematografica: velocità, ritmo, controllo del corpo e una presenza scenica capace di rendere memorabile anche un gesto essenziale. Dopo di lui, Jackie Chan, Jet Li e Sammo Hung contribuirono a sviluppare linguaggi differenti, nei quali le arti marziali potevano diventare dramma, commedia, acrobazia e spettacolo.

In quei film, il combattimento non doveva necessariamente riprodurre quello che sarebbe accaduto in una strada o in una palestra. Doveva raccontare qualcosa. Un calcio volante poteva esprimere superiorità, una sequenza di parate mostrare la disciplina del protagonista, una pausa prima dell’attacco creare suspense. Il corpo dell’attore diventava lo strumento attraverso il quale il pubblico leggeva carattere, coraggio e abilità.

La coreografia tradizionale non era un semplice tentativo di imitare la realtà: era una convenzione narrativa. Il pubblico accettava che un maestro affrontasse numerosi avversari perché il combattimento funzionava secondo regole visive riconoscibili. Gli aggressori aspettavano il proprio turno, gli attacchi arrivavano con tempi utili alla coreografia e il protagonista poteva eseguire movimenti ampi senza che la scena si trasformasse immediatamente in un groviglio incomprensibile.

Era una finzione, naturalmente, ma una finzione dichiarata. Nessuno aveva bisogno di credere che un combattente potesse affrontare una dozzina di persone armate soltanto perché conosceva una posizione della gru. Il piacere consisteva nel vedere una tecnica eseguita con precisione, nel riconoscere lo stile di una star e nell’assistere a un confronto costruito come una danza pericolosa.

Jackie Chan portò questo principio a livelli straordinari. La sua formazione nell’Opera di Pechino gli aveva dato un controllo fisico, una capacità acrobatica e una disciplina difficili da improvvisare. Nei suoi film, l'ambiente diventava parte della coreografia: scale, tavoli, sedie, ringhiere e oggetti quotidiani si trasformavano in strumenti narrativi. Il combattimento non era soltanto uno scambio di colpi, ma una sequenza di problemi da risolvere con inventiva, tempismo e coraggio.

Sammo Hung, con il suo talento coreografico e la sua esperienza, contribuì a rendere i combattimenti più dinamici e articolati. Jet Li portò sullo schermo l'eleganza e la precisione del wushu, trasformando la velocità in una componente essenziale dello spettacolo. Questi interpreti non erano semplicemente attori che fingevano di saper combattere: possedevano capacità fisiche costruite attraverso anni di allenamento.

Ed è proprio qui che compare uno dei problemi del cinema contemporaneo. Una star può imparare a usare una pistola scenica, provare una proiezione o ripetere una sequenza di colpi in alcuni mesi. Diventare un acrobata di livello eccezionale, capace di eseguire coreografie complesse con precisione e continuità, richiede invece una preparazione molto più lunga. Il cinema può utilizzare controfigure, montaggio e inquadrature strategiche, ma non tutti i progetti dispongono del tempo o delle risorse necessari per costruire sequenze marziali elaborate.

Nel frattempo è cambiato anche il modo in cui una parte del pubblico interpreta il combattimento. La diffusione delle arti marziali miste, le MMA, ha reso più familiare un'immagine dello scontro diversa da quella dei vecchi film di kung fu. Gli spettatori possono vedere combattenti che si muovono in modo meno elegante, cercano il controllo del corpo, entrano in clinch, tentano proiezioni e lottano al suolo. Il confronto appare meno ordinato e più fisico.

Questo non significa che le MMA abbiano dimostrato l'inutilità delle arti marziali tradizionali. Gli incontri sportivi seguono regolamenti precisi e non riproducono tutte le condizioni di un'aggressione reale. Dimostrano però quanto sia difficile applicare una tecnica contro un avversario che resiste, reagisce e cerca attivamente di impedire l'esecuzione del movimento. Per il cinema, questa familiarità con il combattimento sportivo ha contribuito a modificare le aspettative di una parte degli spettatori.

La coreografia contemporanea cerca quindi, spesso, un diverso tipo di credibilità. In film come The Bourne Identity, le sequenze di lotta sono rapide, ravvicinate e costruite per trasmettere disorientamento. Il montaggio serrato, gli spazi angusti e l'impiego di oggetti quotidiani suggeriscono uno scontro nel quale il protagonista cerca di neutralizzare una minaccia prima che questa possa reagire. Le tecniche vengono presentate come strumenti di sopravvivenza, non come dimostrazioni di perfezione atletica.

È importante, tuttavia, non confondere lo stile cinematografico con la documentazione di un sistema di combattimento reale. Le sequenze di Bourne vengono spesso associate al Kali filippino, alla boxe e ad altre discipline, ma il risultato sullo schermo è una costruzione coreografica che combina influenze diverse con le esigenze del montaggio. La macchina da presa deve raccontare un'azione, non certificare la superiorità tecnica di una scuola.

