A prima vista, un uomo abituato alle risse può sembrare un combattente formidabile. È aggressivo, non sembra avere paura, tira pugni con violenza e magari ha già affrontato numerose persone senza tirarsi indietro. Per chi osserva dall'esterno, tutto questo può essere facilmente confuso con la capacità di combattere.
Per un atleta esperto, invece, la valutazione è completamente diversa.
La differenza fondamentale non è necessariamente la forza fisica. È il controllo.
Un combattente allenato ha imparato a controllare il proprio corpo, la distanza, la respirazione, l'equilibrio e soprattutto le proprie reazioni sotto pressione. Una persona abituata alle risse può avere esperienza reale della violenza, ma questo non significa automaticamente possedere una tecnica efficace.
La strada può insegnare a non avere paura di essere colpiti.
L'allenamento insegna cosa fare quando si viene colpiti.
Sono due cose molto diverse.
Uno dei problemi più evidenti del combattente non allenato è la prevedibilità. Quando una persona non ha una preparazione tecnica, tende a utilizzare i movimenti che le sembrano più naturali: pugni ampi, aggressivi, movimenti improvvisi e tentativi di avanzare rapidamente verso l'avversario.
Non necessariamente perché siano le tecniche migliori, ma perché sono quelle che il corpo produce spontaneamente quando la persona è sotto stress.
Un pugno largo può sembrare devastante.
Ma più un movimento è ampio, più tempo richiede per arrivare al bersaglio e più informazioni fornisce all'avversario.
Un combattente allenato impara invece a ridurre i movimenti inutili. Non deve necessariamente essere più forte per essere efficace: deve essere più economico.
Questa è una delle grandi differenze tra esperienza di strada e esperienza sportiva.
Il rissoso spesso pensa al colpo.
Il combattente pensa alla sequenza.
Non guarda soltanto dove colpire. Osserva la posizione del corpo, la distanza, l'equilibrio, il movimento delle spalle, la posizione dei piedi e il modo in cui l'avversario reagisce.
È una forma di lettura del corpo.
Il secondo elemento fondamentale è la distanza.
Una persona inesperta tende a pensare che combattere significhi avvicinarsi abbastanza da poter colpire. Un atleta allenato comprende invece che la distanza è una delle variabili principali del combattimento.
Essere troppo lontani significa non poter raggiungere l'avversario.
Essere troppo vicini può significare esporsi.
La capacità di muoversi continuamente all'interno di questa zona è uno degli aspetti che richiedono più allenamento.
Il combattente esperto non deve necessariamente arretrare continuamente. Può spostarsi lateralmente, cambiare angolo, uscire dalla traiettoria dell'attacco o modificare la distanza con piccoli movimenti.
Per chi non ha mai praticato uno sport da combattimento, questi movimenti possono sembrare quasi insignificanti.
In realtà sono fondamentali.
Il rissoso può avere un pugno molto potente, ma se non riesce a raggiungere il bersaglio con precisione quella potenza diventa molto meno utile.
Esiste poi un'altra differenza enorme: l'equilibrio.
Una persona inesperta tende a trasferire molta parte del proprio peso nei movimenti aggressivi. Quando manca il bersaglio, può ritrovarsi sbilanciata.
Un atleta allenato impara invece a colpire mantenendo la possibilità di recuperare immediatamente la propria posizione.
Questo principio diventa ancora più importante quando il combattimento cambia distanza.
Ed è qui che entra in gioco la lotta.
Molti osservatori sottovalutano quanto sia difficile combattere a terra. A differenza di una rissa in piedi, nella lotta la forza bruta diventa rapidamente insufficiente se non viene accompagnata dalla tecnica.
Una persona molto forte può cercare di liberarsi utilizzando tutta la propria potenza.
Ma se non comprende posizione, equilibrio e distribuzione del peso, rischia di consumare rapidamente le proprie energie senza migliorare realmente la situazione.
Un atleta di Brazilian Jiu-Jitsu, wrestling o judo impara invece a utilizzare la struttura del corpo.
Non significa che la forza non conti.
Conta moltissimo.
Ma la tecnica permette di moltiplicare l'efficacia della forza.
Una persona inesperta può cercare di sollevare o spingere un avversario usando esclusivamente i muscoli. Un atleta allenato cerca invece di controllare il centro di gravità, impedire determinati movimenti e mantenere una posizione vantaggiosa.
Il risultato può apparire quasi paradossale.
Una persona fisicamente più grande può trovarsi incapace di muoversi contro un avversario più piccolo ma tecnicamente superiore.
Questo è uno dei motivi per cui gli sport da combattimento producono un tipo di esperienza completamente diverso dalla rissa.
