Un knockout si verifica quando una forza rotazionale o lineare fa scattare violentemente la testa, causando l'impatto del cervello contro la parte interna del cranio.
Nella boxe esiste una distinzione che alimenta discussioni da decenni. Ci sono pugili capaci di incassare colpi violentissimi senza cadere, continuando a combattere con una determinazione quasi innaturale. E poi ci sono atleti che, apparentemente, finiscono al tappeto appena vengono raggiunti da un pugno pulito. I primi vengono celebrati per il loro «mento d'acciaio»; i secondi si guadagnano l'etichetta poco generosa di «mandibola di vetro».
La storia della boxe è piena di esempi che sembrano confermare questa differenza. George Chuvalo è ricordato per la straordinaria capacità di resistere ai colpi durante una carriera di alto livello. Altri pugili, magari dotati di una tecnica eccellente e di una potenza considerevole, hanno invece mostrato una vulnerabilità sorprendente quando colpiti in determinate circostanze.
Ma osservare il risultato non significa averne identificato la causa. Un pugile che non va al tappeto può avere una particolare capacità di assorbire e gestire gli impatti, ma può anche essere molto bravo a evitare i colpi più pericolosi. Un altro può sembrare fragile perché viene raggiunto frequentemente da attacchi che non vede arrivare, combatte contro avversari particolarmente potenti o affronta gli incontri in condizioni fisiche sfavorevoli.
La prima distinzione da fare riguarda il significato stesso del KO. Un pugno può provocare una perdita di coscienza, un'alterazione dell'equilibrio, una compromissione temporanea delle capacità motorie oppure un'incapacità di continuare a difendersi efficacemente. Questi fenomeni non sono perfettamente equivalenti e non dipendono tutti dallo stesso meccanismo.
Quando un colpo imprime alla testa una rapida accelerazione, soprattutto rotazionale, il cervello subisce deformazioni dei tessuti e sollecitazioni che possono alterarne il funzionamento. Non è necessario immaginare che l'organo sbatta semplicemente contro la parete del cranio come una pallina in una scatola: la biomeccanica delle lesioni cerebrali è molto più complessa. Le forze possono produrre deformazioni e tensioni all'interno del tessuto nervoso, interferendo con le funzioni che permettono di mantenere coscienza, equilibrio e coordinazione.
La conseguenza è che un pugno relativamente breve, se raggiunge la testa nelle condizioni giuste, può risultare più destabilizzante di un colpo visivamente impressionante. La potenza conta, ma conta anche il punto d'impatto, la direzione della forza, la velocità del movimento della testa, la sorpresa e la capacità del pugile di reagire.
Il collo conta, ma non è un'armatura. I muscoli cervicali contribuiscono a controllare i movimenti della testa e possono influenzare la risposta a un impatto. Un collo ben allenato può quindi rappresentare un vantaggio, insieme a una buona preparazione fisica generale. Non esiste, tuttavia, una dimostrazione che permetta di concludere che un collo molto sviluppato neutralizzi i pugni o impedisca una commozione cerebrale.
Gli esercizi cervicali fanno parte della preparazione di alcuni pugili, ma il loro effetto protettivo non deve essere esagerato. Non trasformano la testa in un bersaglio resistente ai traumi e non giustificano l'idea che basti costruire muscoli sufficientemente grandi per sopportare colpi sempre più pesanti.
Anche la struttura anatomica varia da individuo a individuo. Forma della mandibola, caratteristiche del cranio, proporzioni corporee e altre differenze biologiche possono influenzare alcuni aspetti della risposta agli impatti. Tuttavia, non è corretto sostenere che una mascella larga distribuisca automaticamente l'energia in modo migliore o che un mento appuntito costituisca una leva che rende il pugile più facile da mettere KO. La resistenza ai traumi cranici non si può dedurre osservando il profilo del viso.
Uno dei fattori più importanti è invece ciò che il pugile fa prima che il colpo arrivi. Un atleta che legge bene l'avversario, controlla la distanza, mantiene una posizione equilibrata e si muove con attenzione riduce le occasioni in cui può essere colpito in pieno e colto di sorpresa. Non è invulnerabile: semplicemente, concede meno opportunità di subire gli impatti più pericolosi.