Con John Wick, il cinema ha sviluppato un'altra formula: il cosiddetto gun-fu, nel quale le armi da fuoco si combinano con proiezioni, leve, prese e tecniche di combattimento ravvicinato. Keanu Reeves ha seguito una preparazione specifica per rendere credibili le sequenze con le armi e le arti marziali. Il risultato è un linguaggio visivo riconoscibile, costruito attraverso movimenti ripetuti, coreografie precise e una gestione dello spazio che rende l'azione leggibile.

Ma anche John Wick non è una riproduzione neutrale del combattimento reale. Le sequenze sono preparate, gli avversari seguono tempi coreografici e la resistenza degli attori è coordinata per consentire alla scena di funzionare. Il protagonista sembra affrontare una successione continua di minacce, ma lo spettatore sta assistendo a una composizione cinematografica. La precisione è parte dello spettacolo, esattamente come lo erano i calci volanti nei film di kung fu.

La differenza è soprattutto estetica. Il cinema classico tendeva a esibire il corpo in tutta la sua estensione, valorizzando salti, calci e movimenti ampi. Molto cinema d'azione contemporaneo preferisce mostrare il corpo compresso nello spazio: corridoi, automobili, stanze, scale e pareti diventano elementi che limitano i movimenti e aumentano la tensione. Il combattimento non è più soltanto una prova di abilità, ma una lotta per controllare una situazione che sembra sfuggire di mano.

Questo cambiamento risponde anche a esigenze industriali. Le produzioni devono lavorare con tempi, budget e protocolli di sicurezza. Un attore può diventare credibile attraverso un allenamento mirato e una coreografia progettata sulle sue capacità, senza dover possedere l'esperienza di un atleta professionista. Le controfigure rimangono essenziali, ma il montaggio può alternare il lavoro dell'attore e quello degli specialisti in modo da costruire una sequenza coerente.

Non sarebbe corretto, però, sostenere che le coreografie tradizionali siano scomparse o che il cinema moderno abbia abbandonato completamente l'acrobazia. Il cinema d'azione asiatico continua a produrre combattimenti elaborati, mentre alcune produzioni occidentali recuperano consapevolmente il linguaggio delle arti marziali classiche. Anche il successo internazionale di film e serie che valorizzano la coreografia dimostra che esiste ancora un pubblico disposto ad apprezzare la precisione tecnica e la fisicità degli interpreti.

La trasformazione non è stata una semplice marcia dal falso al vero. È stata una successione di scelte stilistiche, influenzate dalla formazione degli attori, dalle tecnologie cinematografiche, dai gusti del pubblico e dalle esigenze produttive. Il vecchio maestro che affronta dieci avversari e il sicario moderno che combina lotta e armi da fuoco appartengono a due immaginari differenti. Entrambi, quando sono realizzati bene, richiedono disciplina, preparazione e una notevole capacità di coordinamento.

La domanda più interessante, quindi, non è se il cinema moderno abbia reso obsoleto il kung fu tradizionale. È perché una determinata forma di spettacolo abbia lasciato spazio a un'altra. Il pubblico non ha smesso necessariamente di amare le acrobazie: ha imparato a riconoscere nuovi codici visivi e a cercare nuove sensazioni. Un combattimento può affascinare per la sua eleganza, per il ritmo, per l'impatto o per la tensione. Non esiste un solo modo di trasformare la violenza in racconto cinematografico.

Le grandi star del kung fu hanno dimostrato che il corpo allenato può diventare uno strumento narrativo irripetibile. Il cinema contemporaneo ha dimostrato che anche la confusione apparente, il contatto ravvicinato e la brutalità coreografata possono produrre spettacolo. Il problema nasce quando si pretende che uno dei due linguaggi sia l'unico autentico.

Un calcio volante non deve essere realistico per essere memorabile. Una presa di strangolamento non diventa automaticamente credibile soltanto perché sembra brutale. In entrambi i casi, la differenza la fanno la qualità della coreografia, la preparazione degli interpreti e la capacità del regista di far comprendere allo spettatore che cosa sta accadendo.

Il kung fu cinematografico non è morto. Ha perso il monopolio dell'immaginario marziale e convive con nuovi linguaggi, nuovi interpreti e nuove aspettative. E forse il modo migliore per apprezzarlo è smettere di chiedergli di essere un manuale di autodifesa: quando il cinema riesce a trasformare un combattimento in qualcosa che resta nella memoria, la sua efficacia non si misura soltanto in colpi portati a segno, ma nella capacità di farci credere, per qualche minuto, a un mondo nel quale il corpo può diventare spettacolo puro.

Cesio Endrizzi

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