L'allenamento permette di sperimentare ripetutamente situazioni che, in strada, si verificano soltanto occasionalmente.
Un pugile affronta avversari che cercano attivamente di colpirlo.
Un judoka impara a gestire una persona che tenta di sbilanciarlo.
Un lottatore impara cosa significa essere schiacciato contro il pavimento.
Un praticante di Brazilian Jiu-Jitsu impara a mantenere la calma mentre si trova in una posizione estremamente scomoda.
Questa ripetizione costruisce qualcosa che una semplice rissa non può fornire con la stessa affidabilità: la familiarità con lo stress fisico.
Ed è qui che arriviamo all'adrenalina.
Durante una situazione improvvisa e violenta, il corpo reagisce automaticamente. Aumentano frequenza cardiaca e respirazione, cambia la distribuzione del flusso sanguigno e vengono mobilitate rapidamente risorse energetiche.
La persona può sentirsi improvvisamente fortissima.
Può percepire meno il dolore.
Può avere una sensazione di enorme energia.
Ma questa risposta ha anche un prezzo.
Chi non è abituato a gestire lo stress può irrigidirsi, respirare male e consumare rapidamente le proprie energie. Una persona che all'inizio sembra incontenibile può ritrovarsi esausta in breve tempo.
L'atleta allenato non è immune dall'adrenalina.
Impara però a funzionare mentre l'adrenalina è presente.
Questo è un punto fondamentale.
La calma di un combattente esperto non significa necessariamente assenza di paura.
Significa riuscire a continuare a pensare mentre il corpo sta producendo una risposta di emergenza.
Respirare.
Mantenere la postura.
Non sprecare energia.
Riconoscere ciò che sta facendo l'avversario.
Evitare movimenti inutili.
Queste capacità diventano decisive quando lo scontro si prolunga.
Per questo il mito secondo cui "chi combatte per strada è più duro perché ha esperienza reale" è soltanto parzialmente vero.
L'esperienza reale può certamente insegnare alcune cose. Può aumentare la tolleranza allo stress e rendere una persona meno sorpresa dalla violenza. Ma una serie di risse non equivale automaticamente a una preparazione tecnica.
Anzi, una persona può avere partecipato a decine di risse e avere sviluppato abitudini tecnicamente pessime.
Un pugile professionista può aver disputato centinaia di round controllati.
Un lottatore può aver passato migliaia di ore a ripetere posizioni.
Un judoka può aver eseguito migliaia di cadute e proiezioni.
Un praticante di Brazilian Jiu-Jitsu può aver passato anni a confrontarsi con avversari che cercano attivamente di impedirgli di applicare le proprie tecniche.
Questa è esperienza di combattimento, ma organizzata in modo da poter essere analizzata e migliorata.
Ed esiste una differenza enorme tra aver combattuto molte volte e aver studiato il combattimento molte volte.
Il primo può produrre durezza.
Il secondo produce competenza.
Naturalmente, bisogna evitare anche l'errore opposto.
Un professionista non è invulnerabile.
Una rissa reale non è un incontro sportivo. Non ci sono necessariamente regole, arbitri o superfici progettate per ridurre i rischi. Possono comparire più persone, oggetti, armi o condizioni ambientali imprevedibili. Un singolo errore può avere conseguenze gravissime.
Per questo la superiorità tecnica non dovrebbe mai essere interpretata come un invito a cercare lo scontro.
È proprio l'esperienza a insegnare che la violenza reale è imprevedibile.
Il combattente veramente competente non ha bisogno di dimostrare continuamente di esserlo.
Alla fine, la differenza tra il rissoso e il combattente non consiste nel coraggio, nella cattiveria o nella quantità di muscoli.
Consiste nella capacità di trasformare una situazione caotica in qualcosa di comprensibile.
Il rissoso reagisce.
Il combattente osserva.
Il rissoso spreca energia.
Il combattente la conserva.
Il rissoso cerca di sopraffare.
Il combattente cerca di controllare.
Ed è proprio per questo che, agli occhi di un professionista, una persona che sembra terribile durante una rissa può apparire molto meno impressionante di quanto sembri a un osservatore inesperto.
La violenza casuale può sembrare potenza.
La tecnica, invece, spesso appare molto meno spettacolare.
Ma dietro quei movimenti apparentemente semplici ci sono anni di ripetizione, condizionamento, equilibrio, tempismo e capacità di mantenere la lucidità sotto pressione.
È questa la differenza tra sapere fare a botte e sapere combattere.
E paradossalmente, più una persona comprende davvero il combattimento, più tende a capire quanto sia poco prevedibile e quanto sia pericoloso affrontarlo inutilmente fuori da un contesto controllato.
Cesio Endrizzi
Nessun commento:
Posta un commento