La capacità di anticipare gli attacchi può quindi contribuire enormemente alla reputazione di un pugile resistente. A volte attribuiamo alla mandibola ciò che dipende anche dalla difesa, dal movimento del busto, dalla gestione della distanza e dalla capacità di riconoscere le intenzioni dell'avversario.
È però sbagliato affermare che vedere arrivare un pugno garantisca una protezione neurologica. Il sistema nervoso può attivare risposte muscolari e il pugile può prepararsi al contatto, ma nessuna contrazione volontaria o riflessa elimina il rischio di lesioni cerebrali. Anche un colpo previsto può causare una commozione cerebrale, mentre un impatto che non provoca un KO può comunque danneggiare il cervello.
Il vero problema emerge quando si passa dalla singola prestazione alla carriera. La boxe comporta esposizione ripetuta agli impatti, e alcuni di questi possono produrre alterazioni neurologiche anche senza una perdita di coscienza evidente. Non ogni colpo lascia necessariamente una lesione permanente, ma l'assenza di un KO non dimostra che il cervello sia rimasto illeso.
Le conseguenze dei traumi ripetuti possono accumularsi e comprendere problemi cognitivi, dell'equilibrio e dell'umore. In alcuni atleti esposti a numerosi impatti alla testa è stata inoltre descritta l'encefalopatia traumatica cronica, una malattia neurodegenerativa associata a esposizioni ripetute a traumi cranici. Non è però possibile diagnosticare questa condizione sulla base della sola reputazione di un pugile o della frequenza con cui viene messo KO.
Neppure è corretto affermare che ogni commozione cerebrale abbassi automaticamente e in modo prevedibile una soglia di tolleranza ai colpi. La vulnerabilità successiva a un trauma dipende da molte variabili e non esiste un valore universale che consenta di calcolare quanta forza sarà necessaria per provocare il KO successivo. Ciò non toglie che continuare a combattere dopo un trauma cranico possa essere pericoloso e che la ripetizione degli impatti rappresenti un problema serio per la salute.
Un'altra variabile spesso trascurata è il taglio del peso. Alcuni pugili cercano di rientrare nella propria categoria riducendo drasticamente l'assunzione di liquidi e modificando l'alimentazione prima dell'incontro. La disidratazione può compromettere la prestazione, la termoregolazione, la funzione cardiovascolare e le capacità cognitive. Può quindi rendere un atleta meno efficiente e più vulnerabile alle conseguenze di uno scontro.
Non è invece dimostrato che la disidratazione produca una semplice riduzione del liquido cerebrospinale tale da togliere al cervello il suo «cuscinetto» e spiegare direttamente un KO improvviso. Il rapporto fra stato di idratazione e rischio di trauma cranico è complesso. Il taglio estremo del peso rimane comunque una pratica potenzialmente pericolosa, soprattutto quando combina restrizione dei liquidi, sudorazione forzata e recupero insufficiente.
Infine, bisogna ricordare che la reputazione di un pugile si costruisce su un campione limitato di incontri. Un atleta può avere resistito a molti colpi potenti e venire messo KO in un momento inatteso. Un altro può essere caduto più volte contro avversari d'élite, senza che questo dimostri automaticamente un difetto anatomico. La potenza degli avversari, il tipo di colpi ricevuti, l'età, la stanchezza, gli infortuni e la qualità della difesa contribuiscono a determinare ciò che vediamo sul ring.
La «mandibola di vetro», dunque, è una descrizione da bar sport, non una diagnosi medica. Può riassumere una vulnerabilità osservata, ma non spiega perché esista. Allo stesso modo, il «mento d'acciaio» non significa che un pugile possieda un cervello più resistente ai danni o possa continuare a incassare senza conseguenze.
La vera resistenza consiste anche nel non ricevere i colpi, nel riconoscere il pericolo, nel prepararsi adeguatamente e nel sapere quando interrompere un combattimento. Soprattutto, non bisogna confondere la capacità di rimanere in piedi con l'assenza di danni.
Il pugile che resta in piedi dopo un pugno può essere straordinariamente resistente. Ma il fatto che non sia caduto ci dice soltanto che non è caduto. Non ci dice che cosa sia accaduto dentro la sua testa.
Cesio Endrizzi

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